Capitolo VII

 

IL MINISTERO SACERDOTALE E REGALE DI GESÙ

E IL MINISTERO REGALE DI GESÙ DURANTE IL MILLENNIO

 

 

             L'apostolo Paolo scrive di Gesù: «Fu offerto a motivo dei nostri peccati e fu risuscitato in vista della nostra giustificazione» Romani 4:25.

             L'opera della salvezza compiuta da Gesù, iniziatasi con il peccato dell'uomo, manifestata mediante la sua incarnazione e la sua vita, non si conclude sulla croce. Gesù deve ancora operare affinché la sua giustizia sia vissuta in noi, la sua santità sia manifestata nelle nostre persone, e noi, come suoi fratelli, possiamo pervenire alla sua gloria (1 Corinzi 1:30).

             L'opera della redenzione si realizza in tre fasi.

             La prima, cominciata con l'incarnazione, si è conclusa sul Calvario.

             La seconda si rea�lizza mediante l'opera sacerdotale che Cristo Gesù svolge nel santuario celeste e si concluderà con il suo ritorno.

             La terza terminerà quando si farà ogni cosa nuova, dopo il regno millenario di Gesù e il giudizio universale.

             Noi considereremo in questa sezione le ultime due fasi.

             A conclusione di ognuna di queste tre fasi troviamo le parole «é compiuto» Giovanni 19:30; Apocalisse 21:6, «é fatto» Apocalisse 16:17.

             L'inizio del ministero che Gesù compie nel santuario celeste è stato manifestato sulla terra dalla discesa dello Spirito Santo alla Pentecoste.

             A seguito della sua ascensione Gesù si è posto «a sedere per sempre» Ebrei 10:12, «alla destra della Maestà nei luoghi altissimi» Ebrei 1:3;  (8:1; 12:2, vedere Marco 16:19; Luca 22:69; Atti 2:34; Romani 8:34; Efesi 1:20;  Colossesi 3:1; 1 Pietro 3:22); «per comparire ora al cospetto di Dio per noi» Ebrei 9:24, finché il Padre non abbia fatto dei sui nemici lo sgabello dei suoi piedi (Ebrei 1:13; Atti 2:35). Essere messo alla destra o essere seduto alla de�stra di qualcuno significa, secondo la concezione di un tempo anche recente, essere rivestito di potere e dell'autorità di colui del quale si è alla destra. Il Gesù della storia, nella sua umanità, è investito ora dell'onnipotenza divina. «Ogni potestà mi è stata data in cielo e sulla terra» Matteo 28:18, disse Gesù in occasione della sua ascensione.

             Nel santuario celeste non c'è, come in quello terreno, un luogo santo e uno più santo, il santissimo. Il luogo dove Gesù esercita il suo ministero, alla destra del Padre non può essere che santissimo. La lettera agli Ebrei che varie volte menziona il santuario celeste, non vede in esso un luogo santo e uno santissimo. Quando li menziona li mette in relazione con il santuario terreno (9:2,3).  L'espressione che viene usata nella lettera agli Ebrei è ton hagion al singolare 8:2; 9:8 e ta hagia al plurale 9:12,24,25. Ton hagion genitivo plurale 10.19, letteralmente significa i luoghi santi e si riferisce al santuario in generale. La stessa cosa è per la versione dei LXX: 142 volte su 170 l'espressione ta hagia si riferisce al tabernacolo o tempio in senso generale.

             Nel santuario israelitico il luogo santo e il luogo santissimo permettevano di esprimere il doppio ministero sacerdotale: quello quotidiano, nel luogo santo; quello annuale, di giudizio e di purificazione, nel luogo santissimo. Gesù, nel compiere il suo ministero, stando accanto al Pa�dre, non si sposta da un luogo all'altro, come avveniva per il sacerdote israelita. Il suo ministero consiste nel soccorrere i fedeli (1 Giovanni 2:1), nel rappresentarli davanti al Padre (Romani 8:34) e nel testimoniare della loro fedeltà (Atti 7:56). A questo ministero, che nel santuario terreno era svolto nel luogo santo, Gesù aggiunge quello del giudizio preliminare che veniva compiuto in occasione della purificazione del tempio e del popolo e si svolgeva nel luogo santissimo.

             Sul suo trono Gesù non è un osservatore passivo di ciò che avviene sulla terra. Egli sta compiendo la sua opera fino a quando «i suoi nemici siano ridotti ad essere lo sgabello dei suoi piedi» Ebrei 10:13. Nel cielo Gesù è all'opera per realizzare quanto ha fatto vedere a Giovanni sull'isola di Patmos: il trionfo dei fedeli, anche se ora, come ai tempi dell'apostolo, essi sembrano abbandonati agli eventi. Il libro dell'Apocalisse ha come scopo di dare la certezza che il piano della salvezza avrà il suo compimento e che l'ultima parola sul problema del male nel mondo e nell'universo appartiene all'Eterno. Il ministero che Gesù svol�ge nel cielo lo porta ad essere costantemente presente nella Chiesa. Giovanni dice che lo vide camminare in mezzo ai candelabri d'oro simbolo della Chiesa (Apocalisse 1:13). Gesù stesso disse prima di lasciare gli apostoli: «Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine dell'età pre�sente» Matteo 28:20. Questa sua promessa significa che, malgrado gli apparenti suoi silenzi e le difficoltà che i credenti incontrano, egli di�rige la Chiesa verso il glorioso fine ultimo. Gesù conosce le calamità che colpiranno la terra (Apocalisse 6) e, sebbene la Chiesa dovrà subire gli attacchi dei regni di questo mondo, non sarà vinta (Apocalisse 17:14). Egli veglia finché tutti coloro che dovranno essere salvati ven�gano suggellati (Apocalisse 7:1-8) e protetti dalle ultime piaghe che colpiranno l'umanità prima del suo ritorno glorioso, perché i fedeli hanno rifiutato il marchio della bestia e non ne hanno adorato l'immagi�ne (Apocalisse 16).  Ancora Gesù che nel tempo della fine, prima che suoni l'ultima tromba, con la quale si compie il mistero di Dio, interverrà in modo provvidenziale per suscitare un movimento profetico inca�ricato di annunciare al mondo intero l'ultimo messaggio l'evangelo eterno in tutta la sua veridicità (Apocalisse 10:11; 14:6-12).

             Il ministero di Gesù nel santuario celeste volge l'attenzione dei credenti dalla croce all'opera che egli compie nel presente a loro bene�ficio invitandoli a guardare con fiducia al Regno di Dio che viene.

             Vogliamo ora considerare Gesù nella sua posizione di unico media�tore, di avvocato o nostro soccorritore, di intercessore o di colui che si presenta al Padre per noi e nel giudizio preliminare.

 

GESÙ MEDIATORE

 

             L'apostolo Paolo nella sua prima lettera a Timoteo dice: «Poiché v'è un solo Dio ed anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo» 2:5.

             Gesù è l'unico mediatore. Questa espressione richiama alla nostra mente colui che si pone tra due persone e cerca di far sì che queste si accordino e vengano alla conclusione di un affare. Il mediatore cerca di far capire a ognuna delle due parti le esigenze dell'altra, affinché le proprie vengano eventualmente sfumate, sminuite. Nelle varie religioni il mediatore è colui che, avvicinando il fedele alla divinità, opera af�finché la divinità  guardi con occhio benigno e tollerante il fedele.

             La parola greca mesites deriva dalla parola mesos  e indica colui che sta in mezzo, che è in posizione centrale, intermediario, mediatore, arbitro, arbitro di pace nelle cause civili, intercessore, conciliatore, l'intermediario che stabilisce un rapporto non ancora esistente. [1]

             Nel testo greco dei LXX la parola mesistes la si  trova unicamente nella contestazione che fa Giobbe davanti ai suoi amici i quali volevano sostenere che Dio lo puniva a causa delle sue iniquità nascoste. Giobbe, rivendicando la sua integrità davanti a Dio, chiede l'intervento di un arbitro, di un mediatore, uno che si metta in mezzo e che stabilisca l'eventuale grado della sua responsabilità per il male che subisce (Giobbe 9:33).[2]

             Non crediamo che sia questo il senso di Gesù quale mediatore. Gesù non ha il compito di provare che le disgrazie che ci colpiscono sono vo�lute da un Dio che ci vuole punire e non ha neppure il compito di chiedere al Padre dei favori per noi.

             La figura dell'A.T. che funge da mediatore, anche se non gli è mai stata attribuita la parola mesites, è Mosè. Dio chiama questo uomo per liberare Israele (Esodo 3), adempiendo così le promesse fatte ai padri. Mosè si presenta come l'inviato del Dio dei padri: Yahvé Anche Aaronne svolge la funzione di mediatore tra Mosè e il suo popolo e faraone (Esodo 4:16) «Mediatore secondo l'A.T. è dunque chi è incaricato di parlare per gli altri».[3] Mosè svolge la funzione di mediatore in occa�sione della promulgazione della legge: egli rappresenta il popolo che riceve i decreti dell'Eterno (Esodo 19:3 e seg.; 20:18 e seg.; 24:1 e seg.; Deuteronomio 5:5,23). Si pone tra Yahvé e il popolo, ricevendo la direttive dell'Eterno e trasmettendole al popolo. Ciò che Dio dice a Mosè, egli lo deve affidare al popolo (Esodo 35:1-4; Levitico 1:1; 4:1; 5:14; 6:1). Il popolo d'altronde accetta che l'Eterno gli parli tramite Mosè. Quando il popolo riconosce il proprio sbaglio, invita Mosè a presentarsi a suo nome, la sua preghiera esprime la preghiera di tutto Israele (Esodo 20:19; Numeri 21:7; Deuteronomio 5:24; 18:16).

             Il sommo sacerdote e i sacerdoti svolgono la funzione di mediato�ri; erano coloro che si ponevano fra Dio e il popolo, e fra il popolo e Dio; erano i rappresentanti di Dio presso il popolo e rappresentavano il popolo presso Dio.

             Una altra figura di mediatore, anche se non è indicata con questa espressione tecnica, è il Servo dell'Eterno (Isaia 42:1-4; 49:1-6; 50:4-9; 52:13-53:12), grazie al quale l'umanità ritorna a Dio.

             Gesù «quale unico mediatore» è il solo che possa pienamente rap�presentare Dio agli uomini e gli uomini a Dio. In lui «abita la pienezza delle deità» Colossesi 2:9 che si limita nel tempo e nello spazio affin�ché coloro che vivono nel tempo possano entrare nell'eternità. A seguito della sua incarnazione abbiamo già in Lui l'umanità che partecipa alla «natura divina» 2 Pietro 1:4. In Cristo Gesù abbiamo, se possiamo usare questa espressione, il volto dell'Eterno (Emanuele - Dio con noi) rivolto verso gli uomini e a loro accessibile; ma abbiamo anche il volto del�l'uomo - perché egli è il Figlio dell'uomo - rivolto verso il Dio d'amore.

             Gesù è mediatore non nel senso che avvicina Dio agli uomini, ma perché in lui l'Eterno si incontra con l'uomo, l'uomo si incontra con Dio. Gesù è mediatore perché grazie a lui l'umanità non può più dubitare che Dio l'ama.

             Ciò che Paolo dice di Gesù quale "unico" legame d'unione tra Dio e gli uomini corrisponde alle dichiarazioni di Gesù: «Io e il Padre siamo uno» Giovanni 10:30; «Chi ha visto me, ha visto il Padre» Giovanni 14:19 e a quanto lo stesso apostolo afferma: «La vita vostra è nascosta con Cristo in Dio» Colossesi 3:3.

             Ribadiamo ancora il concetto che la mediazione di Gesù non consi�ste nell'abbassare le esigenze di Dio e nell'aumentare le prestazioni dell'uomo, ma nell'essere l'unico rappresentante di Dio e dell'uomo quale conseguenza della sua natura e della sua incarnazione che conserverà per l'eternità.

 

GESÙ AVVOCATO

 

             Nel presentare l'opera sacerdotale che Cristo Gesù svolge in cielo per noi gli si attribuisce sovente un ruolo essenzialmente tecnico giuridico. Si usa spesso la parola "avvocato" secondo la traduzione che generalmente si dà del testo greco e che si trova unicamente in 1 Giovanni 2:1.    

             Questa espressione avvocato richiama istintivamente alla nostra mente l'immagine di un Gesù che, seduto alla destra di Dio, sul trono della gloria  o in piedi davanti al Padre, debba difendere e patrocinare i nostri interessi nei confronti dell'Onnipotente. Questo nostro avvoca�to, mediate la sua arringa, difesa, dovrebbe inclinare nuovamente il cuore del Padre verso il figlio uomo peccatore, affinché gli accordi an�cora grazia e perdono a seguito del sacrificio da lui compiuto sulla croce.

             Anche se si deve pensare che non ci sia questa conflittualità tra il Padre e il nostro avvocato Gesù, che cerca di difenderci coprendo i nostri peccati agli occhi di Dio con la sua giustizia, concetto giuridico che con grosse difficoltà viene spiegato e difficilmente reso com�prensibile, rimane sempre l'immagine di un Gesù che ci dovrebbe difende�re da un accusatore.

             Chi è questo accusatore? Forse Satana. Ma lui, ci dice il testo biblico, è stato relegato sulla terra perché scacciato dal cielo a seguito della morte e risurrezione di Gesù. «Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; ed io (Gesù) quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me» Giovanni 12:31,32. «E ci fu battaglia in cielo: Michele ed i suoi angeli combatterono col dragone e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, ed il luogo loro non fu più trovato in cielo. E il gran drago�ne, il serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati gli angeli suoi. E io udii una gran voce che nel cielo diceva: «Ora è venuta la salvezza e la potenza ed il regno dell'Iddio nostro, e la potestà del suo Cristo, perché è stato gettato giù l'accusatore dei nostri fratelli, che li accusava dinanzi all'Iddio nostro giorno e not�te. Ma essi l'hanno vinto a cagione del sangue dell'Agnello e a cagione della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l'hanno esposta alla morte. Perciò rallegratevi, o cieli, e voi che abitate in essi. Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo è disce�so a voi con gran furore, sapendo di non avere che breve tempo» Apoca�lisse 12:7-12.

             L'avversario è stato vinto dagli eletti. Essi non hanno bisogno di essere difesi. Lo hanno vinto. Se dalla terra l'avversario volesse anco�ra far salire verso il cielo una qualsiasi delle sua accuse, dopo la crocifissione di Gesù chi gli presterebbe ancora fede? Chi potrebbe ancora pensare che forse ha ragione? Gesù dice di lui, e lo ha anche dimo�strato: Il «diavolo... è stato omicida fin dal principio e non si è at�tenuto alla verità, perché non c'é verità in lui. Quando parla il falso, parla del suo, perché è bugiardo e padre della menzogna» Giovanni 8:44. Satana non ha più credibilità in cielo. In cielo Gesù non ha più avver�sari: «Ogni potestà mi è stata data in cielo, e sulla terra» Matteo 28:18, ed è a lui che spetta il compito di giudicare, come dichiara Pao�lo davanti ai filosofi di Atene (Atti 17:15).

             Qualcuno può pensare che forse sia la legge di Dio che, in un modo impersonale, senza voce, dice che siamo peccatori; in questo caso chi potrebbe dimostrare il contrario?

             Per l'apostolo Paolo l'uomo non ha bisogno di un avvocato (avvoca�to difensore), infatti scrive: «Chi accuserà gli eletti di Dio? Iddio (stesso) è colui che li giustifica (cioè li dichiara, rende giusti)» Ro�mani 8:33. Con il battesimo, che nella comunione con il Signore quoti�dianamente viene rinnovato, il nostro chirografo, cioè la nostra dichia�razione personale di trasgressori delle prescrizioni di Dio, è stato an�nullato, tolto di mezzo, inchiodato alla croce, cancellato, perché, resi viventi da Cristo Gesù; tutti i nostri falli dunque sono stati perdonati (Colossesi 2:14,13).

             Che cosa significa, allora, che Gesù in cielo è il nostro avvoca�to, difensore, come riportano altre traduzioni?

             Il termine che Giovanni utilizza, paracletos, è caratteristico della sua penna. Nel N.T. lo si trova solamente nei suoi scritti. Questa parola Giovanni la utilizza nel riportare il discorso di commiato che Gesù tenne nella camera alta prima del suo arresto e della sua passione nel Getsemani. Per quattro volte Gesù usa l'espressione paracletos - Giovanni 14:16, 26; 15:26; 16:7 -, intendendo lo Spirito Santo che avrebbe inviato il Padre e che sarebbe sempre stato con i suoi discepoli e la Chiesa.

             In Giovanni 14:16 Gesù dice: «Egli (il Padre) vi darà un "allon paracleton" (altro consolatore), attribuendo a se stesso la prima posizione di paracletos. Colui che sarebbe venuto, lo Spirito Santo, sarebbe stato uno che avrebbe svolto la funzione che Gesù stesso ha compiuto nei confronti dei suoi discepoli.

             La parola paracletos nel greco profano, fin dal IV secolo a.C., indica un qualcuno, una persona chiamata in aiuto,  un soccorritore. Sebbene il Behm riconosce che paracletos ha significato di avvocato, pa�trocinatore, intercessore, colui che parla per qualcuno davanti a qualcuno, precisa però che: «Non è possibile documentare che paracletos sia diventato, come il corrispondente termine latino advocatos, espressione giuridica tecnica per indicare l'assistente o il difensore di un accusa�to che svolgesse tale attività a livello professionale, e fosse così si�nonimo di sundicos (difensore, avvocato, assistente in giudizio)  o sunecoros (difensore, avvocato, procuratore)».[4] Siamo noi che abbiamo aggiunto quanto messo tra parentesi.

             Il greco ha quindi due termini specifici per indicare l'avvocato in senso giuridico.

             La parola paracletos è presente nel mondo e�braico con diversi significati. Nella versione greca dei LXX non viene menzionata; Aquila e Teodozione, in Giobbe 16:2, traducono menahamim con paracletoi = consolatori; nel lessico religioso ebraico i rabbini utilizzano questa parola con significato di intercessore; Filone utilizza questa espressione per indicare le persone che  svolgono una attività giuridica, che prendono la parola davanti alle autorità in favore di ac�cusati.

             I Padri greci considerarono paracletos come attributo di Cristo Gesù secondo 1 Giovanni 2:1, e gli diedero il significato di interces�sione. Clemente Alessandrino lo vide come avvocato. Origene ed Eusebio come intercessore. Però molti Padri greci compresero il paracletos dei vangeli come consolatore.

             Molti Padri latini videro nel paracletos l'avvocato in senso tecnico. La Vulgata  traduce questa parola con paracletus  nel vangelo di Giovanni e advocatus nella lettera. Nella traduzione siropalestinese del vangelo abbiamo mnhms = consolatore. La versione siriaca di 1 Giovanni 2:1 parafrasa il termine dicendo: «Colui che prega per noi».

             A proposito del significato di consolatore, J. Behm scrive: «Una sola cosa è certa: il significato di consolatore che molti traducono, tra cui Wyclif e Lutero, hanno dato per scontato che il vangelo di Gio�vanni non coglie il senso di paracletos in nessuno dei passi del N.T.; né Gesù, né lo Spirito vengono descritti come consolatori»[5]

             La parola paracletos deriva dal verbo para-calao che significa: chiamo a me, chiamo, mando a chiamare, chiamo in aiuto. Da cui paracletos indica colui che è chiamato, colui che viene ad aiutare, il soccorritore; e solamente come conseguenza di questo atto si può forse parlare di difensore, avvocato.

             Colui che Gesù avrebbe mandato e che sarebbe venuto, sarebbe stato per gli apostoli «un altro sostegno, sempre alla loro portata, sempre pronto a venire in loro aiuto al primo appello, nella lotta contro il mondo. Da questo significato fondamentale derivano le applicazioni seguenti: colui che sostiene nei momenti di debolezza; che consola nella difficoltà della vita, nella sofferenza; in una parola, è lui che, nelle condizioni più diverse, rimpiazza l'amato Maestro che presto li avrebbe lasciati».[6]

             Quindi per Gesù il paracletos sarebbe stato una persona che lo av�rebbe sostituito nella sua posizione di paracletos nei confronti dei suoi discepoli. «È dunque falso vedere qui, nel vangelo di Giovanni, una differenza di intuizione con la I epistola (1 Giovanni 2:1)».[7]

             Giovanni nella prima lettera, che scrive prima del vangelo, defi�nisce Gesù accanto al Padre come paracletos, il cui significato è quello che viene capito leggendo il vangelo, cioè: colui che viene chiamato in aiuto, soccorritore.

             La traduzione "avvocato" in 1 Giovanni 2:1 crediamo che sia più la conseguenza di una concezione teologica-giuridica che adatta la Bibbia a degli schemi mentali preconcetti, piuttosto  che una traduzione esplica�tiva del termine.[8] Fino a quando si vede Dio che pronuncia il verdetto di salvezza come conseguenza della difesa che Gesù opera, abbiamo sempre in cielo un Padre in posizione di opposizione nei confronti degli uomini. Ma se vedessimo il Padre come Colui che ama i peccatori e dona il suo Figlio affinché, comprendendo il suo amore si possano ravvedere, allora la posizione di Gesù in cielo viene vista nel suo vero significato di paracletos. È vero che il soccorritore svolge anche la funzione di difensore, avvocato, ma quest'ultima espressione, per noi ambigua, arricchisce il testo di una tensione giuridica sviante. Non vogliamo per questo sminuire la realtà del giudizio che si compie e si compirà, ma piuttosto sottolineare che il concetto di avvocato porta il credente a pen�sare ad una azione che Gesù compie nei confronti del Padre invece che nei riguardi degli uomini, al fine di sostenerli ed aiutarli a causa della situazione nella quale si sono venuti a trovare.[9]

             Giovanni, più che presentarci ciò che avviene nella corte celeste: giudice, pubblico ministero, avvocato difensore, realtà poco recepibile e portatrice di perplessità per tutte le sue implicazioni mal spiegate, ci presenta ciò che il cielo è disposto a fare nei nostri confronti: soccorrerci, aiutarci. Più noi comprendiamo questa realtà, più la nostra fiducia nel Dio d'amore cresce, e più abbiamo gioia nello scoprirci figli di Dio.

             L'apostolo Giovanni scrive: «Figlioletti miei, io vi scrivo queste cose affinché non pecchiate; e se alcuno ha peccato, noi abbiamo un paracletos presso il Padre, cioè Gesù Cristo, il giusto; ed egli è la propiziazione per i nostri peccati, e non solamente per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo» I lettera 2:1.

             Con ciò riteniamo che Giovanni volesse dire: «Vi scrivo affinché non pecchiate, ma se qualcuno si è lasciato vincere dal dubbio, dalla tentazione, dal male, ebbene non si scoraggi e non abbia paura se il Pa�dre  lo potrà perdonare, perché accanto al Padre (che ci ama e ci ama fin dall'eternità) abbiamo Gesù, il paracletos, che possiamo chiamare in nostro soccorso; lui è il giusto (termine che lo caratterizza come colui che è santo, senza macchia, il solo membro dell'umanità che è senza peccato) il quale, venendoci accanto, ci rende puri perché è la nostra pro�piziazione, cioè il nostro purificatore. In altre parole, fino a quando crediamo che Gesù è accanto al Padre, anche se abbiamo peccato, noi possiamo avere fiducia che, se lo chiamiamo in nostro aiuto, il Salvatore ci soccorrerà e ci guarirà dal nostro peccato».

             Il pensiero di Giovanni è espresso dall'apostolo Paolo con le pa�role: «Io posso ogni cosa in Colui che mi fortifica» Filippesi 4:13.

             Se noi siamo nella posizione dell'apostolo Pietro che, credendo alle parole del Maestro, ha cominciato a camminare sulle acque, ma poi, guardandosi attorno, ha visto che il vento soffiava, le onde erano alte, il pericolo era grande ed avendo cessato di guardare a Colui che è sali�to sulla croce e poi si è posto a sedere alla destra del Padre, ha co�minciato ad affondare, ed ha gridato: Signore salvami!, la mano soccorritrice, liberatrice di Gesù come ha afferrato quella dell'apostolo, af�ferrerà anche la nostra facendoci camminare sulle acque.

 

GESÙ INTERCESSORE

 

             Due passi del N.T. presentano nella lingua italiana il ministero di Cristo Gesù nel cielo con l'espressione intercessione: Romani 8:34; Ebrei 7:25.

             La parola intercessione presenta alla nostra mente l'azione che qualcuno compie nei confronti di un'autorità superiore al fine di otte�nere da questa qualcosa a favore di un altro.

             Il mondo pagano era ricco di dei e semidei che invocavano gli dèi superiori a favore dei loro protetti. Nel cristianesimo cattolico romano l'ufficio di intercessione è svolto nei confronti del Dio potente, ma non favorevole alle sue creature terrene, da Gesù, soprattutto dalla Vergine e da una miriadi di santi, martiri e campioni della fede. Per contro, nel mondo protestante ed evangelico l'opera di rabbonire un Dio che è più disponibile a giudicare, punire e condannare, è realizzata dalla sola persona di Cristo Gesù. Nella sostanza il mondo cristiano, come quello pagano, è unanime nel riconoscere la necessità che qualcuno compia un'opera nei confronti del Padre affinché Egli ri�versi la sua grazia sui peccatori. Questo modo di concepire il piano della salvezza e l'opera che Cristo Gesù compie nel cielo sul trono del�la grazia, presenta una incomprensibile tensione tra il Padre che «ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque creda in lui non perisca, ma abbia la vita eterna» Giovanni 3:16, e Cristo Gesù che in un modo o nell'altro supplica o deve intercedere il Padre affinché guardi con occhio benigno, tollerante, coloro che è venuto a salvare.

             Durante il suo ministero terreno, Gesù dichiara di perdonare i peccati al paralitico (Marco 2:5) senza supplicare il Padre e perdona la donna accusata di adulterio (Giovanni 8:11) senza ancora intercedere presso il cielo. Perdonare, opera specifica di Dio, come diranno i fari�sei e i dottori della legge che accusavano Gesù di bestemmia (Marco 2:7), corrisponde a salvare, opera attribuita a Dio solo. Si spiega male quindi come Gesù, salito al cielo, dopo aver vinto il nemico di Dio e nostro, dichiarando di avere ogni potestà in cielo e in terra ed in ogni luogo (Matteo 28:18) debba intercedere presso il Padre, cosa che non fa�ceva sulla terra,  per ottenere qualcosa a favore degli uomini come es�sendo mancante di potere, quando è anche Dio stesso che dichiara giusti i peccatori (Romani 8:33).

             Gesù nella camera alta, dopo aver detto che lo Spirito Santo sa�rebbe venuto a loro (Giovanni 14-16), dichiara: «In quel giorno chiede�rete nel mio nome; e non vi dico che io pregherò il Padre per voi; poiché il Padre stesso vi ama, perché mi avete amato ed avete creduto che sono proceduto da Dio» Giovanni 16:26,27. Coloro che hanno accettato l'evangelo entrano in un rapporto intimo e filiale con Dio perché amano il Salvatore. Questo rapporto di amore e di fiducia tra l'anima umana e Dio, realizzata dall'azione dello Spirito Santo, non ha bisogno di nes�suna intercessione da parte di Gesù, perché la sua opera di riconcilia�zione dell'uomo con Dio e di redenzione, liberazione dal peccato, è già stata compiuta come conseguenza della sua morte.     

             In Apocalisse 13:8 leggiamo: «Tutti gli abitanti della terra i cui nomi non sono scritti fin dalla fondazione del mondo nel libro della vi�ta dell'Agnello che è stato immolato» adoreranno la bestia la cui ferita mortale è stata sanata. Come fare a cambiare d'avviso il Padre mediante un'attuale intercessione di Gesù se il Padre nella preconoscenza ha vi�sto in anticipo coloro che avrebbero liberamente accettato la salvezza in Cristo Gesù e i loro nomi sono già stati scritti nel libro della vi�ta?

             Il termine greco che viene tradotto per intercessione è: entugXai�no il cui significato primo, secondo Erodoto e Sofocle, è: incontrare qualcuno o qualcosa, imbattersi in, raggiungere, presentarsi a, andare da; poi: conversare, avere un abboccamento con; ed infine: intercedere, supplicare, pregare.

             Nel N.T. troviamo due volte questo verbo entugXaino.  In Atti 25:24, Festo dice al re A�grippa e a coloro che erano presenti: «Voi vedete quest'uomo (Paolo), a proposito del quale tutta la moltitudine dei Giudei enetuXon = si è presentata, in Gerusalemme e qui, gridando che non deve vivere più oltre». Nella lettera ai Romani 11:2, Paolo scrive. «(Elia) entugXanei = si pre�sentò a, s'incontrò con Dio con una lagnanza contro Israele». In entram�bi i passi viene spiegato il motivo dell'incontro: a) chiedere che Paolo sia messo a morte, e b) la lagnanza di Elia nei confronti del popolo. Ma, nei due passi che parlano di Gesù quale entugXaino, si ha come moti�vazione uper auton = per loro, a favore loro; uper emon = per noi, a favore nostro. Che cosa Gesù compie per noi o a nostro favore, il testo non lo dice e quindi e crediamo si debba trovare nella persona stessa di Gesù Cristo il significato di questo incontro (entugXaino).

             A riguardo del ministero di Gesù nella lettera agli Ebrei 7:25 leggiamo: «Ond'è che (Gesù) può anche salvare appieno quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per entugXanein in�contrarsi, presentarsi per loro». Se Gesù deve intercedere[10], supplicare il Padre, far quindi dipendere la salvezza degli uomini dall'esito di questa sua richiesta, allora Gesù non può salvare appieno; lui stesso è condizionato, è dipendente da uno a lui superiore. Che cosa fa "per lo�ro" Gesù nel cielo? Gesù, a seguito del suo abbassamento che lo ha in�nalzato all'esaltazione suprema, alla destra di Dio, nella sua posizione di uomo Dio, è diventato garante di un patto più eccellente (v. 22) che ha portato il Padre a potere realizzare un rapporto migliore con gli uomini. Questa nuova alleanza è migliore perché dà all'uomo la certezza dell'amore di Dio al quale ci si può avvicinare come figli riconciliati. È migliore perché in Gesù l'umanità può avere la certezza, la dimostra�zione della misericordia di Dio e della volontà del Padre che desidera avere con sé i suoi figli. È migliore perché dimostra come le promesse di Dio si compiono e non sono parole. È migliore perché, per purificare il cuore dell'uomo Dio offre il proprio sangue, cioè la Sua vita, l'eternità. Gesù che si presenta al Padre, Gesù che s'incontra con Dio è la garanzia per gli uomini di questa alleanza migliore. La salvezza finale dei credenti è garantita non dalla supplica, dall'intercessione di Gesù nei confronti del Padre, ma dalla sua stessa persona, dal suo incontrarsi con Lui per noi. La sua persona, il suo incontro con il Padre è il segno della sua vittoria sul peccato, sulla morte, sulla nostra ribel�lione, ed è garanzia della nostra salvezza. Come il sommo sacerdote quando entrava nel tempio portava sul pettorale le 12 pietre preziose che avevano inciso i nomi delle tribù d'Israele (Esodo 25), e presentava così l'intero popolo davanti al trono della grazia, ora Gesù, il vero sommo sacerdote che ha attraversato i cieli ed è entrato nel vero taber�nacolo che non è stato costruito da mano d'uomo (Ebrei 9:24), ora, da�vanti al Padre, nella sua persona, nel suo essere figlio dell'uomo, pre�senta il popolo dei credenti, l'umanità salvata, la quale, seguendo il suo pastore (Giovanni 10:11,27,28) si può accostare all'eterno trono della grazia con piena fiducia (Ebrei 4:16), senza più paura di Dio. Poiché questo sentimento di paura è nato nel cuore dell'uomo a causa del peccato (Genesi 3:10).

             L'altro passo biblico che presenta l'intercessione di Gesù per i credenti è in Romani 8:34. Nel contesto di questo brano l'apostolo Paolo vuole rassicurare i credenti della certezza della loro salvezza e della gloria a loro riservata (Romani 8:29,30). Non hanno nulla da dubitare. «Che diremo dunque a queste cose?» v. 31pp; cioè all'insieme dei gioiel�li gloriosi della grazia di Dio che Paolo ha menzionato nei versetti 28-30, che dimostrano che Dio è interamente a favore degli uomini. Chi ose�rà essere contro  di noi malgrado la potente protezione del Padre, dal quale abbiamo grazia? «Se Dio è con noi chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma l'ha dato per tutti noi, come non ci donerà Egli anche tutte le cose con lui?» v. 31sp, 32. Paolo fa allusione all'offerta di Isacco da parte del padre Abrahamo (Genesi 22:12). Isacco era ciò che il patriarca aveva di più caro al mondo, suo figlio, colui che rappresentava la realizzazione della promessa dell'Eterno e nel quale confluivano le promesse future. In lui il suo cuore gioiva, si rallegrava. Offrendo Isacco, Abrahamo non avrebbe avuto più nulla da offrire a Dio. Da questa immagine, Paolo presenta l'offerta che il Padre eterno fa agli uomini. Dopo averci dato Gesù, che cosa Dio ha tenuto ancora per Sé? Ci ha dato tutto! Avendoci offerto o�gni cosa nel suo Figlio che è stato sacrificato, ciò che ancora riceveremo - se possiamo dire che il Padre ci possa dare ancora qualcosa d'altro - ce lo offrirà in un modo completamente gratuito, perché ciò che ci darà è già racchiuso in ciò che ci ha già offerto: Gesù. «Chi accuse�rà gli eletti di Dio? Iddio è quel che li giustifica» v. 33.  Se il Padre nella Sua giustizia e santità può dichiarare, e non arbitrariamente, giusti i credenti, chi allora li potrà accusare per chiedere la condan�na? Nessuno, afferma Paolo. «Chi sarà quel che li condanni; Cristo Gesù è quel che è morto; e, più di questo, è risuscitato; ed è alla destra di Dio; ed anche entugXanei per noi» v. 34. Non c'é nessun giudice che pos�sa condannare gli eletti, perché colui al quale il Padre ha rimesso il giudizio, Cristo Gesù (Atti 17:15), è a loro favore. È impossibile avere una risposta negativa, di condanna, dopo la quadruplice opera realizzata da Gesù: È morto; è resuscitato; è salito alla destra del Padre; ed entugXanei per noi. Una condanna finale sarebbe in contrasto con tutto questo. Gesù è morto, cioè ha espiato=purificato dai peccati tutti coloro che hanno creduto nel Padre tramite la sua dimostrazione di amore. Gesù è resuscitato, vincendo così la morte, per aggiungere un'ulteriore garanzia di salvezza, dando al peccatore di vincere sul peccato. Se la morte di Cristo è il segno del seppellimento dell'uomo peccatore, la sua risurrezione è la garanzia della nostra nuova e futura vita vissuta in Dio (Romani 6). Inoltre Gesù si è posto, salendo in cielo, alla destra del Padre. Innalzando il Figlio nella sua gloria, Dio suggella tutta la sua opera di redenzione; pone cioè, nelle sue mani il governo del mondo (del quale Gesù aveva detto: «Ogni potestà mi è stata data in cielo ed in terra ed in ogni luogo» Matteo 28:18) e la direzione degli avvenimen�ti della nostra vita. Ma non solo questo. L'unigenito Figlio, tornando «nel seno del Padre» Giovanni 1:18; 17:1-5, non vi torna come prima dell'incarnazione, ma vi torna come Dio fatto uomo. Nella sua persona umana tutta l'umanità sal�vata ha la garanzia della gloria divina che le sarà a suo tempo manife�stata e che le era stata promessa. Questa umanità salvata viene ristabilita nella sua originale vocazione (Genesi 1:27) di figlia di Dio (Efesi 4:8-10; Ebrei 2:10-13; Giovanni 17:22,23) e viene introdotta da Gesù nel cuore della Trinità. L'ascensione di Gesù è per la Chiesa la più glorio�sa delle promesse che le viene fatta a garanzia della sua gloria: Gesù figlio dell'uomo, primizia dell'umanità che ascende al Padre (1 Corin�zi 15:20), è la garanzia che tutta quanta la Chiesa salirà nel regno della gloria. Questa garanzia ci viene offerta dal fatto che Gesù (entugXanei =) incontra, si presenta al Padre, per noi, quale nostro rap�presentante. È ciò che dice Ebrei 9:24: «Poiché Cristo Gesù non è entrato in un santuario fatto con mano, figura dal vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora, al cospetto di Dio, per noi». La Chiesa che crede nell'opera di Cristo Gesù, si deve sentire, mediante la fede, già nel Regno di Dio, cittadina del cielo (Colossesi 2:20), pur dovendo ancora sostenere sulla terra una temporanea battaglia dalla quale non può che uscire vincitrice. Infatti Paolo, continuando le sue domande e risposte, scrive: «Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Sarà la tribolazione, o la distretta, o la persecuzione, o la fame, o la nudità, o il pericolo, o la spada? Come è scritto: "Per amor di te noi siamo tutto il giorno messi a morte", noi siamo più che vincitori, in virtù di colui che ci ha amati. Poiché io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né cose presenti, né cose future, né potestà, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» vv. 35-39. Crediamo che ogni commento sminuisca la forza, la potenza, la certezza che il testo ci vuol dare della nostra vittoria.

             Gesù (entugXanei) "intercede per noi" non nel senso che supplica il Padre o ha un qualsiasi atteggiamento tendente a far volgere benignamente il Suo volto verso di noi. Gesù non prega mai il Padre per questo motivo, perché il Padre stesso ci ama (Giovanni 16:26) e ci amava anche quando noi crocefiggevamo suo Figlio (Romani 5:8).[11] "EntugXanei per noi": cioè si presenta al Padre, s'incontra con Lui per noi, dandoci così la certezza che domani noi stessi di persona saremo lì con lui sul suo tro�no (Apocalisse 3:21).[12]

             Questo ministero celeste di Gesù Cristo, Paolo lo esprime con altre parole quando, scrivendo ai Colossesi, dice: «Se dunque voi siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di sopra dove Cristo è seduto alla destra di Dio. Abbiate l'animo alle cose di sopra, non a quel�le che sono sulla terra; poiché voi moriste, e la vita vostra è nascosta con Cristo in Dio. Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, al�lora anche voi sarete con lui manifestati in gloria» 3:1-4; confr. Efesi 2:6.

             Riteniamo utile riportare delle riflessioni del collega G. Vassallo nella sua tesi di teologia.

             La presenza di Gesù in cielo, alla destra di Dio, è già sinonimo di garanzia che il credente è accettato dal Padre. L'essere alla destra del Padre è anche una testimonianza del Signore  nei confronti degli angeli. Gesù aveva insegnato: «Chiunque mi avrà riconosciuto davanti agli uomini, anche il Figlio dell'uomo riconoscerà lui davanti agli angeli di Dio E davanti al Padre mio che è nei cieli» Luca 12:8; Matteo 10:32; vedere Apocalisse 3:5. 

             La lettera agli Ebrei afferma che gli angeli sono ministri che opera in favore degli uomini e l'Apocalisse dice che sono nostri compagni di servizio (22:8,9). Non essendo però onniscienti, mediante l'opera del Cristo nel santuario celeste, essi conoscono ciò che devono compiere in favore dei credenti, riconoscendo che Dio è giusto quando risponde alla loro fede e agiscono per portare ai credenti le grazie del Signore o comunicare all'uomo la parola dell'Eterno (Daniele /:16,23; 8:16;  9:21,22; Luca 1:19,26; 2:10,21; 22:43; Matteo 28:5; Atti 10:4; Apocalisse 1:1). È un angelo che, svolgendo il suo ministero nel santuario celeste, purifica le labbra impure di Isaia (6:5,7), dopo che lui ha riconosciuto il suo peccato. Sono loro che sostengono i figli di Dio nella loro distretta (Genesi 16:7; 1 Re 19:5; Daniele 6:22; Atti 12:7) e li rendono capaci nel compiere la loro missione (Isaia 6.8), ed esprimono i giudizi di Dio (2 Samuele 24:16). Sono gli angeli, nella visione del sacerdote Giosuè, che aveva gli abiti sporchi davanti all'Eterno, a cambiargli i vestiti, che nel linguaggio figurato significa rivestirlo della grazia giustificatrice  e santificatrice di Dio (Zaccaria 3:4,5) per fare di lui e dei credenti giustificati dei sacerdoti consacrati all'Eterno (Zaccaria 3:5; vedere Esodo 29:36-38 per il significato della tiara che ha la lamina d'oro). Gli angeli sono quindi degli strumenti di Dio affinché gli uomini diventino dei Suoi sacerdoti (Apocalisse 1:5). [13] 

 

 

GESÙ E IL GIUDIZIO PRELIMINARE

 

             Il giorno dello yom-kippur in Israele era giorno di giudizio.

             Tra le feste israelitiche quella della purificazione o dello yom-kippur era particolarmente importante. «La festa dei Kippurim è la pietra di volta del sistema levitico La Mishna diceva che in quel giorno... i sacerdoti e i fedeli ricevevano la piena assoluzione "di tutte le loro iniquità, di tutte le loro trasgressioni e di tutti i loro peccati".».[14]

             I peccati commessi dall'israelita durante l'anno venivano perdonati dopo la loro confessione e il sacrificio che veniva offerto era il segno con il quale si manifestava di accettare la grazia di Dio. Il peccato era sì perdonato a seguito del rito, ma l'israelita che accettava questo perdono doveva continuare a vivere nella grazia di Dio («Chi avrà perseverato sino alla fine sarà salvato» Matteo 24:13). Il peccato seb�bene perdonato, era lasciato come in sospeso fino al giorno dell'espia�zione. In quell'occasione sarebbe stato allontanato definitivamente, an�nullato e distrutto per sempre. Se nell'attesa del giudizio l'israelita si fosse definitivamente allontanato da Dio, cioè avesse abbandonato la sua grazia e rifiutato il suo perdono, il peccato o i peccati che precedentemente erano stati confessati e perdonati gli erano nuovamente at�tribuiti. Se invece si manteneva fedele, la trasgressione nel giorno dell'espiazione veniva definitivamente cancellata. Il profeta Ezechiele scriveva: «Se l'empio si ritrae da tutti i peccati commessi, se osserva tutte le mie leggi e pratica l'equità e la giustizia, egli cer�tamente vivrà, non morrà. Nessuna delle sue trasgressioni che ha commes�se sarà più ricordata contro di lui; per la giustizia che pratica, egli vivrà Se il giusto si ritrae dalla sua giustizia e commette l'iniquità e imita tutte le abominazioni che l'empio fa, vivrà egli? Nessuno dei suoi atti di giustizia sarà ricordato; per la prevaricazione di cui s'è reso colpevole e per il peccato che ha commesso, per tutto questo morrà» 18:21,22,24.

             Nel giorno dello yom-kippur avveniva la verifica. Era giorno di giudizio, di umiliazione. Il tabernacolo, simbolo della presenza di Dio, era stato profanato dai peccati di Israele e doveva essere purifi�cato assieme al popolo. Il sangue veniva u�tilizzato «per ungere i corni dell'altare (Levitico 4:25-30; Esodo 29:12; Ezechiele 43:20; Levitico 4:7,18; 16:18), e in questo consiste il rito di espiazione vero e proprio: la forza vitale del sangue con cui si unge l'altare lo riconsacra, cioè lo ricarica di forza; il peccato infatti,... sconsacra e profana altare e santuario e quindi ne distrugge la forza. I riti di espiazione sono in pratica una riconsacrazione, una regeneratio e un rinnovamento dell'altare».[15]  La stessa funzione del sangue è per la purificazione del santuario nel suo insie�me, quando il sangue veniva portato nel luogo santissimo.

             «In quel giorno si farà l'espiazione per il santuario a motivo delle impurità dei figlioli d'Israele... In quel giorno si farà l'espiazione per voi, alfine di purificarvi; voi sarete purificati da tutti i vostri peccati... È per voi un sabato di riposo solenne, e voi umilierete le anime vostre... Ogni persona che non si u�milierà in quel giorno, sarà sterminata di fra il suo popolo» Levitico 16:16,17,20,31; 23:29. «Queste parole danno l'idea dell'eccezionale im�portanza che i Giudei attribuivano a questo giorno, questo sabato dei sabati (shabbath shabbathon), che essi hanno spesso, e a ragione, chiamato "Giorno di Giudizio" (Yom Hadin). Era, infatti, un giorno di va�glio, di separazione. Ognuno doveva fare un serio esame di coscienza, umiliarsi, pentirsi e pregare con fervore. I nove giorni precedenti erano consacrati a questa preparazione. L'indifferenza determinava la "recisione", cioè una vera e propria proscrizione, una separazione dalla tri�bù e dalla nazione».[16]

             Il Talmud di Gerusalemme diceva che in occasione di questa festa «tutti gli esseri della terra passano davanti all'Eterno come il gregge passa davanti al pastore e il giudizio è pronunciato nel momento del grande perdono».

             La parte centrale della cerimonia riguardava i due capri. Tratti a sorte, uno veniva offerto all'Eterno per la purificazione e l'altro, destinato ad Azazel, condotto nel deserto, vi veniva abbandonato.

             Chi era Azazel? Questo nome lo si trova solamente in Levitico 16. Sebbene «le versioni antiche, pur non essendo uniformi, hanno tradotto Azazel senza considerarlo come nome proprio, oggi, studi sulle religioni hittita e assiro-babilonese e sui testi ugarittici invitano a vedere in Azazel il nome proprio di un demone che la credenza popolare degli antichi Ebrei riteneva abitasse nel deserto, dimora delle potenze malefiche, spazio nemico dell'abitato e in continua antitesi con esso, luogo steri�le e infecondo».[17]

             «Azazel, messo in opposizione con Yahvé, è un termine che designa logicamente l'autore di ogni male, la causa prima di ogni desolazione, la fonte alla quale devono ritornare, in ultima analisi, come conseguenza che risale alla propria causa, tutti gli effetti dei suoi abominevoli fatti».[18]

             Azazel, se nella Bibbia viene menzionato solamente nel nostro te�sto in esame, nella letteratura ebraica però viene indicato diverse volte. Nel libro di Enoc insegna agli uomini l'opposto della Parola di Dio. Non ci sarà per lui salvezza perché ha insegnato l'ingiustizia.

             La versione siriaca ed il Targum indicano A�zazel come Satana. Nell'Apocalisse di Abramo è presentato come l'angelo decaduto. Nella letteratura cristiana Ireneo lo definisce come Satana, Origene lo presenta come l'angelo decaduto.

             Il capro dell'Eterno era offerto «come sacrificio per i peccati» del popolo (Levitico 16:9), il suo sangue, portato nel luogo santissimo, per sette volte era asperso sul propiziatorio, avvolto dalla nuvola del profumo che bruciava nel turibolo d'oro. Uscendo, il sommo sacerdote provvedeva a mettere anche il sangue sull'altare degli olocausti dove erano state immolate le vittime sulle quali erano state  imposte le mani e si erano confessati i peccati commessi. Tutto questo era fatto «a mo�tivo delle impurità dei figlioli d'Israele» Levitico 16:16. L'altare così purificato veniva consacrato per l'anno che seguiva e la tenda purificata continuava a essere la dimora dell'Eterno.

             Il sommo sacerdote uscendo dal santuario, con sulla fronte la lamina d'oro: "Santo all'Eterno", portava le «iniqui�tà dei figlioli d'Israele» Esodo 28:38, per farne l'espiazione, la purificazione. Giunto davanti al capro per Azazel, poneva ambe�due le mani sul suo capo, confessava sopra di lui tutte le iniquità del popolo trasmettendogliele (Levitico 16:21). Fa giustamente notare Gustav-Friederic �hler: «Il sommo sacerdote Aaronne confessava i pecca�ti del popolo, mentre imponeva le mani al becco di Azazel; ma era questa una dichiarazione piuttosto che una confessione; con questo si voleva dire che i peccati passati erano ora perdonati e distrutti; gli si dice�va addio, se ne prendeva congedo, li si inviavano al cattivo spirito il cui dominio è senza comunione alcuna con le dimore del popolo santo».[19]

             «Poi per mano di un uomo incaricato di questo (il capro per Aza�zel), lo manderà nel deserto. E quel capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in terra solitaria, e sarà lasciato andare nel deserto» Levitico 16:22, dove i peccati confessati e precedentemente perdonati dovevano perire. «Il popolo comprendeva a meraviglia il ruolo simbolico del becco emissario. Secondo la Mishna, si costruiva per la circostanza (quando il culto era celebrato in Gerusalemme) un ponte sopra il Cedron, per sottrarre l'animale all'inopportunità della plebaglia che gli andava a tirare i peli e ad accelerare la sua marcia gridando: «Vai dunque, esci, porta i nostri peccati». L'emissario era condotto fino a Souq, a dodici miglia da Gerusalemme. Dieci tende erano poste, lungo il cammino, a regolare distanza l'una dall'altra e lì il messaggero poteva, malgrado la legge del digiuno, mangiare e bere per ristorare le forze e assicurare la sua missione fino al lontano posto designato. La strada portava a un precipizio nel quale egli spingeva l'animale, che si lacerava sulle punte delle rocce ancora prima di arrivare in fondo. Il Levitico non esigeva però che l'animale fosse messo a morte: era sufficiente che fosse scacciato lontano nel deserto: era la traduzione sensibile del pensiero del Salmo 103:12: «Quanto è lontano il levante dal ponente, tanto ha Egli allontanato da noi le nostre trasgressioni».[20]

             Ciò che Israele compiva con le azioni, Giovanni ce lo descrive nell'Apocalisse. Il becco abbandonato nel deserto raffigurava Satana re�legato solo in questo mondo reso inabitabile ed inabitato durante il millennio, periodo nel quale la Chiesa ha preso temporaneamente dimora in cielo. Sulla terra deserta, ridotta alla desolazione a causa del male in essa compiuto, l'avversario attende la morte e il tempo della sua distruzione (Apocalisse 20).

             In conclusione, nel giorno dell'espiazione il peccatore sceglieva il suo capro e si identificava col personaggio al quale veniva presentato. Scegliendo il capro per Yahvé, confermava di non aver mutato idea e che il suo pentimento e la sua conversione erano reali. Così egli, già perdonato in precedenza, otteneva ora la purificazione. Il peccatore, messo in queste nuove condizioni, era in un certo senso suggellato: il suo nome rimaneva nel libro della vita. Mentre per il peccatore  impeni�tente il capro per Azazel indicava il suo destino.

             G. Vassallo[21] ricorda che il giudizio preliminare offre al credente la dimensione cosmica delle conseguenze del peccato e di conseguenza del piano della salvezza realizzato sulla terra, mediante la croce e in cielo mediante il ministero sacerdotale di Cristo che svolge davanti a Dio e agli angeli. Questo ministero compiuto alla presenza e con la partecipazione  degli esseri celesti è attestato dalle figure angeliche che erano riportate sui teli del santuario, dai due cherubini d'oro fuso con il propiziatorio del luogo santissimo e da quanto il profeta Daniele dice in forma esplicita (7:9-11).

             Gesù è morto affinché la legge, la volontà di Dio, quale espressione della sua grazia, sia compiuta dall'uomo. «L'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» Giovanni 1:29, «ha condannato il peccato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo spirito»  Romani 8:3,4. «Il sangue di Gesù, ci purifica da ogni peccato Se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele e giusto da rimetterci i peccati e purificarci da ogni iniquità» 1 Giovanni 1:7,9. Un credente perdonato e santificato è ubbidiente, come il Cristo alla Parola e alla legge di Dio. Chi pensa di giustificare il proprio peccato nel nome della propria debolezza, il Signore risponde presentando il suo sacrificio e dicendo. «La mia grazia ti basta».

             La santificazione, cioè la giustizia per grazia espressa mediante la fede nel Signore, diviene lo stile di vita del credente (Ebrei 12:14) e, perché Dio è santo, il credente deve pur esserlo (Levitico 19:2; 1 Pietro1:16).

             La legge di Dio nell'arca del patto e il propiziatorio che la copriva, esprimevano l'unità della giustizia (la legge) e della grazia (il propiziatorio). Questo principio di unità era espresso anche dalle parole di Davide quando invoca l'Eterno: «Nella tua grazia fammi intendere la tua legge - fammi dono, grazia - della tua legge» Salmo 119:29 (Diodati, ed. Paoline).

             I cherubini che guardano l'arca sotto di loro esprimono l'interesse che hanno per la realtà della  grazia e della giustizia. Manifestano anche il bisogno di comprendere come il perdono possa rigenerare gli uomini ed esprimere la giustizia di Dio. Come l'umanità possa convivere con gli esseri celesti nell'eternità e vivere alla presenza di Dio per sempre. È quanto il profeta Isaia aveva annunciato dell'opera del servo dell'Eterno: «Il mio servo il giusto, renderà giusti molti» Isaia 53:11.

             Il giudizio che comporta la purificazione attesta la divisione dell'universo in due gruppi: Gesù e i suoi angeli da una parte, Satana e i suoi seguaci dall'altra. Il Signore deve purificare l'universo dal male nel quale vivrà anche l'umanità che ha subito questa trasformazione.

             Le ali con le quali i cherubini coprono il coperchio e l'arca, manifestano, nell'ottica ebraica, il senso della protezione, del rifugio (Ruth 2:12; Salmo 17:8; 36:7; 57:1; 61:4; Matteo 23:37) e della guarigione (Malachia 4:2), ma esprimo anche la loro funzione di guardiani della legge (Atti 7:53) e la loro protezione del trono di Dio.

             Sebbene alla croce l'Avversario, pur manifestando la propria natura, viene vinto dal Signore della gloria, non è però annientato affinché lo scorrere del tempo metta ancor più in risalto il contrasto tra il principe della luce e quello delle tenebre.[22]  In questo tempo e in particolare in quello del giudizio, nel tempo della fine, quando «la conoscenza aumenterà» Daniele 12:4,  un altro errore deve essere smascherato. La cristianità nel nome della grazia, della giustificazione per fede ha giustificato la non osservanza della legge o di qualche comandamento. Ma annullare la legge  «è perpetuare la trasgressione e porre il mondo sotto il dominio, l'autorità di Satana».[23]

             Dio perdonando il peccato deve purificare anche il peccatore dal peccato. Il Signore deve manifestare nel credente giustificato «la sua giustizia nel tempo presente» Romani 3:26. Il risultato della sua grazia (propiziatorio) si manifesta nella sua giustizia simboleggiata dalla legge nell'arca.

             Concludiamo con le parole di M.L. Andreasen: «Gli angeli sono passati attraverso una triste esperienze a causa del peccato. Hanno visto perdersi milioni di loro compagni. Hanno visto il Cristo morire sulla croce. Hanno conosciuto il dolore del Padre a causa del peccato. Non si dovrebbero allora interessare dell'accesso alla vita eterna di milioni di peccatori riscattati? Non dovrebbero avere l'assicurazione che accettare gli uomini in cielo non significa ammettere il peccato? Parliamo nel modo degli uomini. (Con il giudizio preliminare) crediamo che Dio risponda. Come gli angeli sono presenti quanto la sorte dei giusti si decide, così nello stesso modo i santi parteciperanno al giudizio dei non salvati. Ciò costituirà una garanzia per il loro futuro. Nessuna domanda sorgerà più nella mente di qualcuno. Dio ha vegliato».[24]

             Ribadiamo: «Dio non accoglierà milioni di essere umani nella felicità celeste, accordando loro il privilegio della vita eterna, senza spiegare e fare partecipare gli angeli ai Suoi piani»[25], come del resto «non fa nulla, senza rivelare il suo segreto ai suoi servi, i profeti» Amos 3:7.

Il giudizio preliminare precede il ritorno di Gesù

 

             Da un esame attento del testo sacro possiamo dire, come vedremo nei dettagli, che il giudizio di Dio passa attraverso tre fasi: quella in corso, detta preliminare, nella quale si decide la sorte di ogni per�sona; il giudizio degli empi da parte della Chiesa durante il millennio, ed infine, prima del ristabilimento di ogni cosa, l'esecuzione di questo giudizio che è il giudizio universale.

             Il profeta Daniele, in un testo esplicito, ci descrive il giudizio preliminare: «Io continuai a guardare fino al momento in cui furono col�locati dei troni, e un vegliardo si sedette. La sua veste era bianca come la neve, e i capelli del suo capo erano come lana pura; fiamme di fuoco erano il suo trono e le sue ruote erano fuoco ardente. Un fiume di fuoco sgorgava e scendeva dalla sua presenza; mille migliaia lo serviva�no, e diecimila miriadi gli stavano davanti. Il giudizio si tenne, e i libri furono aperti. Allora io guardai a motivo delle parole orgogliose che il corno proferiva; guardai, finché la bestia non fu uccisa, e il suo corpo distrutto, gettato nel fuoco per essere arso. Quanto alle al�tre bestie, il dominio fu loro tolto; ma fu loro concesso un prolunga�mento di vita per un tempo determinato. Io guardavo nelle visioni not�turne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio d'uomo; egli giunse fino al vegliardo, e fu fatto accostare a lui. E gli furono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue lo servissero; e il suo dominio è un dominio eterno che non passerà, e il suo regno, un regno che non sarà distrutto» Daniele 7:9-14.

             Leggendo questo brano non si può non concludere che questo giudizio si compie mentre sulla terra la storia è in corso. L'abate Augustin Crampon commenta: «Spesso altrove è il Messia che giudica, ma qui si tratta non del giudizio ultimo, ma di un giudizio invisibile, anteriore e preliminare a quello, e nel quale il Padre sottometterà a suo Figlio i suoi nemici».[26]

             A presiedere questo giudizio è il Padre, che Daniele presenta come l'antico dei giorni e, secondo il linguaggio del tempo, nella sua santità perfetta: barba bianca; nella sua maestà: capelli bianchi come neve; nella sua trascendenza: seduto sul trono fiammeggiante, come già Ezechiele 1:4-14 lo aveva presentato. Sui troni per questo giudizio si siedono gli esseri celesti. Questo giudizio preliminare, distinto dal giudizio ultimo, non è stato completamente dimenticato dalla cristianità. A causa della credenza che l'anima è immortale, questo giudizio preliminare, che la rivelazione colloca prima del ritorno di Gesù, ha subito una metamorfosi che lo ha reso irriconoscibile: è diventato il giudizio che avviene subito dopo la morte.

             Il testo di Daniele 7 colloca questo giudizio in un tempo particolare della storia. Il profeta ve�de sorgere quattro bestie feroci che rappresentano le quattro monarchie universali che entrano in relazione diretta con il Popolo di Dio: ebrai�co prima, cristiano poi (Babilonia, Medo-Persia, Grecia, Roma). Tale modo di comprendere questa pagina profetica risale ai rabbini che hanno preceduto l'incarnazione di Dio, ed è stato condiviso dai padri della Chie�sa, insegnato nel Medio Evo e nei secoli successivi. A Norimberga, prima città del XVI secolo che accettò la fede protestante, nel 1607, Léonard Kern, per ornare le due porte monumentali del Municipio, scolpi Nabuccodonosor seduto accanto al leone con le ali d'aquila, simbolo di Babilonia, come già l'avevano descritta Geremia 59:19,22 ed Ezechiele 17:3; Ciro vicino all'orso, simbolo dell'impero Medo-Persiano (che Daniele 5:28 aveva annunciato come il successore di Babilonia); Alessandro il Grande accanto al leopardo greco (come l'aveva indicato Daniele 8:4,21); Giulio Cesare a fianco della bestia romana con le dieci corna. La quarta bestia rappresenta l'Impero romano e nessun studioso del testo sacro è riuscito a provare il contrario.[27]

             «Le dieci corna, spiega l'abate Crampon, sono dieci re (parola che ha significato di regno). Esse indicano la moltitudine degli Stati ai quali darà nascita la dissoluzione dell'impero romano». In mezzo a questi stati che si sono venuti a formare dalle invasioni barbariche, Da�niele presenta il sorgere di un altro regno rappresentato da «un piccolo corno» v. 8, ma che «appariva (per la sua influenza) maggiore delle al�tre corna»  v. 29 e per natura era «diverso» dai precedenti  (v. 24). Esso compirà un'opera diabolica: «proferirà parole contro l'Altissimo, ridurrà allo stremo i santi dell'Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge, i santi saranno dati nelle sue mani per un tempo, dei tempi e la metà di un tempo» v. 25. Scrive l'abate Jules Fabre d'Envieu: «Que�sto piccolo corno rappresenta un re e, per conseguenza, una monarchia che s'innalza nel mezzo dei dieci Stati contemporanei e simultaneamente scaturiti dallo stesso grande impero E aggiunge: Noi siamo così indotti a vedere nel piccolo corno del capitolo 7, che s'innalza nel mez�zo della quarta bestia e ultima monarchia, il personaggio o il potere designato da s. Paolo come "l'uomo del peccato, il figlio della per�dizione, l'empio" 2 Tessalonicesi 2:1-10. E ancora: Il piccolo corno è chiamato qui, v. 11, bestia, perché questo corno manifesterà, riassumerà qui, la bestia stessa di cui esso possiede tutto il veleno: la cattive�ria del potere pagano e anti-Dio arriva al suo paradosso in questo corno; ed è in questo corno che la bestia è definitivamente uccisa».[28]

             Il profeta Daniele passa dal vedere il piccolo corno all'osservare i lavori dell'assise celeste (v. 9) e a guardare nuovamente il piccolo corno a causa delle parole orgogliose che proferisce (v. 11). «La ripetizione della parola «io guardai» (v. 11) e dell'espressione «fino a che» indica che questo stato di cose si prolunga per un certo tempo. Questa coesistenza del tribunale e della quarta bestia è un particolare che non bisogna trascurare. Si vede che i fatti qui annunciati non sono assolutamente successivi, ma che essi si sviluppano simultaneamente».[29]

             Questo giudizio preliminare si svolge:

- nei confronti del piccolo corno: Daniele 7:11,26, vedere Apocalisse 17:2; 19:2; 22:12;

- in favore della Chiesa. A seguito di questa assise i santi riceveranno il Regno: Daniele 7:22,27; 12:2;  vedere Apocalisse 11:18; 22:12, perché la «sposa si è preparata» Apocalisse 19:7,8.

             Questo giudizio non viene svolto alla presenza dei giudicati, perché essi vivono sulla terra o sono sepolti nelle tombe. Si prendono in esame le loro persone in base a quanto è scritto nei libri celesti.

             Questa azione di giudizio preliminare e di inchiesta da parte di Dio Padre, nei confronti della Chiesa, prima dell'unione di Cristo con la sua sposa (Apocalisse 19:7) è presentata anche in una parabola che il Signore ha raccontato: l'invito alle nozze (Matteo 22:1-14). Dopo che la sala del festino fu ripiena dei commensali che avevano risposto all'in�vito, il re entrò per vedere quelli che erano a tavola e notò tra di loro un uomo che non era vestito con l'abito delle nozze. E gli disse: «Amico, come sei entrato qua senza aver un abito da nozze?» Ma questi non rispose nulla. Allora il re disse ai servitori: «Legatelo mani e piedi e gettatelo nelle tenebre di fuori: ivi sarà il pianto e lo stridore dei denti». Gli invitati erano coloro che avevano accettato l'invito al banchetto, il re è il padre dello sposo. Il matrimonio rappresentata l'u�nione di Cristo con la Chiesa. L'abito che, secondo il costume orientale, veniva donato da colui che ospitava e veniva indossato da chi compa�riva alla presenza del re corrisponde a ciò che scriveva il profeta Isaia 61:10: «Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, l'anima mia fe�steggia nel mio Dio: poich'Egli mi ha rivestito delle vesti della sal�vezza, mi ha avvolto nel manto della giustizia, come uno sposo che si adorna di un diadema, come una sposa che si para dei suoi gioielli». Alla Chiesa di Laodicea, la Chiesa del tempo del giudizio dei popoli, il Si�gnore dice: «Io ti consiglio di comprare da me delle vesti bianche affinché tu ti vesta e non apparisca la vergogna della tua nudità» Apocalisse 3:17,18. A tutti è chiesto di fare l'esperienza del figlio prodigo che, tornato verso il padre, dopo che questi lo ha baciato e ribaciato, sente che viene detto a suo favore: «Presto, portate qua la veste più bella e rivestitelo» Luca 15:22. «L'abito delle nozze è dunque la giustizia interna, la santificazione che si ottiene col pentimento e la fede nel Signore»[30]

             Il Re prima delle nozze, prima che suo Figlio venga per dare la salvezza  a coloro che lo hanno amato (Ebrei 9:28), entra nella sala del convito per vedere se gli invitati sono tutti quanti veramente pen�titi del male commesso. Se hanno riposto interamente la loro fiducia in lui, separandosi dal male; in una parola: se hanno l'abito della salvez�za quale grazia del dono di Dio e gioiscono della pace con Lui. Colui che in apparenza ha accettato l'invito, ma non ha fatto l'esperienza della nuova nascita, avrà il suo nome cancellato dal libro della vita e sarà gettato di fuori dove subirà il giudizio.

             Parlando di quanto si svolge in cielo, il profeta scrive: «Il giudizio fu fatto in favore dei santi dell'Altissimo» Daniele 7:22.[31]

             In questo giudizio che precede l'avvento, non dobbiamo immaginare da una parte il pubblico ministero, (l'avversario sceso definitivamente sulla terra dopo la morte e risurrezione di Gesù non ha più accesso al cielo, e neppure la sua voce può trarre alcune attenzione e credibilità), e l'avvocato difensore, dall'altra parte, nelle vesti di Gesù, quadro di un tribunale odierno. Di fatto questo giudizio non serve a Dio che conosce ogni cosa «ancora prima che avvenga» Apocalisse 13:8. Tramite questo giudizio l'Eterno rende comprensibile alle menti celesti il suo operato e la natura delle scelte che le persone hanno fatto, al di là delle apparenze. Gesù quale rappresentante dei salvati e che occupa in un certo senso il posto per loro in cielo, spiega, dimostra come il suo Spirito è una realtà nella vita del credente e come essi sono diventati un tralcio nella vite.

Inizio del giudizio preliminare in cielo    

 

             Il capitolo 7 di Daniele  pone il giudizio prima che il Regno sia dato al popolo di Dio e dopo la supremazia millenaria del piccolo corno «un tempo, dei tempi e la metà di un tempo» v. 25 e Apocalisse 12:14; «quarantadue mesi» Apocalisse 13:5; «1260 giorni» Apocalisse 12:6, che corrispondono a 1260 anni per il principio biblico  secondo il quale, nel linguaggio simbolico profetico, un giorno corri�sponderebbe a un anno (Ezechiele 4:6).      «I tempi di cui parla Daniele sono degli anni, ma degli anni profetici, composti da 360 giorni profetici di cui ognuno rappresenta un anno Per conservare l'armonia delle figure in questa visione della notte, bisognava, poiché ognuno dei quattro imperi è rappresentato da una bestia, che la loro durata lo fosse anche con la vita di un animale E�ra utile alla Chiesa di Dio non conoscere troppo in anticipo la data precisa di questi tristi avvenimenti. Senza questa precauzione, la lun�ghezza dei tempi l'avrebbero esposta o ad addormentarsi, o a scoraggiarsi».[32]

             Questo lungo periodo scade alla fine del XVIII secolo dopo la Ri�voluzione Francese.

             Il profeta Daniele dopo aver vista l'empia opera di un potere secolare che si oppone a Cristo Gesù, ode la formulazio�ne di una domanda: «Fino a quando (dureranno) la visione mostrata, il continuo tolto di mezzo e l'iniquità che devasta, il santuario abbando�nato e l'esercito calpestato sotto i piedi?». A questa richiesta segue una sola risposta: «Fino a duemilatrecento sere e mattine».[33] Ancora oggi dopo più di duecento anni sono valide le parole di J.P. Chéseaux de Loys, scritte nel 1777: «Io oso dire che tutti gli sforzi che gli interpreti hanno fatto fino a questo momento per ap�plicare alle persecuzioni di Antioco l'oracolo delle 2300 sere e mattine non hanno portato a nulla».[34]

             Già Ezechiele 4:4-7, anch'egli profeta dell'esilio, nel presentare le sue profezie, non con un discorso, ma mediante azioni simboliche, formulava l'equivalenza di un giorno profetico uguale a un anno.

             Il teologo Jacques Doukhan, di origine ebraica, ricorda: «La tradizione giudaica è d'altronde unanime nel confermare questa interpretazione che è attestata molto presto, dal secondo secolo avanti Cristo, fino agli scritti di Qumran».[35]

             Questo modo di capire il testo biblico è stato condiviso dai rabbini anche nei secoli successivi. Scrive il maestro A. Vaucher: «Diverse pagine non sarebbero sufficienti per menzionare tutti gli autori protestanti che si sono occupati dei 2300 giorni, intesi come altrettanti anni E anche tra i cattolici ce n'è un buon numero».[36]

             Il 457 a.C. è l'anno in cui il re persiano Artaserse promulga il decreto per la ricostruzione civile di Gerusalemme e quindi dello stato di giuda, e inizia, con Esdra, quale secondo Mosè, il nuovo esodo. La promulgazione di questo decreto era stato profetizzato da Daniele (9:25).  Se aggiungiamo 2300 anni al 457 a.C. arriviamo nel 1844 d.C.[37]

Fine del giudizio preliminare, investitura di Gesù quale Re

 

             Quando il giudizio preliminare avrà termine, si compirà la visione di Daniele: «Io guardavo, nelle visioni notturne, ed ecco venire sulle nuvole del cielo uno simile a un figlio dell'uomo; egli giunse fino al vegliardo e fu fatto accostare a lui. E gli furono dati dominio, gloria e regno, perché tutti i popoli, tutte le nazioni e lingue lo servissero; il suo dominio è un dominio eterno che non passerà e il suo regno, un regno che non sarà distrutto» 7:13,14.

             Il giudizio pronunciato dal tribunale celeste avrà come effetto di dare il dominio, la gloria e il regno al Figlio dell'uomo e ai suoi santi i quali entreranno nel regno da loro atteso.

             Il Figlio dell'uomo si accosta al Padre, all'Altissimo «sulle nuvole» (lett. "con le nuvole"). Questo corteo di nubi, nell'A.T., è il privilegio esclusivo di Dio (Salmo 18:10-19; 97:2-4; 50:3; Isaia 14:14; 19:1; Nahum 1:3, ecc.). Questa prerogativa di Dio è il segno che il Figlio dell'uomo, il Gesù di Nazaret, ha la natura dell'Eterno. «All'epoca di Gesù i Giudei sapevano molto bene che, nel linguag�gio simbolico della Bibbia, il corteo delle nuvole era il privilegio e�sclusivo di Dio (Matteo 24:30; 26:64; Marco 13:26; Atti 7:58; Apocalisse 1:7), Caiafa non poteva credere che il Figlio dell'uomo fosse colui che era in balie della sua autorità. È a causa di questo suo consi�derarsi Dio che Gesù viene condannato. I rabbini del resto mantengono la tradizione che attribuisce al Messia questo passo di Daniele; essi hanno indicato il Messia con «Quello delle nuvole», «della nuvola». Jacchiades dice: «Il Figlio dell'uomo che viene sulle nuvole è il Messia, nostra giustizia (Geremia 23:6), che verrà in presenza di Dio».[38]

             A seguito di questa investitura celeste, Giovanni nell'Apocalisse 11:17,18, in un brano chiaramente escatologico, scrive: «E si fecero grandi voci nel cielo, che dicevano. "Il regno del mondo è venuto ad es�sere del Signore nostro e del Suo Cristo; ed egli regnerà nei secoli dei secoli. Noi ti ringraziamo, o Signore Iddio onnipotente che sei e che e�ri, perché hai preso in mano il Tuo gran potere, ed hai assunto il Re�gno"».

             Daniele  al capitolo del suo libro presenta la realizzazione del Regno messianico «che non sarà mai distrutto e non passerà sotto la dominazione di un altro popolo; (e) sussisterà in perpetuo» v. 44. Al capitolo 7 descrive l'investitura di questo Re (vv. 13,14); nel capitolo 8 presenta la purificazione dei sudditi del suo regno, mediante la purificazione del santuario (v. 14). Nel capitolo 12 mostra   il Re, Mi�cael, che viene a raccogliere i suoi eletti che, giacenti nelle tombe o viventi, parteciperanno alla sua gloria (v. 2). La sua venuta sarà pre�ceduta da un tempo di distretta che non ha avuto confronti in tutta la storia (12:1; Marco 13:19). L'umanità che ha rifiutato l'appello della grazia annunciata dai messaggi di Apocalisse 14:6-12 ed Apocalisse 18:1-4, subirà le ultime piaghe, descritte in Apocalisse 16, come avvenne al paese d'Egitto prima della liberazione dell'antico Israele. Queste pia�ghe colpiranno gli uomini e sconvolgeranno la terra (Apocalisse 6:12-17; 16:3,4,18-21) e quel tempo sarà terribile (Gioele 2:31; Sofonia 1:15) per coloro che non hanno amato il Signore della gloria (Apocalisse 6:13-17; Matteo 24:30,31). In quel giorno, dice l'apostolo Paolo, il Signore stesso, con potente grido, con voce d'arcangelo e con la tromba di Dio, scenderà dal cielo, e i morti in Cristo risusciteranno per primi; poi i credenti, che saranno rimasti vivi verranno insieme con loro (i morti credenti risuscitati) rapiti sulle nuvole ad incontrare il Signore nell'aria; e così saranno sempre col Signore (1 Tessalonicesi 4:16,17). Gesù stesso aveva promesso, nell'ultima sera che fu con i suoi discepo�li: «Nella casa del Padre mio ci sono molte dimore, io vado a prepararvi un luogo, e quando vi avrò preparato il luogo, tornerò e v'accoglierò presso di me, affinché dove sono io siate anche voi» Giovanni 14:2,3.

 

IL MINISTERO REGALE DI GESÙ DURANTE IL MILLENNIO

 

             Gesù ritornando ha raccolto tutti coloro che dovranno ereditare la nuova terra. Essi sono i viventi che lo hanno atteso e i morti che sono risuscitati alla prima risurrezione (1 Tessalonicesi 4:16; Apocalisse 20:5). La sua apparizione gloriosa, è stata per coloro che lo hanno rifiutato come un fuoco divorante. Non potendo rimanere in piedi davanti a colui che è stato disposto a rinunciare alla sua eternità pur di salvarli, hanno gridato «ai monti ed alle rocce: "Cadeteci addosso"» Apocalisse 6:16. Il fuoco dell'amore eterno di Dio è elemento purificatore per gli uni, distruttore per gli altri. Chi ha fatto corpo unico con il male, subirà la sua stessa sorte. Apocalisse 19 conclude presentando un quadro raccapricciante: «Tutti gli uccelli si satolleranno delle loro carni» v. 21 (vedere Matteo 24:28). Si può pensare che questa carne è di quell'umanità che si apprestava a combattere contro l'Eterno nell'ultima "battaglia del gran giorno dell'Iddio Onnipotente"» Apocalisse 16:14.

             La sposa che si è preparata per incontrare il suo Sposo, è stata portata in cielo. Sulla terra regna la morte. Nel testo giovanneo di Apocalisse 20 non c'è nulla che faccia pensare a una terra restaurata du�rante il millennio. Anzi essa è descritta come in uno stato di inabitabilità; Satana è gettato nell'"abisso" v. 3. Questa espressione ricorda quella di Genesi 1:2 dove si parla dell'"abisso" primordiale della terra prima della settimana creativa.

             L'abate P. Beda Rigaux giustamente fa notare: «Il regno di mille anni non è un regno terreno ma un regno celeste».[39]

             Le tombe dei non salvati sono rimaste chiuse; si apriranno dopo il millennio, in occasione della seconda risurrezione (Apocalisse 20:5). Solamente gli esecutori materiali della morte del Signore risusciteranno per vederlo ritornare nella sua gloria (Apocalisse 1:7), come Gesù aveva loro promesso (Matteo 26:64). Tutti quelli che erano vivi al momento della parusia, ma che non hanno amato la sua venuta, quando Gesù è ri�tornato sono morti alla sua presenza.

             Satana, l'artefice di questo regno di morte, contemplerà, durante il millennio, l'opera delle sue seduzioni: un mondo inabitato e reso inabitabile dalle ultime calamità. Il principe di questo mondo non potrà lasciare questa terra, non potrà accedere ad altri mondi, non potrà sedurre nessuno (Apocalisse 20:2,3).

             Durante questo periodo di tempo, Gesù, quale Re, si sederà a giu�dicare le nazioni (Atti 17:15) e i suoi sudditi che regneranno con lui (Apocalisse 20:6) si siederanno su dei troni per «giudicare» v. 4. Gesù, infatti, aveva detto ai suoi discepoli: «E io dispongo che vi sia dato un regno, come il Padre mio ha disposto che sia dato a me, affinché man�giate e beviate alla mia tavola nel mio regno, e sediate sui troni, giu�dicando le dodici tribù d'Israele» Luca 22:29,30. Questo giudizio sulle tribù d'Israele, Paolo lo estende a tutta l'umanità e agli esseri cele�sti. Scrive infatti in 1 Corinzi 6:2,3pp: «Non sapete voi che i santi giudicheranno il mondo?... Non sapete voi che giudicheremo gli angeli?» Questa regalità degli eletti e di Cristo Gesù è una regalità di giudi�zio. «Presso gli antichi regnare è giudicare, e giudicare è regnare».[40]              L'ufficio di giudicare era in Israele intimamente legato alla funzione del re (1 Re 3:16 e seg.; 2 Samuele 14:4; 15:2).

             Durante il millennio ai salvati è data la possibilità di constatare il giusto giudizio di Dio compiuto durante la fase preliminare e per non avere alcun dubbio e riserva nei Suoi confronti. Si comprenderà al�lora perché gli uni sono salvati e quale invece sia stato per gli altri il grado di responsabilità personale nel rifiutare l'eternità. In questa fase del giudizio, come dice Paolo, i credenti giudicheranno gli angeli decaduti, cioè coloro che hanno accettato la voce dell'avversario. Anco�ra una volta siamo confrontati con un insegnamento che, se anche supera la nostra capacità di comprensione e di esposizione, ci aiuta a capire che il piano della salvezza che Dio ha messo in atto per l'umanità, ha la sua ripercussione nell'universo intero. Quando questa fase del mini�stero regale di Cristo Gesù sarà ultimata, allora la nuova Gerusalemme, con tutti i figli di Dio, scenderà dal cielo per assistere al giudizio universale e per ereditare una terra restaurata.

 

FINE DEL MINISTERO REGALE DI GESÙ: «DIO TUTTO IN TUTTI»

 

             Dopo il regno millennario di Gesù, la discesa della nuova Gerusa�lemme sulla terra coinciderà con la risurrezione degli empi (Apocalisse 20:5). Allora si terrà il giudizio universale (Apocalisse 20:11-15). «Poiché tutti compariremo davanti al tribunale di Dio» Romani 14:10. Tutti saranno giudicati «secondo le loro opere» Apocalisse 20:12,13. «Il principio del giudizio "secondo le opere" sussiste anche con la salvezza per grazia; poiché le opere, che comprendono la vita intera, i sentimen�ti del cuore come le azioni esteriori, dimostrano la rigenerazione e la santificazione mediante la quale l'anima deve passare per avere la vita eterna».[41]

             Del resto, parlando della sposa che si era preparata a incontrare lo Sposo, il suo Signore, Giovanni aveva scritto: «Le è stato dato di vestirsi di lino fino, risplendente e puro; poiché il lino fino sono le opere giuste dei santi» Apocalisse 19:8. Il giudizio non si baserà su una «predestinazione cieca. Tutti i morti sono giudicati secondo le loro opere, ed essi sono responsabili di tutto ciò che hanno fatto o omesso di fare. Nessuna possibilità di discolparsi incriminando le circostanze, la sfortuna, la cattiveria degli altri, la corruzione della società. Gli atti esprimono esattamente i frutti di ogni vita. "E ognuno fu giudicato"» 20:13, viene precisato. Anche quando si tratta di opere fatte con altri, la responsabilità personale di ciascuno è in causa. Il giudizio si svolge davanti a Dio e davanti all'umanità, poiché ognuno è responsabile davanti a Dio e davanti a tutti».[42]

             I risultati di questo giudizio sono:

- vita eterna;

- morte, distruzione eterna (Apocalisse 20:15; 21:8; 2 Tessalonicesi 1:9). Del male e dei peccatori non sarà lasciato «né radice né ramo»  Ma�lachia 4:1; essi non esisteranno più. Lo stesso Satana sarà distrutto e annientato per sempre (Ezechiele 20:18).

             Il giudizio sarà riconosciuto da tutti come santo, giusto e buono. La saggezza, la giustizia e la bontà di Dio non saranno più rimessi in discussione da nessuno. Il carattere di Dio sarà puro da ogni sospetto in tutto l'universo.

             Dopo la sentenza, prima dell'ultimo tentativo dei non salvati di distruggere la presenza di Dio su questa terra (Apocalisse 20:7-9) si compiranno le parole: «Come io vivo, dice il Signore, ogni ginocchio di piegherà davanti a me, ed ogni lingua darà gloria a Dio» Romani 14:11,  «Nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra e sotto la terra, ed ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre» Filippesi 2:10,11.

             Dopo che l'ultimo nemico, la morte, sarà distrutto (1 Corinzi 15:26), Gesù, al quale il Padre aveva tutto sottoposto, si sottoporrà lui stesso al Padre «affinché Dio sia tutto in tutti» 1 Corinzi 15:28. Il Salvatore rientra nella posizione che aveva in precedenza, prima che si manifestasse il male, quando Dio comunicava direttamente con tutti. Egli cessa di essere il mediatore della sovranità di Dio nei confronti delle creature. A causa del male Dio si manifestava mediante Cristo Gesù, ora, a seguito dell'opera redentiva sulla terra e sacerdotale nel cielo, l'umanità salvata è stata ricondotta alla casa del Padre. Dio può finalmen�te vivere, abitare in loro, rivelarsi e agire per loro. Dio sarà glori�ficato completamente negli eletti come lo è stato completamente nel suo Figlio. Gli eletti sono pervenuti alla «statura perfetta di Cristo» Efesi 4:13. «Dio sarà tutto in tutti, non solamente nel senso di essere tutto per loro, ma nel senso che il Dio vivente pensa, vuole ed agisce mediante loro. Essi sono, come lo era Gesù su questa terra, i suoi agen�ti contemporaneamente liberi e sottomessi, i depositari della Sua santi�tà, i portatori del Suo amore, gli interpreti della Sua saggezza nello spazio senza limiti degli innumerevoli mondi dell'universo. È riempiendo di Sé questa umanità di salvati e glorificati che Dio tramite loro riempie ogni cosa. Ogni membro di questa società glorificata non ha più nulla in sé che non sia penetrato da Dio, così come il cristallo è tutto penetrato di luce. Il fine della storia e lo scopo dell'esistenza umana è la formazione di una società di esseri intelligenti e liberi, condotti da Cristo a una perfetta comunione con Dio, e resi da questi capaci di esercitare, come fece Cristo stesso, un'attività inalterabilmente santa e benefica».[43]

             Giovanni in Apocalisse 22:1,2 ci apre la finestra sull'eternità e ci presenta la nuova terra con i tratti dell'Eden perduto, e aggiunge: «Non ci sarà più alcuna cosa maledetta; e in essa sarà il trono di Dio e dell'Agnello; i suoi servitori Gli serviranno ed essi vedranno la Sua faccia e avranno in fronte il Suo nome» vv. 3,4.

             ll nostro pianeta, che è stato il teatro della lotta millenaria tra il bene e il male, il luogo dove l'Eterno ha dimostrato il suo essere "amore" 1 Giovanni 4:8, diventerà, esprimendoci con un linguaggio uma�no ricco di antropomorfismo, la sede del governo di Dio, il luogo della sua dimora, il centro dell'universo. Là dove l'Eterno ha sparso la Sua vita, le Sue creature «di sabato in sabato» Isaia 66:23 verranno davanti a Lui per vivere della Sua eternità. Il piano della salvezza, che duran�te i secoli è stato per gli angeli stessi oggetto di studio (1 Pietro 1:12), nell'eternità sarà contemplato nel Figlio dell'uomo che porterà i segni dell'Agnello di Dio che è stato immolato. Mediante il suo trion�fo sul male, Cristo Gesù in quel giorno farà delle due creazioni, cele�ste e terrestre, un solo popolo (Colossesi 1:20; Efesi 1:10). «Gli uni (gli angeli) per i quali nulla ha mai alterato lo splendore, pubblicano, con voce sonora, la fedeltà dell'Altissimo che corona magnificamente l'umile e perseverante sottomissione alla sua volontà; gli altri (l'uma�nità, con un tono di voce più grave e con  accenti più contenuti, come conviene a esseri il cui canto è nato tra le lacrime) glorificano la sua grazia che cancella l'infedeltà e perdona la rivolta; quelli mostrano a noi, uomini, nel loro esempio, la scala luminosa sulla quale si sono po�tuti elevare fino a Dio senza mai uscire dal bene, raggiungere la perfe�zione, non senza la prova, ma senza la caduta, realizzare il progresso nel seno dell'innocenza, glorificando così la santità e la veracità di questo Dio che non permette che il peccato possa mai essere considerato come necessario o anche come utile in sé; e dall'altro lato, noi uomini risponderemo a loro mostrando, con umiltà profonda, i sui abissi del peccato dove noi  eravamo precipitati, ma da dove la mano di Dio ci ha ritirati mediante prodigi senza uguali; glorificando così ai loro occhi questa grazia "che sovrabbonda là dove il peccato abbonda" Romani 5:20 e che, cambiando il male in bene, compie il miracolo dei miracoli. Del resto dei due popoli che ne formano uno, si eleverà allora, su toni diversi, questo inno comune, ultima parola della storia degli esseri liberi, di cui il canto degli angeli e le lodi dei pastori nella notte di Natale fu il preludio: Gloria a Dio e all'Agnello che è seduto sul trono, Alleluia!».[44]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



[1]           MOZZATO Davide, La Priere d'Intercession Dans La Bible, Schéma de fonctionnement appliqué à 1 Tim. 2:1-7, Collonges sous Salève 1999, tesi di fine studi al Seminario Avventista du Salève, osserva nella nota n. 359:  «Giobbe 9:33 (LXX); Galati 3 :19,20 ;  Ebrei 8 :6; 9:15; 12:24. "Ignorato dal greco classico e derivato da mesoV, il sostantivo mesithV è comunemente usato nell'epoca ellenistica, soprattutto nelle scritture letterarie;  è meno frequente nei papiri e raro nelle iscrizioni. Si dice di qualcuno che si tiene e cammina nel mezzo, tra due persone o due gruppi, il contesto indica il motivo del suo posto o del suo intervento. () Così questo termine vago d'intermediario può designare dei personaggi molto differenti, ma più sovente e più spesso ha un significato giuridico.

1.        Il suo unico impiego nella LXXX è quello di arbitro nei litigi (Giobbe 9 :33), che è l'accezione più frequente nei papiri: il krithV mesithV. In un registro giuridico del III secolo, si relazione che i partiti avversari "accusandosi reciprocamente compariranno fra dieci giorni. Gli abbiamo dato per arbitro Dorion". ()

2.        Se l'intermediario interviene nella transazione commerciale a titolo di negoziatore o mediatore in affari è più sovente menzionato come pacificatore; s'impegna a riconciliare degli avversari. La Souda definisce mesithV: o  eirhnopoioV. È mediatore-conciliatore presso (Somn. I, 142). Anche il suo ruolo più frequente è quello di far firmare un trattato di pace tra due nazioni nemiche. Il console Q. Marcius Filippo domanda  ai Rodiani che interpongano tra i re Antioci e Tolemaici che si battono, touV RwdiouV mesitaV apodeixai.

3.        Il mesithV gioca anche il ruolo di testimone nel senso giuridico e diventa sinonimo di  martuV. In occasione di un matrimonio tra un soldato e una vedova, l'inventario dei beni parafernali si fa davanti a andrwn icanwn mesitwn, che sono apti a riconoscere l'esistenza di un debito,essendo presenti in occasione di una restituzione di una somma di denaro.

4.        Enfine, il mesithV è  un garante e diviene sinonimo di egguoV. È colui che conserva i giuramenti, i depositi, i contratti: Medea ripudiata da Giasone, si rifugia a Tebe presso Ercole, il quale essendo il garante del patto concluso (touton gar mesithn gegonta twn omologinw) precedentemente. L'amica di Oreste di Pliade è messa sotto la protezione e la garanzia della divinità ; riceve da questo capo un carattere immutabile: Qeon de twn proV allhlouV paqwn mesithV labonteV wV ef enoV skafou tou biou sunepleusa. È Filone il primo a dare a mesithV una accezione religiosa, attribuendo la qualità di mediatore-conciliatore agli angeli, e a Mosé (oia mesithV kai diallakthV) facendo delle preghiere e delle supplicazioni domandando il perdono degli sbagli" confr. C. Spicq, Notes de Lexicographie Néo-Testamentaire, Tome II, Gottingen,  Vandenhoeck - Ruprecht, 1978, pp. 549-552. Confr. Anche: OEPKE, "mesitheV", TDNT, Vol. IV, pp. 598-624; R. EARLE, Words Reavings in The New Testament, Vol. 1, Grand Rapids, Baker Book, 1986, pp. 386-387. Il termine ebraico con la quale la LXX  traduce mesitheV, est: "xky verbo: hifil participio maschile singolare 1) provare, decidere, giudicare, rimproverare, riprovare, correggere 1a) (Hifil) 1a1) decidere, giudicare 1a2) aggiudicare, designare 1a3) mostrare la verità, provare 1a4) convincere, condannare 1a5) riprovare, rimproverare 1a6) correggere, castigare 1b), (Hof'al) essere  castigato 1c) (Nifal) ragionare, farsi una ragione assieme 1d) (Hitp) argomentare, discutere. Louis SEGOND traduce: giustificare, fare giustizia, destinare, pronunciare, condannare, avere cura, riprendere, castigare, biasimare, rimostranza, arbitro; 59". Strong's Abridged BDB, Bible Works.

[2]           Giobbe soffrendo ingiustamente e pur difendendo la sua integrità chiede che ci sia tra lui e Dio un arbitro, un mediatore. Non sapeva ciò che verrà scritto nel prologo che tra lui e Dio c'era un terzo  personaggio: l'Avversario, Satana. Giobbe non conosceva tutta la storia, la capirà dopo e quindi poteva aveva anche una nozione non corretta di Dio. Il Patriarca in rivolta contro l'Eterno,  pur rispettandolo e amandolo, non lo comprende, lo considera ingiusto, indifferente alla sua sofferenza, desidera che tra lui e Dio ci sia un Mediatore. E di lui In un'altra momento dirà: Io so che il mio vendicatore vive! (19:25).

Anche Dio aveva bisogno, di qualcuno che lo potesse rappresentare, che potesse dimostrare la sua vera natura, che togliesse ogni malinteso nei suoi confronti e il giorno venne che il Mediatore disse: «Chi ha veduto me, ha veduto il padre» Giovanni 14:9.  

[3]           OEPKE A., mesistes, in  Grande Lessico del N.T., vol. VII, ed. Paideia, Brescia 1974, col. 129.

[4]           BEHM J.,  paracletos, in Grande Lessico del N.T., vol. IX, ed. Paideia, Brescia 1974, col. 687,678, 679.

[5]           Idem, col. 687, 688.

[6]           GODET Frédéric, Commentaire sur l'Évangile de saint Jean,  vol. III, Ne�châtel 1885, pp. 396,397.

[7]           Idem.

[8]           Una riprova di questa affermazione l'abbiamo nell'opera di KNIGHT George R., My gripe with God - A Study in Divine Justice and the Problem of the Cross, Review and Herald P.A., Washington D.C., 1990, p.

             Il collega D. Mozzato, o.c., nota n. 234, osserva a tale proposito: «è interessante notare come la maggioranza delle Bibbie che abbiamo consultato traducato "avvocato" la parola paracletois di 1 Giocanni 2:1: Vedere James Version (1611-1769); American Standard Version (1911); New American Standard Bible (1977); New American Standard Bible (1995); Revised Standard Version (1952); New Revised Standard Version (1989); New King James Version (1982); The Webster Bible (1833); Revised Webster Update (1995); Young Literal Translation (1862-1898); Vulgate ; Louis Segond (1910); Darby (1885) ; Nouvelle Edition Genève (1979); R-V Actualizada (1989); Reina-Valera (1909); La Biblia de Las Americas (1986); La Nuova Diodati (1991); La Sacra Bibbia Nuova Riveduta (1994) . Il y en a quand même certaines qui traduisent différemment: The Darby Bible (1884-1890) "atrono"; la Bible in Basic English (1949-64) "a friend and helper"; Einheitsubersetzung (1980) "beistand"; NVB San Paolo Edizione (1995) «intercessore». Ci sembra che la traduzione avocato non sia la più appropriata  perché il contesto non è giuridico ma riguarda la purificazione cultuale (confr.  1 Giovanni 1:5-10 ; 2:2). E per questo che preferiamo la traduzione intercessore». Per D. Mozzato il significato di intercessore non è quello tradizionale.

[9]           Crediamo che anche i padri della Chiesa d'Oriente e d'Occidente davanti alle parole di Giovanni, più che il significato di quello che l'apostolo volesse dare, lo hanno interpretato alla luce dei propri schemi. Nella Chiesa dei primi secoli c'era una contrapposizione tra il Dio dell'A.T. e il Dio del N.T. Il pensiero di mediare Dio ha caratterizzato la storia della religioni e purtroppo anche del cristianesimo. Il culto ai morti, nella persona dei santi e delle vergini né è una riprova che ha origine lontane. 

[10]          «Gesù ha inaugurato e rivelato, una volta per tutte, e ora non cessa di attirarci: è precedendoci che intercede per noi. L'intercessione di Gesù non è dunque una sostituzione continua. Non bisogna che Gesù presenti regolarmente i suoi meriti passati davanti a un Dio incline all'amnesia o alle collere periodiche. È come precursore e guida che agendo su noi, e perseguendo per noi la sua opera di rivelazione, che Gesù "intercede" per noi. Vedendolo con gli occhi della fede, "apparire ora per noi davanti alla faccia di Dio" che gli uomini possono uscire dal loro immobilismo e prendere la stessa strada, diventare "coloro che si avvicinano a Dio" e non cessare più di farlo e di viverlo, al seguito di Cristo.

             Infine, la salvezza non la si realizza per imputazione dei meriti del Cristo. Il credente non è mai invitato a mettere i suoi peccati sotto la coperta di un pagamento compiuto dal Cristo. Nessuna astuzia giuridica: è in una prospettiva e una assicurazione nuova che il credente esperimenta lui stesso la realtà della salvezza. Il "sangue" di Gesù ottiene per il credente una "liberazione" reale, percepita e zampillante in una pratica nuova: "la sua coscienza è purificata dalle opere morte" - è l'esistenza umana, tale che si realizza nella paura della morte - "per servire il Dio vivente" (9:14) come Gesù l'ha servito mediante l'obbedienza di tutta la sua vita. È per l'attrazione del precursore che l'uomo esce dal suo immobilismo, per "avanzare con piena assicurazione verso il trono della grazia" 4:6)». VARONNE François, Ce Dieu censé aimer la souffrance, ed. Cerf, Paris1986, pp. 133,134.

[11]          D. Mozzato, a conclusione della prima sezione della sua tesi, parlando delle figure dell'A.T. (Abrahamo, Mosé e i profeti che hanno dialogato con Dio in favore del popolo e di altri, scrive: «L'intercessore non prende mai la gloria derivante dalla sua azione, ma Dio è sempre glorificato come risultato della sua intercessione. Lo scopo dell'intercessione è quello di portare gli uomini a servire Dio. Tutte le preghiere d'intercessione che noi abbiamo analizzato sono diverse nella loro forma ed espressione, ma l'oggetto finale è sempre quello di collegare il popolo al vero Dio.  L'intercessione non cancella la colpa del popolo, essa chiede una risposta di ubbidienza, alla conversione».

[12]          D. Mozzato conclude la sua tesi commentando il testo di Paolo della 1 Timoteo  2:1-8.

La preghiera pagana, l'intercessione, era uno sforzo che tendeva a cambiare l'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo, la divinità doveva essere intenerita, era recalcitrante, ostile e quindi doveva cambiare atteggiamento. Ma non è in questo senso che i credenti devono intercedere presso il Padre. Nel rapporto uomo-Dio, Dio uomo, è l'uomo che deve cambiare non Dio. La volontà di Dio è chiaramente espressa nel versetto 4: «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati». In questo contesto intercedere significa impegnarsi, identificarsi per il progetto di Dio, partecipare all'azione del Mediatore, affinché la volontà del Padre si compia. La preghiera dovrebbe quindi aiutare il credente a rendersi utile, capace nell'aiutare il suo prossimo ad indicare la strada della salvezza e realizzare così il progetto di Dio. È per questo motivo che Paolo fu «costituito banditore ed apostolo» v. 7. Questa missione non è solo quella dell'apostolo, ma è di ogni credente, v. 8.  Di conseguenza, se nella intercessione pagana l'uomo desiderava cambiare l'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo, nella intercessione cristiana il credente desidera far cambiare il comportamento dell'uomo di fronte alla grazia di Dio.

Questo modo di comprendere la Parola di Dio fa parte dell'insegnamento di Paolo. In Romani 8:26  lo Spirito Santo intercede per noi e al v. 27 leggiamo: «lo Spirito Santo, secondo Dio, intercede in favore dei santi», cioè lo Spirito Santo intercede, opera nei confronti dell'uomo, secondo la volontà di Dio. La funzione dello Spirito Santo non è quella di cambiare l'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo, perché nei versetti 31-34 Paolo presenta il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo che intercedono, cioè operano per cambiare l'atteggiamento dell'uomo. Già Paolo aveva scritto in Filippesi 2:13 che era Dio a suscitare nell'uomo il volere e il fare.

             Nel libro del profeta Zaccaria a seguito delle accuse dell'avversario nei confronti del sommo sacerdote Giosué i cui abiti erano sporchi, l'Angelo dell'Eterno non agisce per far cambiare l'atteggiamento di Dio di fronte alle accuse del nemico, ma è l'Eterno che  dice: «Ti sgridi l'Eterno, o Satana!». Si ha così che il Mediatore non si colloca tra il Dio severo nei confronti dell'uomo e l'uomo, povero e indifeso, è accusato da Satana, ma è tra Dio e l'uomo contro Satana. Il quadro non è quello del Dio offeso che il Mediatore deve addolcire, supplicare, abbonire, ma è quello del Dio d'Amore che vede l'uomo nella sua miseria e agisce contro Satana. Possiamo dire: Dio, e il Mediatore operano uniti contro Satana in difesa dell'uomo.

Quando Dio decise che il suo popolo uscisse dall'Egitto, chiamò Mosè, affinché operasse con lui per liberare il suo popolo, e l'Eterno cessasse di soffrire a causa della schiavitù d'Israele.

Mosè è l'intercessore di Dio, non per chiedere all'Eterno di compiere qualche opera straordinaria per Israele, ma affinché operando nei confronti di faraone, realizzi il suo desiderio di lasciare andare libero il suo popolo oppresso.

Per l'Apostolo l'intercessione è una preghiera in azione. Con l'intercessione chiediamo a Dio la forza, la saggezza e l'amore necessario per poter intervenire in favore dei bisogni spirituali, materiali degli altri e nostri

[13]          VASSALLO Giampiero, Le Ministère des Anges dans et depuis le Sanctuaire Céleste, Mémoire présenté envue de l'obtention du piplome d'ètudes superieurs en theologie, Collonges sous Salève 1996, pp. 27-41.

[14]          Mischa Yoma 8,8; cit. da P.A. Médébielle, L'Expiation dans l'A.T. et le N.T., Rome 1924, pp. 102,103.

[15]          FÉGLISTAR Notker, Il valore salvifico della Pasqua, ed. Paideia, Brescia 1976, pp. 93,94.

[16]          GERBER Charles, Dal tempo all'eternità, ed. A.d.V., Firenze, pp. 258,259.

[17]          MORALDI Luigi, La Sacra Bibbia, t. I, ed. Marietti, Torino 1964, p. 282.

[18]          C. Gerber, o.c., p. 259.

[19]          �HLER Gustav-Friederic, Théologie de l'A.T., t. II, Paris 1876, p. 89.

[20]          Vedere Yoma 6,5; cit. da P.A. Médébielle, o.c., pp. 99,100.

[21]          G. Vassallo, o.c., pp. 43-60.

[22]          WHITE Ellen, Jèsus Christ, ed. S.d.T., Dammarie les Lys 1991, p. 766.

[23]          Idem, p. 767.

[24]          ANDREASEN Milian Lauritz, The Sanctuary Service, ed. Review and Herald, Washington D.C., 2a ed., 1969, p. 330; cit. G. Vassallo, o.c., p. 60.

[25]          G. Vassallo, o.c., p. 60

[26]          CRAMPON Augustin, La Sainte Bible, t. V, Daniel, Paris 1900, p. 688. La nuova edizione, anche se porta il nome di Crampon, non ha più le sue note originali.

[27]          Scrive a tale propo�sito l'abate Fabre d'Envieu Jules de nel 1890: «Da oltre un centinaio di anni i razionalisti (con tutti i loro virtuosismi) si cimentano a dimostrare che l'ultimo impero, rappresentato dalle gambe di ferro e i piedi d'argilla (descritto in Daniele 2) così come la quarta bestia (di Danie�le 7), non è l'impero romano. Per escludere questo impero dalla serie indicata da Daniele e ritrovare quattro imperi, essi hanno cercato di dividere ciascuno dei tre primi imperi. Ma, malgrado tutti i loro sforzi, questa esegesi di combinazioni artificiali non li ha condotti che a un impatto, ed essi non hanno finito che con il refutarsi a vicenda... Insomma, i nuovi esegeti non sono potuti pervenire a plasmare la profezia a loro piacere, e si sono sfracellati contro un testo implacabile che li sfida. (Dopo aver citato i Padri della Chiesa e aver fatto rife�rimento ai commentatori  cattolici del Medio Evo), Nella prefazione del suo commentario su Daniele, Lutero dice che egli si ap�poggia sull'autorità di tutti i dottori che lo hanno preceduto», e aggiunge: «Il primo regno è quello degli Assiri o Babilonesi, il secondo quello dei Medi o dei Persiani, il terzo quello di Alessandro il grande e dei Greci, il quarto quello dei Romani. Su questa spiegazione e opinione, tutti sono d'accordo, e la storia e i fatti lo stabiliscono asso�lutamente». (Dopo aver citato i riformatori, i commentatori moderni egli dice ancora). «Ci sarebbe impossibile dare qui il catalogo degli inglesi che hanno mantenuto la interpretazione comune; ci è sufficiente nominare il celebre Isacco Newton e il dr. Pusey. Questa interpretazione si raccomanda, per la sua evidenza intrinseca e noi abbiamo il diritto, dopo lo studio che abbiamo fatto dei testi, di considerare questo risultato come solidamente dimostrato»  FABRE d'ENVIEU Jules, Le livre du prophète Daniel, t. II, I parte, Paris 1890, pp. 637,638,649.

[28]          Idem, p. 672.   

      Gaussen Louis scriveva: «Tutti i Padri della Chiesa hanno detto che la IV bestia è l'Impero romano. Le dieci corna della bestia e le dieci dita della statua sono la divisione dell'Impero romano in dieci regni. Tutti i Padri hanno detto che l'Anticristo non si sarebbe rivela�to nell'Impero romano che dopo la divisione di questo Impero. Tutti cre�devano che sarebbe stato un re teologo che regnasse a Roma. Tutti hanno detto che l'Anticristo durerà fino al ritorno di Cristo Gesù sulle nuvole del cielo. Questo accordo è bello ed eloquente. Bisogna ammirarlo nella sua pienezza e ammirarlo anche nella sua cattolicità. Nella pie�nezza: sono tutti questi tratti; nella cattolicità: sono tutti i Padri della Chiesa; sono i Greci, sono i Latini;  sono i vescovi e sono i dot�tori; quelli d'Egitto e quelli della Gallia; quelli di Gerusalemme e quelli di Cartagine; quelli dell'Arabia e quelli di Roma; quelli che hanno visto i discepoli di s. Giovanni e quelli che hanno sentito suona�re la tromba dei Goti» GAUSSEN Louis, Daniele le prophète, t. III, Paris 1849, pp. 149,150. Nel suo discorso di apertura dell'anno accademico 1843 all'Uni�versità di Ginevra, Gaussen diceva. «Vi parlo di un dogma prezioso e sacro per i nostri padri, ma troppo negletto e spesso pure sconosciuto nelle nostre chiese, benché Dio ci abbia dato, per apprezzarne il valo�re, molte ragioni nuove che i nostri padri non avevano... Io potrei mo�strarvi che questa dottrina, continuamente professata nella Chiesa di Dio da più di 1200 anni, non fu considerata... solo nei tempi di rilassamento» GAUSSEN Louis,  L'Antichrist ou le souverain Pontificat dévoilé dans l'Ecritu�re, èd. Dammarie-les-Lys 1947, pp. 8,9.

[29]          La Bible Annotéé, Ancien Testament - Les prophètes, vol. II, Daniel, Paris, Neuchâtel, Genéve, p. 289.

[30]          L. Bonnet, o.c., t. I, p. 174

[31]          La Sacra Bibbia, ed. Salani.

[32]          L. Gaussen, o.c., t. III, pp. 74,78,79.

[33]          Daniele 8:13,14.

[34]          CHÉSEAUX Jean Philippe de LOYS, Remarques sur Daniel, Lousanne  1777, p. 11.

             Oggi generalmente si vuole spiegare l'espressione "sere e mattine" per indicare il sacrificio della sera e della mattina, corrispondenti di conseguenza a 1150 giorni. Ma, «non esiste alcun rapporto esegetico per computare 2300 sere e mattine separatamente, al fine di arrivare a 1150 giorni interi. La sequenza di una sera e di una mattina come espressione di giorno intero appare per la prima volta nel racconto della creazione delle Genesi 1. Il suo linguaggio si riflette qui in Daniele 8:14,26. G.F. Keil ha fatto notare giustamente che «un lettore ebreo non avrebbe potuto comprendere il periodo di tempo 2300 sere e mattine (come essen�do)... 2300 mezze giornate o 1150 giorni interi, poiché sera e mattina alla creazione costituiscono non la metà, ma il giorno intero... Noi dobbiamo per conseguenza prendere le parole per quello che sono, cioè comprenderle come 2300 giorni interi». Quando gli ebrei cercano di indicare il giorno e la notte separatamente, essi menzionano due volte il numero, dicendo per esempio: "quaranta giorni e quaranta notti" Genesi 7:4,12; Esodo 24:18; 1 Re 19:8; o «tre giorni e tre notti» Giona 1:17; Matteo 12:40. Anche in questo caso, tuttavia, 40 giorni e 40 notti non indicano 20 giorni interi La sequenza "sere e mattine" nella quale la sera precede la mattina non può neppure indicare i sacrifici tamid (cioè parte del servizio quotidiano). In effetti questi sono sempre indicati con la sequenza inversa (il mattino precede la sera): si tratta di "offerte presentate al mattino e alla sera" Esodo 29:39; Numeri 28:4; 2 Re 11:15; 1 Cronache 16:40; 23:30; 2 Cronache 2:4; 13:11; 31:3; Ezechiele 3:3. È una regola che non subisce nessuna eccezione nell'A.T. Nel pe�riodo post-biblico si continua a utilizzare la sequenza: «mattina e sera» a proposito dei sacrifici del tamid (1 Esdra 5:50). Così l'espressione "sera e mattina" non rimanda ai sacrifici tamid, ma a una misura di tempo» HASEL Gerard F., La petite corne, les saints et le sanctuaire en Daniel 8, in AA.VV., Prophetie et eschatologie, vol. I, Collonges sous Salève 1982, p. 219. In questo senso hanno compreso le antiche versioni dei LXX, Teodozione, Vulgata e Diodati, le quali aggiungono dopo 2300 l'espressione giorno.

[35]          J. Doukhan, o.c., p. 85. Confr. T.B., Nazir 32b, Yoma 54a; Midrash Rabbah, Eikah Pq 34, ecc. Confr. Exhortation, Document de Dames, MS A, 1:4-11; Confr. A. Dupont-Sommer, Les Ecrits esséniens découverts prés de la mer Morte, 1968, p. 137.

[36]          VAUCHER Alfred Félix, Les prophéties Apocalyptiques, Collonges-sous-Saléve 1972, pp. 10,11.

[37]          Prima di questa data del secolo scorso «è contemporaneamente inte�ressante e significativo notare che più di sessanta interpreti dall'inizio del XIX secolo, di ben quattro continenti e di dodici diversi paesi - comprendendo anche un cattolico romano della corte suprema di giustizia, José de Rozas di Città del Messico - hanno considerato gli anni 1843, 1844 e 1847, come la fine di questo periodo profetico»[37] e quasi tutti hanno pubblicato il loro punto di vista prima del 1836.

[38]          J. Fabre d'En�vieu, o.c., t. II, p. 596.

             Questa investitura del Regno non può essere messa in relazione con l'incarnazione di Gesù, né con la sua ascensione, ma solamente con la fine del giudizio. William Shea fa notare: «A questo riguardo, si fa sovente riferimento alla dichiarazione di Gesù, fatta poco prima della sua ascensione: "Ogni potestà mi è stata data in cielo e sulla terra" Matteo 28:18. Ma Gesù non utilizza qui il suo titolo di Figlio dell'uomo, e al�trove la parola "potere" (exousia) non si accompagna alla stessa terminologia politica di "dominazione" (kratos, kuriotes) e "Regno" (basi�leia). Se l'intenzione di Gesù era di affermare che quanto detto in Daniele 7:13,14 si era compiuto, egli avrebbe dovuto ricorrere a una cir�conlocuzione abbastanza oscura. Egli sarebbe stato più chiaro se avesse detto per esempio: "Il dominio, la gloria ed il regno mi sono stati dati; tutti i popoli e tutte le nazioni di ogni lingua mi adorano, e que�sto dominio è un dominio eterno, e questo regno non sarà mai distrutto". Quali che siano gli altri poteri che Gesù ha ricevuto per se stesso al momento della sua ascensione, non è per nulla evidente - visto l'assenza di ogni legame lexicografico di identità - che abbia voluto pretendere che Daniele 7:13,14 si fosse compiuto per lui. Se l'avesse preteso sarebbe stato nell'errore, poiché tutti i popoli, le nazioni e gli uomini di ogni lingua non lo hanno servito e non lo servono neppure nei nostri giorni. E dato che nessun autore del N.T. può essere invoca�to per interpretare questo testo fuori dal suo contesto, ogni tentativo in tal senso è ingiustificato» SHEA William, Le Jugement en Daniel 7, in AA.VV., Prophetie et eschatologie, vol. I, Collonges sous Salève 1982, pp. 178,179.

[39]          RIGAUX BEDA P. O.F.M., L'Antichrist et l'opposition au Royaume Messianique dans l'Ancien et le Nouveau Testament, Paris 1932, p. 337.

[40]          F. Godet, o.c., p. 361.

[41]          L. Bonnet, o.c., t. IV, l'Apocalypse, p. 438.

[42]          BRÜTSCH Charles, La clarté de l'Apocalypse, 5a ed., Labor et Fides, Genéve 1966, pp. 342,343.

[43]          F. Godet, o.c., pp. 364-373.

[44]          GODET Frédéric, ètudes Bibliques, t. I, 4a ed., Neuchâtel 1889, pp. 34,35.

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