CONCLUSIONE

 

             Alla domanda: Perché Gesù è morto? La risposta che i cristiani danno è: "Per noi", "Per salvarci". Quando poi si chiede perché Gesù morendo ci ha salvati, o perché Gesù ha dovuto morire per salvarci, allora le risposte diventano più complesse. I teologi per spiegare hanno proposto diverse teorie che con delle varianti hanno, comunque, una matrice comune: con la morte di Gesù, Dio e la legge sono stati soddisfatti e, quindi, l'Eterno ci può perdonare anche perché Gesù ha subito la punizione che avremmo dovuto avere noi.

             Chi sostiene questo insegnamento, che la croce del Signore abbia un valore giuridico e legale, sostiene che non sia sufficiente il credere che Gesù abbia subito la morte per fare ravvedere gli uomini, dimostrando la fedeltà e l'amore di Gesù al Padre fino alle estreme conseguenze, quelle che a Giobbe furono evitate.

             Nel pensare diversamente dalla maggioranza si è messi in guardia di creare un sistema il cui concetto di giustizia sia quello del nostro tempo e che quindi non si debbano spiegare le Scritture partendo dai nostri parametri, ma calarci nella realtà del tempo.

             Pensiamo di non aver presentato il pensiero biblico partendo dalla cultura occidentale del XX secolo, del resto la giustizia di ieri e di oggi ha sempre una matrice comune e la letteratura del passato, anche al di fuori del testo biblico, è ancora oggi motivo di riflessione per la profondità dei valori di giustizia. Non crediamo neppure di aver adattato il testo biblico ai nostri parametri, ma ci siamo sforzati di cogliere il senso delle parole e di quanto scaturisce dal testo stesso, per quello che la Sacra Scrittura voglia dire, non tenendo conto delle nostre tradizioni, dei pensieri comuni, dei concetti storici e facendo violenza anche a noi stessi, che per educazione e per opportunismo ci è istintivo pensare in chiave di sostituzione vicaria e giustizia punitiva dell'altro al posto del colpevole.

             Crediamo di avere spiegato a sufficienza il significato delle espressioni che Gesù ha portato su di sé il nostro peccato (Isaia 53:4,11,12, Ebrei 9:28; 1 Pietro 2:24) e in che modo possiamo essere giustificati dalla grazia del Signore a seguito della morte di Gesù e in che modo Gesù è stato «fatto peccato per noi» 2 Corinzi 5:21, e quanto viene detto dell'opera del Servo dell'Eterno (Isaia 53).

             Nella prospettiva che abbiamo presentato, non crediamo di aver messo al centro la nostra persona, anche se abbiamo parlato dell'importanza del pentimento e del ravvedimento che la croce compie nei confronti di coloro che scoprono il messaggio della salvezza. Riteniamo anche che molti di coloro che non hanno avuto la possibilità di ascoltare e conoscere la Parola di Dio può essere salvato non per un merito-diritto acquisito dal Signore con la Sua morte espiatoria e che possa distribuire come espressione della Sua grazia, ma perché la croce di Cristo Gesù è sempre la dimostrazione, nel tempo e nell'eternità, della sua vittoria sul peccato e della volontà di Dio di salvare, perché Dio è amore e offre la vita ha coloro che la vogliono e se non hanno potuto camminare alla luce della Sua rivelazione espressa da Gesù, hanno comunque permesso allo Spirito Santo di compiere la Sua opera nei loro cuori.

             L'amore di Dio non è in contrapposizione alla Sua giustizia, che vuole la condanna, la morte del peccatore, ma il Suo amore è espressione di giustizia, perché la fonte è sempre la stessa e nell'Eterno non ci sono due facce.

             Facciamo fatica a comprendere che Gesù abbia dovuto morire affinché l'uomo di fronte alla legge trasgredita - legge che Dio ha dato per il bene delle sue creature - non consideri la grazia a buon mercato e che la legge non possa essere violata impunemente. La croce è il segno del suo perdono nel rispetto della legge. Crediamo che sia naturale che il credente non consideri più la legge nell'ottica restrittiva, di colui che ha paura dell'Eterno, ma la veda come l'espressione della Sua grazia, come espressione di libertà. È proprio nel nome di questa legge, che non si può accettare che l'innocente sia punito al posto del colpevole.

             Gesù è morto perché ha vissuto la legge del Padre, ha vissuto il Suo ideale di Figlio di Dio, ha creduto in quello che insegnava; è morto come tanti altri che l'avevano preceduto, è morto perché venendo a vivere nel nostro mondo, che non è più quello del Regno di Dio, è venuto come Figlio dell'uomo e, pur potendo sempre sottrarsi alla morte, perché era l'Emmanuele "Dio con noi", non ha espresso questa sua natura e fino alla fine nella tragedia della lotta tra il bene e il male, ha voluto essere "uomo" e come tale soggetto ai limiti di questa realtà in un mondo di ingiustizia e di violenza. La lotta tra il bene e il male va oltre al quadro geografico che il vangelo ci presenta e in questa lotta l'umanità ha espresso le conseguenze di avere come signoria, coscientemente o meno, il principe di questo mondo, l'Avversario.

             Riteniamo che qualsiasi spiegazione giuridica si possa dare alla croce, comprese anche quelle che non vedono nella sostituzione una penalità subita da Gesù, debba coerentemente affermare che l'uomo in tutto questo è stato uno strumento per uno scopo, una necessità impostagli da un qualcosa, da Qualcuno, al quale non si è potuto sottrarre e che sopprimendo il Signore ha realizzato un programma stabilito prima. Una ragione dello Stato-Universo l'ha imposta. In questa prospettiva l'uomo, l'umanità non è, quindi, responsabile.

             È nel non condividere questo pensiero di una morte di Gesù sostitutiva, penale e giuridica che la croce continua a essere il segno della pazzia di Dio nell'amare le sue creature.

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