Capitolo VI

 

LA SALVEZZA NEL NUOVO TESTAMENTO

 

 

             Riteniamo opportuno riportare i testi che nel N.T. sono in relazione alla morte di Gesù affinché il lettore possa avere una visione d'insieme su quanto gli apostoli hanno scritto.

 

PASSI DEL N.T. IN RELAZIONE ALLA MORTE DI GESÙ

La volontà di sopprimere Gesù

Matteo 12:14, cfr Marco 3:6

«I farisei, usciti, tennero consiglio contro di lui, col fine di farlo morire».

Luca 20:19

«Gli scribi e i capi sacerdoti cercarono di mettergli le mani addosso in quella stessa ora, ma temevano il popolo».

Giovanni 5:16

(dopo la guarigione del paralitico di Betesda) «I giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo; perché faceva quelle cose di sabato».

Giovanni 5:18

«I Giudei... cercavano di ucciderlo; perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio».

Giovanni 7:1

 «Gesù andava attorno per la Galilea; non voleva andare attorno per la Giudea perché i Giudei cercavano di ucciderlo».

Giovanni 7:20,23

«Perché cercate di uccidermi?... Vi adirate voi contro di me perché in giorno di sabato ho guarito un uomo tutto intero?».

Giovanni 8:58,59

«Gesù disse: ... "Prima che Abramo fosse nato, io sono". Allora essi presero delle pietre per tirargliele (lapidarlo)».

Giovanni 10:30,31,33

«"Io e il Padre siamo uno". I giudei presero di nuovo delle pietre per lapidarlo. I giudei gli risposero: Non ti lapidiamo per una buona opera, ma per bestemmia  e perché tu che sei uomo, ti fai Dio».

Giovanni 11:47-50,53

(dopo la risurrezione di Lazzaro) «I capi sacerdoti e i Farisei raduna�rono il Sinedrio e dicevano: "Che facciamo? Perché questo uomo fa molti miracoli. Se lo lasciamo fare tutti crederanno in lui; e i Romani verranno e ci distruggeranno e città e nazione". E uno di loro Caiafa, che era sommo sacerdote di quell'anno disse loro: "Voi non capite nulla e non riflettete come vi torni conto che un uomo solo muoia per tutto il popo�lo e non perisca tutta la nazione" Da quel giorno dunque deliberarono di farlo morire».

Giovanni 12:10,11

«I capi sacerdoti deliberarono di far morire anche Lazzaro, perché per cagione sua, molti dei Giudei andavano e credevano in Gesù».

Matteo 26:3,4

«I capi sacerdoti e gli anziani del popolo si radunarono  nella corte del sommo sacerdote detto Caiafa e deliberarono nel loro consiglio di pigliare Gesù con inganno e di farlo morire».

Matteo 27:1

«Poi, venuta la mattina, tutti i capi sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire».

Matteo 26:65,66

«"Egli ha bestemmiato... avete udito la sua bestemmia". Essi risposero: "È reo di morte"».

Marco 14:64

«E tutti lo condannarono come reo di morte».

Matteo 27:12

«Accusato dai capi sacerdoti e dagli anziani».

Marco 15:3

«I capi sacerdoti lo accusavano di molte cose».

Matteo 27:18

«Egli (Pilato) sapeva che glielo avevano consegnato per invidia».

Matteo 27:20,22,23 cfr Marco 15:14

«I capi sacerdoti e gli anziani persuasero le turbe a chiedere Barabba e far morire Gesù. "Che farò dunque di Gesù detto Cristo? (Chiese Pilato)". Tutti risposero: "Sia crocifisso". "Ma pure, riprese egli, che male ha fat�to?" Ma quelli vie più gridavano: "Sia crocifisso!"»

Luca 23:14-18,22-25 cfr Giovanni 18:38

«"Voi mi avete fatto comparire dinanzi questo uomo come sovversivo del popolo; ed ecco, dopo averlo in presenza vostra esaminato, non ho trova�to in lui alcuna delle colpe di cui l'accusate; e neppure Erode, poiché egli lo ha rimandato a noi; ed ecco, egli non ha fatto nulla che sia de�gno di morte. Io dunque dopo averlo castigato lo libererò". Ma essi gri�darono tutti insieme: "Fai morire costui e liberaci Barabba!" E per la terza volta disse a loro: "Ma che male egli ha fatto? Io non ho trovato nulla in lui, che meriti la morte. Io dunque, dopo averlo castigato lo libererò". Ma essi insistevano con gran grida, chiedendo che fosse croci�fisso; e le loro grida finirono per avere il sopravvento. E Pilato sen�tenziò che fosse fatto quello che domandavano... Abbandonò Gesù alla loro volontà».

Giovanni 19:4,6,7

«Pilato uscì di nuovo e disse: "Ecco, ve lo meno fuori affinché sappiate che non trovo in lui alcuna colpa" Come dunque i capi sacerdoti e le guardie l'ebbero veduto, gridarono: "Crocifiggilo, crocifiggilo!" Pilato disse loro: "Prendetelo voi e crocifiggetelo; perché io non trovo in lui alcuna colpa". I Giudei gli risposero: "Noi abbiamo una legge, e secondo questa legge egli deve morire, perché egli s'è fatto Figlio di Dio"».

Giovanni 19:12,14,15

«Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono di�cendo: "Se liberi costui non sei amico di Cesare. Chiunque si fa re si oppone a Cesare" Ed egli disse ai Giudei: "Ecco il vostro Re!" Allora es�si gridarono: "Toglilo, toglilo di mezzo, crocifiggilo!... Noi non abbia�mo altro re che Cesare"».

 

Gesù annuncia la propria morte

 

Matteo 16:21; cfr Luca 9.22

«Da quell'ora Gesù cominciò a dichiarare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molte cose dagli anziani, dai capi sa�cerdoti e dagli scribi, ed essere ucciso e resuscitare il terzo giorno».

Matteo 17:22,23; cfr Marco 9:31

«Il Figlio dell'uomo sta per essere dato nelle mani degli uomini, e l'uccideranno...»

Matteo 20:18,19; cfr Marco 10:33; Luca 18:31-33

«Il Figlio dell'uomo sarà dato nella mani dei capi sacerdoti e degli scribi e lo condanneranno a morte e lo metteranno nelle mani dei Gentili per essere schernito e flagellato e crocifisso».

Matteo 21:37-39; cfr Marco 12:6,7

«Mandò loro il suo figlio dicendo: "Avranno rispetto del mio figlio". Ma i lavoratori, vedendo il figlio, dissero tra di loro: "Costui è l'erede; venite, uccidiamolo e facciamo nostra la sua eredità". E presolo lo cacciarono fuori dalla vigna e l'uccisero».

Matteo 23:31,32

«Voi siete i figli di coloro che uccisero i profeti. E voi colmate pure la misura dei vostri padri».

Matteo 26:2

«Il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere ucciso».

Matteo 26:23, cfr Marco 14:21

«Colui che ha messo con me la mano nel piatto, quello mi tradirà».

Matteo 26:45

«Il Figlio dell'uomo è dato nelle mani dei peccatori».

Giovanni 2:19

«Disfate questo tempio e in tre giorni lo faro risorgere».

Giovanni 8:37,40

«Cercate di uccidermi, perché la mia parola non penetra in voi. Cercate di uccidere me, uomo che v'ho detta la verità che ho udito da Dio».

Giovanni 10:11

«Il buon pastore mette la sua vita per le pecore».

Giovanni 10:17,18

«Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per ripigliarla poi. Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho podestà di deporla e ho podestà di ripigliarla».

Giovanni 15:13

«Nessuno ha amore più grande che quello di dare la sua vita per i suoi amici».

Giovanni 15:18-20,25

«Se il mondo vi odia, sapete bene che prima di voi ha odiato me. Se fo�ste del mondo, il mondo amerebbe quel che è suo; ma perché non siete del mondo, ma perché io vi ho scelti di mezzo al mondo, perciò vi odia il mondo. Ricordatevi della parola che vi ho detta: Il servitore non è da più del suo signore (cfr 13:16). Se hanno perseguitato me perseguiteran�no anche voi Ma questo è avvenuto affinché siano compiute le parole scritte nella loro legge: Mi hanno odiato senza cagione».

 

Giovanni 3:14-16

«Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque creda in lui abbia vita eter�na. Poiché Iddio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eter�na».

Matteo 20:28

«Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti».

Luca 19:10

«Il Figlio dell'uomo è venuto per salvare ciò che era perito».

Luca 22:19

«Avendo preso del pane, rese grazie e lo ruppe e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo il quale è dato per voi; fare questo in memoria di me».

Matteo 26:28, cfr Marco 14:24; Luca 22:20

«Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue , il sangue del patto, il quale è sparso per molti per la remissione dei peccati».

Giovanni 1:29

«Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».

Giovanni 3:14-16 vedere: annuncio da parte di Gesù Giovanni 6:51

«Io sono il pane vivente che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno. E il pane che darò è la mia carne che darò per la vita del mondo».

Giovanni 8:28

«Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che sono io (il Cristo) e che non faccio nulla da me, ma dico queste cose che il Padre mi ha insegnato».

Giovanni 10:15

«Come il Padre mi conosce e io conosco il Padre e metto la mia vita per le pecore».

Giovanni 11:51,52

(vedere Giovanni 11:47-50,53: volontà di ucciderlo) «Or egli (Caiafa) non disse questo di suo; ma siccome era sommo sacerdote di quell'anno, pro�fetò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per raccogliere in uno i figlioli di Dio dispersi».

Giovanni 12:23-25,27,28

«L'ora è venuta, che il Figlio dell'uomo ha da essere glorificato. In verità, in verità io vi dico che se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore produce molto frutto. Chi ama la sua vita, la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la con�serva in vita eterna Ora è tormentata l'anima mia; e che dirò? Padre, salvami da quest'ora!? Ma è per questo che io sono venuto in contro a quest'ora. Padre glorifica il tuo nome!"».

 

Realizzazione storica

 

Matteo 27:46; cfr Marco 15:34

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

Luca 23:46

«E Gesù, gridando con gran voce, disse: "Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio"».

Luca 24:7

«Il Figlio dell'uomo doveva essere dato nelle mani d'uomini peccatori ed essere crocifisso e il terzo giorno resuscitare».

Luca 24:26

«Non bisognava egli che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse quindi nella sua gloria?».

Luca 24:46

«Così è scritto, che il Cristo soffrirebbe e resusciterebbe dai morti».

Atti 2:23,24

«Quest'uomo (Gesù) allorché vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi per mano d'iniqui, inchiodan�dolo sulla croce, lo uccideste, ma Dio lo ha resuscitato».

Atti 3:13-15,17,18

«L'Iddio dei nostri padri ha glorificato il suo Servitore Gesù, che voi metteste in mano di Pilato e rinnegaste dinanzi a lui, mentre egli aveva giudicato di doverlo liberare.  Voi rinnegaste il Santo ed il Giusto e chiedeste che vi fosse consegnato un omicida e uccideste il Principe della vita, che Dio ha resuscitato dai morti Ed ora, fratelli, io so che lo faceste per ignoranza, al pari dei vostri rettori. Ma quello che Dio aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, cioè, che il suo Cristo soffrirebbe, Egli l'ha adempiuto in questa maniera».

Atti 4:26-28

«I re della terra si sono fatti avanti e i principi si sono riuniti assieme contro al Signore e al suo Unto. E invero in questa città, contro al tuo santo Servitore Gesù che tu hai unto, si sono radunati Erode e Ponzio Pilato, insieme coi Gentili e con tutto il popolo d'Israele, per far tutte le cose che la tua mano e il tuo consiglio avevano innanzi determinato che avvenissero».

Atti 7:52

«Quali dei profeti non perseguitarono i padri vostri? E uccisero quelli che preannunciarono la venuta del Giusto, del quale voi ora siete stati i traditori e gli uccisori».

Atti 13:27,28

«Infatti gli abitanti di Gerusalemme e i loro capi non hanno riconosciuto questo Gesù E benché non trovassero in lui nulla che fosse degno di morte, chiesero a Pilato che fosse fatto morire».

Atti 17:3

«Spiegando e dimostrando che era stato necessario  che il Cristo sof�frisse e resuscitasse dai morti».

 

Significato teologico

 

Atti 17:30

«Dio dunque passando sopra i tempi dell'ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo si ravvedano».

Atti 20:28

«Badate bene a voi stessi e a tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spi�rito Santo vi ha costituiti vescovi, per pascere la chiesa di Dio, la quale egli ha acquistato col proprio sangue».

Romani 3:21-28

«Ora, però, indipendentemente dalla legge, è stata manifestata un'altra giustizia di Dio, attestata dalla legge e dai profeti: vale a dire la giustizia di Dio mediante la fede in Gesù Cristo, per tutti i credenti; poiché non v'è distinzione; difatti, tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, e sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la reden�zione che è in Cristo Gesù, il quale Iddio ha prestabilito mediante la fede nel sangue d'esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo egli usato tolleranza versi i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; per dimostrare, dico, la sua giustizia nel tempo presente; ond'Egli sia giusto e giustificante colui che ha fede in Gesù».

Romani 4:25

«Il quale è stato dato a cagione delle nostre offese ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione».

Romani 5:6,8-11

«Perché mentre eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo è morto per gli empi Ma Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più adesso, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Perché se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figlio, tanto più ora, essendo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. E non soltanto questo, ma anche ci gloriamo in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazio�ne».

Romani 6:3-8,10

«O ignorate voi che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siamo dunque stati con lui seppelliti  nella sua morte, affinché come Cristo è resu�scitato dai morti mediante la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita. Perché se siamo diventati una stessa cosa con lui per una morte somigliante alla sua, lo saremo anche per una risurrezione simile alla sua, sapendo questo: che il nostro vecchio uomo è stato cro�cifisso con lui, affinché il corpo del peccato fosse annullato, onde noi non serviamo più al peccato; poiché colui che è morto è affrancato dal peccato. Ora se siamo morti con Cristo, noi crediamo che altresì vivremo con lui Poiché il suo morire fu un morire al peccato una volta per sempre; ma il suo vivere è un vivere a Dio».

Romani 6:18

«Essendo stati affrancati dal peccato, siete diventati servi della giu�stizia».

Romani 8:3,4

«Poiché quello che era impossibile alla legge, perché la carne la rende�va debole, Iddio l'ha fatto; mandando il suo proprio Figlio in carne simile a carne di peccato e a motivo del peccato, ha condannato il pec�cato nella carne, affinché il comandamento della legge fosse adempiuto in noi, che camminiamo non secondo la carne, ma secondo lo spirito».

Romani 8:31-34

«Che diremo dunque a queste cose? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Colui che non ha risparmiato il suo proprio Figlio, ma l'ha dato per tutti noi, come non ci donerà egli anche tutte le cose con lui? Chi accuserà gli eletti di Dio? Iddio è quel che li giustifica. Chi sarà quel che li condanni? Cristo Gesù è quel che è morto; e, più che questo è risuscitato; ed è alla destra di Dio; ed anche intercede per noi».

1 Corinzi 1:18

«La parola della croce è pazzia per quelli che periscono; ma per noi che siamo sulla via della salvazione, è la potenza di Dio».

1 Corinzi 1:23

«Noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo e per i Gentili pazzia».

1 Corinzi 2:7,8

«Ma esponiamo la sapienza di Dio misteriosa e nascosta, che Dio aveva prima dei secoli predestinata a nostra gloria e che nessuno dei dominatori di questo mondo ha conosciuta; perché se l'avessero conosciuta, non avrebbero conosciuto il Signore della gloria».

1 Corinzi 5:7

«Poiché anche la nostra Pasqua, cioè Cristo è stato immolato».

1 Corinzi 6:20

«Poiché siete stati comprati a prezzo; glorificate dunque Dio nel vostro corpo».

1 Corinzi 11:23-26

«Il Signore Gesù nella notte che fu tradito, prese del pane e dopo aver rese grazie, lo ruppe e disse: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Parimenti dopo aver cenato prese anche il calice, dicendo: "Questo calice e il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete in memoria di me. Poiché ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga"».

1 Corinzi 15:3

«Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture».

2 Corinzi 5:14,15

«Perché siamo giunti a questo conclusione: che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e ch'egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivono più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscita�to per loro».

2 Corinzi 3:14-16

«Ma le loro menti furono rese ottuse; infatti, sino al giorno d'oggi, quando leggono l'antico patto, lo stesso velo rimane, senza essere rimosso, perché è in Cristo che esso è abolito».

2 Corinzi 5:19

«In quanto che Iddio riconciliava il mondo con sé in Cristo - Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sé - non imputando agli uomini i loro falli».

2 Corinzi 5:21

«Colui che non ha conosciuto peccato, Egli l'ha fatto essere peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui».

Galati 1:4

«Ha dato se stesso per i nostri peccati alfine di strapparci al presente secolo malvagio, secondo la volontà del nostro Dio e Padre».

Galati 2:20

«Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma è Cri�sto che vive in me».

Galati 3:13

«Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo diventa�to maledizione per noi (poiché è scritto: "Maledetto chiunque è appeso al legno")».

Galati 4:4,5

«Iddio mandò il suo Figlio, nato di donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché noi ricevessimo l'adozione di figli».

Galati 5:1

«Cristo ci ha affrancati perché fossimo liberi».

Galati 6:14

«Quanto a me, non sia mai che io mi glori d'altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso e io sono stato crocifisso per il mondo».

Efesi 1:7

«Poiché in lui noi abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati, secondo le ricchezze della sua grazia».

Efesi 2:4,5,7

«Ma Dio che è ricco in misericordia, per il grande amore del quale ci ha amati, anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (egli è per grazia che siete stati salvati)  per mostrare alle età a venire l'immensa ricchezza della sua grazia, nella benignità che Egli ha avuto per noi in Cristo Gesù».

Efesi 2:13-16,18

«In Cristo Gesù, voi che già eravate lontani, siete stati avvicinati mediante il sangue di Cristo. Poiché è lui che è la nostra pace; lui che dei due popoli ne ha fatto uno solo, ed ha abbattuto il muro di separazione con l'abolire nella sua carne la causa dell'inimicizia, la legge fatti di comandamenti in forma di precetti, alfine di creare in se stesso dei due un solo uomo nuovo, facendo la pace, ed alfine di riconciliarli ambedue in un corpo unico con Dio mediante la sua croce, sulla quale fe�ce morire l'inimicizia loro Poiché per mezzo di lui e gli uni e gli altri abbiamo accesso al Padre in un medesimo Spirito».

Efesi 5:2

«Come Cristo... ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio, qual profumo di odore soave».

Efesi 5:25,26

«Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, alfine di santificarla, dopo averla lavata con il lavacro dell'acqua mediante la Paro�la».

Filippesi 2:8

«Essendo trovato nell'esteriore come un uomo, abbassò se stesso, facen�dosi obbediente fino alla morte e alla morte della croce».

Filippesi 3:9-11

«E d'esser trovato in lui avendo non una giustizia mia, derivante dalla legge, ma quella che si ha mediante la fede in Cristo; la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede; in guisa ch'io possa conoscere esso Cristo, e la potenza della sua risurrezione e la comunione delle sue sofferenze, essendo reso conforme a lui nella sua morte, per giungere in qualche modo alla risurrezione dei morti».

Colossesi 1:14

«Nel quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati».

Colossesi 1:22

«Ora Iddio vi ha riconciliati nel corpo della carne di lui, per mezzo della morte d'esso, per farvi comparire davanti a sé santi e immacolati e irreprensibili».

Colossesi 2:13,14

«Egli vi ha vivificati con lui, avendoci perdonati tutti i falli, avendo cancellato l'atto accusatore scritto in precetti».

1 Tessalonicesi 5:9,10

«Poiché Iddio non ci ha destinati ad ira, ma ad ottenere salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi affinché, sia che vegliamo, sia che dormiamo, viviamo insieme con lui».

1 Timoteo 2:6

«Il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti».

Tito 2:11,12

«Poiché la grazia di Dio, salutare per tutti gli uomini, è apparsa e ci ammaestra a rinunciare all'empietà e alle mondane concupiscenze, per vi�vere in questo mondo temperatamente, giustamente e piamente».

Tito 2:14

«Il quale ha dato se stesso per noi al fine di riscattarci da ogni iniquità e di purificarsi un popolo suo proprio, zelante nelle opere buo�ne».

Ebrei 1:3

«Quando ebbe fatta la purificazione dei peccati, si pose a sedere alla destra della maestà nei luoghi altissimi».

Ebrei 2:9

«Colui che è stato fatto di poco inferiore agli angeli, cioè Gesù, coronato di gloria e d'onore a motivo della morte che ha patita, onde per la grazia di Dio, gustasse la morte per tutti».

Ebrei 2:14,15, 17-18

«Poiché dunque i figli partecipano del sangue e della carne, anch'e�gli vi ha similmente partecipato, affinché mediante la morte, distrug�gesse colui che aveva l'impero della morte, cioè il diavolo, e liberasse tutti quelli che per il timore della morte erano per tutta la vita soggetti alla schiavitù Affinché diventasse un misericordioso e fedele Sommo Sacerdote nelle cose appartenenti a Dio, per compiere l'espiazione dei peccati del popolo. Poiché, in quanto egli stesso ha sofferto essen�do tentato, può soccorrere quelli che sono tentati».

Ebrei 7:25,27

«Ond'è che può salvare appieno quelli che per mezzo di lui si accostano a Dio, vivendo egli sempre per intercedere per loro Il quale (Gesù come sommo sacerdote) non ha ogni giorno bisogno, come gli altri sommi sacerdoti, d'offrire dei sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli di tutto il popolo; perché questi egli ha fatto una volta per sempre, quando ha offerto se stesso».

Ebrei 9:11,12,14,15

«Ma venuto Cristo, Sommo Sacerdote dei futuri beni, egli attraverso il tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto con mano, vale a dire, non di questa creazione, e non mediante il sangue di becchi e di vitelli, è entrato una volta per sempre nel santuario, avendo acquistata una redenzione eterna Quanto più il sangue di Cristo che mediante lo Spi�rito eterno ha offerto se stesso puro d'ogni colpa a Dio, purificherà la vostra coscienza dalle opere morte per servire all'Iddio vivente? Ed è per questa ragione che Egli è mediatore di un nuovo patto».

Ebrei 9:22

«E secondo la legge, quasi ogni cosa è purificata col sangue, e senza spargimento di sangue non c'è remissione».

Ebrei 9:25,26,28

«Non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel santuario con sangue non suo; cioè, in questo caso, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo; ma ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato per annullare il peccato nel suo sacrificio Così anche Cristo dopo essere stato offerto una volta sola, per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza peccato, a quelli che lo aspettano per la loro salvezza».

Ebrei 10:9-12

«Ecco io vengo per fare la tua volontà... In virtù di questa volontà noi siamo stati santificati, mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre. E mentre ogni sacerdote è in piè ogni giorno ministrando e offrendo spesse volte gli stessi sacrifici che non possono mai togliere i peccati, questi, dopo aver offerto un unico sacrificio per i peccati e per sempre, si è posto a sedere alla destra di Dio».

Ebrei 10:19-22

«Avendo dunque, fratelli, libertà d'entrare nel santuario in virtù del sangue di Gesù, per quella via recente e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, e avendo noi un gran Sacerdote sopra la casa di Dio, accostiamoci di vero cuore, con piena certezza di fede, avendo i cuori sparsi di quell'aspersione che li purifica della mala coscienza, e il corpo lavato dall'acqua pura».

Ebrei 13:12

«Perciò anche Gesù, per santificare il popolo col proprio sangue, soffri fuori dalla porta».

1 Pietro 1:11

«Essi indagavano quale fosse il tempo e le circostanze a cui lo Spirito di Cristo che era in loro accennava, quando anticipatamente testimoniava delle sofferenze di Cristo e della gloria che doveva seguire».

1 Pietro 1:18-21

«Sapendo che non con cose corruttibili, con argento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere tramandatovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come d'agnello senza difetto ne macchia, ben  predestinato fin dalla fondazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per voi, i quali per mezzo di lui credete in Dio che l'ha resuscitato dai morti».

1 Pietro 2:21-25

«Cristo ha patito per voi, lasciandovi un esempio, onde seguiate le sue orme; egli che non commise peccato e nella cui bocca non fu trovata al�cuna frode; che oltraggiato non rendeva gli oltraggi; che soffrendo non  minacciava, ma si rimetteva nella mani di colui che giudica giustamente, egli che ha portato egli stesso i nostri peccati nel suo corpo, sul le�gno, affinché morti al peccato vivessimo per la giustizia, e mediante le cui lividure siete stati sanati. Poiché eravate erranti come pecore; ma ora siete ritornati al Pastore e Vescovo delle anime vostre».

1 Pietro 3:18

«Poiché anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, egli giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio, essendo stato messo a morte, quan�to alla carne, ma vivificato quanto allo spirito».

1 Pietro 4:1

«Poiché dunque Cristo ha sofferto nella carne, anche voi armatevi di questo stesso pensiero, che, cioè, colui che ha sofferto nella carne ha cessato dal peccato».

1 Giovanni 2:2

«Egli è la propiziazione dei nostri peccati e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo».

1 Giovanni 3:8

«Chi commette il peccato e dal diavolo, perché il diavolo pecca dal principio. Per questo il Figlio di Dio è stato manifestato: per di�struggere le opere del diavolo».

1 Giovanni 3:16

«Egli ha dato la sua vita per noi; noi pure dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli».

1 Giovanni 4:10

«Egli ha mandato il suo Figlio per essere la propiziazione per i nostri peccati».

Apocalisse 1:5

«A lui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati col suo sangue».

Apocalisse 5:9

«Tu sei degno di prendere il libro e d'aprirne i suggelli, perché sei stato immolato e hai comprato a Dio col tuo sangue, gente d'ogni tribù e lingua e popolo e nazione».

Apocalisse 7:14

«... Egli mi disse: "Essi sono quelli che vengono dalla grande tribo�lazione e hanno lavato le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'Agnello"».

Apocalisse 12:11

«Ma essi l'hanno vinto a cagione del sangue dell'Agnello e a cagione della parola della loro testimonianza...».

Apocalisse 13:8

«Dell'agnello che è stato immolato».

             In questo capitolo analizziamo quelli che noi consideriamo i principali passi con i quali gli apostoli presentano la salvezza offertaci da Dio in Cristo Gesù. Li vedremo negli vangeli sinottici, nelle lettere di Paolo, nelle lettere cattoliche, per concludere con gli scritti di Giovanni.

 

 

VANGELI SINOTTICI

 

             I vangeli dicono poco della nascita, un brano in Luca sull'adolescenza, silenzio sulla giovinezza e il periodo del ministero è una tensione verso la passione che occupa in proporzione la parte maggiore del testo.

             In diverse occasioni Gesù fa riferimento alla morte,[1] ma tre ci sembrano i testi principali che generalmente vengono citati con una motivazione sacrificale.

 

 

Matteo 20:28; Marco 10:45

 

      «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire, e per dare la vita sua come prezzo di riscatto per molti».

             Questa dichiarazione del Maestro la troviamo alla conclusione della conversazione con la madre dei fratelli Giacomo e Giovanni e presenta la natura del suo Regno: non dominio, ma servizio. Questo è anche lo scopo della sua venuta. Gesù,  essendo il modello perfetto del suo Regno e dello spirito che vi deve esistere,  cerca di sradicare dal cuore dei suoi discepoli il senso dell'autoritarismo, del dominio e del potere. Gesù ha manifestato la sua volontà di servire e di non essere servito in ogni istante della sua vita. Ed è  motivo di scandalo quando, in occasione dell'ultima cena, si china davanti ai suoi discepoli e compie il gesto più umile, riservato agli schiavi, a coloro cioè che non avevano né dignità né diritto alcuno. Lavando i loro piedi suscitò nei suoi con�fronti perplessità: Giuda si scandalizzò, Pietro reagì. Fu in quell'oc�casione che Gesù disse: «Voi mi chiamate Maestro e Signore; e dite bene perché lo sono... Io vi ho dato un esempio» Giovanni 13:13,15. Questa signoria di Gesù porta fino alle estreme conseguenze un potere di servizio che raggiunge il punto culminante nell'offerta della propria vita. "Dare", termine scelto a proposito, che esprime l'idea di offrire un do�no e spiega l'espressione "riscatto per molti". "Riscatto"[2] in greco lutron, ha come significato "mezzo di liberazione", "mezzo di scioglimento". «La parola riscatto (lutron) si trova assai frequentemente nella LXX (90 volte) e ha per lo più Dio come soggetto. Essa significa (per 40 volte) "mettere in libertà" in qualità di go'el (redentore, prossimo parente). Si sa che Dio era go'el del suo po�polo. È usata (41 volte) nel senso "riscattare, liberare, salvare"; o di "strappare" (5 volte), per esempio da un pericolo. In tutti questi casi, quando si tratta di Dio, l'accezione etimologica di "liberare contro il pagamento di un riscatto (lutron)" è completamente assente».[3]

             Questo mezzo di liberazione, la sua vita, Gesù l'ha data "per" molti. La prepo�sizione greca è anti.

             È questo testo di Matteo e di Marco l'unico brano del N.T. in cui si parla della morte di Gesù che contiene la preposizione anti. Questa preposizione nel greco classico significa "al posto di", ma nel greco popolare del primo secolo ha valore anche: "a favore di" e il contesto di questo passo biblico avalla questo modo di vedere. «Gli autori del N.T. non dicono mai che Gesù abbia subito una pena al nostro posto; l'anti (al posto di) in alcuni testi biblici equivale alla preposizione uper (a favore di); confr, Matteo 17:27)».[4]

             È anche vero che la preposizione uper a volte nel N.T. è utilizzata con il valore di anti[5] e quindi si potrebbe essere in dubbio sul significato preciso di questo nostro testo. Giacomo Biffi fa, però, notare che in relazione alla morte di Gesù tutti i «testi neotestamentari, evitando accuratamente l'uso della preposizione anti, sembrano consapevolmente risolvere l'am�biguità nel senso contrario alla sostituzione».[6]

             Del resto l'idea di servizio è più in armonia con una vita data in favore dell'uomo, dalla quale questi può trarre un profitto, piuttosto che da una vita data in vece sua. «La sua morte non fu affatto il castigo di un innocente, sul quale sarebbero stati posti da Dio i peccati di tutti gli altri, ma va compresa alla luce della concezione sacrificale del popolo d'Israele. Secondo questa concezione la vittima non sostituiva affatto l'offerente, né tanto meno veniva punita al suo posto, ma, grazie alla solidarietà, rappresentava il mezzo[7] per ottenere da Dio il perdono della colpa. Del resto le pagine neotestamentarie parlano della morte di Cristo come di qualcosa che egli affronta volontariamente (Gio�vanni 10:18; 11:9,10) e per amore (Giovanni 14:31; 15:13; Romani 5:6; Galati 2:20; Efesi 5:2,25). La sua tragica fine non fu dunque per castigo (1 Pietro 3:18 "morì giusto per gli ingiusti") ma un atto di miseri�cordia...».[8]

             Che Gesù abbia dato la sua vita quale mezzo di liberazione a nostro favore e non al posto nostro, ci è confermato dall'apostolo Paolo il quale, si può credere "intenzionalmente", cambiò la proposizione anti citata da Matteo e Marco: «dare la sua vita al posto/a favore di molti», in uper «ha dato se stesso in riscatto a favore di tutti» 1 Timoteo 2:6. Lo stesso pensiero viene espresso in 1 Corinzi 15:3[9] e in Galati 1:4.

             Che nella dichiarazione di Gesù non ci sia l'idea del sacrificio espiatorio, sostitutivo, ma semplicemente quella del sacrificio, cioè di chi si dona a favore di un altro, è confermato dal suo contesto. Al v. 22 Gesù dice che deve bere un "calice" di sofferenza, allusione alla sua morte senza però suggerire l'idea che sia dato in sostituzione a quella dei peccatori. I discepoli Giacomo e Giovanni berranno pure loro lo stesso calice di Gesù (v. 23), non per espiare qualcosa per loro o per gli altri, ma perché essi stessi sono stati fedeli alla Parola di Dio e hanno seguito il Maestro. Il calice è il medesimo perché la mèta è la stessa: la fedeltà ad ogni costo. Se Gesù fosse una vittima espiatoria sostitutiva sulla quale si abbatte l'ira o il giudizio punitivo di Dio, per analogia e fedeltà al testo si dovrebbe dire che la morte dei due discepoli ha lo stesso valore, perché anche loro come Gesù sulla croce, non vedendo l'intervento liberatorio del Padre, hanno potuto dire: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?!». Paolo nella sua lettera ai Colossesi 1:24 scriveva: «Io mi rallegro nelle mie sofferenze per voi; e quel che manca alle afflizioni di Cristo lo compio nella mia carne a pro del corpo di lui che è la Chiesa». Se le sofferenze di Gesù fossero il prezzo del riscatto, Paolo direbbe che a questo conteggio manca qualche cosa e quindi è giustificata la sua offerta e quella di tutti i fedeli che attraverso i secoli hanno offerto le proprie sofferenze a Dio affinché il Padre faccia grazia agli uomini. Ma non è questo il pensiero dell'apostolo. Coloro che sono fedeli al Signore anche nella sofferenza, presentano la loro vita nel prolungamento di quella di Cristo, non perché manchi qualcosa alla salvezza, ma perché la fedeltà comporta la sofferenza, come Gesù ce lo ha dimostrato.

             Se la morte di Gesù, rispetto a quella degli apostoli, salva è perché per mezzo di  essa l'uomo non è solo scosso emotivamente e psico�logicamente, come può avvenire di fronte alla morte degli innocenti Gia�como e Giovanni, ma perché l'uomo, riconoscendo in Gesù il Dio fatto uomo, comprende quanto grande e reale sia l'amore di quel suo Dio che pur potendo evitare la morte non l'ha fatto, accettando l'incarnazione con tutte le sue conseguenze e le sue limitazioni affinché l'umanità e l'u�niverso non avessero dubbi sulla volontà divina di essere solidale con le sue creature fino in fondo per aiutarle a ritrovare per sempre la strada dell'eternità.

 

 

Marco 8:3

 

      «Poi cominciò ad insegnare loro che era necessario che il Figlio dell'uomo soffrisse molte co�se... e fosse ucciso e in capo a tre giorni resu�scitasse».

             Questa dichiarazione di Marco unita ad altre di Gesù riportate nel vangelo di Luca 24:44 e da Giovanni 3:14 sottolineano la necessità della morte di Gesù. In questi testi viene utilizzata l'espressione gre�ca dei "bisogna", "è necessario", che secondo alcuni studiosi: «Nei vangeli, dei è usato per indicare ovunque che ogni atto di Gesù non veniva compiuto per caso, ma per l'adempimento della volontà divina; sia Matteo sia Giovanni, come Luca, la considerano la necessaria attuazione della Scrittura: Matteo 26:54; Giovanni 20:9».[10]

             Questo modo di attribuire a Dio la "necessità" della morte di Gesù non viene da tutti condivisa perché si dovrebbe per conseguenza anche attribuirgli il "bisogna" - volontà - di aver predestinato il tradimento da parte di Giuda (Atti 1:16). In questo caso Giuda avrebbe agito non più per libera determinazione, ma come un passivo esecutore di giochi programmati al di fuori di lui e indipendenti da lui. Se così fosse avrebbe ragione Berto Giuseppe nel suo romanzo: La gloria del 1990, quando scrive: «Io Giuda, da Te segna�to come figlio di perdizione, sono stato semplicemente strumento af�finché si adempisse una Scrittura, cioè fosse fatta la misteriosa volon�tà dell'Eterno ... una volta deciso che il punto d'arrivo fosse la gloria, non fui io a mancare Perfino Caifa stesso, che dando trenta denari sarebbe diventato partecipe d'una necessaria e universale vicenda Tutto risolto, per tutti e per sempre. Io solo dannato e maledetto per ciò, perché ciò divenisse. Lui lo sapeva che la sua gloria sarebbe stata dovuta anche a quel che io pagavo in ignoranza e dannazione eterna  Ma noi due sapevamo che non c'era possibi�lità di scontro, né di variazioni: dovevamo realizzare un evento già scritto».[11]

             In questa prospettiva si dovrebbe anche attribuire a Dio il progetto "necessità" del "bisogno" delle sette che travagliano la Chiesa (1 Corinzi 11:19) e la programmazione dell'utilità degli scandali (Matteo 18:7). Ma nessuno condividerebbe queste conclusioni, anche se nei testi di Atti e di Corinzi ci si esprime con dei.

             La morte di Gesù non è un "bisogno" stabilito dal Padre. La coe�renza di Gesù col suo insegnamento, il suo legame con il Padre lo avrebbero inevitabilmente portato alla morte. Essa è sì voluta da Dio, ma non nel senso che Lui l'ha decisa (la volontà dell'Eterno è che le sue creature, il Figlio nel quale si compiace, vivano la sua parola) ma nel contesto di peccato e di ribellione, quale è quello del pianeta terra, la morte diventa un bisogno, una necessità, una conseguenza inevitabile se si vo�gliono vivere i valori dell'eternità. Gesù nel realizzare la volontà di Dio deve morire, se non si vuole adeguare all'andazzo del mondo.

             Non tutte le profezie di Dio, come abbiamo detto (ad esempio il tradimento di Giuda, il sorgere dell'anticristo), sono l'espressione di un progetto divino. Se il Signore prevede e annuncia le azioni degli uomini, gli avvenimenti e, quando questi realizzano, è detto che era necessario che le Scritture si adempissero, ciò non significa che tali fatti avvengano perché realizzano un progetto Divino. Essi si compiono come espressione della volontà dell'uomo, e Dio li ha previsti e la storia li ha confermati. La profezia è preconoscenza di Dio non predetermi�nazione.

             Così la morte di Gesù non è un incidente, è lui stesso, il Cristo, che la decide, accondiscendendo a che gli uomini gliela diano.

             La morte è una "necessità", è un "bisogno" che deve essere soddisfatto perché Gesù ha deciso di vivere senza compromesso con il male; di dimostrare che il peccato non è nella natura originale dell'uomo, ma è la conseguenza di una scelta; di avere fede nel Padre anche nella valle dell'ombra della morte; di amarlo anche se non riceve da Lui favori; di voler salvare gli uomini nell'amore del Padre, rifiutando i suggerimenti dell'avversario.

             Questa morte voluta ed eseguita dagli uomini, prevista e accettata dal Padre e da Lui rivelata, esprime l'amore dell'Eterno e la sua volontà di salvezza, non può che essere presentata come l'elemento cen�trale, indispensabile per la redenzione. Numerosi sono i testi che l'af�fermano in questa chiave di lettura: Atti 8:33; 3:18; 4:27,28; 17:2,3; 20:28; Romani 3:22-25; 5:6-10; 1:8; 8:31-34; 1 Corinzi 1:18,22-24; 5:7; 15:3,4; 2 Corinzi 5:14-21; Galati 3:13; Efesi 1:7; 2:4-8,13-16; 5:1,25; Filippesi 3:8-11; Colossesi 1:19-22; Tito 2:11-14; Ebrei 2:9,14-18; 7:24-27; 9:9-14,22-28; 10:5-12,19-22; 1 Pietro 1:10,11,18-21; 2:21-24; 3:18; 1 Giovanni 2:1,2; 4:19; Apocalisse 1:5; 5:9; 7:14; 12:11; 13:8.

             Se la salvezza avvenisse per un elemento da non porsi in relazione con la nostra risposta e l'accettazione della grazia di Dio, che viene espressa nell'accettazione della morte da parte di Gesù, «il Cristo sarebbe morto invano» Galati 2:21.                

 

Luca 22:19,20; Marco 14:22-24; Matteo 26:26-28

 

      «Nell'ultima cena Gesù avendo preso il pane, rese grazie e lo ruppe e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo il quale è dato per voi; fate questo in memoria di me. Parimente ancora, dopo a�ver cenato, dette loro il calice dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, il quale è sparso per voi».

             Gesù offre il corpo e il sangue "a favore" di molti. Questa idea è espressa dalla proposizione uper che troviamo sia in Luca che in Marco. Matteo utilizza la preposizione peri che esprime l'idea che il sangue è dato "a cagione", "a causa di molti", "a riguardo", cioè a cura, a favore di molti. Pensiero comunque analogo al precedente testo di Matteo 20:28. Il suo sacrificio è per molti che lo accettano.

             Il sangue che è sparso, rappresentato dal vino della cena, nei quattro racconti (compreso quello di Paolo in 1 Corinzi 11:24,25) è messo in relazione all'alleanza: «Questo è il mio sangue del patto», Matteo e Marco, «questo è il nuovo patto nel mio sangue», Luca  e Paolo. Il sangue dei sacrifici, nell'A.T., veniva messo in relazione al patto (Genesi 15:17; Esodo 24:5-8). Gesù pronuncia le stesse parole di Mosè quando questi al Sinai prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: «Ecco il sangue del patto che l'Eterno ha fatto con voi» Esodo 24:8. A queste parole Gesù aggiunge l'aggettivo "mio". Questo sangue sparso a conferma dell'antico patto, secondo il testo di Matteo e Marco, diventa simbolo della nuova alleanza, e secondo Luca e Paolo, realizza quanto il profeta Ezechiele (16:60) e Geremia (31:31-33) avevano annunciato per il futuro, confermando il patto fatto in precedenza e stabilendolo per l'eternità. È presentato come nuovo, perché la legge verrà scritta nei cuori e non su tavole di pietra. Il sangue di Gesù Cristo, oltre ad esprimere l'idea di patto, manifesta anche il suo perdono. Per questo motivo Matteo aggiunge: «Il quale è sparso per molti, per la remissione dei peccati».

             Secondo i vangeli Gesù celebra la Pasqua con i discepoli alla vigilia di quella giudaica. Gesù muore nel momento in cui nel santuario si sacrificava l'agnello pasquale. In questo contesto il sangue di Gesù appare come quello del vero agnello liberatore e protettore.[12]

Matteo 26:39; Marco 14:36; Luca 22:17,20

 

             «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi».

 

             Johm Stott spiega questo testo del vangelo dicendo: «Il calice dal quale Gesù rifuggiva non simboleggiava il dolore fisico della flagello e della crocifissione, e neppure l'angoscia di essere disprezzato e respinto persino dal suo popolo, ma piuttosto l'agonia spirituale di portare i peccati del mondo, in altre parole di sopportare il giudizio divino che quei peccati meritavano. Che questa sia la corretta interpretazione è confermato con forza dall'uso del termine dell'A.T., poiché sia nella letteratura sapienziale che nei profeti, la "coppa" del Signore costituiva un simbolo ricorrente della sua ira. Di una persona malvagia si diceva: "beve egli stesso l'ira dell'Onnipotente" Giobbe 21:20. Tramite Ezechiele, Iahvé avvertì Gerusalemme che avrebbe presto sofferto la stessa sorte di Samaria, che era stata distrutta: "Tu berrai la coppia di tua sorella: coppa profonda ed ampia; sarai esposta alle risa e alle beffe; la coppa è di gran capacità. Tu sarai riempita di ebrezza e di dolore: è la coppa della desolazione e della devastazione, è la coppa di tua sorella Samaria. Tu la berrai, la vuoterai» Ezechiele 23:32-34. Non molto tempo dopo, questa profezia di giudizio si avverò, e in seguito i profeti cominciarono a incoraggiare il popolo con promesse di restaurazione.  Isaia (51:22) le intimò di svegliarsi e di alzarsi perché Iahvé le avrebbe tolto di mano la coppa e non avrebbe più dovuta berla. La coppa dell'ira del Signore non era data soltanto al suo popolo disubbidiente. Il Salmo 75 è una meditazione sul giudizio universale di Dio: "Il Signore ha in mano una coppa di vino spumeggiante, pieno di mistura. Egli ne versa; certo tutti gli empi della terra ne dovranno sorseggiare, ne berranno fino alla feccia" v. 8. Similmente fu detto a Geremia di prendere dalla mano di Dio una coppa colma del vino della sua ira e di farla bere a tutte le nazioni a cui sarebbe stato mandato. La stessa figura retorica ricorre nel libro dell'Apocalisse, dove i malvagi berranno "il vino dell'ira di Dio versato puro nel calice della sua ira", e il giudizio finale è descritto con l'azione del versare "sulla terra le sette coppe dell'ira di Dio" Apocalisse 14:10; 16:1 e seg; 18:6.

             Gesù conosceva bene queste metafore dell'Antico Testamento; dovette aver compreso che la coppa offertagli conteneva il vino dell'ira di Dio destinata ai malvagi Doveva identificarsi ai peccatori a tal punto da prendere su di sé il giudizio spettante a loro? La sua anima pura rifuggiva da questo contatto con il peccato umano. Egli indietreggiava con orrore all'esperienza di allontanamento dal Padre che il giudizio sul peccato avrebbe comportato. Il proposito amorevole di Dio era di salvare i peccatori e allo stesso tempo di soddisfare la sua giustizia».[13]

             Se è vero quanto riportato sull'allegoria della coppa nella Scrittura, è altrettanto vero che essa è anche l'espressione dell'adorazione, per il profumo che vi era contenuto (Numeri 7:14; Apocalisse 5:8; Zaccaria 9:15), era un arredo del tempio (Numero 7:84), era simbolo di consolazione (Geremia 16:7); simbolo dell'Eterno (Salmo 16:5) e della salvezza (Salmo 116:13).

             La coppa più che esprimere la condanna del giudizio di Dio, aera nella circostanza del Getzemani, il simbolo con il quale esprimere la volontà di essere fedeli al Padre, con le sofferenze che poteva comportare in un mondo in rivolta. La volontà del Padre non era quella di esprimere la condanna del "giudizio divino che quei peccati meritavano", ma la volontà che Gesù sarebbe stato fedele al bene, all'amore ad ogni costo.

 

NEL LIBRO DEGLI ATTI DEGLI APOSTOLI

 

Atti 2:23,24

 

      «Quest'uomo (Gesù) allorché vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio, voi per mano d'iniqui, inchiodan�dolo sulla croce, lo uccideste, ma Dio lo ha resuscitato».

 

             Rinviamo il lettore a quanto abbiamo già scritto a pag. 121.

Atti 3:13-15,17,18

 

      «L'Iddio dei nostri padri ha glorificato il suo Servitore Gesù, che voi metteste in mano di Pilato e rinnegaste dinanzi a lui, mentre egli aveva giudicato di doverlo liberare.  Voi rinnegaste il Santo ed il Giusto e chiedeste che vi fosse consegnato un omicida e uccideste il Principe della vita, che Dio ha resuscitato dai morti Ed ora, fratelli, io so che lo faceste per ignoranza, al pari dei vostri rettori. Ma quello che Dio aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, cioè, che il suo Cristo soffrirebbe, Egli l'ha adempiuto in questa maniera».

             In questo testo riteniamo che l'accento della causa dell'azione di chi ha commesso l'orrendo crimine al Golgota sia espressa con le parole: «Io so che lo faceste per ignoranza». Questo pensiero ritorna altre volte in questo scritto di Luca (Atti 13:27; 17:30) e nel suo vangelo, nelle parole di Gesù pronunciate sulla croce (Luca 23:34) e anche sotto la penna di Paolo (2 Corinzi 3:14-16; 1 Timoteo 1:13) e riteniamo che corrisponda alla stesso pensiero dell'apostolo che scrive ai Corinzi: «Nessuno dei principati di questo mondo ha conosciuta (la sapienza di Dio); perché se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria» 1 Corinzi 2:8.

                   Alla base dell'azione degli uomini, pur non togliendo nulla alla loro responsabilità, ci fu l'ignoranza, la cecità del non capire, del non conoscere, del non sapere. La causa di tutto questo è data dal peccato la cui espressione significa proprio sbagliare la mira.

 

Atti 4:27,28

 

      « contro al tuo santo Servitore Gesù per far tutte le cose che la tua mano e il tuo consiglio aveano innanzi determinato che avvenissero».

             Queste parole pronunciate nella preghiera, a seguito della liberazione di Pietro e di Giovanni a causa della guarigione dello zoppo alla porta bella di Gerusalemme, nel loro letteralismo attribuiscono alla "mano" di Dio e al suo "consiglio" "determinato" nella notte dei tempi quanto compiuto da Pilato, Erode, membri del sinedrio, popolo. Se così fosse quanto noi cerchiamo di dire con questo viene annullato.

             Riteniamo, alla luce di quanto detto nei passi indicati sopra, sempre di questo libro degli Atti, che il Dio della creazione non è stato preso di sorpresa dall'azione degli uomini; l'aveva vista prima, l'aveva accettata, non è intervenuto nella storia per impedirla, per poter fare nella sua saggezza, sapienza, del male progettato e realizzato dagli uomini uno strumento, un "consiglio" di salvezza.         

     

NELLE LETTERE DI S. PAOLO

Romani 3:21-26

 

      «(21) Ora, però, indipendentemente dalla legge è stata manifestata una giustizia di Dio, attestata dalla legge e dai profeti: (22) vale a dire la giustizia di Dio mediante la  fede in Gesù Cristo, per tutti i credenti, poiché non v'è distinzione; (23) difatti, tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, (24) e sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù, (25) il quale Iddio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel sangue d'esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo E�gli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della divina pazienza; (26) per dimostrare, dico, la sua giustizia nel tempo pre�sente; ond'Egli sia giusto e giustificante colui che ha la fede in Gesù».

             Gli studiosi di tutte le scuole sono unanimi nel riconoscere l'im�portanza di questo passo. «Queste poche righe comprendono ciò che si può chiamare il riassunto della teologia paolina» scrive il Reuss.[14]

             Mentre il Prat dice: «Questo passo è parso a qualche autore come il riassunto e l'idea madre della teologia di s. Paolo. Ce ne sono veramente pochi che entrano così a vivo nella sua dottrina e che siano più ricchi in insegnamento». «È la tesi principale della lettera», dice il Lagrange.[15]

             Secondo Calvino «non c'è probabilmente un passo in tutta la Bibbia che esponga in maniera più approfondita la giustizia di Dio in Cristo». Enrico Bosio scriveva: «È il modello della teologia,... il vangelo della fede cristiana,... (il) breve sommario della sapienza divina in cui i pensieri più decisivi sono concentrati in poche righe».[16]

             Attorno all'idea centrale di questo brano gravitano le affermazioni sulla giustizia di Dio, sulla sua natura e origine, sulla volontà del Padre che la dona, di Gesù Cristo che ne è il garante, sull'uomo che la riceve.

             Essendo questo testo di fondamentale importanza per comprendere il pensiero paolino sul significato della morte di Gesù, pensiamo sia utile analizzarlo in tutte le sue espressioni.

             La giustizia di Dio mediante la fede è il tema di tutta la lettera ai Romani e questo insegnamento lo troviamo già nelle prime righe: 1:16,17. L'apostolo per raggiungere il cuore del suo insegnamento percorre la strada mediante la quale presenta ai suoi ascoltatori che non c'è un solo uomo giusto (3:10). Dimostrazione: i pagani hanno trascurato la rivelazione di Dio trasmessa mediante la natura, hanno rappresentato la divinità con figure di animali (1:18-23) e hanno abbandonato anche la sua rivelazione espressa nella coscienza (2:12-16); sono così «degni di morte» 1:32. I giudei sono ancora più colpevoli a causa del privilegio a loro accordato nell'aver ricevuto gli oracoli di Dio (3:1). Essi hanno beffeggiato la legge di Dio (2:12-24). Il loro peccato è stato quello di os�servare le prescrizioni divine in forma legale, consolarsi nelle loro o�pere pie e non vedere la realtà della loro situazione. La conseguenza di questa duplice dimostrazione (l'apostolo prende un pensiero già espresso nell'A.T.) è che «Non v'è alcun giusto neppure uno. Non vi è alcuno che abbia intendimento, non c'è alcuno che ricerchi Dio» 3:10,11; Salmo 14:1. Paolo conclude il suo ragionamento aggiungendo che la giustizia dell'uomo non viene neppure dall'osservanza dei comandamenti di Dio (3:20), perché la fedeltà di oggi, qualora ci fosse, non rimedia al pec�cato di ieri. L'osservanza della legge al di fuori dell'amore, cioè della grazia di Dio e della fede in Dio, continua a essere peccato. La legge manifesta tra l'altro la discontinuità del rapporto uomo-Dio o nel migliore dei casi l'inizio di questa relazione. Essa mette, quindi, in risalto il peccato, ossia la situazione di separazione dell'uomo da Dio. L'osservanza della legge non cambia la natura dell'uomo, non lo guarisce dal suo peccato e, quindi, non lo può rendere giusto (3:21). Il fariseo che va al tempio, nella parabola di Gesù, presenta al Signore le sue me�daglie di fedeltà e Gesù dice che questi è ritornato a casa non giustificato; non gli è contestata la veridicità della sua ubbidienza, ma la carenza di ciò che ha riconosciuto il pubblicano: il bisogno della grazia (Luca 18:9-14). Per questo motivo l'apostolo Paolo dice che l'uomo per essere considerato giusto, ha bisogno di qualcosa d'altro di un'osser�vanza della legge.

             Riepilogando: «Dopo aver provato nei primi tre capitoli che giudei e pagani sono tutti sotto l'impero del peccato, ugualmente incapaci con le loro sole forze - malgrado il soccorso della legge naturale o della legge mosaica - di operare qualche bene soprannaturale e arrivare alla salvezza, l'apostolo mostra Dio che entra in scena per tirare via l'uomo dalla sua miseria, ed espone in qualche riga tutto il piano della reden�zione nel testo considerato».[17]

             Dopo aver dichiarato: «Il giusto vivrà per fede» 1:17, l'apostolo si accinge a dimostrare come la giustizia di Dio venga acquisita dalla fe�de.

             (v. 21). «Ora» si presenta la via proposta da Dio per fare dell'uomo un es�sere giusto. Questo avverbio "ora" più che avere il senso temporale in�dicante il presente in contrapposizione con il  passato, quando Cristo non si era ancora manifestato, segna il contrasto di situazione. La nozione di tempo non esiste al v. 20 che presenta l'importanza della legge. Ciò che Paolo vuole presentare non è nuovo, perché Abramo, Sara e Davide, che menzionerà al capitolo 4, l'avevano già conosciuto. Ora, «indipendentemente» dalla giustizia che può provenire dall'osservanza «della legge, è stata manifestata una giustizia di Dio». La giustizia di Dio è stata «manifestata», «è stata resa visibile». Questo verbo è rego�larmente impiegato a proposito dell'incarnazione per indicare la sua realtà inconfutabile. Con esso Paolo vuole sottolineare la volontà con�creta di Dio di far conoscere, in modo indiscutibile e palese, come in�tende rendere giusta l'umanità.

             Questa giustizia di Dio rivelata[18] non è il risultato di un cambia�mento avvenuto nell'Eterno a seguito di qualcosa. Essa è una realtà che da sempre è in Lui. Scrive F. Varonne: «Dio la rivela "esponendola", realizzando apertamente nella storia gli effetti concreti di questa giustizia... La giustizia di Dio è rivelata quando l'uomo diventa un "credente in Dio che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore" 4:24. So�no due gli effetti tra di loro incatenati che producono la giustizia e la rivelano: prima di tutto Gesù reso perfetto al termine della sua vita di uomo; poi, alla luce di questo avvenimento, il primo "accesso" del�l'uomo a questa perfezione, il suo primo passo verso questa gloria, di�ventando credente, cioè: cessando di misconoscere Dio come una potenza ostile, dandogli fiducia e riconoscendo che il suo giudizio è giusto, potente per il pieno compimento del suo desiderio».[19]

             «La giustizia di Dio», è la giustizia che è di Dio e proviene da Lui e rende l'uomo giusto. Essa è un dono gratuito da parte sua e non il risultato delle opere dell'uomo che lo elevano alla giustizia di Dio. Questo stesso pensiero è espresso in Filippesi 3:9: «Essere trovato in Lui avendo non una giustizia mia, derivante dalla legge, ma quella che si ha mediante la fede in Cristo; la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede». Il contesto della lettera ai Romani sottolinea che questa giustizia, sebbene non venga dalla fedeltà ai comandamenti, non contra�sta con i principi di Dio, anzi li manifesta. L'osservanza della legge è la manifestazione della fede (3:31).

             Paolo ha un sentimento molto vivo dell'armonia che c'è tra la rivelazione che ha preceduto l'incarnazione da quelle che l'ha seguita. Egli intende mostrare che la giustizia di Dio ottenuta mediante la fede non è un insegnamento nuovo, è già stata «attestata dalla legge e dai profeti». Dalla legge, cioè dal Pentateuco, dal quale Paolo trae l'esempio di Abramo (4:1-5,9-25; 10:5-10); dagli scritti dei profeti cita Davide, Osea, Isaia, Elia (4:6-8; 9:23-25; 10:16-21; 11:1-10,26-36; ecc.). Queste due porzioni della Scrittura (legge e profeti) attestano che la vera giustizia è quella che l'uomo riceve mediante la fede ed essa non è conquistabile per mezzo delle opere, lo scopo delle quali è di dimostrarla. In altre parole l'apostolo asserisce che quanto insegna non è nuovo, ma è già stato insegnato, conosciuto, vissuto e ac�cettato nel passato.

             (vv. 21,22). Il v. 21 presenta la vera giustizia che proviene da Dio ed è un suo dono. Il v. 22 ribadisce lo stesso pensiero e lo completa: «La giustizia di Dio mediante la fede in Cristo Gesù».

             (v. 22). Come il peccato è l'espressione di una volontà che vive separata da Dio, così la fede esprime una realtà opposta: la volontà dell'uomo che vuole vivere unito a Dio, manifestandogli la sua completa fiducia. Non è la fede in se stessa che salva, ma è essa che permette allo Spiri�to Santo di rigenerare il credente unito a Dio,  come il tralcio alla vite (Giovanni 15:1-5). Infatti come il tralcio riceve dalla vite la linfa, così la giustizia di Dio raggiunge e alimenta tutti i credenti che sono innestati in Lui. È significativa la precisazione dell'apostolo. Egli non dice «tutti gli uomini», come se la morte di Gesù fosse stata un regolamento di conti, ma «tutti i credenti», cioè tutti coloro che sono disposti a ricevere il dono da Dio. Come il mendicante che stende la sua mano vuota e, proprio perché è vuota, è nella condizione di essere riempita, così è dell'uomo che prende coscienza della propria nudità spirituale e si presenta a Dio ottenendo tutto da Lui. Egli è beato, dice Gesù, perché ha fame e sete della giustizia che viene da Dio e ne sarà saziato (Matteo 5:8).

             «Poiché non v'è distinzione - differenza» tra giudei e pagani, perché sia gli uni sia gli altri «sono sotto peccato» v. 9 e come tali non hanno salvezza.

             (v. 23). «Difatti, tutti hanno peccato», cioè tutti hanno fatto atto di peccato. Paolo non considera quante volte si è peccato, non ha importan�za. Il peccato è una realtà, uno stato che accomuna tutti e priva del titolo di "giusti". Dimostrazione: «sono privi della gloria di Dio». La gloria di Dio sono le perfezioni eterne che devono essere riflesse nell'uomo creato a sua immagine e somiglianza. Per rendere meno astratto questo pensiero ricordiamo che la parola "gloria" in ebraico kabod, in greco doksa, è ricca di significato. In ebraico ha valore di: "essere pesante", "essere grave". Un individuo vale per quanto pesa, per quanto è stimato. Da qui il pensiero corrente che una persona è onorata per il peso delle sue ricchezze. La pesantezza di Dio è nella sua trascendenza. In greco la parola esprime il valore di "opinione". L'uomo è privato della gloria di Dio perché egli non ha più la giusta "opinione" sull'Eterno.[20] In effetti il peccato ha tolto all'uomo la vera dimensione di Dio e come creatura ha pensato di potere occupare il posto del Creatore, cercando la propria gloria. L'individuo, privato della gloria di Dio, non sente più di essere un suo figlio e di goderlo come Padre. L'uomo non gioisce della bontà di Dio. Dio è avvertito come un problema, come qualcuno che, anziché elevarlo, lo abbassa, lo condiziona. Re decaduto, l'uomo è privato della sua corona. La conseguenza di questo deficit di giustizia e di gloria è annunciato al versetto che segue. Non è la rovina; è la salvezza gratuita.[21]

             (v. 24). «E sono giustificati gratuitamente per la sua grazia». Tutti si trovano nella stessa situazione di morte e tutti possono partecipare allo stesso favore. La giustizia ha la sua origine nella gratuità della grazia di Dio. La parola gratuità significa per "puro dono", ed esclude o�gni partecipazione di meriti umani e di qualsivoglia diritto. La parola grazia indica la sorgente positiva di questo stato di giustizia. «La giustificazione del peccatore è stato un atto della libera benevolenza divina che s'inclina spontaneamente verso l'uomo, per conferirgli il suo favore. Non c'è nell'azione giustificante di Dio nessun obbligo e necessità cieca: c'è l'espressione libera della compassione e dell'amore».[22]

             Dalla sorgente Paolo passa al mezzo che ha operato questa libera�zione e ha vinto la nostra resistenza nei confronti di Dio: «mediante la redenzione che è in Cristo Gesù». La parola greca apolutroseos, reden�zione, come abbiamo già visto[23], più che indicare il riscatto, risultato di un pagamento, indica la libe�razione stessa. «La proposizione en, "in", nei LXX e nella koinè indica sovente il mezzo, lo strumento: la redenzione in Cristo Gesù potrebbe significare la redenzione "operata dal Messia Gesù". Ma la formula "in Cristo Gesù", impiegata 164 volte da s. Paolo, si riferisce, nella mag�gioranza dei casi, alla... redenzione che si trova in Cristo Gesù, ed è goduta da noi mediante la nostra unione con lui».[24]

             (v. 25). «Il quale Dio ha prestabilito come propiziazione mediante la fede nel sangue d'esso». Il prof. G. Stèveny ricorda che per i greci rappresentano la giustizia come una donna con gli occhi bendati che teneva in mano una bilancia, bisognava agire in maniera diversa se il piatto della bilancia stessa scendeva a destra o a sinistra. Gli ebrei a questa nozione astratta e giuridica ne contrapponevano un'altra: l'uomo forte, il parente prossimo offre il suo braccio, il suo aiuto al parente debole per soccorrerlo. È in questa prospettiva che Dio agisce. L'Eterno non è indifferente al peccato, ma opera per liberare il peccatore.

            «Già nel v. 21 con le parole per la sua grazia» Paolo aveva fatto capire che l'iniziativa dell'opera della redenzione ap�partiene alla carità divina. Questo pensiero lo mette in risalto ancora più chiaramente con l'espressione: «che aveva destinato o stabilito prima». La salvezza del mondo non è stata strappata a Dio dalla mediazione di Cristo. È Dio che è l'autore di questa opera. Lo stesso pensie�ro lo si ritrova in 2 Corinzi  5:18: «Tutto viene da Dio che ci ha riconciliati con sé per mezzo di Cristo Gesù», e in Giovanni 3:16: "Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito Figlio". Questo punto non deve essere trascurato nell'idea che si fa dell'espiazione».[25]

             Il verbo proetheto è visto con un doppio significato. Il primo "prestabilito", "destinato prima" presenta l'idea che quanto Gesù ha compiuto per vincere la durezza del nostro cuore, faceva parte del piano stabilito in anticipo da Dio e, come si legge nella prima lettera di Pietro: «Ben preordinato prima della fondazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per noi» 1 Pietro 1:20; vedere Efesi 1:9. Il secondo: «mettere davanti» agli uomini. In Galati 3:1 si esprime una idea analoga: «O Galati insensati, chi vi ha ammaliati, voi, dinanzi agli occhi dei quali Gesù Cristo cro�cifisso è stato ritratto a vivo». Il P. Lagrange, pur preferendo l'idea del «disegno formato in precedenza», aggiunge: «Ciò che segue indica che Dio ha deciso di fare di Gesù, agli occhi di tutti, un ilasterion (propiziazione), di esporlo in questa qualità» e, quindi, è più conforme al secondo significato. Possiamo però conciliare i due pensieri: il Dio dall'eternità ha previsto che Gesù fosse posto davanti ai peccatori come colui che li avrebbe rigenerati.

             La parola chiave di questo brano è ilasterion. Il verbo ilaskomai è impiegato due volte nel N.T.: Ebrei 2:17; Luca 18:13. Il sostantivo ilasmos, lo si incontra due volte: 1 Giovanni 2:24:10. Anche il termine ilasterion appare due volte: nel nostro testo e in Ebrei 9:5. L'aggettivo lieos viene anche impiegato due volte, nella forma attica in Matteo 16:22 e in Ebrei 8:12. O. Kuss osserva: «Che cosa Paolo intenda di preciso con questo termine, è incerto».[26] F. Godet scriveva: «Un folto numero di interpreti: Origene, Teofilasso, Erasmo, Lutero, Calvino, Tholuk, Filippi, ecc. sono ricorsi al significato che ha nella LXX e in Ebrei 9:5, dove indica il propiziatorio o coperchio dell'arca dell'alleanza... che nel grande giorno dell'espiazione il sommo sacerdote ungeva con il sangue della vittima (Levitico 16:14 e seg.)[27]. È per questa ragione che sarebbe visto qui da Paolo come il tipo di Cristo il cui sangue sparso copre il peccato del mondo. Noi non crediamo che questa interpretazione sia ammissibi�le per le seguenti obiezioni: 1a se si tratta realmente qui di un oggetto determinato, conosciuto e unico, come il coperchio dell'arca, l'articolo to non dovrebbe mancare; 2a l'epistola ai Romani non è uno scritto che si muove come la lettera agli Ebrei nel simbolismo levitico; nulla nel testo prepara l'applicazione di questo termine a un oggetto del culto israelitico; 3a Gess osserva con ragione che, se questo argomento fosse stato familiare a s. Paolo, si dovrebbe ritrovarlo altrove nelle sue lettere, e se così non fosse, l'espressione sarebbe stata incomprensibile per i suoi lettori; 4a da ogni punto di vista l'immagine sarebbe stata estranea. Quale comparazione tra Cristo Gesù crocifisso con un mo�bile del tabernacolo, tanto più che come osserva H. Oltramare, l'efficacia espiatoria non è mai rappresentata dal coperchio dell'arca, ma unicamen�te dall'aspersione del sangue su questo coperchio? 5a che si dia al verbo proetheto il senso che si preferisce (prestabilire prima o mettere davanti), l'immagine del propiziatorio non può convenire. Nel senso di esporre pubblicamente, c'è contraddizione tra questa idea di pubblicità e il ruolo nascosto nel santuario; il sommo sacerdote soltanto poteva contemplarlo, e questo una sola volta all'anno e solamente attraverso u�na nube di fumo. Se si spiega il verbo nel senso di stabilire in antici�po, è ancora più impossibile applicare questa idea di un disegno eterno, sia a un oggetto materiale, come il propiziatorio stesso, sia a una re�lazione tipica come Gesù Cristo. Bisogna dunque intendere la parola ila�sterion in un senso molto largo: mezzo di propiziazione».[28]

             Diversi traducono con vittima espiatoria (o di propiziazione) considerando ilasterion come aggettivo del sostantivo thum - vittima, non espresso da Paolo, ma da lui sottinteso. Si pensa che questo modo di ve�dere sia confermato dalle parole che seguono: "nel sangue suo" che pre�cisano il pensiero e mettono in risalto la nozione di sacrificio. «L'idea del sacrificio, se non si trova nella stessa parola, ri�sulta dall'espressione per mezzo del mio sangue: infatti un mezzo di propiziazione nel quale c'entra il sangue, che altro è, se non un sacri�ficio?».[29]

             Crediamo che il significato migliore di ilasterion, sostantivo neutro, sia "mezzo di propiziazione", o - come traduce il Luzzi - "pro�piziazione"; oppure "strumento di espiazione", come riporta la Bibbia della C.E.I.[30]

             Crediamo di potere tradurre il pensiero di Paolo in questi termini: «Il quale Iddio ha prestabilito/messo innanzi come purificatore me�diante la fede nel suo sangue».

             Questo strumento di espiazione, diversamente dai sacrifici pagani, non ha lo scopo di cambiare i sentimenti di Dio nei confronti degli uomini affinché li guardi in modo favorevole. Dio non ha mai cessato di amare la sua creatura anche peccatrice. È l'uomo che, allontanandosi da Lui, non lo riconosce più come suo bene (Isaia 1:2-4). Questo mezzo di propiziazione, di purificazione serve all'uomo affinché possa ritornare a Dio in una perfetta armonia di volontà.

             Il peccatore, dopo aver compreso l'amore di Dio, dimostrato dall'incarnazione fino all'agonia della croce, sente la gravità della sua malattia, lo squilibrio della sua natura e la contaminazione del suo peccato. Nell'avvicinarsi a Dio avverte la profondità della lebbra della sua corruzione: sente il bisogno di essere mondato. Questa certezza di guarigione Dio gliela offre in Gesù quale ilasterion, mezzo di purifica�zione, purificatore. Come abbiamo visto nel nostro cap. 3 "espiazione" il verbo ebraico kipper, dal quale viene il sostantivo kapporet, coperchio, significa: purificazione, assolvimento, cancellazione, perdono.[31]

             Il pubblicano nel tempio prega: «O Dio sii placato verso di me» Luca 18:13. Il verbo tradotto con "sii placato" è in greco ilastheti, da ilaskomai dal sostantivo ilasterion e significa "purificami", "assolvimi". E Gesù aggiunge: «Scese a casa sua giustificato», cioè reso giusto, purificato, (v. 14).

             Questa determinazione di Dio di purificare, perdonare tutti gli uomini, diventa soggettivamente valida «mediante la fede nel suo san�gue». Avere fede nel sangue di Gesù Cristo significa accettare tutto quanto Egli ha compiuto per la nostra liberazione dal male (1 Pietro 1:18,19) e desidera ancora compiere nei nostri confronti (Ebrei 9:14), significa morire alla nostra ribellione nei confronti del Padre e nasce�re a nuova vita, volontà che si manifesta con il battesimo (Romani 6:2-11).

             «Per dimostrare la sua giustizia». Paolo parla di "dimostrazione" e mai di "soddisfazione", come se la morte di Gesù avesse finalmente pagato un debito che l'umanità aveva contratto con la divinità. Non si tratta della giustizia di Dio che è soddisfatta perché finalmente l'ordine è ritornato nell'universo e soprattutto in Dio, in quanto l'offesa  di lesa maestà è stata cancellata dal sacrificio di un innocente che ha preso il posto dell'uomo peccatore. Il supplizio meritato da ogni pecca�tore è stato subito da Gesù? No, Dio dimostra la sua giustizia non colpendo l'innocente al posto del colpevole, ma facendo vedere come la giu�stizia riprende a vivere nel cuore dell'uomo che accetta il suo amore. L'uomo da solo non riusciva, anche mediante l'osservanza dei comandamen�ti, a presentarsi giusto davanti a Dio. Ma ora, come nel passato, mediante l'accettazione della grazia, nell'unione con Cristo, la giustizia che viene da Dio può manifestarsi nella sua vita, come il frutto del tralcio che viene alimentato dalla linfa della vite. La morte di Gesù dimostra an�che la giustizia di Dio perché manifesta fin dove arriva la sua bontà, la sua fedeltà, il suo amore per noi. Dio mediante Gesù sulla croce dimostra la sua giustizia, il suo essere il Santo d'Israele che pur nel dolore, nella morte, nell'apparente separazione da Dio non è vinto, sopraffatto dal peccato. La giustizia può essere vinta dal male, ma non si confonde con essa. È perché Gesù ha amato e ubbidito fino alla fine che noi in lui siamo resi capaci di amare e obbedire come lui.

             «Avendo Egli usato tolleranza verso i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza». "Tolleranza", paresis in greco, è un hapax nel N.T., cioè lo si trova una sola volta, indica la "pazienza" che Dio ha avuto nel non punire il peccato, come se non ne tenesse conto. Questa dichiarazione dell'apostolo è generalmente spiegata nell'ot�tica della sostituzione penale in questi termini: l'Eterno tollerava, sopportava i peccati con pazienza, ma a un certo punto «Dio ha giudica�to necessario, in ragione dell'impunità di cui godeva da molto tempo questa umanità che si agitava sulla terra, di dimostrare infine la sua giustizia con un atto eclatante; e l'ha fatto realizzando nella morte di Gesù Cristo il supplizio che avrebbe meritato di subire ogni peccatore».[32]

             È guardando a quanto si sarebbe compiuto al Golgota che il Padre "sopporta", tiene in sospeso la sua punizione. Ma in questa pro�spettiva: «il tempo della divina pazienza» diventa di fatto il tempo dell'impazienza di Dio, che attende la morte dell'innocente.[33] Con la parabola dei cattivi vignaioli Gesù spiega il perché della sua morte. Non dice che il Padre lo mandò a morire perché era giunto il tempo di punire nel figlio le mancanze degli operai, ma perché credeva che gli operai vedendo suo figlio, gli avrebbero portato rispetto (Luca 20:13). Lo stesso pensiero che Paolo formula in questa lettera lo ha presentato ad Atene davanti ai filosofi nel santuario della cultura del tempo: «Iddio dunque, passando sopra ai tempi dell'ignoranza, fa ora annunciare agli uomini che tutti, per ogni dove, abbiano a ravvedersi» Atti 17:30. In 1 Corinzi 2:8 scrive che la morte del Cristo è stata causata dal fatto «che nessuno dei prìncipi di questo  mondo ha conosciuto (la sapienza di Dio); perché, se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria».

             «Il tempo della pazienza divina» è il tempo nel quale l'umanità è immersa nell'"ignoranza", e Dio, nella sua misericordia, non ha voluto prendere in considerazione questa non conoscenza per giudicarla e punirla, ma è "passato sopra", sopportando che le nazioni camminassero nelle loro vie (Atti 14:18).

             Dio non dimostra la sua giustizia facendo morire il giusto al posto del peccatore, ma ha dimostrato la sua giustizia nell'insegnamento del sermone sul monte, nell'opera, nella persona di Gesù Cristo. La giu�stizia di Dio è stata manifestata nella vita di Cristo Gesù che ha vis�suto la santità di Dio su questa terra. Che ha continuato ad amare gli uomini e il Padre, pur essendo appeso alla croce. Davanti alla croce l'uomo vede l'amore di Dio e la malvagità dell'umanità. Non ci può essere più nessu�na riserva in questo senso.

             (v. 26). «Per dimostrare, dico, la sua giustizia, nel tempo presente». Generalmente questa dichiarazione, come la precedente, è intesa nel senso che Dio dimostra la sua giustizia punendo i peccati dell'umanità nella persona di Gesù. Ma c'è chi dissente. L'apostolo riprende il pensiero interrotto e ribadendo il suo insegnamento "dimostra" la giustizia di Dio nel tempo presente. Paolo, purificato da Gesù e avendo con lui sta�bilito un nuovo legame, può dire: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo Gesù che vive in me; e la vita che vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio» Galati 2:20. In questo rapporto i credenti non possono che crescere e maturare e giungere così allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo» Ebrei 4:13. Questa cresci�ta è la conseguenza del patto, rinnovato da Cristo Gesù, il quale consiste nell'accettazione da parte degli uomini che Dio ritorni ad abitare in loro. L'uomo, rientrato nella casa paterna, vede i princìpi che rego�lano i rapporti Creatore-creatura, creatura-Creatore come manifestazioni della grazia di Dio e sono per lui motivo di lode. Dio dimostra la sua giustizia perché l'uomo, che ha accettato quanto Dio gli ha offerto, cresce e si sviluppa in armonia con la legge scritta nella mente e nel cuore (Ebrei 8:10; 10:16). Mediante vite rigenerate Dio può «dimostrare nel tempo presente la sua giustizia» vivente in loro.

             «Onde Egli sia giusto e giustificante colui che ha fede in Gesù». Era un gran problema, degno della sapienza divina, quello che l'uomo a�veva posto a Dio, con la caduta nel peccato. Se Dio avesse pensato solamente di punire il peccatore, dov'era la sua grazia? Egli era giusto, ma non giustificante. Se al contrario, Dio si fosse accontentato soltanto di fargli grazia perdonandolo e basta, dove era la sua giustizia? Sarebbe stato un Dio perdonatore, ma non giusto. Che ha fatto Dio? Ha presen�tato alla fede del peccatore colui che lo può guarire. Difatti, la grazia che Dio manifesta alla croce non è per nulla un regolamento di conti tra il cielo e la terra a seguito del quale l'uomo avrebbe potuto trarre profitto manifestando un po' di gratitudine. L'accettazione della grazia mediante la fede, non è una semplice adesione intellettuale o un orec�chiare passivo che lo porta a beneficiare di una giustificazione magica. La fede è l'espressione di una trasformazione di natura che è avvenuta nel cuore dell'uomo, guarendolo dalla sua ribellione. È per questo motivo che alla domanda fatta a Gesù: «"Che dobbiamo fare per effettuare le opere di Dio?" Gesù rispose: "Questa è l'opera di Dio: che crediate in co�lui che Egli ha mandato"» Giovanni 6:28,29.

             Dio è pienamente "giusto" quando può "giustificare", cioè condivi�dere la sua giustizia con un uomo che la realizza perfettamente: Gesù. Poi per mezzo suo, il risorto, la condivide con tutti coloro che credono e hanno una fiducia (come il Cristo) nel Dio che risusciterà gli uomini come ha risuscitato Gesù.

             Una certa teologia, diventata tradizionale, ha spiegato l'opera compiuta da Cristo Gesù come mezzo di riconciliazione dei due attributi di�vini: amore e giustizia, in antitesi tra di loro a causa del peccato dell'uomo.[34] Ma la Sacra Scrittura non insegna nulla di tutto questo. A conclusione del ragionamento dell'apostolo, Dio, nel giustificare l'uomo mediante la fe�de in Cristo Gesù, è contemporaneamente "giusto e giustificante". La pa�rola "giusto" si riferisce alla maniera di essere di Dio; giusto nella sua condotta, giusto nella sua essenza; la parola "giustificante", Paolo l'avrebbe potuta sostituire con "misericordioso", ma è solo con il termine usato che fa esattamente comprendere che anche la grazia agisce, è presente nella giustizia e non è in antitesi con essa, bensì ne è la ma�nifestazione.

             Il verbo giustificare ha due significati di base: senso giuridico o forense: "dichiarare giusto"; e senso morale: "rendere giusto moral�mente per infusione di giustizia". Questi due aspetti si completano e indicano ciò che avviene per il credente. Accettando Cristo Gesù, Dio lo dichiara giusto perché vede in lui, nel presente, la realtà futura. Que�sti avendo accettato il seme dell'amore di Dio, non potrà che manifesta�re  domani la sua spiga matura, piena: la giustizia di Dio vissuta in lui. Tale unione con Cristo fa dell'uomo un giustificato. Attraverso la fede Gesù compie in lui una metamorfosi, la quale esprime il bisogno di vivere secondo i principi del Regno di Dio; così che l'osservanza dei comandamenti non è una costrizione, ma il risultato della liberazione o guarigione che Gesù ha compiuto. Questa osservanza della legge non è perciò vissuta nella paura, ma nello stato gioioso di figlioli di Dio, in una libera relazione d'amore con Lui.

             La salvezza non è un espediente per soddisfare gli attributi divi�ni, ma l'unione dell'uomo con il Dio giusto. In questo senso possiamo dire: la giustizia di Dio è soddisfatta perché il credente in Cristo Ge�sù vive la sua legge, che non è in antitesi con la sua grazia, ma una sua espressione. Questo pensiero Paolo lo conferma al v. 31 dove dice: «Annulliamo noi dunque la legge mediante la fede? Così non sia; anzi, stabiliamo la legge».

             Generalmente la teologia della croce fonda la salvezza su una fal�sa comprensione della grazia. La si spiega dicendo che la fede nel dono della grazia di Dio libera l'uomo dall'osservanza della legge. Questo pensiero teologico è il trionfo dell'avversario che nel nome di Dio rie�sce a fare rifiutare all'uomo il dono della grazia espressa nella legge. Il sacrificio della croce non è qui per dispensare il credente dall'os�servanza dei comandamenti; è l'incredulo che si sente già dispensato. La legge vissuta da Gesù continua a essere vissuta dal convertito che cresce in lui, come il tralcio sulla vite. Così la giustizia richiesta dalla legge è realizzata da colui che vive in Gesù, o meglio nel quale Cristo vive. Gesù è venuto a liberare l'uomo «dalla legge (non intesa come comandamenti di Dio, ma dalla legge del peccato, che esprime istintiva�mente la natura decaduta dell'uomo), affinché il comandamento della legge (di Dio) fosse adempiuto (vissuto, realizzato) in noi, che camminiamo non secondo la carne (espressione che indica l'uomo degenerato con le sue passioni che manifesta la legge del peccato iscritta nella natura dell'uomo), ma secondo lo spirito (mediante il nuovo legame che si è ve�nuto a creare con Dio)» Romani 8:2,4.

Romani 5:6,8-11

 

      «Perché mentre eravamo ancora senza forza, Cristo, a suo tempo è morto per gli empi Ma Dio mostra la grandezza del proprio amore per noi, in quanto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. Tanto più adesso, essendo ora giustificati per il suo sangue, saremo per mezzo di lui salvati dall'ira. Perché se mentre eravamo nemici siamo stati riconciliati con Dio mediante la morte del suo Figlio, tanto più ora, essendo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. E non soltanto questo, ma anche ci gloriamo in Dio per mezzo del nostro Signore Gesù Cristo, per il quale abbiamo ora ottenuto la riconciliazio�ne».

 

             Ogni qualvolta leggiamo questo testo, per l'educazione avuta e a causa di alcune espressione legali: giustificati, riconciliati e parole come "sangue, ira, morte", è istintivo pensare alla morte di Gesù in chiave vicaria. Soffermandoci però a considerare le varie affermazioni di Paolo, questo pensiero scompare. Vediamo da vicino quanto l'apostolo scrive.

             A causa della mancanza di forza, di vita degli uomini, Gesù è morto in loro favore. L'espressione in "favore" nostro, greco uper, e non al "posto" nostro -, è avvallata dal fatto  che la morte di Gesù esprime amore, protezione nei nostri confronti. Il contesto, come in altre occasioni,[35] non permette la traduzione di uper con il significato di sostituzione espresso dalla preposizione anti "al posto di". Con l'espressione "in nostro favore" l'apostolo vuole dimostrare che l'amore di Dio per noi è immenso, ed è esploso in una forma che non la si poteva immaginare: Gesù è morto per degli empi.

      Il concetto che Gesù sia morto al posto degli empi, più che mettere in risalto l'amore di Dio, pone l'accento sulla pseudogiustizia di Dio con la quale punisce l'innocente al posto del colpevole. Di fatto Gesù ha amato gli empi fino al punto di morire per loro affinché cessino la loro ribellione nei confronti di Dio.[36]

             Il versetto 8 ribadisce il concetto che il sacrificio, la morte di Gesù, è la conseguenza dell'amore personale di Dio per noi. Paolo utilizza il verbo al presente perché, anche se il sacrificio è stato compiuto nel passato, l'amore non cessa di brillare e di mostrarsi. Il testo mette in risalto il "come" Dio ama. Solo Dio ha potuto inventare quello che Gesù ha fatto, non morire per un giusto, ma per degli empi.[37]

             Al v. 9 Paolo riprende quanto ha già espresso ai vv. 1 e 2: l'essere resi giusti. Pur non menzionando la risposta dell'uomo alla grazia di Dio, la fede, ne presenta però la conseguenza: l'essere salvati dall'ira. Questa salvezza dal giudizio è la conseguenza del fatto che i credenti sono stati fatti giusti «perché» l'amore di Dio ha fatto degli uomini che gli erano nemici, dei riconciliati, dei salvati. Il versetto 10 è «una ripetizione rinforzata del v. 9» scriveva F. Godet.

             L'espressione «nemici di Dio», ricorda H. Oltramare, è stata considerata dai commentatori e dai dogmatici in due modi: nella forma attiva "nemici di Dio" e nella forma passiva "odiati da Dio". Meyer, condividendo quest'ultimo significato, pretende che la morte di Cristo non annienti l'inimicizia degli uomini nei confronti di Dio, ma l'inimicizia di Dio verso gli uomini, perché essa ha per effetto di farli graziare da Dio: è solamente allora che si produce la cessazione dell'inimicizia degli uomini nei confronti di Dio, come conseguenza morale causata dalla fede. Mai, nel nostro paragrafo, Paolo ha considerato la morte di Gesù come annientante "l'inimicizia di Dio", ponendo così in Dio l'odio per spiegare il sacrificio e la morte del Cristo. Al contrario, l'apostolo, ha presentato la morte di Cristo come essendo la prova dell'immenso amore di Dio per i peccatori, ponendo questo amore alla base del sacrificio. Ripetiamolo ancora: Paolo presenta la morte di Gesù come l'espressione dell'amore di Dio e non come la conseguenza della sua giustizia. Precisa H.  Oltramare: «È evidente che questo amore (di Dio), di cui la morte di Gesù è l'eclatante testimonianza, è precisamente ciò che tocca il cuore dei peccatori e fa cessare la loro inimicizia nei confronti di Dio provocando il loro cuore alla fede in Cristo: "Noi l'amiamo, perché lui ci ha amati per primo"».[38] Solamente il senso attivo può essere preso in considerazione nel nostro testo. È contrario al testo, conclude H. Oltramare,  mettere l'accento sull'inimicizia, l'odio, di Dio per i peccatori come ragione di base della morte di Gesù. «Il peccatore, l'uomo nemico di Dio, si sente attirato a Dio da questo amore, e se cede a questa attrazione e risponde mediante la fede in Cristo Gesù, questa fede, che è in se fiducia del cuore, il germe dell'amore. È la mano con la quale l'uomo coglie la mano della riconciliazione che Dio gli tende, la pace che gli offre. L'unione, l'armonia, l'amicizia, sono ristabiliti là dove c'era prima disunione, opposizione, inimicizia: si sono riconciliati; il peccatore è in pace con Dio (v. 1). La formula "mediante la morte del suo Figlio" giustifica bene questa nostra interpretazione. Cristo è l'intermediario mediante il quale questa pace si opera, in tanto che rivela agli uomini l'immensità dell'amore di Dio, e tutto quello che questo amore ha fatto per loro. Una volta che l'amore  di Dio si è mostrato con una certa chiarezza da fare dei nemici di Dio, degli amici, "con maggior ragione, essendo riconciliati, diventati degli amici di Dio, saremo salvati" (v. 9), cioè, otterremo la salvezza, la felicità eterna che è la seconda parte del beneficio cristiano, il complemento finale della prima (che è l'amicizia con Dio)».[39]

             L'essere «salvati mediante la sua vita». Per "vita" di Gesù non si deve intendere quella terrena, ma quella gloriosa in cielo che è il coronamento di quanto compiuto al Golgota. Gesù in cielo ci assicura la vita, dice Paolo più avanti nella sua lettera (8:17,34). Il ministero sacerdotale di Cristo in favore degli uomini fa del credente giustificato un credente santificato.

             Concludiamo con il pensiero di H. Oltramare che scrive che «quando ci si domanda cosa Gesù sia venuto a fare, in altre parole quale sia lo scopo della sua venuta e della sua opera, l'immensa maggioranza dei teologi cattolici e riformati, si rifanno più o meno alla teoria di Anselmo, rispondendo "è venuto a riconciliare Dio con gli uomini e salvarli". Partono, per spiegare l'opera della nostra Redenzione, dall'inimicizia di Dio verso gli uomini peccatori: Dio li odia ("essendo odiati da Dio" vv. 5,10), e la sua giustizia offesa dai loro peccati reclama imperiosamente una soddisfazione. Gesù viene proprio con lo scopo di riconciliare Dio con gli uomini: placare l'inimicizia di Dio dando piena e intera soddisfazione alla giustizia divina mediante la sua morte espiatoria. Egli si sostituisce ai peccatori e si abbandona alla collera di Dio, subendo al posto degli uomini la pena meritata dai loro peccati. Tutta l'opera di Gesù si concentra, dunque, nel suo sacrificio espiatorio che ha per oggetto primo e diretto, Dio e la sua giustizia. Questa giustizia una volta soddisfatta, l'inimicizia di Dio svanisce e la riconciliazione di Dio con gli uomini peccatori è consumata; è cosa fatta e perfetta: Dio è stato riconciliato con gli uomini. Questa riconciliazione si opera completamente al di fuori dell'uomo, a seguito di un dramma terribile e commovente, che si pone unicamente tra Dio e Gesù, e nel quale l'innocente, il Giusto, si sacrifica volontariamente per i colpevoli: espia i loro sbagli, soffre e muore al loro posto. Gli uomini peccatori beneficiano di questo sacrificio per la loro salvezza, poiché la giustizia di Dio non ha più nulla da reclamare da loro: Gesù ha pagato il loro debito; essi sono salvati.  Da questo punto di vista l'amore di Gesù per i peccatori è toccante, sublime. Quanto a Dio, quale differenza! Non bisogna, in questo momento almeno, parlare del suo amore, poiché la sua giustizia lo domina così completamente, che lo paralizza. Dio non prova in principio per gli uomini peccatori che dell'inimicizia; li odia (eXthroi ontes, 5,10), ed è solamente quando questa inimicizia (eXthra) è placata dal pagamento del loro debito, che la sua giustizia non avendo più nulla da reclamare, diventa propizio nei loro confronti e che il suo amore può apparire. Il sacrificio di Cristo è la causa di questo amore: espiatorio per Dio, è nello stesso tempo propiziatorio per l'uomo. Questa concezione che viene prestata a Paolo, e che è stata decorata con il nome di "ortodossa", è proprio opposta alla sua; né gli appartiene né da vicino, né da lontano e a nessun titolo. Rovescia in forma radicale i termini utilizzati dall'apostolo e sconvolge completamente il suo punto di vista religioso. Alla domanda sullo scopo della venuta e dell'opera di Gesù Cristo, Paolo risponde che: "Gesù è venuto a riconciliare - non Dio con gli uomini, ma gli uomini peccatori con Dio;[40]- fare dei nemici di Dio degli amici, e salvarli". La differenza sembra poca cosa a prima vista; in realtà essa è enorme; è il punto di vista precedente capovolto. Sono gli uomini nemici di Dio e Paolo pone in Dio la base stessa e come principio della Redenzione, l'amore di Dio per i peccatori, un amore inaudito, lasciando ben lontano dietro lui tutto ciò che l'amore umano ha potuto fare di più grande (vv. 5,10) e manifestandosi con splendore nel tempo voluto da lui (vv. 5,6), e quando gli uomini erano ancora peccatori (vv. 5,8), suoi nemici (vv. 5.10), mediante il dono di Suo Figlio che muore per loro. Non è questione di giustizia divina soddisfatta là dove l'amore di Dio prende l'iniziativa di tutto. Si deve in effetti rimarcare che Paolo non cessa di ripetere che è all'amore di Dio e alla sua grazia sovrana che noi dobbiamo il suo piano eterno di salvezza (confr. Romani 11:22; Efesi 1:4; 2:4-7; 2 Tessalonicesi 2:16; 2 Timoteo 1:9; Tito 3:4-7), e che la realizzazione di questo piano è in Gesù Cristo (Romani 8:31; Efesi 2:7; 3:18,19; Colossesi 1:13,19-22; 2:13-15; 3:13,14; Tito 2:14); per contro mai, né nell'epistola ai Romani, né in alcuna delle sue lettere mette la giustizia divina in relazione, sia con il piano di salvezza di Dio, sia con l'opera redentrice di Gesù. Questo dualismo in Dio della giustizia e della bontà, questa dominazione esclusiva della giustizia divina, che la teoria precedente mette alla base della concezione di Paolo, gli è assolutamente estranea, poiché quando pure parla di ira di Dio verso gli uomini peccatori, questa ira non è da vedersi come proveniente da una inimicizia forense, che sarebbe l'ultima parola dei sentimenti di Dio nei confronti dell'uomo; ma al contrario, come esprimente ancora una delle facce del suo amore imperituro, ma santo. L'oggetto primo, diretto, e si potrebbe anche dire unico, della venuta e dell'opera di Gesù, non è Dio, bensì gli uomini peccatori, nemici di Dio per i loro sentimenti, per i loro pensieri e per la loro vita, per la loro riconciliazione con Dio e la loro salvezza. È il cuore duro e ostile dell'uomo che bisogna raggiungere e riportare a Dio, non Dio che bisogna placare, lui il cui cuore è tutto aperto ai peccatori e che li fa avanzare mediante l'invio e il dono del suo proprio Figlio! Nella morte sanguinante di Gesù si concentra, come nella sua espressione più toccante e più alta, tutta l'opera del Salvatore, perch'Egli è la manifestazione risplendente, inimmaginabile dell'amore immenso con il quale i peccatori sono amati, dall'amore di Dio e di Gesù assieme; è il fatto centrale del vangelo che Paolo predica; dichiara pure di non voler "sapere altro cosa che Gesù Cristo e Gesù Cristo crocifisso" (1 Corinzi 2:2; cfr 1 Corinzi 1:17,18,23; 5:7; Galati 3:1; 6:14; Filippesi 2:8)».[41]     

Romani 8:1-3

 

             L'uomo di Romani 7 è in una situazione drammatica quando vuole fare la volontà di Dio, vive la contraddizione e l'impotenza della sua natura, pur essendosi posto sotto la legge[42] non riesce a realizzare ciò che essa chiede. La risposta al grido di angoscia «Misero me uomo chi mi trarrà da questo corpo di morte?» Romani 7:24, è in Romani 8 quando scopre il valore del proprio legame con Cristo Gesù, grazie al quale passa dalla schiavitù del peccato, dall'impossibilità di fare ciò che ritiene giusto, alla liberazione, al vivere la bellezza della volontà di Dio. Perché?

 

«Non vi è alcuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù; perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte. Poiché quel  che era impossibile alla legge perché la carne la rendeva debole, Iddio l'ha fatto mandando il suo proprio Figlio in carne simile[43] a carne di peccato[44] e a motivo del peccato[45] ha condannato il peccato nella carne[46]» Romani 8:1-3.

             Questo testo dell'apostolo Paolo oltre a presentarci la salvezza in Cristo ci introduce nella sua natura a continuazione di quanto detto nel capitolo 5 dove era presentato come secondo Adamo.

 

Natura divina di Gesù 

 

-          Proviene dal cielo (Giovanni 1:18);

Natura umana di Gesù

 

-    Proviene dall'umanità degenerata,

-          il «santo che nascerà sarà  chiamato Figlio di Dio - perché - lo   Spirito Santo verrà su di te e la Potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra» Luca 1:35;

-          Il  Figlio  dell'uomo,  nasce   da   una

      donna     (Galati 4:4)     dell'umanità

      peccatrice,    della    discendenza    di

      Davide  e  lei  stessa  necessita  di  un

      Salvatore (Luca 1:47).

-          Maria «si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo» Matteo 1:18.

-          ha antenati con tare morali e spirituali, una natura di peccato (Luca 3:23 e seg.)

-          «il Signore gli darà il trono di Davide suo padre» Luca 1:32;

-          «nato dal seme di Davide secondo

      la  carne» Romani 1:4.

-          «Ripieno di Spirito Santo dal seno di   sua madre» Luca 1:15.

 

-          Gesù «ripieno dello Spirito Santo se ne tornò» Luca 4:1.

 

-          «Santo,

-          innocente,

-          immacolato (senza peccato), separato dai peccatori ed elevato al di sopra dei cieli» Ebrei 7:26;

-          In carne simile a carne di peccato     

      (Romani 8:3)

-          "santo" dalla nascita, fino alla croce,

 

-          nessuno lo convince, accusa, di peccato (Giovanni 8:46).

 

-          Senza peccato in Lui (1 Giovanni 3:5)

 

-          «Il principe di questo mondo non ha nulla in me (Gesù)» Giovanni 14:30.

 

-          La Parola fatta carne, ha abitato fra noi piena di grazia e verità (Giovanni 1:14).

 

-          «In lui  abita  la pienezza  della deità» (Colossesi 2:9)

 

 

             In Gesù abbiamo un essere con una doppia natura il cui corpo fiorisce dall'umanità (mediante l'intervento di Maria) e dalla trascendenza, conseguenza del fatto che il Padre celeste per «entrare nel mondo» gli ha «preparato un corpo» Ebrei 10:5.      

             In Gesù abbiamo «colui che doveva venire» Romani 5:14, di cui l'Adamo caduto ne era il tipo, una figura.

             Paolo scrive che ciò che impedisce all'uomo l'osservanza della legge è la propria "carne"[47] nella quale  «vede un'altra legge nelle proprie membra, che combatte contro la legge della  propria mente, e rende (l'uomo) prigioniero della legge del peccato che è nelle proprie membra» Romani 7:23.

             L'uomo a causa della carne è schiavo della legge del peccato (Romani 7:25).

             A causa di questa incapacità ontologica dell'uomo, dopo l'Eden, Dio deve compiere un'azione di salvezza, per liberare l'uomo dalla sua "carne" e non farlo più "debitore" della sua natura carnale (Romani 8:12), cioè un suo ostaggio, e non essere più, a causa della carne, schiavo della «legge del peccato» Romani 7:25.

             Dio c'è riuscito perché in Cristo «ha condannato - vinto - il peccato nella carne» Romani 8:3. M. Fernandez vede in questa espressione «la forza stessa della legge del peccato nella natura umana annichilita, privata del suo potere funesto. L'egoismo non sarà più dominatore su noi. In effetti la "legge dello Spirito della vita in Gesù Cristo ha liberato l'umanità dalle conseguenze di questa legge di morte".».[48]

             Il credente è solo mediante la sua relazione con il Cristo che può compiere la giustizia di Dio. Da qui l'importanza di comprendere la natura di Cristo.

             Due riteniamo siano le principali posizioni che spiegano la natura di Gesù in relazione al peccato:

a)       Gesù aveva la natura di Adamo prima del peccato, ma aveva un corpo che subiva le conseguenze del peccato e viveva in un mondo che non era quello originale dell'Eden. A causa della sua natura incontaminata dal peccato come uomo non era tentato dalle sue proprie concupiscenze (Giacomo 1:13), ma essa gli veniva dall'esterno, come lo fu per i nostri progenitori.

b)       Gesù aveva la natura di peccato, come l'uomo dopo l'Eden. 

             A critica della prima posizione, i cui sostenitori credono che partendo dalla natura di Adamo il Figlio di Dio riprende il confronto con il male là dove il primo uomo aveva fallito, si costruisce un sillogismo discutibile. Se Gesù, quale secondo Adamo, avesse avuto una carne simile a carne di peccato, ed era quella di Adamo prima del peccato, ciò significa che Adamo stesso è stato generato in Eden con una carne simile a carne di peccato. Si conclude il pensiero dicendo che il peccato dell'uomo è insito nel progetto creativo di Dio. Inoltre, si aggiunge che Gesù è stato fatto «in ogni cosa simile ai suoi fratelli» Ebrei 2:17.

             Con la sua incarnazione, pur avendo la natura di Adamo prima del peccato, Gesù ha subito le conseguenze e le debolezze della natura umana, del corpo, dopo secoli di peccato, cioè "le infermità innocenti" come le ha definite in un sermone H. Nelvill.[49] Per questo motivo la posizione di Gesù è svantaggiosa rispetto a quella di Adamo.

             Con la seconda posizione non si vuole affermare che Gesù fosse un peccatore, in quanto sarebbe in contrasto con tutti i testi che presentano il Cristo come il  "Santo", senza peccato, Figlio nel quale il Padre si compiace. Se Gesù avesse peccato, lui stesso avrebbe avuto bisogno di un Salvatore.

             Ma in questo modo di spiegare ci sono due posizioni, di cui la prima, non accettabile è già stata criticata con le parole espresse alle quali possiamo aggiungere solo, non ritenendo necessario continuare, che Gesù, facendosi uomo, non è stato un essere "carnale" e come dice Paolo: «venduto schiavo al peccato» Romani 7:14, come siamo noi, con la propensione al male[50]; la seconda, condivisa nel nostro secolo[51] da teologi come K. Barth[52], E. Brunner[53], O. Cullmann[54], J.A.T. Robinson[55], T.F. Torrance[56], dal pastore riformato R. de Pury[57] non sospetto di liberalismo teologico, dal cattolico G. Bonsirven[58] e da altri, presenta la partecipazione del Cristo alla natura caduta, assoggettata al peccato pur non sperimentandolo. «Il test al quale  il Cristo dovette far fronte fu infinitamente più difficile di quello di Adamo e di Eva, poiché aveva preso la natura decaduta, ma non corrotta, che sarebbe stata tale se il Cristo avesse risposto alle parole di Satana piuttosto che a quelle di Dio».[59]

             «E. White e i partigiani della cristologia tradizionale[60] hanno sempre fatto la differenza tra ciò che hanno chiamato "le tendenze ereditarie al male" che ha ogni persona "nata da una donna, nata sotto la legge", e "le tendenze coltivate" che sono le proprie di tutti gli uomini peccatori per essere stati sopraffatti alla tentazione. Ora, se Gesù ha ereditato le tendenze naturali al male, non le ha, tuttavia, mai coltivate. È per questo, Ellen White ha potuto scrivere che (Gesù) ha fatto l'esperienza della "forza della tentazione". Della "forza della passione", come anche "delle propensioni naturali", ma senza mai soccombere alle loro potenze di attrazione. "Come tutti i figli di Adamo, il Cristo ha accettato i risultati della grande legge dell'eredità. È con una tale eredità che venne a partecipare i nostri dolori e le nostre tentazioni e a darci l'esempio di una vita senza peccato"[61]».[62]

             La vittoria di Gesù sulla croce, per sé e in favore dell'uomo va, quindi, oltre a una liberazione dalle infermità innocenti. Il prof. M. Fernandez scrive: «Se Dio ha voluto "condannare il peccato" nella carne del Cristo, deduciamo dall'evidenza che la sua natura umana doveva portare qualcosa da condannare - per liberare l'uomo - affinché non "sia più schiavo di questo peccato" Se il Cristo non avesse portato in sé che queste infermità innocenti, potremmo dire che la natura del "nostro vecchio uomo" sia limitata a queste sole caratteristiche benigne? Meritavano allora d'essere "crocefisse con lui" sul Golgota? Lo ripetiamo, la croce essendo una maledizione (Galati 3:13; Deuteronomio 21:23) sul peccato, perché maledire del nostro vecchio uomo queste sole infermità innocenti, senza voler giungere alla causa stessa che le ha prodotte?». [63]

             La natura di Cristo dopo il peccato di Adamo, pur non avendo una propensione al male che caratterizza l'intera umanità incapace di vivere il bene e la giustizia, non consisteva soltanto alla partecipazione delle "infermità innocenti", cioè alle conseguenze esterne del peccato? Ancora il prof. M. Fernandez scrive: «Cristo ha rotto - per mezzo della carne della sua natura decaduta -  i legami mediante i quali la legge del peccato e della morte ci mantengono separati da Dio, dunque incapaci di amare. C'era dunque un ostacolo da distruggere[64] nella natura umana, bisognava che il Cristo fosse inviato in una natura unica: che doveva avere in sé contemporaneamente la legge del peccato e della morte, causa della nostra morte, e il suo principio distruttore: la legge dello Spirito di vita, antidoto del peccato. Gloria al Cristo e allo Spirito Santo, poiché la legge dello Spirito di vita in Gesù Cristo ci ha liberati dalla legge del peccato e della morte!».[65]

             Utilizzando l'esempio dell'innesto di M. Fernandez, dobbiamo dire che Gesù è il ramo che fa partecipare l'umanità alla natura divina (2 Pietro 1:4), ma che lui stesso, pur essendo il rigeneratore, partecipa grazie alla sua natura che lo caratterizza a quello dell'albero selvatico, con la quale può realizzare l'innesto sull'albero stesso rendendo tutto buono l'albero. L'uomo diventando una stessa pianta con il Cristo, nella sua nuova umanità, attraverso la sua morte e la sua risurrezione, mediante il battesimo (Romani 6:4,5), per la propria natura selvatica cambiata produce i  frutti dello Spirito (Galati 5:22). Conservando questa immagine, si  può dire, che se Gesù si fosse presentato con la natura di Adamo prima del peccato, non si sarebbe potuto innestare nell'umanità peccatrice a causa della sua natura diversa.

             Il Signore fu "uno con noi", ma non "uno come noi" e "uno di noi". «Ha partecipato alla nostra carne e al nostro sangue» Ebrei 2:14, ma non al nostro peccato e alla nostra ribellione. L'inclinazione al male, alla disubbidienza, non è ancora peccato, non può essere confusa con il peccato.

             Il Signore stesso è stato un essere-albero innestato. La sua natura umana è stata innestata in quella divina. Come tale era portatrice dei frutti dell'eternità, ma se avesse favorito la sua discendenza davidica, avrebbe sviluppato la sua selvaticità, da qui la sua volontà e necessità di avere un legame profondo e costante con il Padre e la sua apertura - bisogno - a ricevere la grazia dello Spirito non hanno permesso che diventasse «carnale», «venduto al peccato». Gesù potrà dire: «Il Padre che dimora in me fa le opere sue» Giovanni 14:10.

             Gesù a seguito dell'incarnazione ha portato in sé il germe, la naturalezza all'indipendenza dal Padre, ma questa possibilità mediante la sua relazione con il Cielo non ha germogliato, anzi è stata soffocata, vinta. Gesù aveva in sé sì «le opere della carne» Galati 5:11, ma non si sono mai espresse virtualmente.

             Gesù ha portato la causa delle nostre malattie senza svilupparle e ammalarsi di esse. Ha portato in sé il virus del peccato, e della debolezza della nostra carne, ma come il portatore sano, pur avendolo ricevuto in eredità dal seme di Davide e dai suoi antenati non è degenerato in lui e a differenza di qualsiasi altro uomo, non lo ha fatto sviluppare perché non si è «privato dalla gloria di Dio», come lo siamo noi (Romani 3:23).[66]  La natura di Gesù porta in sé il germe del peccato o come si esprime Paolo «la legge del peccato» o «la potenzialità  - germe - del peccato».

             C'è una differenza tra avere la natura di peccato ed essere peccatori.[67]

             M.L. Andreasen scrive: «La legge dell'ereditarietà si applica alle passioni e non alla contaminazione. Se la contaminazione era ereditaria, Cristo venendo al mondo avrebbe ricevuto questa contaminazione, e non sarebbe stato chiamato "il santo bambino" (Luca 1:35; vers. L. Segond)».[68]

             Questo concetto è in antitesi con l'idea del peccato originale che fa di ogni uomo un essere che nasce con un bagaglio di colpa. C'è, quindi, differenza tra avere una carne di peccato ed essere peccatore.[69]

             J. Crews fa una osservazione importante: «Le propensioni al male sono le tendenze al peccato che sono state coltivate e rinforzate nella compiacenza con il peccato. Per contro, le propensioni naturali sono le tendenze che sono state ereditate. La colpevolezza è implicita nel primo caso, ma non nel secondo».[70] C'è quindi una differenza tra il peccato, espressione della volontà, e la natura di peccato che esprime la natura dell'uomo che si può trasformare in propensione al male a seguito di scelte fatte.

             Romani 9:11 dice che i figli di Isacco prima della loro nascita non avevano fatto alcun che di bene e di male. Ciò ci permette di pensare che la loro natura, pur degenerata da secoli di storia, non era contaminata dal peccato originale, e non era di fatto considerata peccatrice, e nascendo non erano per natura separati da Dio[71], cosa che avviene a seguito del peccato come dice il profeta Isaia (59:2).  Scrive M. Fernandez: «Nessun bambino nasce peccatore davanti a Dio. A causa delle legge dell'ereditarietà, nasce biologicamente solidale a ciò che la Bibbia chiama "l'iniquità dei padri" (Esodo 20:5). Per questo motivo è irrimediabilmente condannato alla caduta, ereditando la debolezza di una carne minata dalla legge del peccato e della morte».[72] «Poiché secondo le Scritture, il peccato è essenzialmente un atto,[73] non trasmissibile per eredità, e di cui solo è colpevole colui che lo compie Ciascuno è dunque colpevole per i suoi propri falli. Di conseguenza, pure se il bambino è "concepito nel peccato" e "nato nell'iniquità" secondo le parole del salmista (Salmo 51:7), non è per nulla colpevole dei peccati dei suoi antenati. Paolo scrive che alla loro nascita i figli di Isacco e di Rebecca portavano in loro, mediante l'eredità, le conseguenze del peccato di Adamo, che faranno di loro, inevitabilmente, dei peccatori, responsabili delle loro proprie trasgressioni della legge di Dio. Ma essi non sono colpevoli né per natura né per ereditarietà. Così è di tutti coloro che sono "nati da una donna, nati sotto la legge" Galati 4:4, come lo fu Gesù stesso».[74]

             Può sembrare sottile la linea di demarcazione tra la natura di Cristo che porta in sé la legge, il germe, del peccato, ma non pecca  e quella dell'uomo che eredita lui pure questa natura assoggettato alla legge del peccato, che però in lui conduce fatalmente al peccato e sviluppa la propensione al male, rendendolo a lui schiavo. Anche la linea che distingue la natura caduta di Gesù, ma senza avere la propensione al male con la natura di Gesù di Adamo prima del peccato.[75] Ma «una dottrina erronea del peccato conduce necessariamente - inevitabilmente - a una dottrina sbagliata della salvezza».[76]

             Lo scopo dell'incarnazione Paolo lo aveva già espresso con due motivi ai quali ne aggiunge un terzo:

-          «Affinché il corpo del peccato fosse annullato».

-          «Affinché non si sia più schiavi del peccato» Romani 6:6.

-          «Affinché  "la giustizia della legge fosse compiuta in noi, che camminiamo, non secondo la carne, ma secondo lo Spirito" Romani 8:2-4.

             «Questi testi[77] rivelano il perché dell'incarnazione e il come della sua realizzazione. Ma soprattutto, ci fanno comprendere che la riconciliazione dell'uomo con Dio non si è fatta sulla base d'una semplice dichiarazione giuridica, o mediante una semplice sostituzione legale.[78] Secondo le precisioni dei testi neotestamentari, la riconciliazione, al contrario, è stata realizzata dal Cristo, "nel corpo della sua carne" Colossesi 1:27, "lottando contro il peccato", "resistendo fino al sangue" Ebrei 12:4; confr. Luca 22:44. "Essendo trovato nell'esteriore  come un uomo, abbassò se stesso,  facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte della croce" Filippesi 2:8. In breve, Cristo ha realmente "portato i nostri peccati nel suo corpo, sul legno, affinché morti al peccato, vivessimo per la giustizia" 1 Pietro 2:24. È "attraverso la sua carne" che ha inaugurato "quella via recente e vivente" che conduce alla nostra riconciliazione con Dio (Ebrei 10:20).

             Se c'è una verità cristologica fondamentale è giustamente quella della partecipazione reale del Cristo "al sangue e alla carne" dell'uomo, in vista di poterlo liberare dalla potenza del peccato e dalla morte (Ebrei 2:14,15). Ma ciò non fu possibile che mediante la potenza dello Spirito di Dio. "Cristo non avrebbe potuto fare nulla, durante il suo ministero terrestre, per salvare gli uomini, se il divino non fosse stato unito all'umano".[79] È dire una volta di più che la riconciliazione dell'uomo con Dio è veramente possibile in Cristo alla condizione della sua piena e intera partecipazione all'umanità e alla divinità».[80]

             «In effetti Paolo conferma che "il mistero della pietà è grande". Ma nello stesso tempo, ci rivela il segreto: "Colui che è stato manifestato in carne" è stato "giustificato dallo Spirito" 1 Timoteo 3:16 Paolo dichiara che "il primo uomo, Adamo, divenne un'anima vivente", mentre "il secondo Adamo divenne uno spirito vivificante Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre, il secondo uomo è dal cielo" 1 Corinzi 15:19 ».[81]

             Mediante il Cristo l'umanità può diventare a sua volta «una stessa cosa-albero con lui» Romani 6:5. È stata adottata dal Padre «e  perché siete suoi figli, Dio ha mandato lo Spirito del suo Figlio nei nostri cuori, che grida: "Abba Padre"» Galati 4:5,6.

             «Il trionfo sul peccato e sulla carne viene dunque essenzialmente dalla forza divina che ci è infusa e dalla potenza soprannaturale che essa crea in noi».[82]

             Prima di concludere con un'immagine riportiamo il pensiero di W. Prescott: «Ognuno di noi era rappresentato in Gesù Cristo quando la parola è stata fatta carne e che ha abitato un tempo fra di noi Noi tutti eravamo rappresentati in Adamo secondo la carne; e quando Cristo è venuto come secondo Adamo, ha preso il posto del primo Adamo e noi siamo così tutti rappresentati in lui Ha formato questa nuova famiglia di cui è il capo. È l'uomo nuovo. Noi abbiamo in lui l'unione del divino e dell'umano Tutta l'umanità fu riunita in un capo divino, Gesù Cristo. Ha sofferto sulla croce. È tutta la famiglia che è stata crocifissa in Cristo Gesù».[83]

             Cristo è giunto alla vetta del cielo coinvolgendoci nella sua vittoria. È il capo cordata che ci conduce verso l'eternità. La nostra sola possibilità di caduta è quella di staccarci da lui, tagliando la corda. Ma se siamo e rimaniamo incordati al Signore, lui è «potente da preservarci da ogni caduta e da farci comparire davanti alla sua gloria irreprensibili, con giubilo» Giuda 24.[84]

2 Corinzi 5:14,15

     

      «Poiché l'amore di Cristo ci costringe; perché siamo giunti a questa conclusione che uno solo morì per tutti, quindi tutti morirono; e che Egli morì per tutti, affinché quelli che vivono non vivano più per loro stessi ma per Colui che è morto e re�suscitato per loro».

             L'amore che Cristo ha per noi ci trasforma, ci anima e ci impedisce di vivere ripiegati su noi stessi. L'amore che il Cristo ha mani�festato senza riserve esalta la dedizione e l'ambizione dell'apostolo. La morte di Gesù deve produrre la morte al male di tutti gli uomini che accettano il suo sacrificio. Questa morte del credente avviene idealmen�te sul Calvario identificandosi nella morte fisica di Gesù che esprime in occasione del battesimo. Per Paolo il credente non appartiene più a se stesso, la sua persona è pienamente impegnata al servizio di Cristo Gesù e lo manifesta svolgendo un'opera nei confronti dei suoi fratelli.

             In questa affermazione Paolo esprime il concetto che la morte di Gesù non è in sostituzione della nostra, per soddisfare la vendetta divina. Infatti non dice: «Uno è morto al posto (anti) di tutti» al contrario: «Uno è morto in favore e a van�taggio (uper) di tutti».

             Paolo non identifica e non sostituisce la morte di Cristo con quella degli uomini, ma al contrario presenta una identificazione del credente con la morte del Cristo: «Quindi tutti morirono».

             Nella lettera ai Romani 5 l'apostolo presenta Gesù come il secondo Adamo. Con il peccato del primo Adamo l'umanità è legata a lui nella ribellione al Padre, nella morte. Con la vittoria del seconda Adamo, l'umanità è legata a Gesù  nella vittoria sul male, nella vita eterna. «Ci ha resuscitati con lui e con lui ci ha fatto sedere  nei luoghi celesti in Cristo Gesù» Efesi 2:5. In Cristo ciò che era patrimonio suo diventa eredità di tutti. Questo concetto ci è espresso nella figura di Abramo, il padre dei credenti. Come Abramo nel restituire la decima a Melchisedec, il suo futuro discendente, nipote Levi, che avrebbe beneficiato della decima del popolo d'Israele, in lui (Abramo) fu sottoposto alla decima restituendola a sua volta. La discendenza levitica, in Abramo la restituiva al sacerdote di Gerusalemme. Quello che fece Abramo, Levi lo fece altrettanto  (Ebrei 7:9,10). Gesù  ha gustato «la morte per tutti» Ebrei 2:9, non quale punizione per tutti, ma perché ogni uomo era in lui,  «in Cristo Gesù». «Così, fratelli miei, anche voi siete diventati morti alla legge mediante il corpo di Cristo» Romani 7:4.

             Come Adamo è il padre dell'umanità, Abramo il padre del popolo di Dio, Giacobbe ed Esaù, sono i capostipiti di due grandi popoli in lotta tra di loro (Genesi 25:19-23), come il credente in Cristo è ora alla presenza del Padre nel santuario celeste, dove il Signore svolge la funzione di sommo sacerdote, così Gesù è il padre dell'umanità redenta, di tutti coloro che rinascono e vivono in lui. Sebbene Gesù non venga mai chiamato esplicitamente padre dei credenti ne è comunque il capostipite, il secondo Adamo, è colui mediante il quale è venuta la risurrezione (1 Corinzi 15:21,22). Scrive  W. Prescott: «Appena noi entriamo nella famiglia, entriamo in possesso di tutto quello che il Padre della famiglia ha fatto. Ciò è illustrato pallidamente quando nella famiglia terrena nascono dei bambini: essi hanno dei diritti certi, su tutto quello che il padre ha fatto, il che è rappresentato dalla sua proprietà. Il bambino ha certi diritti e pretese, che la legge riconosce. Questa è una pallida illustrazione e, tuttavia, essa segue la stessa linea di pensiero, poiché noi siamo nati nella famiglia divino-umana, e abbiamo preso realmente il nostro posto in lui, per nostra propria scelta; non solo è vero che noi abbiamo un diritto su certe cose che egli possiede, e che ha fatte, ma tutto quello che egli ha fatto, e tutto quello che egli ha, appartiene a ogni membro della famiglia. .. Quindi in quanto figli e membri della famiglia, tutto quello che ha fatto è nostro; tutto quello che ha è nostro; tutto viene a noi non appena siamo nati nella famiglia, al momento stesso in cui diventiamo figli di Dio».[85]

             In questa prospettiva la morte di Gesù al male, quale secondo Adamo, capostipite di una umanità redenta, è la morte di tutti coloro che sono in Cristo Gesù, che sono rivestiti di lui, della sua grazia.

2 Corinzi 5:21

 

      «Colui che non ha conosciuto peccato, Egli (il Padre) l'ha fatto peccato per noi, affinché noi diventassimo giustizia di Dio in lui».

             Gesù incarnandosi non ha ereditato, come ogni persona, la propen�sione al male; egli era il secondo Adamo. È venuto tra di noi innocente e ha vinto ogni tentazione che gli proveniva dall'esterno, che lo invitava a staccarsi dal Padre e, quindi, a peccare.

             In che modo e quando Dio ha fatto Gesù peccato?

             «Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sé» dice Paolo al v. 19. Se dunque il Dio santo era in Cristo come è possibile che Egli sia diventato peccato.

             Questo testo è stato spiegato in tre modi:

- Dio tratta Gesù come peccatore, come la personificazione del peccato;

- Gesù manifestato in carne di peccato, simile a carne di peccato (Roma�ni 8:3) subisce la conseguenza del peccato;

- Gesù è stato fatto peccato, cioè: sacrificio per il peccato.

 

             1. La prima tesi sostiene che Dio ha fatto Gesù peccato per noi, trattando il suo diletto figlio come il più grande dei peccatori, co�me il peccato stesso.

             Con Origene e Cirillo d'Alessandria, per la prima volta, Gesù viene raffigurato al becco emissario per Azazel che nel giorno dell'espiazione dei peccati di tutto il popolo d'Israele era portato nel deserto.

             Gesù quale becco emissario non era visto come colui che subiva la pena dei peccatori, ma come colui che allontanava i peccati dalla terra per portarli al cielo, dove questa vittima di propiziazione, nostro "paracletos" intercede continuamente per noi, secondo il pensiero di 1 Giovanni 2:1,2.[86]

             Per Teodoreto i due becchi sono la raffigurazione delle due nature di Gesù.[87]

             Girolamo scriveva: «L'altro capro ricevette tutti i pecca�ti del popolo come il "tipo" del Signore Salvatore e li portava nella solitudine; e così Dio è placato di fronte alla moltitudine».[88]

             È però a Denys le Chartreaux che va attribuito l'errore di aver rappresentato nella storia dell'interpretazione, il Cristo come il becco emissario che camminava verso il Calvario caricato dei peccati degli uomini.

             Con la Riforma l'aspetto giuridico e punitivo viene accentuato, come fanno anche autori cattolici.

             Il protestante Holtzmann, commentando questo passo, diceva: «La frase paradossale: "Colui che ignorava il peccato Egli l'ha fatto pecca�to per noi"; non può essere spiegata che per sostituzione e imputazione. Dio rende l'innocente responsabile del peccato e, per questo, l'identifica con il peccato stesso, fa di lui la personificazione del peccato e per conseguenza l'oggetto della sua giustizia vendicatrice; di modo che il Cristo, nella sua morte, realizza la piena concezione del peccato e rappresenta la totalità dei peccati che sono stati commessi. Per questo motivo i peccatori sono sottratti alla collera che Dio ha per il pecca�to. Il castigo di Dio ha colpito Gesù al posto dei peccatori. Così essi diventano giustizia di Dio in lui, per una specie di scambio reciproco che trasferisce al Cristo i peccati degli uomini e agli uomini la sua giustizia».[89]

             Bossuet nella sua enfasi oratoria scriveva: «È Dio stesso che ha messo su Gesù Cristo l'iniquità di tutti gli uomini. Eccolo, questo innocente, questo agnello senza macchia, diventato tutto d'un colpo un becco di abominazione, caricato dei crimini, delle empietà, delle bestemmie di tutti gli uomini».[90]

             P.A. Médébielle arriva ad affermare: «Gesù è stato caricato degli sbagli dell'umanità, e Dio lo ha reso responsabile dei nostri crimini e con la responsabilità, ha fatto così cadere su di lui la pena: egli (Dio) l'ha costituito peccatore universale e lo ha trattato come tale... Gesù Cristo è in qualche modo, per sostituzione, il peccato personificato; tutto ciò che c'è stato e che ci sarà fino alla fine, di peccato nel mondo, è imputato da Dio sul solo Gesù».[91]

             H. Lasître nel Dictionnaire de la Bible scriveva: «San Paolo, nella sua lettera agli Ebrei 9:1-4 spiega il senso figurato dei riti della festa dell'espiazione, ma non dice in che modo il becco emissario rappre�sentava Gesù Cristo. È probabile che, nella stessa passione, il Salvato�re riuniva nella sua persona il ruolo dei due becchi nel modo seguente. Come l'emissario porta veramente le nostre malattie, e si carica lui stesso dei nostri dolori (Isaia 53:6), è lui che toglie i peccati del mondo (Giovanni 1:29), e che assicura una redenzione eterna (Ebrei 9:12). Molto di più, Dio non ha solo costituito Gesù Cristo vittima per il peccato, l'ha fatto peccato in persona (2 Corinzi 5:21), di modo che Gesù Cristo cacciato, come già avveniva per il becco emissario, è il peccato stesso cacciato per non più ritornare».[92]

             Ernest Bernard Allo ribadisce il pensiero di Lesître in questi termini: «L'uomo che non ha mai commesso peccato, Dio ne ha fatto l'in�carnazione del peccato; l'ha trattato come il più grande dei peccatori, affinché gli uomini peccatori diventassero giustizia di Dio».[93]

             Ma come è possibile pensare che Gesù sia stato fatto peccato senza essere diventato a sua volta peccatore?

             A critica di questa spiegazione che suscita stupore per ciò che le persone possono dire, Léopold Sabourin scrive: «A nostra conoscenza nes�suno scrittore anteriore alla Riforma ha utilizzato l'imposizione simbo�lica dei peccati sul becco emissario per illustrare i paradossi paolini�ci di 2 Corinzi 5:21 e di Galati 3:13, secondo i quali si pretende che il Cristo sarebbe diventato il peccato personificato, la maledizione stessa»[94]

             J.F. Collanges ricorda e conferma: «L'interpretazione quasi uni�versalmente presente nei commentari e nella teologia della Riforma è quella di uno scambio giuridico e forense che comporta una doppia impu�tazione: il peccato dell'uomo a Cristo, la giustizia di Cristo all'uomo; il Cristo è concepito e fatto peccato nel senso che egli impersonifica tutto il peccato dell'uomo, che è la maledizione incarnata (Galati 3:13) su cui si riversa la collera di Dio che non perdona fino a che non sia stato placato punendo al posto nostro Suo Figlio».[95]

             L. Sabourin continuando nella sua critica osserva: «I primi riformatori hanno trovato in 2 Corinzi 5:21 un fondamento per una teoria quasi interamente nuova: il Cristo prendendo su di sé tutti i peccati del mon�do diventa per così dire l'amartia (peccato) personificato, nonché "ma�ledizione" Galati 3:13, e subisce al posto nostro il castigo della pena dovuta al peccatore. È una interpretazione senza appoggio reale nel N.T., benché diversi autori cattolici abbiano scritto in questo senso senza troppo rendersi conto che  essi si impegnavano in tal modo in una deviazione dottrinale, che giungeva a rappresentare il Cristo come il becco emissario di Levitico 16».

             Come abbiamo già visto, le teorie della redenzione riflettono spesso l'ambiente storico in cui sono formulate. Questo testo di Paolo al tempo della Riforma è stato preso a prestito dai Riformatori per spiegare nella visione giuridica e legale d'allora la giustificazione per fede contrapponendola alla salvezza per opere meritorie e alle in�dulgenze presentata dal cattolicesimo. Nel tentativo di esaltare la gratuità della salvezza quale dono di Dio manifestato in Cristo Gesù, la spiegazione di 2 Corinzi 5:21 pensiamo sia stata forzata e alterata.

             L'errore fondamentale di questa interpretazione, che la rende in�sostenibile, è di aver identificato Gesù con il capro per Azazel che invece raffigura Satana (vedere seconda parte: Cap. VII, Gesù ed il giudizio preli�minare), e quindi vederlo come l'essere santo e innocente che incarna il peccato.

             A. Feuillet giustamente scrive: «Questa idea infelice, così frequentemente espressa dalla Riforma in poi, che bisognerebbe da parecchio tempo abbandonare per sempre: il Cristo sarebbe stato trattato da Dio come una vera personificazione dei peccati, esattamente come se i  peccati degli uomini fossero diventati i suoi. In Isaia 53:10, testo al quale S. Paolo deve ispirarsi, la parola ebraica asam, che può significare "peccato", riveste in effetti, come spesso in altri casi, l'accezione di sacrificio per il peccato. Questo stesso senso di sacrificio per il peccato sarebbe conferito da S. Paolo al termine amartia. Quando dichiara del Cristo che Dio l'ha fatto peccato per noi, non vorrebbe dire che questo: Dio l'ha fatto sacrificio per i nostri peccati. Questa esegesi non ha solamente un buon appoggio scritturale, ma è solidamente attestata dalla tradizione».[96]

 

             2. La seconda tesi accosta la dichiarazione di 2 Corinzi 5:21 a quella di Romani 8:3 in cui l'apostolo Paolo dice che Gesù è venuto «in carne  simile a carne di peccato e a motivo del peccato ha condannato il peccato nella carne».

             Gli interpreti presentano delle differenti sfumature, ma concorda�no sul concetto di fondo. «Se il Cristo è stato fatto peccato, dice Sant'Illardo, è perché doveva condannare il peccato nella sua propria carne, poiché, secondo Ambrosiaste, diventare carne è diventare peccato, poiché ogni carne è sottomessa al peccato, che è Satana. Poiché la morte, dice Agostino, viene dal peccato, non è essa anche "peccato" per il fatto che Cristo era mortale, portava l'assomiglianza della carne peccatrice e mo�rendo alla sua carne morì al peccato. Questa visione delle cose prosegue nel Medio Evo, attira l'attenzione di s. Tommaso d'Aquino...

 

             Al tempo della Riforma questa interpretazione  cadde nel dimenticatoio anche presso un buon numero di autori cattolici; rinasce oggi in una forma un po' nuova, in cui il realismo degli antichi autori cede il posto a dei modi di espressione più conformi al pensiero moderno; eccone un esempio: «Considerando il peccato e la giustizia di Dio come due potenze opposte, l'una producente la morte, l'altra operando la vita, Cristo è presentato abbandonato da Dio alla potenza del peccato..., per subirne gli effetti, cioè la morte, affinché a nostra volta ne siamo strappati, da questa potenza, per essere sottomessi alla potenza vivificante della giustizia di Dio. È cosi che il Cristo è stato fatto peccato per noi affinché noi diventassimo giustizia di Dio. La giu�stizia di Dio sarebbe ancora l'attività giustificante e salvifica di Dio che si manifesta in nostro favore mediante la nostra unione con Cristo il quale ha subito per liberarci dal castigo del peccato e dalla  morte».[97] Stesso pensiero di Bonsirven Giuseppe: «Queste espressioni veementi (2 Corinzi 5:21; Galati 3:13) significano solamente che il no�stro fratello maggiore ha esteso fino alle estreme conseguenze la sua solidarietà con noi».[98]

 

             3. La terza tesi si poggia sull'insegnamento dei Padri della Chie�sa: Ambrosiaste, Pelagio, Cirillo di Alessandria e soprattutto su s. Agostino. Fu la posizione che più si è perpetuata nel tempo e oggi soste�nuta in prevalenza da autori cattolici. Essa è più giustificabile filologicamente e trova la conferma nell'A.T.

             «Dio ha fatto Cristo peccato» cioè "vittima". «Paolo parlava molto bene il greco, ma pensava in ebraico» precisa Leenhardt.[99][i]

             Ora nell'ebraico, lo stesso termine significa indifferentemente "peccato", o "sacrificio per il peccato", solo il contesto ci permette di precisare il senso. Il biblista Roland de Vaux considerando che la legislazione levitica dice che i grassi devono essere bruciati sull'altare e la carne dei sacrifici per i peccati delle persone singole deve essere mangiata dai sacerdoti, dimostra che la vittima non diventa "pec�cato", «è cosa santissima» Levitico 6:22. Ciò contraddice la teoria che sostiene che la vittima sarebbe caricata dai peccati dell'offerente e subisce la pena che lo doveva colpire. «La vittima non diventa peccato, essa è gradita a Dio che, in considerazione di tale offerta, cancella il peccato. È evidente in questo senso rituale che il termine è ripreso da san Paolo: "Il Cristo che non ha conosciuto il peccato Dio, l'ha fatto peccato (hatta't), cioè vittima per il peccato" 2 Corinzi 5:21».[100]

             La parola amartia (peccato), notiamolo, è impiegata senza preposizione, per indicare così il «sacrificio per il peccato» come avviene in diversi testi dell'A.T. Esodo 29:14; Levitico 4:21,24;5:9,12; Numeri 6:18-25.[101]

             Ancora il Sabourin scrive: «La parola ebraica hatta't ha diversi significati: indica il peccato, il sacrificio che lo cancella e la vit�tima di questo sacrificio... Per esprimere il sacrificio per il peccato i LXX sono il più delle volte ricorsi a una parafrasi come per  amartia (che preciseremo più avanti), ma si trova anche amartia utilizzato assolutamente per designare il sacrificio per il peccato (Esodo 29:14,30; 30:10; Levitico 4:8,20,21,24,25,29,32,34; 8:14b; Numeri 6:11,14-16; 18:9), nella formula amartia esti "è un (sacrificio per il) peccato" (Levitico 4:24; 5:9,12), amartia sunagones estin "è un sacrificio per il peccato" Esodo 29:14, outos o nomo tes amartias "è la legge del (sacrificio per il) peccato" Levitico 6:18-26».[102]

             S. Daniel sostiene che questo termine amartia è usato per tradurre hatta't,[103] designa il rito e non l'offerta o la vittima. Per indicare la vittima verrebbe adoperato un derivato, per es. Levitico 4:29: «Metterà la mano sul capo dell'offerta per il peccato (tou amartematos(cfr. Esodo 29:14). Secondo questo uso si potrebbe pensare che in 2 Corinzi 5:21 Paolo affermi che Dio ha fatto Cristo sacrificio d'espiazione per il peccato proprio come Giovanni dice che «Gesù Cristo il Giusto» è «espiazione per i nostri peccati (ilasmos1 Giovanni 2:2, cfr. 4:10; Roma�ni 8:25.

             A proposito della formula paolina: «Dio ha fatto peccato (amartia epoisen2 Corinzi 5:21, è curioso notare che il verbo greco è usato comunemente nella versione dei LXX per designare l'azione di offrire un sacrificio (cfr. Esodo 29:38; Numeri 6:11,16; Ezechiele 43:26;45:22,23, 25)».[104]

             È in questo senso che i Padri più autorevoli della Chiesa hanno compreso il nostro testo. «Dopo aver citato Romani 8:3 e 2 Corinzi 5:21, san Cirillo Alessandrino scriveva: "Ciò che noi riteniamo è che Cristo è stato fatto sacrificio per il peccato, perché Cristo è stato immolato essendo la nostra Pasqua (1 Corinzi 5:7)"».[105]

             Agostino riprende l'ese�gesi dei suoi predecessori quando scrive, citando, anche lui, Romani 8:3 e 2 Corinzi 5:21: «La carne dunque è chiamata peccato poiché ha assomi�glianza con la carne del peccato per essere sacrificio per il peccato. Dice infatti la stessa cosa l'apostolo in un altro luogo: "Colui che non ha conosciuto..."».[106]

             J.F. Collanges dopo aver ricordato che nella LXX, "amartia" sacri�ficio per il peccato, lo si trova in Levitico 4:21;6:25; Osea 4:8; Numeri 6:14, critica l'esegesi di L. Sabourin in questi termini: «Amartia im�piegato a due riprese nella stessa frase (2 Corinzi 5:21) può difficilmente avere un senso diverso ogni volta, soprattutto qui dove esiste un legame molto stretto tra 21 a  e 21b. Se Paolo avesse voluto dare alla seconda volta un senso diverso dalla prima è quasi certo che si sarebbe reso conto della possibile confusione e avrebbe messo le cose in chiaro. Se è vero che si possa trovare amartia con il significato di sacrificio per il peccato nella LXX, questo significato non lo si trova in Paolo, come non lo si trova nel resto del N.T. Del resto l'antitesi amartia (peccato), dikaissune theou (giustizia di Dio) presente nel nostro ver�setto non permette di comprendere amartia diversamente che come peccato. È d'altronde la linea giuridico-forense che predomina dappertutto presso Paolo e non l'evoca giustamente al v. 19?».[107]

             A questa critica L. Sabourin replica: «L'obiezione ci sembra debo�le per il fatto che si tratta qui non di senso equivoco, ma di senso de�rivato. Bisogna pure aggiungere questo: è impossibile nel nostro verset�to dare esattamente lo stesso senso al primo e al secondo amartia. Nella prima frase, ton me gnonta amartia (colui che non ha conosciuto peccato) si tratta dell'atto di peccare, chiaramente inapplicabile nel secondo, amartia epoiesen (è stato fatto peccato)».[108]

             L. Sabourin aggiunge: Paolo «impiegando amartia in un senso rela�tivamente nuovo (unica volta nel N.T.), arricchisce espressamente la lingua religiosa dei suoi lettori con un concetto profondamente biblico Una terza obiezione, la più seria, forse, che si oppone all'esegesi "sacrificium pro peccato", si riferisce al mantenimento di un paralleli�smo: "Gesù Cristo, scrive Prat, deve diventare peccato per noi, come noi dobbiamo diventare giustizia in lui».[109] «Noi osser�viamo prima di tutto che questo ultimo enunciato è accettabile se il Cristo è veramente diventato "peccato"».[110]

             L. Sabourin ricorda che l'apostolo Paolo nel nostro testo in esame ripropone Isaia 53:9-11. «Il parallelismo letterale e concettuale lo in�dicano ognuna delle tre proposizioni della frase paolina trova il suo corrispondente in Isaia:

2 Corinzi 5:21

«Colui che non ha conosciuto peccato...»

 

«Egli (Dio) l'ha fatto  essere peccato»

 

«affinché noi diventassimo  giustizia di Dio

in lui»

Isaia 53

v.  9 «non aveva commesso  violenza, né v'era stata frode nelle sua bocca"

v. 10 «Dopo aver dato in sacrificio per la colpa...»

v. 11  «il mio servo il  giusto renderà giusti molti...».[111]

             Il pensiero di Paolo è espresso anche concettualmente e verbalmente da Pietro nella sua prima lettera: «Poiché anche Cristo ha sofferto una volta per i peccati, Egli giusto per gli ingiusti, per condurci a Dio; essendo stato messo a morte, quanto alla carne, ma vivificato quan�to allo spirito» 3:18. Con questa dichiarazione l'apostolo presenta la morte di Gesù come il sacrificio che ci conduce al Padre e non come chi è identificato con il peccato e subisce la pena.

             L'espressione peri amartia per il peccato è la formula che la LXX utilizza per indicare il sacrificio per il peccato. Gesù è il sacrificio che il Padre propone all'uomo per purificarlo dal suo peccato. Il pecca�to è vinto nella morte con la quale il figlio si consacra al Padre e in lui la natura umana vince il proprio nemico. Il credente esprime simbolicamente il suo legame con il Cristo in occasione della Cena prendendo il pane e il vino. La sua morte al peccato e la sua nascita a nuova vita sono state manifestate in occasione del battesimo.

             L'apostolo non dice che Gesù è stato fatto peccato per attirare su di sé il giudizio di morte da parte del Padre, ma «affinché gli uomini diventassero giustizia di Dio in lui». Gesù non assorbe il giudizio di Dio, ma vince il male anche nella situazione ingiusta, dolorosa di morte nella quale gli uomini l'hanno posto a causa della loro malvagità.

             Il Padre non intervenendo per liberare il figlio e lasciandolo mettere in croce, pone il Cristo in un'ottica di peccato (lo pone come chi veniva considerato maledetto da Dio perché appeso al legno (Deuteronomio 27:25)), benché non abbia commesso nessun peccato e non sia un peccatore. In questo senso Gesù è diventato un sacrificio per il peccato, la croce ne è il simbolo e tramite quanto è avvenuto su di lei il peccato è vinto.  

             In   questa prospettiva si evita di vedere come scrive Moltemann in Le Dieu crucifié, «Dio contro Dio».

Galati 3:13

 

      «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo diventato maledizione per noi, (poiché sta scritto: "Maledetto chiunque è appeso al legno")».

             L'apostolo Paolo scrive questa lettera ai Galati perché è preoccu�pato e rammaricato a causa loro. Essi in un primo momento avevano accet�tato con entusiasmo la sua predicazione della salvezza quale dono della grazia, e avevano iniziato a camminare nel Signore ricevendo il suo Spi�rito (3:2). Ma a seguito di un lavoro compiuto da falsi fratelli, che come guastatori seguivano le tracce dell'apostolo, i Galati, in un modo insensato, senza possibilità alcuna di riuscita, avevano deciso di giungere alla perfezione mediante le proprie opere, che Paolo chiama della carne (3:3), così da realizzare con le medesime una giustizia propria derivante dall'osservanza della legge.

             Questa strada che avevano iniziato a percorrere, abbandonando quella presentata da Paolo che li univa allo Spirito di Dio, non poteva portare alla salvezza ma al legalismo, a una giustizia apparente, morta. È nell'unione con il Cristo vivente (2:20) che il credente realizza la vera giustizia. Nel presentare la centralità della salvezza in Cristo Gesù, già all'inizio della sua lettera, dopo i saluti, in un modo incon�sueto al suo stile, Paolo ricorda quanto Gesù ha fatto: Egli «ha dato se stesso per i nostri peccati, alfine di strapparci dal presente secolo malvagio» 1:14. L'apostolo, ricordando fin dall'inizio, il grande fatto della redenzione, quale mezzo unico di salvezza, voleva di già confutare gli errori che in seguito avrebbe combattuto. Lo scopo finale che aveva il Salvatore donandosi per i nostri peccati, in sacrificio espiatorio (1 Timoteo 2:6; Tito 2:14) - in sacrificio di purificazione, di libera�zione -, era di strapparci da questo presente secolo malvagio.

             «Il primo di questi atti, "dare se stesso", indica la redenzione compiuta sul Calvario; il secondo, "strapparci dal nemico", indica la rigenerazione, risultato dell'unione con Cristo Gesù come il tralcio con la vite. Questi due atti di grazia benché distinti, sono sempre insepa�rabilmente uniti nella Scrittura; e, in effetti, l'uno produce l'altro in tutti coloro che si uniscono al Salvatore mediante una fede vivente».[112]

             Nei versi precedenti al nostro testo in esame - 3:13 -, Paolo ave�va detto che tutti coloro che mettono la loro speranza nelle opere della legge sono maledetti, perché la legge pronuncia una maledizione contro chiunque trasgredisce uno dei precetti (v. 10; Deuteronomio 27:26). Inoltre la legge non può togliere questa maledizione giustificando l'uomo perché, secondo quanto insegna l'A.T., è la fede  quella  che  giustifica   (v. 11; Habacuc 2:4) e la legge non si basa sul principio della fe�de, ma sul principio delle opere (v. 12; Levitico 18:5).

             La maledizione colpisce i trasgressori della legge e quelli che si affidano solo ad essa. I comandamenti sono sì una luce che indica ciò che è bene e ciò che è male, ma non hanno forza in sé per dare all'uomo la capacità di agire in conformità alle proprie prescrizioni. Essi illu�minano, ma non sostengono. È Gesù che ci libera dalla maledizione della legge.

             Chi maledice o quale maledizione Gesù subisce?

             A questa domanda si sono date tre risposte:

- subisce la maledizione della legge;

- subisce  la  maledizione di Dio.  Fa anche parte di questa risposta il concetto che Gesù ha subito la pena che avrebbero dovuto subire i malva�gi;

- Gesù è maledetto nell'opinione degli uomini.

            

             1. P. Benoit scrive a favore della prima tesi: «Il Cristo morendo sulla croce ha subito dunque al nostro posto (uper emou) la maledizione della legge... Il senso ovvio è dunque che nella persona del Cristo, la legge, sistema di retribuzione fondato da Dio, esercita la condanna che fa cadere sui peccatori, o meglio su tutti coloro che sono sotto il suo regime e non si basano che su di essa (Galati 3:10)... Dal momento che si fa intervenire la legge, e la sostituzione giuridica che permette di soddisfarla, tutto si chiarisce e si estende perfettamente alla morte del Cristo».[113]

             La Bibbia di Gerusalemme in nota a Colossesi 2:14 scrive: «Il regime della legge, proibisce il peccato, e sfocia in una sentenza di morte portata contro l'uomo trasgressore, (cfr. Romani 7:7). È questa sen�tenza che Dio ha soppresso eseguendola sulla persona di suo Figlio: dopo averlo "fatto peccato" 2 Corinzi 5:21, "sottomesso alla legge" Galati 4:14, e "maledetto" da essa (Galati 3:13)».[114]

             C'è una maledizione che pesa sui trasgressori della legge e una maledizione che pesa su Gesù. Gli uni sono maledetti dalla legge (Deuteronomio 27:25) perché trasgressori (Galati 3:10), mentre Gesù è considerato maledetto perché, sebbene innocente, è appeso come un colpevole. «La maledizione che pesa sopra di lui è ben diversa da quella che pesa sopra gli Ebrei: tutte e due sono pronunciate dalla legge, ma una è reale, e l'altra è apparente; una è valida agli occhi di Dio, l'altra ha valore soltanto nella stima erronea degli uomini: una deriva da una tra�sgressione della legge, l'altra risulta da un fatto senza rapporti con la legge; una ha per effetto la giusta morte del colpevole, l'altra ha per causa la morte ingiusta di un innocente. Non bisogna completare arbitrariamente il pensiero di Paolo, col rischio di falsificarlo o di sviarlo. Paolo non insinua per nulla che la legge, nel maledire a torto l'innocente, perde il diritto di maledire i colpevoli; né che la legge, ottenendo la morte di Cristo, riceve quanto le è dovuto e non abbia dunque più nulla da esigere: queste sono pure fantasie degli esegeti ridot�ti a mal termine».[115]

             A questo modo di pensare ci si chiede come la legge santa, giusta e buona (Romani 7:12) possa maledire un innocente. Non sarebbe ciò in contrasto con la propria natura?

            

             2. La seconda tesi sostiene che sia il Padre a maledire il Figlio.

             Coloro che sostengono che Gesù ha subito la maledizione riservata ai malvagi non sempre in un modo esplicito, dicono che a maledire il figlio sia il Padre.

             Lutero spiegava Galati 3:13 nel modo seguente: Gesù «rivestì se stesso della nostra persona, pose i nostri peccati sulle sue proprie spalle e disse: "Io ho commesso i peccati che tutti gli uomini hanno commesso" Così Cristo divenne una maledizione per noi, ed è diventato un peccatore che merita l'ira di Dio. Da questo fortunato scambio con noi, Egli prese su di sé la nostra persona peccatrice e la scambiò con la sua persona innocente e vincitrice».[116]

             Melantone affermava: «Così grande è la severità della giustizia che non ci sarebbe riconciliazione se non ci fosse una pena subita; così grande è la collera che il Padre eterno non è placato se non mediante la morte di suo Figlio... Così grande è l'amore del Figlio per noi che ha fatto deviare su di sé questa vera ed immensa collera».[117]

             Il professore E. Ménégoz scriveva: «Galati 3:13. Qui "per noi" non significa solamente "in nostro favore", ma anche "al nostro posto"; poiché il Messia, il Figlio di Dio, non merita questo supplizio... men�tre siamo noi, i peccatori, i colpevoli, che abbiamo meritato la collera di Dio, la maledizione e la morte. Il Figlio di Dio si è fatto uomo per sostituirsi a noi, per prendere su di lui la maledizione che noi abbiamo meritato, per soffrire al posto nostro, in una parola, per espiare i no�stri peccati, allo scopo di liberarci da una giusta condanna. Uper (per noi) ha qui il senso di "anti", al posto di. Il Cristo è morto per noi, morendo al posto nostro.

             2 Corinzi 5:21, nella transazione tra Dio e il rappresentante dell'umanità, questi è stato fatto "peccato" in vece e al posto degli uomini... Dio anziché imputare i peccati agli uomini colpevoli, li imputa al loro sostituto, e considera i colpevoli liberi...

             Il Cristo si è dunque abbandonato all'ultimo supplizio per subire al posto dell'umanità, la giusta condanna che questa aveva meritato per i suoi peccati. Ecco, secondo Paolo, il senso nascosto, divino, della morte del Messia».[118]

             Il Vocabulaire Biblique dei riformatori svizzeri riporta: «Nella Passione del Cristo, il giudizio ultimo è stato anticipato: la collera e la maledizione di Dio contro il mondo  in rivolta  sono caduti  sul solo Cristo in croce perché egli subendoli li allontana (2 Corinzi 5:21; Galati 3:13)».[119]

             Autori cattolici si esprimono nello stesso modo.

             I cattolici G. Kuss e L. Muller scrivono: «Le esigenze della sua giustizia incorruttibile hanno trovato soddisfazione nell'orribile dram�ma del Calvario... Dio ha esposto suo Figlio a una morte ignominiosa, e per soddisfare la sua giustizia e per salvare l'umanità; il Cristo ha preso su di sé la maledizione (Galati 3:13), è diventato peccato per noi (2 Corinzi 5:21), e ha subito, al posto nostro, la morte sulla croce».[120]

             Ernest (Bernard Marie) Allo scrive: «L'uomo che non ha mai conosciuto il peccato, Dio ne ha fatto l'incarnazione del peccato, l'ha trattato come il più grande dei peccatori, come un maledetto (Galati 3:13), come un becco emissario, affinché gli uomini peccatori diventassero giustizia di Dio. È il soggetto della lettera ai Galati e ai Romani».[121]

             Non si può accettare questa spiegazione perché a sostegno dell'identificazione di Gesù con il becco emissario non c'è un solo passo bi�blico. Tutte le affermazioni sono invalidate da un presupposto sbagliato anche se universalmente accettato.

             Inoltre non esiste nel N.T. un testo in cui Dio è irritato con suo Figlio. Léopold Sabourin fa notare: «Prima della Riforma non si è mai scritto, a nostra conoscenza, nulla di simile a proposito di 2 Corinzi 5:21 e Galati 3:13, testi che potevano più di ogni altro fornire l'occasione».[122]

             Deuteronomio 21:23 nella versione dei LXX dice: «È maledetto da Dio chiunque è appeso al legno»; il testo ebraico dice: «Un appeso è una maledizione di Dio». Avrebbe il Padre maledetto il suo ben amato, il Santo, il Giusto (Atti 3:14)?

             L'apostolo non dice nulla di tutto questo. Questa maledizione da parte del Padre «è una impossibilità morale».[123]

             Lo stesso Paolo in Efesi 5:2 dice: «Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per voi in offerta (volontaria) e sacrificio a Dio, quale profumo di odore soave». Per evitare ogni malinteso, Paolo sopprime, nel citare il testo greco, "upo Theou" - «da Dio», che non conviene alla persona di Cristo o almeno richiederebbe una spiegazione. Scrive  F. Mussner: «Paolo nel citare il Deuteronomio tralascia upo theou - da Dio -, perché secondo lui era impossibile che il Cristo crocifisso fosse maledetto da Dio stesso».[124]

             Gesù non ha mai cessato di essere l'oggetto dell'amore del Padre. Pur soffrendo per i nostri peccati, sia nel Getzemani, sia sulla croce, chiama Dio suo Padre (Matteo 26:29; Luca 23:46); ancor più, lui stesso dichiara che il Padre l'ama, perché egli mette la sua vita per le pecore, per i peccatori (Giovanni 10:17).

             Quando il testo biblico presenta antropologicamente la collera di Dio, questa non esprime mai la sua vendetta contro l'innocente, bensì contro il peccato, i malvagi e i nemici del suo popolo. Essa troverà la sua manifestazione ultima nel giudizio finale.

            

             3. Nessuno maledice Gesù Cristo. Il Padre l'ama, la legge non lo può condannare perché non ha peccato, ma ugualmente Gesù accetta di essere visto, considerato come un maledetto. Agli occhi dei suoi accusatori Gesù non muore come una vittima innocente, ma come un colpevole. «Ha bestemmiato» aveva detto Caifa nel sinedrio. «Avete udito la sua bestem�mia. Che ve ne pare?». Ed essi rispondendo dissero: «È reo di morte» Mat�teo 26:65,66.

      Il Signore è stato disposto a subire tutto questo, di essere con�siderato dagli uomini un maledetto, pur di dimostrare aperta davanti a noi la strada dell'eternità. Gesù ha subito le conseguenze del nostro peccato per guarirci dalla ribellione e sottrarci alla nostra giustizia e autosufficienza, che lo hanno condannato. Galati 3:13 vuol dire che «l'amore di Cristo per noi è stato tale da indurlo ad accettare di essere maledetto agli occhi delle legge,  perché questa era l'infamia sacra che colpiva colui che veniva appeso alla forca».[125] 

 

Efesi 5:2

 

      «Camminate nell'amore come anche Cristo vi ha amati e ha dato se stesso per noi in offerta e sacrificio a Dio, qual profumo d'odore soave».

 

             Paolo raccomanda agli Efesini di essere imitatori di Dio, cioè mi�sericordiosi e pronti a perdonarsi a vicenda (4:32 cfr Colossesi 3:12,13). Li esorta a camminare nell'amore imitando Gesù, del quale pre�senta la morte come un dono completo della propria dedizione.

             Le parole prosfora,  "offerta" e thusia, "sacrificio", "vittima", indicano le due forme di offerta che l'israelita portava al tempio: le oblazioni incruente e le vittime sacrificali. Nel pensiero di Paolo la morte di Gesù corrisponde a tutto ciò che il credente dell'A.T. poteva donare all'Eterno come espressione della propria consacrazione e lode. Gesù of�fre se stesso a Dio come offerta incruenta, vivendo una vita santa, invitandoci così a consacrarci interamente al Padre; si offre in sacrifi�cio cruento volontario e libero da qualsiasi costrizione, accettando la morte che gli uomini gli hanno dato, affinché, se necessario e per rima�nere fedeli,  anche noi si sia disposti a fare la stessa cosa.

             Per Dio questa duplice offerta è un "profumo di odore soave", secondo il linguaggio dell'antico patto (Esodo 29:18,25,41; Levitico 1:9; ecc.).

             Questa affermazione dell'apostolo riassumeva una professione di fede (Efesi 5:25; Galati 2:20) che la Chiesa del tempo esprimeva, come del resto la Chiesa farà anche nel corso della storia. Il nostro testo è la conclusione di una esortazione iniziata nel capitolo 4. Paolo scriveva: «Vi esorto a condurvi in modo degno della vocazione che vi è stata rivolta» 4:1, precisandola nei vv. 2 e 3. Dopo la digressione dei vv. 4-16, riprende l'esortazione ai vv. 17,22,23,24,25,26,28,29,30,31 per conclude con  5:1,2 pp.:  «Siate dunque imitatori di Dio come figli suoi diletti; camminando nell'amore». Affinché questa esortazione sia vissuta l'apostolo presenta nel nostro testo l'esempio di Gesù.

 

1 Timoteo 2:6

 

      «Il quale diede se stesso quale prezzo di riscatto per tutti».

             Gesù aveva detto in Matteo 20:28; Marco 10:34:

                         «dounai ten psuchen aoutou lutron   anti        pollon

                        dà         la  vita         sua       riscatto al posto di molti».

 

             Come abbiamo già detto, la preposizione greca anti (al posto di), nel greco della koiné è impiegato anche col significato di: in favore di, corri�sponde alla preposizione uper. Gesù ha dato la sua vita quale riscatto, mezzo di riscatto, liberazione in favore di molti. Ciò sembra confermato dal modo di scrivere di Paolo.

             L'apostolo riprende il pensiero di Gesù sostituendo la preposizione anti con uper:

«o            dous  eauton    antilutron uper       panton  

  il quale diede  se stesso riscatto     a favore di tutti».

            

             Joachin Jeremias osserva: «Si vede come, parola per parola, 1 Timoteo 2:6 sia l'esatto equivalente grecizzato di Marco, che invece è semitico».[126]

             Coloro che vedono nella morte di Gesù un riscatto pagato al posto degli uomini, morte data in sostituzione a quella dell'umanità, sosten�gono che la parola antilutron in questo testo dice la stessa cosa del lutron anti del Vangelo. Ne risulta che uper, nella frase di Paolo, e�sprime il significato della parola antilutron e prende - in virtù del contesto - tutto il valore della sostituzione con significato di anti. Il Cristo si è dato come riscatto in favore di tutti gli uomini e in cambio, al posto di tutto ciò che essi avrebbero dovuto dare per acqui�stare la loro liberazione.[127]

             Chi non condivide questa spiegazione sostiene che la parola antilutron «rinforza il significato di lutron, riscatto, e non indica lo scambio di questo riscatto con le persone liberate. La relazione con gli interessati si esprime, come d'ordinario, con uper».[128]

             Antilutron è una parola rara in greco, assente nei LXX, compare unicamente nel nostro testo. Il dizionario dà come unico significato: ri�scatto. Può essere tradotta come lutron, mezzo di liberazione, riscatto, prezzo di riscatto.

             L'idea che precede e segue la dichiarazione di Paolo esprime la volontà di Dio di salvare gli uomini. A questo fine Gesù è stato dato in  favore di tutti come antilutron, prezzo, cioè "mezzo" di liberazione.

 

 

 

Lettera agli Ebrei

 

             La lettera agli Ebrei è stata scritta a credenti che da tempo avevano accettato Cristo Gesù come salvatore, ma non vedendo compiersi il Regno di Dio sentivano sempre più la nostalgia del fasto della liturgia giudaica che avevano abbandonato. In questa lettera la salvezza viene presentata nel quadro religioso.

             La persona di Gesù, splendore della gloria di Dio e impronta della Sua essenza (Ebrei 1:3), quale Figlio di Dio, umiliato nell'incarnazione, è ora superiore agli angeli, a Mosè e quale sommo sacerdote è superiore a quelli dell'antico patto. È ora alla presenza del Padre avendo offerto se stesso come sacrificio perfetto stabilendo una nuova alleanza-testamento, avendo aperto la via per fare accedere i fedeli al trono della grazia. Ai credenti che vivono nella difficoltà, l'autore della lettera, invita alla perseveranza, proponendo esempi di fede, elencando una lunga lista di personaggi storici. «Corriamo con perseveranza la gara che ci è proposta, fissando lo sguardo su Gesù, colui che crea la fede e la rende perfetta» 12:2.

             In considerazione che il rituale israelitico costituisce la parte centrale della lettera (vedere i capitoli 8-10), facciamo alcune precisazioni.

             Un'offerta di farina, un'oblazione di olio o di vino o l'offerta delle primizie sono considerate nella rivelazione biblica "sacrifici". Il sacrificio della lode, l'olocausto, il sacrificio di ringraziamento o dell'alleanza e comunione, pur essendo cruenti, non sono per questo né violenti, né hanno un valore punitivo. La messa a morte della vittima è un aspetto del rito sacrificale mediante il quale l'offerente e l'offi�ciante possono utilizzare il sangue che è il simbolo della vita.

             Anche nella lettera agli Ebrei il sangue non sembra in rela�zione con la punizione, bensì esso esprime il corpo, la persona, la vita di Cristo  (9:22; 10:10; 9:14). Il sacrificio cruento di Gesù è l'e�spressione della sua preghiera e della sua supplica al Padre (5:7). Il credente offre a Dio il sacrificio della lode (13:15) e l'Eterno si compiace nel sacrificio della beneficenza e della generosità espressi dai fedeli (13:16).

             Il "sacrificio" nel messaggio biblico è un atto simbolico mediante il quale l'Israelita esprime la sua volontà di accedere a Dio e di avere comunione con Lui. Ciò che ha valore nel rito non è la materialità dell'offerta: la morte, il sangue, non sono loro che aprono l'accesso a Dio, ma tutto il rituale dovrebbe  esprimere, se non è compiuto con legalismo, i sentimenti del cuore del credente.

             Anche il sacrificio per il peccato e di espiazione non sono una invenzione dell'uomo per raggiungere Dio. Essi sono una rivelazione dell'Eterno il quale, chiedendo di compiere questo rito, fa esprimere il suo desiderio di perdono e di grazia e l'uomo  manifesta la sua fede nelle promesse e la sua obbedienza.

             Tutto ciò che Gesù ha realizzato fa parte della rivelazione di Dio, il quale nel passato aveva parlato mediante i profeti e che ora nel Cri�sto si manifesta come uomo (1:1,2), rendendo palese per mezzo di lui l'accesso al trono della sua grazia (4:16).

             Gesù incarnandosi non è venuto a offrire sacrifici, ma a fare la volontà del Padre (10:5 e segg.). Questa volontà nella lettera agli E�brei, come del resto in tutto il testo biblico, non è un'azione che si deve compiere per controbilanciare e annullare il male compiuto, ma e�sprime il desiderio di Dio che gli uomini giungano alla gloria, e a questo fine perviene Gesù pur partecipando, come tutti gli uomini, al sangue e alla carne (2:14) realizzando la perfezione (2:10) anche nella profonda sofferenza (5:7) che lo porta alla morte vincendo però mediante questa il diavolo (2:14).

             A seguito del sacrificio della sua carne (10:20) e mediante la ri�surrezione Gesù perviene alla sua gloria e compare davanti al Padre, co�me l'uomo compiuto, per noi (9:24).

             Nel medesimo modo che il sommo sacerdote si presentava nel luogo santissimo con il sangue della vittima per compiere l'opera di purifica�zione di tutto il popolo affinché questo fosse di nuovo perfettamente u�nito al suo Dio, così ora, nel santuario celeste, Gesù, quale sommo sa�cerdote, capo e rappresentante della futura umanità glorificata, in comunione perfetta con il Padre, presenta il proprio sangue (2:14), cioè la pro�pria vita risuscitata che purifica coloro che riconoscono e credono nel�la buona e santa volontà di Dio. Scrive F. Varonne: «Lontano quindi dal definire il sacrificio di Gesù come un atto di morte, il vero linguaggio sacrificale lo definisce come la dignità dell'uomo capace di intrapren�dere, d'osare la grande traversata umana fino a raggiungere Dio... È la risurrezione, la perfezione della vita umana presso Dio, che definisce il significato di sacrificio e di sacerdozio. Ecco perché, mediante espres�sioni linguistiche differenti, che non ci dovrebbero ingannare, "sangue" e risurrezione, "sommo sacerdote" e risurrezione si riferiscono alla stessa realtà... che salva... Il "sangue" che salva non è quello della morte, ma quello della risurrezione.

             Nessuna duplicità nel N.T. tra il linguaggio sacrificale e quello della risurrezione. Invocare il sangue di Gesù (Romani 3:25) o la risurrezione del risorto  (Romani 10:9) è affermare con linguaggi diversi delle realtà perfettamente identiche: la totalità della vita di Gesù pervenuta, mediante la sua pratica di verità, fino alla morte, alla pienezza della risurrezione La lettera agli Ebrei parla un linguaggio sa�crificale che non è per nulla quello della "soddisfazione", ma quello della "rivelazione"».[129]

             Le parole di Gesù sulla croce: «Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito», la lettera agli Ebrei le esprime con il linguaggio sacri�ficale. Gesù mediante il proprio sangue, cioè morte e risurrezione, ha inaugurato una strada che fa uscire l'umanità dall'impotenza della carne e della morte per condurla alla vita perfetta.

             «Le sofferenze e la morte non sono mai presentate come il contenu�to del sacrificio. La designazione ne è molto chiara: Gesù ha offerto a Dio "preghiere e supplicazioni" 5:7, ha offerto il suo "sangue" 9:14, ha offerto il "suo corpo" 10:10. Il contenuto del sacrificio è Gesù stesso, con tutta la sua vita di ubbidienza, di fiducia in Dio. Per quanto riguarda le sofferenze quindi, esse non fanno parte del contenuto del sa�crificio, quale controparte per il peccato; esse sono, per esseri di carne, il passaggio obbligato della vita; possono essere causa di caduta o opportunità per manifestare l'ubbidienza per arrivare alla perfezione.

             La lettera ignora anche la sostituzione: la simbologia dell'epistola non fa di Gesù un sacerdote che si sostituisce al popolo impotente, ma lo presenta come un rappresentante, un precursore, una guida, che apre una via nella quale vi coinvolge coloro che lo seguono. "Per noi" non significa: "al posto dei colpevoli impotenti a pagare", ma "in no�stro favore e alla nostra testa, per liberarci dal nostro vicolo cieco insuperabile Il dio che esige espiazione mediante il sangue, il dio "contabile e non perdonatore" è totalmente assente dall'epistola agli Ebrei. Né mai vi compare il  meccanismo proprio della soddisfazione, nel�la sua forma dura: penale, o mitigata: morale. Mai il Cristo si sostituisce ai peccatori impotenti, o è presentato come colui che, nei con�fronti di Dio, agisce mediante la sua opera compensatrice, per ottenere in risposta un verdetto favorevole sull'insieme dell'umanità... Per con�tro Dio è in un movimento di rivelazione. L'epistola non esita a dire che è Dio il vero Salvatore e Gesù è il suo mediatore, il suo rivelato�re. Non si salvano gli uomini contro Dio, contro la sua collera regale, o contro la sua esigenza formale di espiazione. No, si è salvati dalla "volontà" di Dio che presiede a tutta l'opera della rivelazione, che suscita nel suo Figlio Gesù una parola definitiva, una rivelazione per salvare gli uomini, per farli uscire dalla loro ignoranza e dal loro smarrimento.- Cristo non è protezione contro Dio: è il precursore che Dio stesso dona alla nostra fede, per rivelare mediante lui che la via è aperta».[130]

             Dobbiamo, però, dire subito, come abbiamo già fatto alla fine del capitolo precedente, e in seguito riprenderemo questo pensiero, che la croce non è messa in relazione con il sacrificio per il peccato, anche se la prima dichiarazione della lettera presenti Gesù come colui che si è posto a sedere alla destra del Padre dopo aver fatto la purificazione dei peccati  (Ebrei 1:3); nulla di quanto veniva fatto nel giorno dello yom kippur e niente era in relazione con un rito religioso. Gesù al Calvario ha subito una ingiustizia penale, un crimine. È solo successivamente a quanto è avvenuto nel venerdì santo che si è parlato di sacrificio. Nessuno ha preso il sangue di Gesù per compiere qualsivoglia rito, ma la morte di Gesù, è stata vista nell'ottica religiosa di fedeltà al Padre e il suo sangue della vita offerta a Dio.

             La croce che ha abbassato Gesù è stata causa di una indescrivibile sofferenza. Da questa tragedia Dio ha fatto scaturire il bene supremo per l'uomo. Dando al Figlio una corona eterna di gloria e onore (Ebrei 9:9), diventato il realizzatore della nostra salvezza (Ebrei 2:10; 12:2), ha generato in noi il pentimento e il bisogno del perdono.[131]

             Con lo scopo di vincere il diavolo che detiene il potere della morte, Gesù è entrato nel nostro mondo con la sua carne e con il suo sangue (Ebrei 2:14; vedere Apocalisse 12:7-12; 1 Giovanni 3:8). Gesù ha vinto il peccato, che è il dardo della morte (1 Corinzi 15:56) morendo nella fedeltà al Padre, ha vinto la morte, che non aveva più il potere di trattenerlo, perché era senza peccato, mediante la risurrezione (Atti 2:24). Il Padre ha risuscitato il Figlio che non poteva rimanere nella tomba, perché alle porte di Gerusalemme l'universo ha visto il nemico vinto.

             Prendendo la nostra natura, Gesù ha cambiato a seguito della caduta di Adamo, il destino dell'umanità. Gesù diventando simile a noi, è diventato un sommo sacerdote, nostro rappresentante presso il Padre, rappresentante del Padre presso di noi, per espiare i nostri peccati (Ebrei 2:17). Espiare non nel senso punitivo o/e regolare qualcosa presso Dio, ma compiere la sua opera di purificazione in favore degli uomini, presso i quali viene in soccorso (Ebrei 2:18) - pensiero che Giovanni esprime nella sua prima lettera 2:2.[132]

             In Israele la legge cerimoniale che prescriveva i riti, perdeva di valore, come i riti stessi se essi venivano fatti formalmente. Non realizzavano nessuna perfezione (Ebrei 9:9,10) la quale si poteva raggiungere mediante una comunione concreta con l'Eterno. Anche i sacrifici erano insufficienti a questo se essi non esprimevano un attitudine del cuore (Salmo 51:18,19). L'autore della lettera agli Ebrei attribuisce a Gesù le parole del Salmo 40:7-9: «Non hai voluto né sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: "Ecco io vengo per fare o Dio la tua volontà"» 10:5-7. Questa volontà di Dio, non è quella di vedere Gesù sacrificato, come pensa E. Menegoz,[133] ma è espressa in forma generale nella legge (Matteo 6:10), ed espressa in circostanze particolari (Matteo 18:14). Gesù è venuto per vivere la fedeltà della creature al Padre. Questa fedeltà l'ha vissuta fino alla morte.

             La morte di Gesù non riproduce il rituale israelitico e non può essere messa in parallelo con i sacrifici.

Rituale Israelitico[134]

Golgota

L'agnello era condotto nel santuario.

Nessuno accompagna Gesù nel santuario.

Chi conduceva l'agnello al santuario era sì triste per il peccato commesso, ma aveva anche il senso della consapevolezza della grazia di Dio.

Gesù viene condotto al Golgota nella violenza e pensiamo che non si avesse la consapevolezza della grazia di Dio, ma il senso del suo abbandono.

L'agnello per il peccato era ucciso dall'offerente.

Non c'è nessuno che vede in Gesù l'agnello sacrificale e lo uccide.

Nel giorno dello yom kippur veniva sacrificato dal sommo sacerdote.

I sacerdoti hanno voluto la sua morte, ma non per fini teologici, non credevano che Gesù fosse inviato dal Padre.

Chi offriva imponeva la sua mano sul capo della vittima.

Nessuno impone la propria mano sul capo di Gesù.

Sull'agnello si confessavano i propri peccati.

Nessuno confessa i propri peccati a Gesù crocifisso.

Con il sacrificio si esprime adorazione e fede nei confronti dell'Eterno.

Gesù esprime fiducia nei confronti di Dio, ma attorno a lui c'era angoscia e sgomento.

Con l'agnello si celebrava un rito di adorazione.

Al Golgota si eseguito un crimine.

             L'autore della lettera agli Ebrei pone la morte di Gesù nell'ottica sacrificale, ma non del sacrificio per il peccato, né del giorno della purificazione e non potendo fare un parallelismo con il giorno dell'inaugurazione del patto e della consacrazione dei sacerdoti, fa del sangue fuoriuscito dal corpo di Gesù l'elemento per richiamare la cerimonia del patto che Dio fece con Israele al tempo di Mosè, sebbene nulla del sangue di Gesù sia stato sparso sul popolo e anche se per l'antico patto non è stato necessario la morte del promulgatore.

             Ma come il sacerdozio di Gesù non è dell'ordine di Aaronne, ma di quello di Melchisedec, così la nuova alleanza, o meglio il nuovo testamento è inaugurato con la morte di Gesù. Le condizioni sono diverse, il parallelismo è assente con quello stipulato al tempi di Mosè,[135] ma il risultato avuto con la morte di Gesù è superiore a quello che veniva fatto in Israele mediante gli animali perché:

In Israele

Al Golgota

Un animale veniva offerto.

Il Figlio di Dio muore.

Il sommo sacerdote attraversava il velo per entrare nel luogo santissimo.

Gesù ha fatto la stessa cosa mediante il suo corpo.

Il sommo sacerdote entrava nel luogo santissimo una volta all'anno.

Gesù ha preso dimora nel luogo santissimo. Si è seduto alla destra del Padre.

Nel venerdì santo il velo, che divideva il luogo santo dal santissimo, si è strappato dall'alto al basso.

Gesù ha realizzato questo mediante il suo corpo inaugurando una nuova via per fare accostare l'uomo al trono della grazia.

Solo il sommo sacerdote, rappresentante del popolo, poteva entrare nel luogo santissimo.

In Gesù Cristo i credenti sono alla presenza del Padre.

             I credenti non hanno nulla da invidiare ai fedeli dell'antico patto. Il loro modo di credere e di essere è di gran lunga superiore.

             Riteniamo giustificate le parole di F. Varonne: «Il sacrificio è sul piano rituale un atto simbolico mediante il quale il popolo può accedere a Dio per trovare nella comunione con Lui la sua propria pienezza. Accesso, comunione e pienezza sono i punti fondamentali di questa definizione. Tutto il percorso si svolge nel rito e nel simbolo: non è la materializzazione delle offerte, né del sangue  e la morte che aprono l'accesso a Dio, ma bensì la verità interiore e personale della pratica nel rito espresso dal suo simbolismo».[136]

 

Ebrei 9:15

 

      «Per questa ragione egli è mediatore di un nuovo patto, affinché avvenuta la sua morte per la redenzione delle trasgressioni commesse sotto il primo patto, i chiamati ricevono l'eterna eredità promessa».

 

             Chi sostiene la posizione giuridica della morte di Gesù, afferma che numerosi sono i passi che la presenta in questa prospettiva. Guardando questi passi da vicino, il loro numero si assottiglia e crediamo che scompaiono. Questa dichiarazione di Ebrei 9:15 riteniamo che sia una di queste. La morte di Gesù ha un valore retroattivo. I peccati di ieri vengono perdonati oggi. Darle un valore giuridico può sembrare giustificato. Ma, è proprio in questa prospettiva che si debba comprendere questa dichiarazione?

             F. Varonne commenta: «Una sola volta l'autore sembra sostenere la teoria compensatoria d'una morte che paga per la trasgressione: "la sua morte era intervenuta per il riscatto delle trasgressioni" 9:15. In effetti, in questo contesto, l'autore sta giocando con un termine greco che significa sia "alleanza" sia "testamento",[137] ed è l'elemento giuridico di questo riferimento che mette l'accento sulla morte: "Là dove c'è un testamento, è necessario che sia constatata la morte del testatore. Un testamento non diventa valido che nel caso di decesso; non c'è effetto fino a quando il testatore è in vita" 9:16,17. A causa di questo accostamento giuridico, atto a stabilire l'apparizione di un ordine nuovo, la morte prende qui un valore in sé. Pertanto altrove essa non è che una tappa in un processo che non sfocia al di là d'essa, una attraversata per andare verso la vita. 

             È per questo che le sofferenze e la morte non sono mai presentate come il contenuto del sacrificio. La designazione è molto chiara: Gesù ha offerto a Dio "preghiere e supplicazioni" (5:7), ha offerto "il suo sangue" (9:14), ha offerto "il suo corpo" (10:10). Il contenuto del sacrificio, è dunque Gesù stesso, con tutta la sua vita d'ubbidienza, di fiducia in Dio. Quanto alle sofferenze, esse non sono il contenuto del sacrificio, il controvalore del peccato; esse sono, per degli esseri di carne, il passaggio obbligato della vita

             L'epistola ignora anche la sostituzione: il simbolismo dell'epistola fa di Gesù un sacerdote, ma lo scivolamento del rituale all'esistenziale fa di questo sacerdote non più un attore sacrale sostituendosi al popolo impotente, ma un precursore, una guida che apre una via e vi entrano coloro che lo seguono. "Per noi" non significa: "al posto del colpevole impotente a pagare", ma "in nostro favore e alla nostra testa, per liberarci del nostro impedimento insuperabile».[138]

             Che il sangue di Gesù purifichi i peccati commessi sotto il primo patto ciò non è in virtù di un atto giuridico, di una espiazione vicaria, ma è dato dal fatto che la vittoria di Cristo è la vittoria di Dio sul male, sul peccato, in Gesù c'è la vittoria dell'umanità. Questa vittoria di Dio realizza quello che da sempre ha espresso, insegnato: offrire il suo perdono. In conformità a come si sviluppa la lettera agli Ebrei, dopo avere presentato la superiorità di Gesù sugli angeli, su Mosè, sul sacerdozio di Aaronne, sul valore del sangue dei sacrifici, sull'opera che il Signore svolge nel santuario celeste rispetto a quanto veniva fatto in quello terreno, è da chiedersi se l'autore di questa epistola volendo presentare la superiorità del sacrificio di Gesù sui quelli di ieri, non voglia dire che il Suo sacrificio è così importante e superiore rispetto a quelli del passato che è il Suo a esprimere perdono ai peccati confessati sotto l'antico patto.  Come abbiamo fatto notare il contesto non presenta la croce come sacrificio per il peccato, di espiazione, ma in contrapposizione e con coraggio viene ribaltato il crimine commesso nei confronti del Signore presentandolo come sacrificio di un nuovo testamento-patto e di un nuovo sacerdozio. Come Dio s'impegnava a proteggere, guidare il suo popolo e Israele accettava questa guida, protezione, grazia; così con la nuova alleanza c'è una eredità più specifica, vivere alla presenza del Dio della gloria. Il sacrificio dell'alleanza non aveva un valore penale, punitivo, ma sigillava l'accordo, l'accettazione che l'Eterno fosse il Dio del popolo, e ora della Chiesa.[139] Come abbiamo già avuto modo di osservare non c'è un solo parallelismo tra il sacrificio della croce e quello espresso dal cerimoniale del santuario israelitico e nel sacrificio per il patto. L'accostamento tra queste due realtà, non è nei gesti (nessuno confessa a Gesù sulla croce i propri peccati e nessuno pensava ad una azione di grazia da parte dell'Eterno, nessuno pone le proprie mani sulla persona di Gesù, non c'è il testatore che muore in occasione del patto tra Yahvé ed Israele), ma nel risultato finale, Gesù esprime il suo legame, la sua relazione profonda con il Padre, come l'ebreo faceva con il rituale sacrificale.

 

Ebrei 9:22

 

      «Secondo la legge, quasi ogni cosa è purifica�ta col sangue; e senza spargimento di sangue non c'è remissione».

 

             Abbiamo già avuto modo di considerare l'espressione "quasi ogni cosa è purificata col sangue". Alla regola generale che la purificazione avveniva per mezzo del sangue (Levitico 17:11), vi erano anche altri elementi purificatori come l'acqua e il fuoco  prescritti in Esodo 19:10; Levitico 15:5 e seg. 16:26; 22:6; Numeri 31:22-24. Anche in caso di peccato, se l'of�ferente era troppo povero, la purificazione avveniva con elementi distinti dal sangue, come mediante l'offerta della farina (Levitico 5:11-13). Questi elementi e altri possono essere visti come delle eccezioni alla regola generale la quale stabiliva che: «Senza spargimento di sangue non c'è remissione» Ebrei 9:22. Cioè la purificazione non è possibile senza il sacrificio. In quest'ottica la morte di Gesù viene presentata come il mezzo mediante il quale avviene la purificazione.

             Questa dichiarazione delle lettera agli Ebrei non vuole tanto af�fermare che il sangue di Gesù abbia in sé una qualità purificatrice, ma piuttosto presentarlo come mezzo di purificazione in quanto l'uomo, di fronte alla croce, si pente e accetta l'amore di Dio e la sua volontà di perdonarlo e risponde, mediante la fede, con ubbidienza alla Sua Parola. La purificazione attraverso il sangue di Gesù è sempre la conseguenza della risposta del credente all'offerta di grazia da parte di Dio. Quindi senza lo spargimento del sangue del Signore l'uomo avrebbe potuto vantare dei pretesti per non accettare la grazia di Dio. Il sangue, la vita di Gesù, purifica perché suscita il senso di colpa e il bisogno del perdono.

             Per conseguenza possiamo concludere che, se l'uomo si fosse profon�damente pentito e avesse accettato Dio mediante un'altra prova del suo amore, prova meno tragica del Golgota, Dio lo avrebbe purificato. Questa necessità dello spargimento di sangue non è da mettersi in relazione con l'esigenza di Dio, ma con la cecità, l'insensibilità dell'uomo. È come dire: siccome l'uomo si ravvede solamente con la morte di Gesù, senza il suo sacrificio non c'è ravvedimento.

Ebrei 9:26 sp.,28

 

      «Ma ora, una volta sola, alla fine dei secoli, è stato manifestato, per annullare il peccato col suo sacrificio Così anche Cristo, dopo essere stato offerto una volta sola, per portare i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza pecca�to, a quelli che l'aspettano per la loro salvezza».

 

             Il sacrificio unico di Cristo (apax - una volta sola), è messo in contrapposizione ai molti sacrifici. Esso si è realizzato nel compimento dei secoli, cioè alla fine di una serie di epoche di preparazione. Gesù ha annullato, vinto il peccato, perché è stato fedele al Padre, mantenendo con lui un relazione d'amore, sia nella vita prima del battesimo, sia dopo il battesimo, sia quando le folle lo seguivano, ma anche quando era rimasto solo sulla croce, come un maledetto, ma anche in quella situazione aveva fiducia nel Padre continuando ad amarlo. Ha vinto il peccato, Satana, dimostrando che l'uomo può amare l'Eterno per «nulla», anche quando non solo è toccato nella pelle, ma anche quando gli si toglie la vita (Giobbe 1:9; 2:4). L'uomo ha peccato all'origine non come risultato di una sua struttura genetica, ma perché ha scelto, ha creduto alla voce seduttrice dell'Avversario. 

             La conseguenza di questa vittoria personale del Cristo ha comportato l'annullamento, l'abolizione del peccato, cioè la vittoria sulla ribellione dell'uomo. L'uomo che riflette su Dio che viene a incontrarlo in questo mondo, riflette sul Suo amore, su ciò che ha subito per liberarlo dall'equivoco nel quale viveva nei confronti del Padre, non può continuare a mantenersi autonomo da lui. Del resto non si può continuare a percorrere una strada diversa da quella che l'Eterno propone, quando il cuore è stato toccato dalla sua grazia e trova piacere in Lui. Non è possibile continuare a peccare e contemplare Gesù sulla croce, la conseguenza sarebbe terribile: «Di quale maggiore castigo stimate che sarà giudicato degno colui che avrà calpestato il figlio di Dio e avrà tenuto per profano il sangue del patto col quale è stato santificato e avrà oltraggiato lo Spirito della grazia?» 10:29.

             Il sacrificio di Gesù è unico perché la vita è quella realtà che può essere data una sola volta e la sua offerta è quindi irripetibile e ciò che Gesù ha dimostrato una volta non ha bisogno di essere ripetuto.

             Il fine immediato del suo sacrificio è espresso nelle parole: «per portare i peccati di molti». Il verbo anapherein è tradotto in diversi modi: «Levare i peccati»  (Diodati), «togliere» ed (Paoline; Salani, anno�tata da G. Ricciotti), «prendere sopra di sé» (Il N.T. - La Buona Novel la, N.T. interconfessionale). Nel N.T. questo verbo è tradotto con "con�durre sopra" Matteo 17:1; "portare su" Luca 24:15, altre volte "offrire sull'altare" (Ebrei 7:25; 13:15); "portare" (1 Pietro 2:24). "Portare" è il senso che riveste in Isaia 53:12: «Egli ha portato i peccati di mo�lti» e nell'epistola di 1 Pietro 2:24: «Egli, ... ha portato ... i no�stri peccati nel suo corpo».

             Essendo i peccati degli atti morali, come tali non possono essere trasferiti da una persona all'altra, come può avvenire per un pacco o un altro oggetto. Gesù ha portato i nostri peccati, come abbiamo più volte ripetuto, non nel senso materiale del termine: da noi a lui, ma in un senso morale, psicologico, conse�quenziale. A causa dei nostri peccati ha subito le conseguenze: limitazione della sua natura, sofferenza, violenza, morte. Si è fatto psicolo�gicamente carico delle nostre infermità per liberarcene.  Ha tolto i no�stri  peccati da noi,  perché di fronte al suo  amore ci siamo pentiti, siamo stati perdonati e, quindi, purificati. Le versioni che abbiamo citato sopra crediamo che diano correttamente il senso del "portare".

             Gesù «apparirà una seconda volta senza peccato». Stando al contesto, l'espressione non significa che apparirà puro da ogni macchia di peccato, poiché in questa condizione era di già quando è vissuto tra di  noi, ma che quando verrà non avrà come missione quella di portare ancora i nostri peccati, come la prima volta, di compiere, cioè, un'opera in favore dell'umanità in rivolta a Dio, cosa che ha già fatto una volta per tutte. Egli verrà per dare la salvezza solo a quelli che lo aspettano.

             Prima di concludere questa sezione sulla lettera agli Ebrei vogliamo presentare la non sostenibilità del sacrificio penale di Gesù mediante due insegnamenti di questa lettera: la risurrezione di Gesù, la necessità del credente a guardare il Signore.

             La risurrezione è presentata all'inizio della lettera (Ebrei 1:3), è ricordata con l'essere generato del Figlio da parte del Padre (Ebrei 1:5, Salmo 2:7; vedere Atti 13:33,34), e mediante la quale diventa primogenito e viene adorato dagli esseri celesti (1:6).

             F. Varonne scrive a tale proposito: «Per una lettera la cui reputazione è stata fatta totalmente in relazione alla riparazione sanguinante dell'espiazione dolorosa, questo ribaltamento di prospettiva può essere stupefacente. Pertanto questo passo sulla risurrezione, da quando non si legge più il testo con gli apriori religiosi delle teorie della soddisfazione, appare in tutte le pagine della lettera».[140]

             Possiamo pensare, specialmente a seguito della lettura della lettera agli Ebrei, che senza la risurrezione di Gesù, la sua morte non avrebbe salvato nessuno. Dopo che Gesù è salito al cielo e si è posto alla destra del Padre, è sommo sacerdote e opera in favore degli uomini compiendo la purificazione dei loro peccati (1 Giovanni 2:2), e mediante una comunione con lui realizza la purificazione delle coscienze (Ebrei 9:24),  porta l'uomo ad avvicinarsi al trono della grazia (Ebrei 4.!6), in attesa di giungere alla perfezione che si concretizzerà in occasione della risurrezione (10:14).[141]

             Nell'Eden Eva accetta la voce dell'avversario dopo aver ammirato l'albero della conoscenza del bene e del male ne prende il frutto (Genesi 3:6,7), è ancora mediante lo sguardo che il peccare continua (2 Pietro 2:14). La guarigione avviene, però, anche mediante il guardare  il serpente di rame nel deserto del Sinai (Numeri 21:8). Ebrei 12:2 ci invita ad avere «gli occhi su di lui, il Signore» risorto. Il rimanere fedeli a questo vedere, come Paolo alla sua visione (Atti 26:19), si ricostituisce l'immagine di Dio nell'uomo. «Noi tutti contemplando a viso scoperto, come in uno specchio, la gloria del Signore, siamo trasformati nella stessa immagine di lui, di gloria in gloria, secondo che opera il Signore, che è Spirito» 2 Corinzi 3:18.       

 

LETTERE CATTOLICHE

 

1 Pietro 2:22-25

 

      «(22) Egli che non commise peccato, e nella cui bocca non fu trovata alcuna frode; (23) che, oltraggiato, non rendeva gli oltraggi; che soffrendo non minacciava, ma si rimetteva nelle mani di Colui che giudica giustamente; (24) egli che ha portato egli stes�so i nostri peccati nel suo corpo sul legno, affinché morti al peccato, vivessimo per la giustizia, e mediante le cui lividure siete stati sanati. (25) Poiché eravate erranti come pecore; ma ora siete tornati al Pastore e Vescovo delle anime vostre».

             Con questo brano, Pietro, riporta liberamente delle espressioni di Isaia.

Isaia 53

v. 9 «Non aveva  commesso  violenza né v'era stata frode nella sua bocca»

 

v.12 s.p. «Ha  dato  se  stesso  alla morte, ed è stato annoverato fra  i trasgressori, perché egli ha portato i peccati di molti»

1 Pietro 2

v. 22  «Egli non commise peccato,  e nella cui bocca non fu trovata alcuna frode»

v. 24 p.p.  «Egli  ha   portato  egli stesso  i nostri  peccati  nel suo  corpo, sul legno»     

v. 5 «Per le sue  lividure  noi abbiamo avuto guarigione»

v. 6 «Noi  tutti  eravamo  erranti  come pecore, ognuno di noi seguiva la sua propria via».

v. 24 s.p. «Mediante  le cui lividure siete stati sanati»

v. 25 «Poiché  eravamo  erranti  come    pecore;  ma ora  siete  tornati al Pastore...».

             Il testo del profeta Isaia  è stato da noi preso in considerazione nel capitolo precedente.

             Roland de Pury scrive: «Non si tratta di sapere cosa Gesù ha fatto per lasciarci un esempio, ma per renderci capaci di seguirlo. È il senso espiatorio della sua sofferenza. L'abbandono di Gesù sulla croce non indica la distanza con la quale si trovava, lui, da suo Padre, ma la distanza che i nostri peccati ci avevano messi dal Dio santo Sono le nostre menzogne, le nostre vanità, le nostre concupiscenze, le nostre idolatrie, che l'hanno fatto salire sulla croce e che lo precipitano nella morte e nell'inferno - e invece di scuotersi tutto questo e di sbarazzarsene per raggiungere suo Padre, invece di rigettare su di noi gli sbaglio con i quali lo schiacciamo, ha tutto preso sulle sue spalle e ha portato tutta questa turpitudine nel suo corpo, per spazzarlo via lontano da noi, per portarlo con sé nella morte e nell'inferno. Questa spada con la quale l'abbiamo trafitto, l'ha conservata in sé e le nostre mani sono restate vuote. Ed ecco: il trionfo del nostro peccato ci ha privato del nostro peccato. Tutto quello con il quale abbiamo schiacciato il nostro Signore è ora disceso nella tomba con lui; non rimane più la benché minima traccia. Noi siamo miracolosamente spogliati di tutti gli strumenti della nostra vittoria. Di modo che la sua morte che appariva essere la morte della giustizia di Dio, il colpo di grazia dato al Regno, è in realtà la morte delle nostre iniquità, il colpo di grazia dato al principe di questo mondo Sulla croce, siamo noi che moriamo, che cessiamo di esistere per tutte queste cose che ci facevano morire e che cominciamo a esistere per quelle  che ci fanno vivere. Affinché noi viviamo per la giustizia, per questa giustizia alla quale si rimetteva totalmente e per la quale noi siamo ora, in lui, giudicati e giustificati, condannati e perdonati, morti e viventi. Mediante la sua morte voi vivete perché essa è quella di tutto ciò che ci faceva morire. Mediante le sue ferite siamo guariti, poiché esse sono le ferite che Dio fa a tutto ciò che ci rendeva ammalati.

             È questo il cuore eternamente palpitante della buona novella. È il mistero incredibile di un Dio il cui amore va fino a portare lui stesso il crimine dei suoi nemici per strappare ogni odio dal loro cuore, e fino a rendersi solidale del loro male per liberarli».[142]

 

VANGELO DI GIOVANNI

 

Giovanni 1:29

 

      «Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».

 

             Questa dichiarazione del vangelo è un'affermazione di Giovanni Battista, inviato da Dio ad «addirizzare la via del Signore» Giovanni 1:23; Isaia 40:3.

             Nello spazio di pochi versetti, per due volte l'evangelista ci ricorda la dichiarazione del precursore, suo primo maestro (vv. 29,36). Il Battista non aveva avuto modo di conoscere il cugino Gesù (Giovanni 1:33) e questa sua dichiarazione è la conseguenza della manifestazione di Dio in occasione del battesimo. Lo Spirito Santo scende in forma di colomba e il Padre presenta il Messia quale suo «diletto Figlio» nel quale si compiace (Matteo 1:11 e parall.).

             Queste parole del Battista sono state comprese in tre modi:

- l'agnello del sacrificio espiatorio che muore al posto dell'uomo;

- la tradizione orientale vede in questo agnello il servo dell'Eterno di Isaia 53, soprattutto nei vv. 10-12;

- la tradizione latina  generalmente vede in questo agnello quello della pasqua.

             Non ci deve essere contraddizione tra agnello e servo, se si con�sidera che in aramaico si può utilizzare la parola talia per indicare entrambe le espressioni.[143]

             Giovanni, l'evangelista, alla fine del I secolo, a sacrificio compiuto, userà in greco la parola agnello.

             Le prime due spiegazioni, però, sollevano una reale perplessità a causa della visione del Regno che il Battista annunciava. Il precursore non presentava un Messia sofferente o vittima espiatoria. Il Signore, per lui, sarebbe venuto nella forza del suo giudizio con il ventilabro in mano per pulire interamente la sua aia (Matteo 3:12). È questa sua profonda convinzione di un Messia vittorioso sul male che sarà per lui motivo di perplessità quando in prigione non vede il Cristo intervenire con forza per mettere, tra l'altro, fine all'ingiustizia, anche da lui subita, e al dilagare del male. Ci è difficile accettare che Giovanni a�vesse annunciato, dopo il battesimo di Gesù la sua morte sofferente o espiatoria-punitiva senza capire il senso delle parole da lui pronunciate. Sebbene i profeti non  sempre  abbiano  afferrato la  pienezza della rivelazione avuta (1 Pietro 1:11,12), non hanno comunque travisato il senso di quanto annunciato.

             Si spiega comunque male ed è poco sostenibile che il precursore annunci il Messia e la sua opera con termini trionfali, pensiero condi�viso da tutti coloro che lo attendevano, e nello stesso tempo annunci il  Servo sofferente o l'agnello sacrificale.

             Pur tenendo conto di queste osservazioni, pensiamo però che il Battista identificasse Gesù con il Servo dell'Eterno.

             Oscar Cullmann a proposito della dichiarazione di Gesù: «Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la vita sua come prezzo di riscatto per molti» Marco 10:45, dice: «Si tratta qui del tema principale dei canti del Servitore, e l'allusio�ne a Isaia 53:5 è manifesto. È come se Gesù dicesse: «Il Figlio dell'uomo è venuto per compiere la missione del Servo dell'Eterno». A partire da quale momento Gesù ha acquisito la certezza che egli avrebbe do�vuto compiere la missione del Servo dell'Eterno? Il passo chiave è quello che è riportato in Marco 1:11, la voce celeste udita da Gesù al momento del suo battesimo nel Giordano. Bisogna sottolineare in effetti che le parole: "Tu sei il mio diletto Figlio; in te mi sono compia�ciuto" devono essere comprese come una citazione di Isaia 42:1».[144]

             Isaia introduce il primo dei suoi canti sul Servo, con queste parole: «Ecco il mio Servo, io lo sosterrò: il mio Spirito è su di lui, e�gli insegnerà la giustizia alle nazioni...». Il Battista stesso attinge�va da Isaia la visione della propria missione (Giovanni 1:23; Isaia 40:3) e, vedendo su chi scese lo Spirito Santo, riconobbe in lui il Servo dell'Eterno annunciato dallo stesso profeta, e che egli indica pub�blicamente quale «Figlio di Dio» v. 34, o «eletto di Dio», come ha il manoscritto sinaitico.

             Gesù stesso fa della discesa dello Spirito Santo su di sé la rea�lizzazione della parola profetica, annunciandone la missione (Luca 4:18; Isaia 61:1 e seg.).

             La tradizione orientale è corretta nel vedere nell'agnello di Dio il Servo dell'Eterno, ma crediamo però che realizzi quanto annunciato nel primo canto (Isaia 42:1-4), piuttosto che nell'ultimo (Isaia 52:13-53:12).

             Come comprendere allora le parole: «Toglie i peccati del mondo»? J. de la Potterie presenta una spiegazione che ci sembra rifletta l'in�sieme del testo biblico. «Questo testo di Isaia 42:1-8, a cui si riferisce il Battista, non dice che il Servo toglierà il peccato del mondo, ma contiene formule che nel contesto del giudaesimo fanno certamente pensa�re alla purificazione dei peccati. La missione del Servo è espressa con mispat, che è ripetuto tre volte e non designa soltanto il diritto, il giudizio, ma anche la vera fede, la legge morale che deve seguire. Il Servo reca, anzitutto, una conoscenza: "Le isole sono nell'attesa del suo insegnamento" v. 4, per questo Egli è chiamato "la luce delle nazioni" v. 6. Secondo la tradizione profetica e sapienzale, la "conoscenza" di Dio implica che si riconosca e si compia la legge divina. La conoscenza della legge e della sapienza divina sono il grande mezzo per lottare contro il peccato».[145]

             Il Servo dell'Eterno che è stato unto «insegna la giustizia alle nazioni... non verrà meno, non s'abbatterà finché abbia stabilito la giustizia sulla terra» Isaia 42:1,4.

             Già la Parola di Dio rivelata era considerata una forza trasforma�trice. «Ho riposto la tua parola nel mio cuore per non peccare contro di te» Salmo 119:11. Ecclesiastico 24:22: «Coloro che fanno le mie opere non peccheranno». Il libro di Enoch dice: «Allora agli eletti sarà data la sapienza ed essi vivranno tutti e non peccheranno più, né per dimenticanza, né per superbia» 5:8. Un testo della Regola della comunità di Qumran dice: «Allora Dio per la sua verità purificherà tutte le opere dell'uomo e affinerà per se stesso il corpo dell'uomo... per purificarlo, con lo spirito di santità, da tutti gli atti di empietà: e spargerà su di lui lo spirito di verità come un'acqua lustrale, per lavarlo da tutte le abominazioni menzognere... per dare ai giusti l'intelligenza della conoscenza dell'Altissimo e insegnare ai perfetti la sapienza dei figli del cielo... Non vi è più iniquità».[146]

             Ai tempi del Battista il trionfo finale della giustizia, del diritto, della verità era «la vittoria sul peccato, che il giudaesimo a�spettava ardentemente»[147] come risultato della venuta del Messia.

             «Per sapere come Giovanni intendesse l'espressione "togliere il peccato del mondo" non siamo costretti a congetture. La prima epistola ci fornisce un testo parallelo dei più interessanti, di cui si può fa�cilmente precisare la sfumatura: "Egli (Cristo) è apparso per togliere i peccati... chiunque abita in lui non pecca" 3:5,6. "Per questo comparve il figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo. Ognuno che è na�to da Dio non conosce il peccato, perché il suo seme resta in lui, e non può peccare, perché è nato da Dio" vv. 8,9. Questi testi non fanno che riprendere e prolungare il tema della purificazione del peccato per mez�zo della verità... Colui che rimane nel Cristo non pecca: ecco la vittoria del Cristo sul peccato. Essa consiste in questo: Cristo dà all'uomo che gli resta unito il potere di non peccare più.

             Qual è questo mezzo dato ai figli di Dio? In 1 Giovanni 3:4-9 si indica un triplice principio di impeccabilità: anzitutto, al v. 6, il fatto che il cristiano dimora nel Cristo, e questo rimane ancora vago; al v. 9 aggiunge che il cristiano non pecca e non può peccare, perché è nato da Dio e il seme di Dio dimora in lui. Che cosa bisogna intendere per il seme di Dio? Come avevano ben visto Clemente di Alessandria e A�gostino: la Parola di Dio. Questa immagine del seme, per designare la Parola, era familiare alla tradizione giudaica; e la si trova anche nel�la parabola del seminatore dei sinottici. La parola accettata per fede, è ciò per cui si nasce alla vita divina: «Per mezzo del vangelo io vi ho generati» 1 Corinzi 4:15; «(voi) siete stati generati da un germe non corruttibile, ma incorruttibile, la Parola divina vivente ed eterna» 1 Pietro 1:23. «Egli ha voluto generarci con una parola di verità» Giacomo 1:18. Fedele a questa tradizione così ferma, anche Giovanni mostra che si nasce da Dio per la fede nella parola: «Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio» 1 Giovanni 5:1. «Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo. E questa è la vittoria che ha trionfato del mondo: la vostra fede» 5:4. Si comprende allora il testo di 3:9: «Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perché il suo seme dimora in lui»: ciò, per cui il cristiano è nato da Dio, è la parola di verità accettata nella fede; questa parola continua a restare presente nel credente durante la sua vita cristiana; resta attiva, come un principio di purificazione e di santificazione (cfr. 1 Pietro 2:2); e per questo, per l'azione di que�sta parola e per la docilità del credente verso di essa, il peccato è vinto progressivamente e diventa perfino impossibile, nella misura della fedeltà del credente alla parola interiore Vedere 1 Giovanni 2:14, Giovanni 8:31,32.

             Si vede l'esatto parallelo tra 1 Giovanni 3:4-8  e  Giovanni 8:31-47. L'espressione «togliere i peccati» nell'epistola ha per equivalente nel vangelo «liberare (dalla schiavitù di Satana)». In ambedue i casi la liberazione è operata da Cristo. Con quale mezzo? Non si fa qui men�zione della sua opera espiatoria, ma della sua verità: la verità che li�bera, la parola di Cristo che penetra in noi (Giovanni 8:32,37). Questo è espresso nell'epistola sotto questa forma: il seme di Dio rimane in noi e ci impedisce di peccare (3:8).

             Pertanto, così appare il senso esatto che Giovanni nella sua epi�stola dà alla frase "togliere i peccati". Si tratta di una purificazione per mezzo della verità. Ora questa medesima frase era quella messa in bocca al Battista in Giovanni 1:29. Essa deve avere anche qui il medesi�mo senso. Il Cristo è «l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo», perché toglie i peccati portando agli uomini la sua parola, il suo inse�gnamento, la sua verità: così dà loro il mezzo per sfuggire all'attacco del male. La luce di Cristo è una vittoria sulle tenebre. Agli uomini, perché realizzino essi stessi questa vittoria, si chiede soltanto di ri�manere nel Cristo, ossia nella sua parola, per meglio conoscere la veri�tà e meglio vivere di essa: allora saranno veramente liberi dal Cristo».[148]

             Alla luce di questa spiegazione che riflette il quadro profetico di Isaia e il battesimo di Gesù, possiamo aggiungere a completamento quella della passione, suggerita dalla parola agnello, il cui sangue ci purifica (1 Giovanni 1:7). La passione di Gesù non è presentata, però, nella prospettiva del sacrificio espiatorio e ancor meno vicario.

             Nel giorno del suo battesimo Gesù ha intrapreso la strada della passione come ricorda la preghiera apostolica di Atti 4:27. Anche in 1 Giovanni 5:6 si unisce il battesimo alla passione: «Questi è colui che è venuto con l'acqua (del battesimo) e con il sangue (del sacrificio)». 

             Sono senz'altro questi elementi che hanno suggerito alla Chiesa dei primi secoli il passaggio dal Servo profeta di Isaia 42 al Servo sofferente di Isaia 53.

             Quale "Agnello di Dio" ci vuole presentare Giovanni?

             J. Delorme scrive: «Qualunque siano gli antecedenti  giudaici di questa frase e la portata che essa ha potuto rivestire nei messaggio del Battista, nel IV vangelo, non si può pensare che all'agnello pasquale».[149]

             Notker Fùglister afferma: «Nella letteratura patristica il parago�ne fra Cristo e l'agnello pasquale è tanto frequente, che le singole ci�tazioni sono superflue».[150]

             Sebbene «al tardo giudaesimo sia ignota l'immagine del redentore presentato come agnello»[151], come vedremo più avanti, l'insegnamento rabbinico presentava però il sangue dell'agnello pasquale come il mezzo col quale l'Eterno aveva operato la liberazione d'Israele dall'Egitto, anche se il testo biblico non dice nulla in questo senso. Il precursore, seb�bene la sua predicazione, come abbiamo detto, richiamasse il popolo al ravvedimento in modo energico, nell'indicare il Salvatore del mondo, presenta la sua azione liberatrice nella mitezza dell'agnello.

             I due testi del profeta Isaia che presentano l'unzione del Servo dell'Eterno, descrivono la sua opera compiuta nella dolcezza.

             Isaia 42:2,3 dice: «Egli non griderà, non alzerà la voce, non la farà udire per le strade. Non spezzerà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante». Il testo che Gesù leggerà nella sinagoga di Nazaret dice: «L'Eterno mi ha unto per recare la buona novella agli umili, m'ha inviato per fasciare quelli che hanno il cuore rotto, per proclamare la libertà a quelli che sono in cattività, l'apertura delle carceri ai prigionieri, per proclamare l'anno di grazia dell'Eterno, e il giorno di vendetta del nostro Dio: per consolare tutti quelli che fanno cordoglio, per mettere, per dare a quelli che fanno cordoglio in Sion, un diadema in luogo di cenere, l'olio della gioia al posto del duolo, il manto del�la lode al posto di uno spirito abbattuto,  onde possano essere chiamati terebinti di giustizia, la piantagione dell'Eterno da servire alla sua gloria» 61:1-3.

             Sebbene Giovanni dalla prigione non venga liberato da Gesù, come senz'altro speravano i suoi discepoli, vede però realizzata l'opera annunciata da Isaia in colui che aveva presentato come "l'agnello di Dio...", traendone motivo di consolazione e di perseveranza.

             Mosè aveva annunciato che Israele avrebbe avuto un profeta come lui e il popolo lo avrebbe dovuto ascoltare (Deuteronomio 18:15). Di Mosè le Scritture dicono: «Era un uomo molto mansueto, più d'ogni altro uomo sulla faccia della terra» Numeri 12:3.

             Questi elementi hanno fatto annunciare al Battista che, come il sangue = vita dell'agnello pasquale aveva protetto Israele, preservandolo per la sua liberazione dall'Egitto, così la vita = sangue, la persona, l'insegnamento, l'opera di questo Servo, figlio, agnello di Dio, avrebbe tolto il peccato dal mondo, liberando gli uomini dalla loro schiavitù. L'agnello di Dio nella sua mansuetudine, mitezza, apparente debolezza e senza mezzi d'offesa, avrebbe vinto l'arroganza e la presunzione dell'u�manità e del nemico del popolo di Dio.

             Nella letteratura apocalittica ebraica, la figura dell'agnello (e dell'ariete), è una figura del capo d'Israele che guida il gregge di Dio. Nelle descrizioni del libro etiopico di Enoch  e nel Testamento dei Dodici Patriarchi, Mosè è raffigurato dal simbolo di una pecora (proba�ton), mentre Davide è rappresentato all'inizio da un agnello (aren) e dopo che l'Eterno lo ha eletto re d'Israele da un ariete (xrios). La fi�gura messianica che si erge nello sfondo della lotta maccabaica è rappresentata come un agnello (amnos) che combatte e vince gli animali selvatici che raffigurano a loro volta le potenze nemiche d'Israele.[152]

             Per Giovanni Battista, come per l'ambiente nel quale viveva, l'agnello e, particolarmente l'agnello pasquale, più che rievocare il pen�siero del sacrificio, richiamava alla mente la liberazione.

             La tradizione insegnava che era nel mese di Nisan e nella notte di Pasqua che si sarebbe manifestato il Messia, salvatore di Israele e del mondo. Si legge nel Talmud: «Israele fu liberato in Nisan, è in Nisan che sarà riscattato».[153]

             Il Midrashim, Mekhiltha su Esodo 12:42 diceva: «In questa notte (di Pasqua) essi sono stati salvati e in essa saranno salvati».[154]

             Per questo motivo una parte del rituale pasquale aveva un senso messianico e una portata escatologica. In ogni sera pasquale era attesa la liberazio�ne messianica. Gerolamo scriveva: «È una tradizione dei giudei, che il Messia verrà a mezzanotte».[155]

             Il Targum  palestinese di Esodo 12:42 parlando della notte scelta da Dio per liberare Israele dice che nel libro delle memorie ci sono quattro notti: nella prima si rivelò la Parola del Signore sopra il mon�do per crearlo; nella seconda la Parola del Signore si rivelò ad Abramo (Genesi 15:16); nella terza la Parola del Signore si rivelò sopra l'E�gitto a mezzanotte nella quale la sua destra colpì i primogeniti egiziani e protesse i primogeniti degli Israeliti: «Nella quarta notte il mon�do arriverà alla sua fine: verranno distrutti i vincoli dell'empietà... e verrà il re Messia... questa è la notte di Pasqua da osservarsi davan�ti al Signore e da celebrarsi da parte di tutti gli Israeliti per tutte le generazioni».[156]

             L'apostolo Paolo in un modo formale dice: «La nostra pasqua, cioè Cristo, è stata immolata» 1 Corinzi 5:7, e allude all'Esodo in numerosi altri brani. Giovanni nel suo vangelo ha cura di precisare la morte salvifica di Gesù nel quadro pasquale. Il tema dell'esodo, della libera�zione dall'Egitto, terra di peccato (Esodo 5:1; Giosuè 24:11; Ezechiele 16:26; 20:7 e seg. 23:3), è figura della liberazione dal peccato. Il conduttore Mosè è sostituito dal liberatore Gesù (Giovanni 1:17; 3:14,15) che suggella la nuova economia con il suo proprio sangue. Sta�bilisce la Cena a ricordo di questo avvenimento del passato e ad antici�pazione della piena realizzazione della libertà futura (Luca 22:15; 1 Corinzi 11:26).

             Le Déaut Roget fa notare che a Giovanni «l'Esodo serve come sub�strato per scrivere il suo vangelo che ne è il compendio, e nello stes�so tempo per descrivere l'economia sacramentale che deve prolungare l'a�zione di Gesù fino alla fine dei tempi.

             È quasi certo, in effetti, che Giovanni abbia messo l'opera reden�trice di Gesù in relazione esplicita con il ciclo dell'Esodo: gli autori (che hanno studiato questa tema) differiscono solamente per determinare fin dove questo parallelismo è stato condotto. La tradizione dell'Esodo sarebbe come il cantus firmus  confidato al pedale in una corale per or�gano, mentre i maniel si abbandonano a molteplici variazioni sul tema fondamentale».[157]

             «Passando da questo mondo a suo Padre (13:1, allusione certa alla nuova Pasqua = passaggio) Gesù, come un nuovo Mosè, si mette alla testa del nuovo popolo di Dio. La menzione delle diverse Pasque giudaiche du�rante il ministero di Gesù (2:13-23;6:4;11:5;12:1;13:1): possono essere una indicazione a considerare Gesù come il vero agnello pasquale, cosa che sarà detta abbastanza esplicitamente in Giovanni 19:36 e 1:29. Sem�bra anche che l'evangelista abbia pensato, redigendo il suo racconto della Passione (18:28), alla celebrazione simultanea della Pasqua giu�daica e alla immolazione degli agnelli in particolare. Gesù muore nel momento stesso in cui comincia nel tempio l'ecatombe delle vittime. Perché il vangelo segnala che Pilato abbandona Gesù ai Giudei «il giorno della preparazione della Pasqua, circa alla 6a ora»? Giovanni 19:14. La tradizione fissava alla 6a ora l'inizio della festa, l'ora prevista per bruciare tutto il pane fermentato, rimpiazzandolo con gli azzimi pasqua�li. Giovanni potrebbe suggerire qui che Gesù, come il vero agnello pa�squale, è anche il vero pane "azzimo", altro elemento importante del pasto pasquale. Forse anche la menzione dell'entrata  di Gesù in Gerusa�lemme il 10 di Nisan (Giovanni 12:12) è da mettere in relazione con Esodo 12:3 che fissa per questa data la designazione dell'agnello che sarebbe stato sacrificato.

             Ci si accorda a mettere in relazione Giovanni 19:36: «"Niun osso d'esso sarà fiaccato" con la prescrizione di Esodo 12:46 concernente l'agnello pasquale».[158]

             La cronologia che colloca il sacrificio della pasqua "tra le due sere" richiama un'altra corrispondenza tipologica che fino a ora è rimasta inosservata. Dai rabbi�ni questa prescrizione fu intesa nel senso che la pasqua doveva essere immolata verso sera. In conformità a ciò, ai tempi di Gesù gli agnelli erano immolati e offerti nel tempio di Gerusalemme fra le due e le quat�tro (il venerdì pomeriggio questo avveniva un'ora prima). Ora è interessante che interi Targum a Esodo 12:6 rendono l'ebraico «fra le due sere» con «tra i soli»; questa determinazione di tempo coincide straordinaria�mente con la morte di Gesù in croce: anche Gesù morì «tra i due soli». Infatti, le narrazioni sinottiche della passione mettono in risalto il fatto che alla morte di Gesù «dall'ora sesta fino all'ora nona (cioè dalle dodici alle tre del pomeriggio) scese una tenebra su tutta la ter�ra» Marco 15:33 e par.), «perché il sole era scomparso» Luca 23:45a».[159]

             Questo insegnamento della morte di Gesù nella prospettiva dell'a�gnello pasquale è ripreso anche dall'apostolo Pietro nella sua prima lettera in un brano che, secondo diversi teologi cattolici, faceva parte di una omelia che veniva pronunciata in occasione del battesimo dei ca�tecumeni, insegnando così anche il significato del sacrificio di Cristo Gesù. L'apostolo scrive: «Sapendo che non con cose corruttibili, con ar�gento o con oro, siete stati riscattati dal vano modo di vivere trasmessovi dai padri, ma col prezioso sangue di Cristo, come d'agnello senza difetto né macchia» 1 Pietro 1:18,19.

             Il Cristo rappresentato da un "agnello senza difetto né macchia" è evidentemente una trasposizione dell'A.T. che presenta l'agnello pasquale. M.E. Boismard fa le seguenti considerazioni: «La doppia qualificazione: "senza difetto e macchia" corrisponde a "senza tara" di Esodo 12:5. Aggiungiamovi la menzione del sangue (Esodo 12:7) e la prescrizione di "cingere i fianchi" 1:3 confr. Esodo 12:11. Ma più ancora, il tema dell'agnello pasquale è suggerito da tutto il contesto che sviluppa, da 1:13 a 2:10, una tipologia battesimale dell'Esodo molto minuziosa. L'in�sieme dei cristiani liberati dal sangue dell'agnello possono offrire a Dio dei sacrifici spirituali (2:5, confr. Esodo 3:18; 5:1-3; 1:31); è chiamato a formare il nuovo popolo dell'Alleanza (2:9; Esodo 19:6) protetto dalla legge di santità del Decalogo (1:16; confr. Levitico 19:2, 1 Pietro 1:22; confr. Levitico 19:18) la cui caratteristica essenziale è l'obbedienza alla Parola di Dio (1:2,14,22; confr. Esodo 19:5,6,8; 24:7,8). È, dunque, essenzialmente nella prospettiva di questa tipologia battesimale dell'Esodo che bisogna interpretare la nostra redenzione me�diante il sangue del Cristo. Il Cristo è il nuovo agnello pasquale gra�zie al quale gli uomini sono stati riscattati da una schiavitù di cui quella dell'Egitto era il tipo e la prefigurazione».[160]

             È nella prospettiva dell'Esodo che il significato di riscatto si presenta in termini non equivocabili.

             «Il verbo greco, come i due verbi ebraici al quale corrispondono nella traduzione dei LXX, significa propriamente: riscattare per mezzo del riscatto. È correntemente impiegato nel testo legislativo del Pentateuco per indicare il riscatto dei prigionieri o degli schiavi. Ma, nella tradizione biblica, il tema aveva ricevuto una spiegazione molto spe�cifica: il riscatto d'Israele dalla cattività. Nel cantico... di Mosè, cantato dopo che ebbe passato il mar Rosso con gli Israeliti, è affermato esplicitamente: «Tu hai condotto con la tua benignità il popolo che hai riscattato, l'hai guidato con forza verso la sua santa dimora... Per la forza del tuo braccio diventeranno muti come una pietra, finché il tuo popolo o Eterno, sia passato, finché sia passato il popolo che ti sei acquistato» Esodo 15:13,16; Deuteronomio 7:6-8.

             Anche in Isaia  il verbo ga'al, ha lo stesso significato, riguarda sempre il riscatto d'Israele esiliato in Babilonia; questa liberazione d'altronde è vista come un rinnovamento del prodigio dell'esodo (vedere Isaia 43:1-3; 1 Pietro 1:15). E ancora più avanti Dio, per bocca del profeta, afferma: «Voi siete stati venduti per nulla, e sarete riscattati senza denaro» Isaia 52:3 L'omelia battesimale (di 1 Pietro) sembra ri�farsi a questo testo quando dice: «Non con cose corruttibili, con argen�to o con oro, siete stati riscattati...» 1:18. Egli trasforma tuttavia il senso del testo. In Isaia il profeta voleva dire che Dio non aveva bisogno di un riscatto per liberare il suo popolo: lo farà mediante la sola forza del suo braccio, come gli era avvenuto per l'uscita dall'Egitto. Nell'omelia, al contrario, la liberazione dei credenti si è ef�fettuata per mezzo del sangue dell'agnello».[161]

             Per Pietro gli uomini vivevano nell'ignoranza di Dio, erano quindi nel peccato e di conseguenza adoravano gli idoli di questo mondo. Ciò che ha permesso a loro la liberazione da questa situazione è il braccio steso dell'Eterno manifestato nel sangue versato da Cristo Gesù. Questa liberazione, questo riscatto ha permesso alle persone che hanno capito la volontà di Dio, di passare «dalle tenebre alla... meravigliosa luce" per essere "una generazione eletta, un regale sacerdozio» 1 Pietro 2:9.

             Come abbiamo detto, l'insegnamento di Pietro fa riferimento al sangue dell'agnello pasquale quale mezzo di liberazione. Sebbene il rac�conto dell'Esodo e quello biblico in genere non dicano nulla a tale proposito, e anche se il sangue è stato il mezzo utilizzato per proteggere gli Ebrei dall'angelo sterminatore che colpiva a morte i primogeniti, l'affermazione di Pietro si appoggia sull'insegnamento della tradizione rabbinica che del resto non è in contrasto con la Parola di Dio. Così anche se il sacrificio pasquale non era un vero e proprio sacrificio e�spiatorio, il suo sangue aveva però sempre un valore espiatorio-purificatorio, di salvezza perché esso è il grande mezzo offerto da Dio per manifestare la remissione dei peccati: «Vi ho ordinato di porlo (il sangue) sull'altare per fare l'espiazione» Levitico 17:11.

             «Si legge per esempio nella Mekhilta  su Esodo 12:6: "Quando il tempo fu venuto per realizzare il giuramento, che il Santo, benedetto in eterno, aveva giurato ad Abramo, di riscattare i suoi figli... diede a loro due comandamenti, il sangue della Pasqua e il sangue della circoncisione, che dovevano praticare per essere riscattati". Si legge pure nella Pirqe Abbat: "A causa del sangue dell'Alleanza, della circoncisio�ne e a causa del sangue della Pasqua io vi ho liberato dall'Egitto". In questi due testi il sangue della Pasqua non è altro che il sangue dell'agnello con il quale gli Ebrei avevano segnato le loro porte».[162]

             In tutta la Sacra Scrittura il riscatto, messo in relazione con la salvezza, più che qualcosa dato in pegno per alcunché, indica l'azione liberatrice compiuta dall'Eterno.

             Per Giovanni è «l'agnello che toglie i peccati del mondo», per Pietro è l'agnello pasquale che cambia la mente degli uomini. La liberazione dal peccato è l'abbandono del "vano modo di vivere ereditato dai padri». Nell'A.T., ricorda Boismard, la "vanità" o il "niente", cosa che non ha valore, è messa in relazione con gli idoli pagani (Deuteronomio 32:21; Geremia 8:13; 2:5).

             Giovanni in Apocalisse completa la presentazione dell'«agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».

             «Il titolo cristologico di arnio (agnello) è tipico dell'Apocalis�se di Giovanni».[163]

             Per 28 volte Gesù viene indicato con questa immagine.

             Se il Servo dell'Eterno indica chi attivamente realizza la volontà di Dio, la parola "agnello" può far pensare alla passività della vittima che subisce, per togliere il peccato. Giovanni nell'ultimo scritto posto nella Bibbia, presenta sì l'agnello che è stato immolato ma nella forza del «leone della tribù di Giuda, il rampollo di Davide che ha vinto» Apocalisse 5:5.

             L'agnello-leone dell'Apocalisse viene presentato da Giovanni anco�ra nel contesto dell'Esodo, il cui avvenimento rimane il tema dominante.

             All'inizio dell'Apocalisse Dio viene presentato come «Colui che è, che era e che viene» 1:4,8; 4:8. Questa espressione sviluppa il nome dell'Eterno con il quale si era presentato a Mosè nel pruno ardente (E�sodo 3:4). Come per Israele in Egitto, i salvati dell'ultima generazione non subiranno le piaghe finali che colpiranno il mondo. Liberati, essi «cantano il cantico di Mosè e il cantico dell'Agnello» Apocalisse 15:3, «l'Hille della liberazione dal peccato»[164], così come nella cena di Pasqua gli Ebrei cantavano la liberazione operata dall'Eterno. Coloro che escono dalla grande tribolazione per porsi davanti al trono «hanno lava�to le loro vesti e le hanno imbiancate nel sangue dell'agnello» Apoca�lisse 7:14, sono stati cioè purificati da loro peccato che è stato tolto a seguito del loro fondersi con la vita di Cristo.

             Gli esseri celesti davanti all'agnello, che è l'artefice della liberazione, gli "cantano un cantico nuovo" e gli dicono: «Sei stato immo�lato e hai comprato a Dio, col tuo sangue, gente d'ogni tribù, lingua e popolo e nazione, e ne hai fatto per il tuo Dio un regno e dei sacerdoti» Apocalisse 5:9,10. Si avrà allora il compimento di quanto l'Eterno aveva promesso a Israele (Esodo 19:5,6).

             Possiamo concludere con le parole di de la Potterie: «Gesù, agnel�lo di Dio, toglie il peccato in due modi diversi. Anzitutto purificando gli uomini con la sua parola, con la sua verità (Giovanni 8:31-47; 1 Giovanni 3:3-9); in seguito con il suo sangue (1 Giovanni 1:7)».[165]

             Questo secondo modo di togliere i peccati non è il risultato giuridico di quanto avvenuto al Golgota, ma quale offerta della sua vita che desidera viverla unita alla nostra. Gesù toglie i peccati dal mondo, liberandoci e facendo di noi dei re e dei sacerdoti che offrono a Dio il loro culto mediante sacrifici spirituali che esprimono la personale consacrazione.

Giovanni 3:14,15

 

      «E come Mosè innalzò il serpente del deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eter�na».

 

             Dopo sei mesi di vita pubblica di Gesù e in occasione del suo primo viaggio a Gerusalemme per la Pasqua, il dottore della legge Nicodemo si presenta a lui, di notte. Gli confessa di riconoscere nel giovane Maestro un inviato da Dio e Gesù gli risponde che senza la nuova nascita di acqua e di spirito egli non può entrare nel Regno di Dio. Questa ve�rità della nuova nascita era presente anche nell'insegnamento dei profe�ti (Ezechiele 11:19,20) e, quindi, Nicodemo già la conosceva. Ma conoscerla e forse anche insegnarla non significa averla sperimentata. Il dottore delle legge chiede, quindi, a Gesù come è possibile nascere real�mente di nuovo, dopo una vita vissuta con certe inclinazioni, con un temperamento particolare, con una personalità formatasi nel corso degli anni. Come è possibile questa nuova rigenerazione per una persona già a�vanti nell'età? Gesù spiega che è lo Spirito di Dio a compiere questo e che egli stesso è sceso dal cielo per proporsi alle persone come oggetto di fede e rendere così disponibile il cuore dell'uomo alla trasformazione che lo Spirito Santo opererà.

             Per far meglio comprendere questa verità e come essa si possa rendere reale, Gesù ricorda un episodio della storia d'Israele verificatosi dopo l'uscita dall'Egitto. «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna».

             La missione di Gesù è quella di ridare l'eternità. Per arrivare a questo risultato due fatti sono richiesti: uno, oggettivo, punto di ri�ferimento per tutti, proposto da Gesù: la sua elevazione; l'altro, sog�gettivo, richiesto all'individuo: la fede. Per rendere comprensibile questo suo insegnamento, Gesù prende l'episodio dell'A.T. che unisce l'elevazione e la fede. Non possiamo spingere il parallelismo tra Gesù ed il serpente fino alle estreme conseguenze. Il serpente rappresenta il male vinto e Gesù in croce non è il male vinto, ma colui che lo vince.

             A proposito dell'elevazione: «I Padri sono unanimi nel vedere in queste parole una profezia velata della passione»,[166] e tutti i commenta�tori antichi hanno sempre inteso Gesù annunciare qui misteriosamente la sua morte sulla croce».[167]

             Il primo ad avere compreso le parole di Gesù in questo senso è stato lo stesso Nicodemo, che durante il ministero di Gesù lo ha seguito da lontano, ma nel giorno della tragedia del Golgota lo confessa pubblicamente. Dopo che Giuseppe d'Arimatea ha chiesto il suo corpo al governatore Pilato, il dottore della legge si è presentato al sepolcro con una mistura di mirra e aloe (Giovanni 19:39).

             Gesù esprime la necessità di questa elevazione con la parola "bisogna", dei. Quale è la ragione di questa necessità? Perché questo dei, bisogna? Il Médébielle dice: «Il nostro Signore non lo spiega».[168]

             Ma Gesù aggiunge: "Affinché chiunque crede nella sua elevazione sia salvato". Questo "bisogna" è la gloriosa necessità che ha origine nella misericor�dia eterna del Padre, il quale ha visto in questo avvenimento l'ultima possibilità per raggiungere l'uomo. È l'ultimo tentativo, il supremo, che Dio compie affinché l'uomo possa acquistare fiducia in Lui. L'eleva�zione è una necessità, un bisogno, un obbligo, non perché Dio possa es�sere disposto a salvare l'uomo, ma affinché l'uomo si possa rendere di�sponibile alla sua grazia. Il serpente di rame e la croce esprimono la volontà di Dio di salvare, ma è la fede nelle promesse di Dio che per�mette la guarigione fisica e spirituale. Ciò che viene esposto sui due pali sono dei mezzi che Dio utilizza per ricondurre le menti delle persone a Sé.

             A conclusione della lettera ai Galati l'apostolo Paolo scriveva: «Ma quanto a me, non sia mai che mi glori d'altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso, ed io sono stato crocifisso per il mondo» 6:14.

             Il profeta Zaccaria aveva detto: «Essi riguarderanno a colui che essi hanno trafitto» 12:10; Giovanni 19:37. Con l'immagine del serpente innalzato Gesù non solamente presenta il compimento di quanto annunciato da Zaccaria, ma riassume quanto Isaia 2:2 aveva detto del monte di Geru�salemme: «Avverrà, negli ultimi giorni, che il monte della casa dell'E�terno si ergerà sulla vetta dei monti, e sarà elevato al di sopra dei colli: e tutte le nazioni affluiranno ad esso». Ciò avverrà perché «in quel giorno, verso la radice di Isai (padre di Davide, di cui il Messia avrebbe dovuto dare splendore al trono), issata come vessillo dei popo�li, si volgeranno premurose le nazioni, e il luogo del suo riposo sarà glorioso Egli alzerà un vessillo verso le nazioni, raccoglierà gli e�suli d'Israele e radunerà i discepoli di Giuda dai quattro canti della terra» Isaia 11:10,11.

Giovanni 10:17,18

 

      «Per questo mi ama il Padre: perché io depongo la mia vita, per ripigliarla poi. Nessuno me la to�glie, ma la depongo da me. Io ho potestà di deporla e ho potestà di ripigliarla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio».

 

             Con queste parole Gesù ribadisce diverse volte che lui, di sua propria volontà, offre la sua vita. Nessuno gliela toglie, non certo il Padre per vedere soddisfatta la sua giustizia, secondo la teoria della sostituzione penale. Non gliela toglie neppure Satana; quale scambio per rilasciare coloro che sono sotto il suo dominio. Così non gliela tolgono gli uomini per fare un sacrificio di riparazione, espiatorio. È lui da Padrone che la dona e si mette nella condizione di essere vulnerabile ai colpi mortali.

             Per quanto riguarda la dichiarazione: «Io depongo la mia vita per ripigliarla poi. Io ho podestà di deporla e ho podestà di riprenderme�la», essa ricorda quanto Gesù stesso aveva detto in Gerusalemme: «Disfa�te questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere» Giovanni 2:19. L. Bonnet commenta: «Queste parole il Signore, le pronuncia nel sentimento della sua unità  di essenza con Dio; altrimenti esse ci sarebbero incom�prensibili e, inoltre, si troverebbero in contraddizione con la dottrina costante del N.T. che è Dio che ha risuscitato Gesù dai morti (Atti 2:22; 3:15; 4:10; Romani 6:4)».[169] Proprio in considerazione del fatto che a diverse riprese il N.T. afferma che Gesù sia stato resuscitato dal Padre, riteniamo che il verbo «ho potestà di riprenderla», possa avere  il significato di "diritto": «ho il diritto di riprenderla». Infatti con la risurrezione Gesù ha beneficiato del diritto di riprendere la sua vita perché la morte subita era ingiusta (vedere Atti 2:24).

 

Giovanni 11:49-51

 

      «E uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote di quell'anno, disse loro: "Voi non capite nulla, e non riflettete come vi torni conto che un uomo solo muoia per il popolo, e non perisca tutta la nazio�ne". Or egli non disse questo di suo; ma siccome era sommo sacerdote di quell'anno, profetò che Gesù do�veva morire per la nazione».

 

             Con la risurrezione di Lazzaro Gesù firma la propria condanna, fa�cendo esplodere l'odio del Sinedrio nei suoi confronti.

             Ancora una volta, soteriologicamente parlando, la morte di Gesù è presentata non in sostituzione a quella del popolo, ma a suo beneficio. Del resto il popolo stesso, quarant'anni dopo, perirà in occasione della distruzione di Gerusalemme, proprio ad opera di quei romani dei quali il sommo sacerdote voleva ingraziarsi i favori. Gesù muore in favore (uper) del popolo, e non solo d'Israele, ma di tutti coloro che di fronte al�la sua morte vedono colui che dall'eternità è venuto a in�contrarli.

             «Giovanni, quando cita le parole di Caifa: "Voi non vi rendete conto che è più vantaggioso per voi che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca tutta intera la nazione", non esita a dire che Caifa ha profetizzato a modo suo "che Gesù stava per morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per radunare insieme nell'unità i figli dispersi di Dio". Giovanni 11:50-52). Così facendo egli non è vittima delle proprie parole, ma è consapevole del cambiamento radicale di senso fra il proposito di Caifa e la realtà del mistero. La correzione universale ch'egli apporta alla riflessione di Caifa lo mostra già chiaramente. Quest'ultimo ritiene preferibile abbandonare Gesù alla vendetta dei romani, che saranno così calmati da questa esecuzione isolata. Egli eviterà così delle sevizie contro tutto il popolo. Per lui Gesù sarà, quindi, il capro espiatorio del popolo, a beneficio d'una riconciliazione (provvisoria) con i romani. Ma Giovanni, attingendo al centro della sua fede, legge in questa frase crudele, per metafora e metonimia, un annuncio della realtà più misteriosa che ci sia. Lungi dall'identificare Dio con i romani poliziotti e vendicatori, egli legge nella passione la realizzazione del disegno della salvezza e dell'unità di tutti i figli di Dio».[170]

 

Conclusione

 

             La morte sulla croce è la vittoria di Dio che si è fatto interamente uomo. Caino, geloso di Abele suo fratello, gli toglie la vita; Colui che non si vergogna di chiamarci fratelli pur essendo il Creatore dell'universo, perché ama, offre la propria eternità. Che la morte sia la vittoria sul male (Colossesi 2:15) e non il pagamento, il saldo del debito dell'umanità, è attestato dalla risurrezione del Cristo.

             «La risurrezione del Signore non è un lusso soprannaturale offerto all'ammirazione degli eletti, né una semplice ricompensa accordata ai suoi meriti, neppure un sostegno della nostra fede e il pegno della nostra speranza; essa è un complemento essenziale e una parte integrante della redenzione stessa».[171]

             La morte e la risurrezione di Gesù sono un tutto indivisibile. Per questo motivo l'apostolo Paolo scrive: Gesù «fu offerto a motivo dei no�stri peccati e fu risuscitato in vista della nostra giustificazione» Ro�mani 4:25 versione Nuovo Testamento, la buona novella. Questo versetto da altri è tradotto: «Il quale è stato dato a cagione (dia) delle nostre offese, ed è risuscitato a cagione (dia) della nostra giustizia» ad es.: versione Luzzi, per mantenere il parallelismo delle due proposizioni dia. Queste due traduzioni diverse, sebbene entrambe grammaticalmente corrette, presentano due diverse posizioni teologiche. Se il dia con l'accusativo viene tradotto nelle due proposizioni nello stesso modo "a cagione di" l'interpretazione che ne segue è, secondo il commento di F. Godet: «Come i nostri peccati hanno moralmente causato la morte del Cristo, così la nostra giustizia (che deriva da questa morte) ha moralmente causato la sua risurrezione. La nostra condanna lo aveva ucciso; la nostra giustificazione lo ha risuscitato».[172] Riassumendo il pensiero di questo teologo ed esegeta, possiamo dire: la risurrezione di Gesù è la prova che il suo sacrificio espiatorio ha soddisfatto la divinità e che il mondo ha ottenuto il perdono. Gesù con la morte aveva pa�gato il debito e, quindi, non ha più motivo di restare nella prigione del�la tomba. «Se la sua morte è il pagamento del nostro debito, la risurre�zione ne è la quietanza».[173]

             Non condividiamo questa posizione per quanto abbiamo già detto sul significato del riscatto e perché vediamo nella risurrezione di Gesù la continuazione del suo ministero a favore della nostra salvezza. La tra�duzione che abbiamo dato: Gesù è risuscitato «in vista della nostra giu�stificazione» è grammaticalmente corretta come anche riporta il Grande lessico del N.T., vol. II, voce dia, col. 919,922, e aggiunge: «Se Cristo non è resuscitato, vana è la nostra fede; voi siete ancora nei vostri peccati. Anche quelli che dormono in Cristo, sono dunque periti»  1 Corinzi 15:17,18. Il teologo G. Spicq afferma: «Senza la risurrezione non c'è né redenzione né salvezza eterna  Redenzione  e  risurrezione  sono  intrinsecamente  legate... Non  si insisterebbe a sufficienza su questa dottrina così centrale della teolo�gia paolina».[174]

                   La nostra salvezza dipende dalla vita, dalla morte e dalla risurrezione di Cristo Gesù. In altre parole se Cristo non vivesse e, quindi non fosse risorto, non potrebbe operare in nostro favore (vedi capitolo seguente). Mediante la sua vita e la sua morte Gesù ha vissuto la realtà dell'uomo fedele rappresentando l'umanità che ama il Padre. Noi siamo salvati grazie alla sua risurrezione mediante la quale vive in noi, ren�dendoci giusti. Cristo è morto per noi e la sua morte ci fa morire con lui. La sua morte segna la nostra morte al peccato e ci lega, ci fonde nella sua risurrezione.

             Mentre l'uomo muore a causa del peccato, Gesù è morto al peccato una volta per sempre (Romani 6:10). Il credente sperimenta nella sua vita personale ciò che è avvenuto nella storia al Golgota. Mediante il battesimo, che lo seppellisce nelle acque, testimonia della sua morte al peccato (Romani 8:2,11). Il vecchio uomo assoggettato al peccato viene così crocifisso con il Cristo «affinché il corpo del peccato fosse annullato» Romani 6:6; cioè, perché la sua natura decaduta non serva più al pecca�to. Per questo motivo il peccato non regnerà più sul credente (Romani 6:14), perché «quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la carne con le sue passioni e le sue concupiscenze» Galati 5:24. Coloro che al bat�tesimo sono morti con Cristo sono «affrancati dal peccato»  Romani 6:7.

             La salvezza dell'uomo è una rigenerazione, è un trapianto. L'uomo a causa del peccato tende verso la morte, la salvezza lo orienta verso la vita.

             Crediamo che l'insegnamento di Paolo sul nuovo vivere del credente risenta dell'insegnamento della sera finale che Gesù trascorre con i suoi discepoli. In occasione dell'ultima Cena, Gesù, riprendendo i con�cetti di un discorso già fatto nella sinagoga di Capernaum, ribadisce che la partecipazione dei credenti alla sua persona deve essere concreta. Le parole: «Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avete la vita eterna» Giovanni 6:53, devono essere prese in senso spirituale (Giovanni 6:63); esse sono riproposte nel cenacolo con l'of�ferta di Gesù del pane e del vino, simboli del suo corpo e del suo san�gue. Come questi alimenti assimilati vengono a far parte del corpo, così Dio che nell'eternità «sarà tutto in tutti» 1 Corinzi 15:28 anticipa il futuro nel presente mediante Cristo Gesù. In questo prendere il pane e il vino c'è la partecipazione del credente alla vita che viene da Dio. Uscito dalla camera alta, attraversando i campi, Gesù invita i credenti ad essere uniti a lui come il tralcio lo è alla vite, nutrendosi così della sua preziosa linfa (Giovanni 15:1 e seg.). L'unione del tralcio con la vite non deve essere apparente; l'innesto deve essere tale da portare frutto. Il Padre lavora la vigna affinché il frutto sia abbon�dante. Questa identificazione di Gesù con la sua Chiesa il Maestro l'aveva già presentata qualche giorno prima: tutto ciò che voi «avrete fatto ad uno di questi miei minimi fratelli, l'avete fatto a me» Matteo 25:40 confr. Atti 26:14; Apocalisse 17:14.

             «Noi che siamo molti, siamo un solo corpo in Cristo, e, indivi�dualmente, siamo membra l'uno dell'altro» Romani 12:5. «Siccome il corpo è uno ed ha molte membra, e tutte le membra del corpo, benché siano molte, formano un unico corpo, così è ancora di Cristo» 1 Corinzi 12:12. «Voi siete il corpo di Cristo, e membra d'esso, ciascuno per parte sua» 1 Corinzi 12:27. «Noi siamo membra del suo corpo» Efesi 5:30. «Il corpo di lui è la Chiesa» Colossesi 1:24.

             Con il primo Adamo l'umanità ha ereditato, a causa del peccato, la natura corrotta e va verso la morte. Per questo, in Adamo, l'umanità per natura è senza vita, è un fiore tagliato dal suo stelo. In Cristo Gesù, secondo Adamo, prende forma una nuova umanità. Il peccato è stato vinto da una persona in carne, simile a carne di peccato. La morte di Gesù al peccato ha permesso che il corpo umano venisse trasformato in corpo spi�rituale (1 Corinzi 15:44), glorificato alla risurrezione e ora presente in Cristo Gesù accanto al Padre (Colossesi 3:1-3; Efesi 2:6).

             «In una maniera tutta sua, san Paolo ha sottolineato l'imprescindibilità della partecipazione profonda e totale del credente ai misteri redentori di Gesù coniando ex novo dei verbi composti con la preposizio�ne greca sun "con"; vincolando il credente alla morte - alla risurrezione - alla gloria di Gesù. La vita cristiana è presentata così sotto il segno della sofferenza e morte redentrice di Gesù, come personale parte�cipazione alla redenzione da lui operata per tutti, ma non in loro vece. Ogni credente è redento dal Cristo nella misura in cui egli rivive con�cretamente i singoli momenti redentori, cioè la vita stessa di Gesù. Gli scritti paolini, come è noto, sono singolarmente ricchi a questo propo�sito. Rileviamo qui solamente qualche testo più relazione al nostro tema.

             Per godere della redenzione il cristiano deve essere concorporeo (sunsoma) di Gesù (Romani 8:8), connaturato (sunfutos) alla morte di Gesù (Romani 6:5), deve consoffrire (sunpasxomen), insieme con Gesù (Roma�ni 8:17), essere crocifisso (sunestaurothe), insieme con Gesù (Romani 6.6; Galati 2:19), morire con Gesù (apethanomen sun... Romani 6:7), essere consepolto (sunvetafemen) insieme con Gesù (Romani 6:6)».[175]

             Partendo da questa unione con la persona di Cristo Gesù, da parte di tutti i credenti, Paolo fa un ulteriore passo: per 164 volte esprime con una sua formula: "in Cristo" la relazione intima e profonda del cre�dente con il Signore. Con questa espressione l'apostolo più che unire il credente alla persona di Gesù, lo identifica con lui. In Cristo Gesù il credente partecipa alla sua vita, alla sua gloria, al suo trono, alla sua divinità. «Poiché in lui (Gesù) abita corporalmente la pienezza del�la Deità, e voi vi trovate associati in lui alla sua pienezza» Colossesi 2:9,10. Pietro da parte sua esprime lo stesso insegnamento in questi termini: «Egli ci ha largito le sue preziose e grandissime promesse onde per loro mezzo voi foste fatti partecipi della natura divina dopo essere fuggiti dalla corruzione che è nel mondo» 2 Pietro 1:4.

             Come abbiamo detto lo scopo della creazione è: «Dio tutto in tut�ti» 1 Corinzi 15:28. Questa realtà futura viene presentata dalla Parola di Dio nell'insegnamento del santuario. La tenda di convegno, il tempio, oltre ad esprimere la volontà di Dio di salvare l'uomo, era il segno della sua presenza in mezzo al popolo (Esodo 25:8). Sull'arca del patto Yahvè manifestava la sua gloria.

             In Cristo Gesù noi abbiamo l'Eterno che pone la sua tenda accanto  a quella degli uomini per partecipare alla loro vita (Giovanni 1:14 trad. lett.). Gesù vero tempio di Dio (Giovanni 2:19) è la manifestazio�ne visibile del Dio invisibile (Giovanni 14:9).

             Il credente, risorto in Cristo Gesù mediante il battesimo, vive in Cristo alla presenza del Padre (Colossesi 3:1-3). Su questa terra, lui stesso e con l'insieme dei credenti è, e costituisce, il tempio dello Spirito Santo (1 Corinzi 3:16, 6:19; Efesi 2:20,22; 1 Pietro 2:4,5). E il Signore in lui trova il suo riposo e la sua gloria.

             L'umanità e tutto ciò che esiste è stata creata «in lui (Cristo Gesù)... per mezzo di lui e in vista di lui» Colossesi 1:16. L'umanità trova nel figlio dell'uomo, nell'umanità di Cristo Gesù non solamente il suo liberatore, ma il "crogiolo" dove il «Dio Salvatore»  Tito 3:4 «ha rifuso la sua opera di argilla per far riemergere la sua nuova creatura».   [176]

             L'uomo, quale creatura di Dio, doveva essere sulla terra il suo rappresentante e fatto a sua somiglianza, ne doveva riflettere l'immagi�ne (Genesi 1:26). G. Biffi fa queste osservazioni:

1.  Gesù è il capo dell'umanità perché tutte le cose che esistono, com�presi gli esseri umani, hanno la loro origine in lui (1 Corinzi 8:6).

2.  Gesù è il capo dell'umanità perché l'uomo è stato modellato su di lui. «Il Figlio dell'uomo non ha avuto un volto, un cuore, un corpo, perché doveva essere come noi, ma noi abbiamo un volto, un cuore, un corpo per essere come lui. Lui è l'archetipo donde l'umanità fu tratta e tutto ciò che di umano c'è in noi è una copia di lui, che resta l'e�spressione più alta, anzi totale dell'unità» (Colossesi 1:16).

3.  Gesù è lo scopo finale della creazione; essa è stata fatta in vista di lui (Colossesi 1:16). Di conseguenza Gesù, incarnandosi, continua ad essere il capo sano di un organismo (corpo) ammalato. Non respinge i do�lori, quali conseguenze del corpo umano, non interrompe neppure la sua intimità con gli uomini che, dopo il peccato, è diventata intimità di dolore", perché così facendo «si fa principio di risanamento per tutti Abbiamo così l'esatta misura della sconfitta di Satana. Il peccato che ha deturpato tutto il genere umano, non ha potuto contaminare la sua ul�tima e vera radice, che non è Adamo, ma Cristo. Il figlio di Dio, sof�frendo per l'anomalia di un corpo che con la colpa tenta di estraniarsi da lui, e accettando con tale sofferenza di non estraniare la sua inno�cenza dalla nostra stirpe di peccatori, si rimodella un corpo a lui conforme, che è appunto l'umanità redenta, cioè la Chiesa».[177]



[1]           Matteo 9:15; Marco 2:19,20; Luca 5:34,35; 13:31-33; Matteo 20:22; Marco 10:38; Matteo 20:22; Marco 10:38; Matteo 21:33-46; Marco 12:1-12; Luca 20:9-19; Marco 8:31; 9:31; 10:33,34 e parall.; Matteo 26:6-13; Marco 14:3-9; Giovanni 12:1-8; Giovanni 13:1-7; Matteo 26:21-35, 47-56, 57-66; 27:46.

[2]           Sul significato di riscatto vedere quanto detto a tale proposito nel nostro cap. 3:  Redenzione o ri�scatto.

[3]           PRAT Ferdinando S.J., La Teologia di S. Paolo, vol. 2, ed. S.E.I., Torino 1928, p. 204.

[4]           DACQUINO Pietro, Peccato originale e redenzione secondo la Bibbia, ed. ElleDiCi, Torino 1970, pp. 183,184.

             BÙCHSEL F., anti, in Grande Lessico del N.T., vol. I, ed. Paideia, Brescia, col. 999,1000 riporta: anti «per lo più significa:

a)     in luogo di (Romani 12:1; 1 Tessalonicesi 5:15; 1 Pietro 3:9);

b)     in favore di = uper (Matteo 17:27);

c)     a causa di = perciò (Efesi 5:31)».

[5]           LIDDELL Henry G. and SCOTT Robert, A Greek-English Lexicon, rev. ed. Oxford 1940; MOULTON James H. and MILLIGAN George, The Vocabulary of  the Greek New Testament, London 1952.

             «È sbagliato invocare l'uso di uper al posto di anti per pretende�re che, secondo s. Paolo, il Cristo non è morto al posto nostro, ma solamente in nostro favore. Poiché uper può molto bene avere l'idea di sostituzione» BENOIT  P., Revue Biblique, n. 55, 1948, p. 618, n. 3.

             Riassumiamo quanto Médébielle, sostenitore della sostituzione vi�caria, scrive a spiegazione della preposizione greca uper che avrebbe valore di anti. «La preposizione uper, con il genitivo, si incontra 126 volte nel N.T. Paolo l'utilizza più di 80 volte, cioè due volte di più di tutti gli altri  autori del N. T. messi insieme. L'uso che ne fa è molto vario e percorre quasi tutte le gamme di accezioni possibili.  Nel più grande  numero dei casi uper significa "per", "in favore di", "a profitto di"...  È il significato maggiormente frequente nel N.T... Uper può indicare la causa, il motivo che spinge ad agire. (Romani 15:9; 1 Co�rinzi 10:30; Romani 1:5; 2 Corinzi 12:10; 2 Tessalonicesi 1:5; Filippesi 1:29; 1 Corinzi 15:3.)... In qualche caso Paolo utilizza peri con il si�gnificato di uper (1 Tessalonicesi 5:10; 1 Corinzi 15:3). Se uper, nel caso precedente perde molto della sua forza nativa, la ritrova intera in una terza classe di testi dove non significa soltanto "in favore di", ma "al posto di": La prima nozione (in favore di) conduce logicamente alla seconda, poiché l'opera intrapresa nell'interesse di qualcuno è fatta molto sovente nel suo nome e al suo posto. D'altron�de l'idea di sostituzione può risultare dal senso locale: un oggetto situato al di sopra di un altro gli serve naturalmente di riparo e di difesa, ricevendo al suo posto i colpi che lo vorrebbero raggiungere. Per questo motivo, il dominio di uper confina con quello di anti. Non è com�pletamente esatto dire, come lo si è fatto qualche volta, che anti si�gnifica letteralmente "al posto di" e uper "in favore di". In realtà, «in numerosi casi, chi agisce in favore dell'altro agisce al suo posto; il fatto della sostituzione dipende dalla natura dell'azione, non dell'impiego di uper o di anti». L'uso conferma qui la teoria. Ci sono dei casi autentici in cui uper deve essere tradotto "al posto di". Così in Platone, Gorgias, p. 515; Tucidite, t. I, p. 141; Senofonte, Anabase, VII, IV, 9; Polibe, III, LXVII, 7. Da questo punto di vista la tragedia di Alceste è particolarmente interessante da studiare, poiché tutto il dramma ruota attorno alla devozione d'Alceste che si offre alla morte al posto del suo sposo; o, la sostituzione, fa notare Robertson (pp. 630-631), vi è espressa da uper nello stesso modo che da unti. ... Filone, commentando il testo della legge, che proibisce di mettere i genitori a morte per i figli e i figli per i genitori, fa alternare senza differenza apprezzabile uper e anti, per esempio: pateras uper uoion e  goneis anti uion, eterois anti eteron e  uper eteron eterois (De spec. leg. III, Mangey. t. II, pp. 326,327; Cohn. t. V, n. 193-197).  S. Ireneo stesso dà il medesimo significato alle due preposizione quando scrive: «Il Signore ci ha riscattato con il suo proprio sangue, e ha dato la sua anima per le nostre anime (ten psuxen uper tov emeteron psuxon) e isuo corpo  per i nostri corpi (kai ten sarka ten eautou anti ton emeteron sarkon)» Ireneo, Contro le eresie, I.V. c. II. Il linguaggio popolare dei papiri e degli ostraci si esprime sovente in forma simile. Molti contratti terminano con la formula: il tale non sapendo scrivere, lo scriba, un tale ha scritto  nel suo nome e al suo posto, uper autou. Conf. A. T. Robertson, The use of uper in business documents in the papyri,  in  The exposi�tion, VIII serie, t. VIII, pp. 321-327. ... Risulta da questa constatazio�ne che uper può servire a esprimere la sostituzione: "in sé, è così naturale che con anti" Robertson, Grammar..., p. 632. Non è quindi da e�scludere a priori questo significato, per la sola ragione che l'autore impieghi uper al posto di anti o di pro. Ma, se non si è in diritto di scartare a priori, come vero o falso il senso di uper, non si deve nep�pure introdurlo a priori e senza esaminare. Appartiene al contesto la decisione di dire ciò che è fatto viene realizzato in vista, a favore dell'altro o se è fatto anche nel suo nome e al suo posto» Expiation, in Supplément Dictionnaire de la Bible, c. 176-188.

             Pensiamo, quindi, di poter affermare che quando una dichiarazione con la proposizione uper "in favore di" esprime, anche nel suo contesto,  un significato chiaro, non bisogna spiegarla con il significato di anti "al posto di". Tutte le dichiarazioni del N.T. relative alla morte di Gesù, tranne Matteo 20:28; Marco 10:45, volerle spiegare nella prospet�tiva della sostituzione vicaria significa accostarsi al testo biblico con una tesi già confezionata in anticipo.

[6]           BIFFI Giacomo, Tu solo il Signore, ed. Piemme, Casale Monferrato 1987, p. 49.

[7]           Riteniamo sia più corretto il pensiero: il mezzo per testimoniare di accettare da Dio il perdono.

[8]           P. Dacquino, o.c., p. 184.

[9]           Osserva il teologo cattolico O. Kuss: «Queste parole sono l'espressione del convincimento, già comune prima di Paolo, che le Scritture dell'A.T. hanno notizia della morte di Gesù per i nostri peccati; purtroppo, però, in questo contesto non si trova un cenno, sia pure piccolissimo, ai passi precisi dell'A.T. a cui Paolo, e prima di lui, la comunità intendono rifarsi. Se in Romani 4:25 il riferimento a Isaia 53:12 (4,5,6) interessi anche il pensiero teologico, oltre alla forma, rimane, a voler essere precisi, incerto; ad ogni modo, quel che è sicuro è che non si può parlare, qui, di una esplicita dimostrazione scritturale. Romani 15:3 propone Cristo quale esempio da seguire  per la vita nella comunità e, con un accostamento non chiaramente logico, adduce a prova il Salmo 69 (68):10b; anche qui va da sé che non si può parlare di un'interpretazione della morte di Gesù fatta in base all'A.T.; lo stesso si dica a proposito di Galati 3:13, dove Paolo adatta il passo di Deuteronomio 21:23 alla sua speciale problematica teologica» o.c., p. 229. Crediamo che non sia da sottovalutare Genesi 3:15.

[10]          AA.VV., Dizionario concetti Biblici del N.T., ed. Dehoniane, Bologna 1970, p. 1089.

             «Dei 102 passi del N.T. nei quali ricorre dei o deon esti, 41 si contano nel corpus lucano... Conforme all'uso dei LXX, in Luca il dei è anzitutto espressione del volere di Dio manifestato nella legge (Luca 11:42; 13:14; 22:7; Atti 15:5). È contro questo dei significato dalla legge che Gesù entra in urto, dichiarando di seguire non la halaka dei rabbini, ma il dei del divino volere che lui conosce (Luca 13:16). Così dei diviene espressione universale della volontà di Dio e la sentenza che da esso dipende viene facilmente ad esprimere una norma di vita (Luca 15:32; 18:1; Atti 5:29; 20:35). La sua propria vita, attività e passione, in particolare, appare a Gesù nella luce del divino volere che si riassume in un dei, quello della divina sovranità, che è presente fin dalla storia dell'infanzia (Luca 2:49), ne determina l'azione (Luca 4:43; 13:33; 19:5) e lo guida alla passione e morte e per essa alla gloria (Luca 9:22; 17:25; 24:7,26; Atti 1:16; 3:21; 17:3). Questo dei affonda le proprie radici nella volontà di Dio espressa nella Scrittura, alla quale egli si adegua incondizionatamente (Luca 22:37; 24:44)» GRUNDMANN W., dei, in Grande Lessico del N.T., vol. 2, ed. Paideia, Bre�scia 1966, col. 796,797.

[11]          BERTO Giuseppe, La gloria, ed. Oscar Mondadori 1990, pp. 159,164,168,176.

[12]          Vedere in questo capitolo il nostro commento di Giovanni 1:29.

[13]          STOTT John, La croce di Cristo, Edizione GBU, 2001, p. 98-100.

[14]          REUSS, Les Épîtres Paulines, t. II, Paris 1878, p.  42.

[15]          LAGRANGE, L'Épître aux Romains, p. 103.

[16]          BOSIO Enrico, Commentario esegetico pratico del Nuovo Testamento - L'Epistola di S. Paolo ai Romani, Torre Pellice 1930, p. 46.

[17]          P.A. Médébielle, o.c., col. 162.

[18]          «"È stata rivelata" (in greco, al perfetto, per dire che l'azione perdura tuttora)». KUSS Otto, La Lettera ai Romani, Morcelliana, Brescia 1968, p. 157.

[19]          VARONNE François, Ce Dieu censé aimer la souffrance, éd. Cerf, Pa�ris 1986, pp. 158,159.

[20]          O. Kuss osserva: «Quanto alla gloria di Dio, essa è sostanzialmente un bene di ordine escatologico, riservato ai credenti; ci sono, è vero, anche degli accenni che farebbero pensare alla possibilità di perderla con il peccato, e in base a questa possibilità far credere che si tratti non di una realtà escatologica, ma di un bene presente. Ma l'interpretazione di tali passi è incerta, per cui gli autori sono divisi in due correnti. Forse, però, non si è lontani dal pensiero dell'apostolo se si fa la seguente parafrasi: "Tutti hanno peccato, e sono venuti così a trovarsi in una condizione di incapacità a ricevere quella gloria che solo nell'avvenire sarà perfetta, ma che nei credenti è presente, in maniera misteriosa, sin da adesso, secondo un insegnamento costante del N.T. (cfr. anche 2 Corinzi 3:18)» o.c., pp. 159,160.

[21]          F. Godet, o.c., t. I, pp. 349,350.

[22]          Idem.

[23]          Vedere cap. 3: Liberazione o riscatto.

[24]          P.A. Médébielle, o.c., col. 165.

[25]          F. Godet, o.c., p. 354.

[26]          O. Kuss, o.c., p. 208.

[27]          «Si può pensare che Paolo voglia dire che la vera espiazione, il compimento e la perfezione di ciò che Dio voleva significare con l'espiazione dell'A.T., è Cristo Gesù. Come hanno compreso: Althaus, Gaugler, Kühl, Nygren. Schlatter Il rapporto esistente tra Romani 3:25,26 da una parte e il rito espiatorio e il giorno dell'espiazione dall'altra, non è tanto chiaro da far pensare che Paolo intenda precisamente sottolinearlo» Idem, pp. 210,211.

[28]          F. Godet, o.c., pp. 354-357. «Tuttavia una parte considerevole degli interpreti sta per un valore più ampio del termine greco, che significherebbe insieme e "mezzo di espiazione", e "espiazione", e "sacrificio espiatorio". Come pensano Gutjahr, Jülicher, Kürzinger, Lagrange, Lietzmann, B. Weiss, Zahn.» O. Kuss, o.c., p. 211.

[29]          Godet; cit. da F. Prat, o.c., ed. 1945, p. 179.

[30]          Ad. Deissmann in uno studio decennale di ricerca e di riflessione presentato, nell'articolo, ormai datato, Ilasterion und Ilasterion Eine lexikalische Studio, nel 1903, dimostra come questa parola nell'A.T. (Esodo 25:17-22; 26:34;30:8;31:7;35:12;37:6-9;39:35;40:20; Levitico 16:12-15; Numeri 7:39; 1 Re 28:11) indichi la placca d'oro rettangolare posta sull'arca e che porta i due cherubini d'oro tra le ali dei quali dimora Yahvé. Dal momento che questo arredo compie l'ufficio di coperchio si è concluso che kapporet voglia dire coperchio. Ciò significa andare troppo in fretta. Ci si può servire di un disco per coprire un vaso, senza che il disco significhi coperchio; la patena che copre il calice nella Messa è u�na patena e questa non vuol dire coperchio, anche se ne fa la funzione (gli esempi si possono moltiplicare). Kapporet è un nome d'agente che deriva dalla forma verbale del piel  e conserva il senso che ha sempre il piel in ebraico, soprattutto nel codice levitico: "chi espia". Questo nome esprime l'ufficio importante che il kapporet compie nel grande giorno dell'espiazione e sul quale l'Esodo e il Levitico si dilungano. Kapporet sarebbe un abbreviazione dell'espressione ebraica: "oggetto che serve all'espiazione". In questo senso l'hanno compreso i LXX i quali fin dalla prima volta che incontrarono il termine kapporet (Esodo 25:11) l'hanno sempre tradotto: ilasterion epithema, cioè: ilasterion "che ope�ra propiziazione"; corrisponde a kapporet ed epithema (keil) indicante la forma di questo "strumento di propiziazione". La prova che i LXX tra�ducendo kapporet per ilasterion non pensavano per nulla al coperchio è data dal fatto che essi rendono anche con ilasterion la parola ebraica di Ezechiele 43:14,17,20; 45:19 che viene tradotta con "orlo" o "quadra�to" dell'altare che, anche se non rassomiglia a un coperchio, serve, come il kapporet, all'espiazione. Dunque conclude Deissmann, Kapporet non significa né coperchio, né coperchio che serve all'espiazione, ma propriamente e unicamente "strumento di espiazione", in una parola: "propiziatorio"» cit. da P.A. Médébielle, o.c., pp. 77,78.

             C.E.B. Cranfield, la cui opera viene considerata come il più importante commentario a questa lettera di Paolo attualmente disponibile, dopo aver criticato che ilasterion sia messo in relazione con il coperchio dell'arca scrive che Paolo voleva dire: «Dio ha voluto che il Cristo fosse un sacrificio propiziatorio per significare che Dio - poiché nella sua misericordia intendeva perdonare gli uomini peccatori e, essendo veramente misericordioso, voleva perdonarli correttamente, cioè, senza passare sopra in alcun modo ai loro peccati - si è proposto di dirigere proprio contro il suo stesso essere, nella persona del Figlio il peso totale di quella giusta collera che essi avevano meritato» La Lettera di Paolo ai Romani - capitoli 1-8, ed. Claudiana, Torino 1998, pp. 101,102.

[31]          «Numerosi commentatori pensano che nel nostro testo Paolo compari semplicemente Cristo Gesù al propiziatorio della Bibbia ebraica, volendo dire questo: come il sopra dell'arca era, nel giorno annuale delle espiazioni, asperso di sangue, indicando in questo modo l'azione di can�cellazione dei peccati d'Israele, così il Cristo cancella gli sbagli de�gli uomini che credono nel suo nome. La TOB si schiera da questa parte Chouraqui nella sua versione ha forgiato una parola per rendere ciò che egli stima essere l'idea essenziale della parola originale (Kapporet in ebraico): «Egli (Dio) l'ha stabilito (Gesù Cristo) assolvitore per mo�strare la giustizia. Chouraqui vede nel kapporet il segno dell'assolu�zione, della remissione dei peccati del popolo»  POUBLAN Gerard, Voca�boulaire biblique et traduction, in Revue Adventiste, mars 1980, p. 6.

[32]          F. Godet, o.c., p. 354.

[33]          «Mediante la morte sanguinosa di Gesù Dio volle manifestare la sua "giustizia", e lo volle fare nel tempo presente, che è il momento della croce e segna insieme la fine del periodo della "pazienza"» O. Kuss, o.c., p. 213.

[34]          Vedere cap. IV: Teoria della soddisfazione e dei meriti

[35]          Romani 14:15; 2 Corinzi 5:15; 1 Tessalonicesi 5:10: cfr. Romani 8:32; 1 Corinzi 1:13; Efesi 5:2; Galati 3:13; 1 Timoteo 2:6; Tito 2:14.

[36]          OLTRAMARE Hugues, Commentaire sur l'Épître aux Romains, t. I, éd. Cherbuliez & C., Genève, Fischbacher, Paris 1881, pp. 399,400.

[37]          Idem, pp. 401,402.

[38]          Idem, pp. 405,406.

[39]          Idem, pp. 409-412.

[40]          Vedere: 2 Corinzi 5:18-20.

[41]          Idem, pp. 415-4121.

[42]          L'uomo di Romani 7 è stato identificato con il non credente, il credente nell'Eterno al di fuori del vangelo, cioè il giudeo legalista che apprezzando il valore della rivelazione si pone "sotto la legge" per realizzarla con la propria giustizia mediante l'ubbidienza. Da qui la grande delusione. Questo uomo non può essere il non credente perché riconosce la bontà della legge dell'Eterno  (7:16) e in essa trova piacere (7:22) e la considera come spirituale (7:14).

[43]          «Si è molto discusso sul senso dell'espressione greca: en honoiômai. Essa indica la "somiglianza", la "similitudine", l'"identità". Paolo l'utilizza in Romani 8:3, per dire "simile a carne di peccato",  e in Filippesi 2:8, per dire: "simile agli uomini". Il verbo tratto dalla stessa radice si trova in Ebrei 2:17, per dire: "reso simile in ogni cosa ai suoi fratelli". In questi tre casi, in cui si presenta la rassomiglianza  tra il Cristo e l'uomo, l'apostolo indica manifestatamente una identità di natura» ZURCHER Jean, Le Christ manifesté en chair, Collonges sous Salève 1995, p. 246.

[44]          «La locuzione abbastanza complessa nella somiglianza di una carne di peccato, è stata evidentemente formulata dall'apostolo con una cura particolare. Se avesse detto: "in carne di peccato", avrebbe potuto attribuire a Gesù un minimo di peccato, come l'hanno fatto Menken, Irving, Holsten, ecc., e sarebbe in contraddizione con 2 Corinzi 5:21. Se avesse scritto: "In rassomiglianza di carne", avrebbe attribuito a Gesù una apparenza corporale e avrebbe insegnato il docetismo, come lo credeva realmente Pfeiderer, sicuramente ben a torto; poiché scaturisce da tutti gli scritti di Paolo, particolarmente in quelli in cui parla della filiazione davidica di Gesù e della sua risurrezione corporale, attribuendogli un corpo reale e materiale come il nostro. Paolo ha evitato questi due scogli con l'espressione che ha utilizzato,  nella quale il termine di assomiglianza si riferisce, non solo alla parola carne isolata, ma all'intera locuzione: carne di peccato. Gesù è stato realmente rivestito di carne, come noi; la sostanza del corpo è stata materiale e sensibile come quella del nostro, una carne di peccato, cioè alla quale il peccato si sia attaccato. Questa parola ricorda quella del corpo di peccato, 6:6, di cui il senso era, non che il corpo è per la sua natura pure macchiato di peccato, ma che, nello stato dell'umanità attuale, è per le sue concupiscenze l'agente abituale del peccato. L'espressione di carne di peccato va tuttavia ancora più lontano. La carne indica, come noi l'abbiamo visto, nel senso letterale le parti molle del corpo, sensibili alla gioia e al dolore, poi al senso neutro (moralmente parlando) questa sensibilità che in se stessa non è né buona né cattiva, e in fine, nel senso sfavorevole, il dominio ereditario e istintivo che esercita sulla volontà dell'uomo caduto la ricerca del piacere e la paura della sofferenza. È questo dominio che costituisce la carne di peccato. Gesù ha posseduto la carne nei due primi significati; nel terzo non ha avuto che la rassomiglianza, gli esterni. Ha avuto le stesse sensazioni e gli stessi nostri bisogni; ma non ha lasciato un momento all'attrazione della gioia e allo spavento del dolore di dominare la sua volontà; li ha costantemente tenuti in scacco mediante la visione chiara dell'obbligo morale e il riconoscimento della sua autorità assoluta. Ed è così che in lui la libertà d'adesione sia all'attrazione sensibile, sia alla sollecitazione morale è sempre stata intatta, mentre la nostra è originariamente indebolita, se non interamente soppressa, dall'inclinazione naturale a lasciarsi determinare dalla sensazione sperata o temuta. Non abbiamo dunque bisogno, per sottrarci alla conseguenza che Holsten ha tratto dal nostro passo (l'esistenza del peccato originale nella persona di Cristo), di ricorrere al significato che Wendt dà qui alla parola carne: la persona umana tutta intera, come nelle espressioni nessuna carne, ogni carne, utilizzate per dire: nessun uomo, ogni uomo» GODET Frédéric, Commentaire sur l'Épître aux Romains, t. 2, 3a  ed., Labor et Fides, Genève 1968, pp. 146,147.

[45]          «Qual è stata la ragione mediante la quale Dio ha inviato suo Figlio sotto questa forma, mentre egli sarebbe potuto apparire nella sua forma di Dio (suo stato divino)? Questa ragione è indicata dalle parole: e per il peccato. Se l'uomo fosse stato ancora nello stato normale, l'apparizione del Figlio non avrebbe dovuto prendere questo  carattere anormale. Ma c'era un fatto contro natura per distruggere, il peccato. Ed è ciò che ha reso necessario la venuta del Figlio in una carne assomigliante alla nostra carne peccatrice. L'espressione: per il peccato, è presa qualche volta nell'A.T. (versione dei LXX) come sostantivo, nel senso di sacrificio per il peccato (Salmo 40:6), ed è passata in questo senso nel N.T. (Ebrei 10:6,18); così alcuni interpreti hanno pensato che Paolo si appropriasse qui di questa locuzione alessandrina. Ma questo senso così speciale, che poteva presentarsi naturalmente alla mente dei lettori di un libro come la lettera agli Ebrei, riempita di allusioni alle cerimonie del culto levitico, sarebbe stato difficilmente compreso senza spiegazioni in una lettera come la nostra e per i cristiani di Roma, pagani per la maggioranza. Poi il contesto non richiama l'idea del sacrificio, perché non è una questione di sbagli da espiare, ma unicamente dell'inclinazione cattiva da sradicare. Non che si debba escludere completamente dal contenuto di questa espressione la nozione d'espiazione; ma non è qui l'idea dominante. Paolo vuole dire, in un senso largo, che è il fatto del peccato e l'intenzione di distruggerlo (mediante tutti i mezzi, l'espiazione, la santificazione), che hanno motivato l'invio di Cristo qui in basso sotto questa forma così opposta alla sua gloriosa natura» Idem, pp. 147,148.

[46]          «Questo inviato era il mezzo dei mezzi, cioè la condizione dell'atto decisivo espresso dalle parole: ha condannato il peccato. Condannare, è dichiarare cattivo e votare alla rovina; e non crediamo che ci sia motivo per allontanarci da questa significato semplice e ordinario.  La maggioranza degli interpreti l'hanno giudicato inapplicabile e vi hanno sostituito quello di vincere, abbattere, distruggere; Crisostomo, enikesen;  Teodosio, katelusen; Beze, abolevit; Calvino, abrogavit; Grotius, interfecit;  Bengel, virtute privavit; Meyer, Weiss, in lui è tolto il suo potere; Beet, l'ha destituito; così ancora Thol., Fritzs, de Weis, ecc. Ma Paolo ha una parola consacrata per questa idea; è il termine xatargein, abolire, annullare (cfr. 6:6; 1 Corinzi 15:24, ecc.). C'è nella parola xataxrinein, condannare, la nozione di sentenza giuridica, che non contiene il senso indicato da questi autori. Baur, Holsten, Pfleiderer trovano in questa parola l'idea che Dio, uccidendo sulla croce la carne di Gesù, abbia ucciso il peccato stesso. Ma condannare non significa uccidere, e come la distruzione del peccato nella carne di Gesù lo distruggerebbe in noi? D'altronde questa idea implica quella dell'esistenza del peccato in Gesù, idea contraria non solamente a 2 Corinzi 5:21, ma ancora alla testimonianza della coscienza di Gesù stesso. Altri interpreti ritrovano qui l'idea dell'espiazione, sviluppata nel capitolo 3. Dio ha condannato il peccato nella persona del Cristo immolato sulla croce come rappresentante del peccato (Ruck., Olsh., Philip. Hofn.?), idea alla quale diversi aggiungono quella della distruzione del peccato mediante questo mezzo; così Philippi: "distruggere espiando"; Gess: "la distruzione della potenza del peccato mediante lo Spirito Santo fondata su una sentenza giuridica, cioè sulla morte espiatoria di Gesù". Ma la legge così condannava il peccato e lo minacciava di castigo; solamente era impotente a distruggerlo, a rendere l'uomo vittorioso del suo potere. Non sarebbe stupefacente che Paolo, dopo aver sviluppato il soggetto dell'espiazione nel suo posto, al capitolo 3, vi ritorna qui e in termini così diversi? Siamo dunque condotti dal contesto e mediante la relazione stretta con il verbo ha condannato e il participio, avendo inviato, a pensare a tutta la vita terrestre di Cristo, come essendo stata la condanna vivente del peccato. La carne era là presso lui, come presso di noi, offerente un incessante accesso a tutte le tentazioni che risultano dalla gioia o dal dolore in prospettiva; nondimeno ha costantemente tenuto fermo, rifiutando ogni entrata del peccato nella sua volontà e nella sua attività. In una carne della stessa nostra natura, ha tenuto il peccato estraneo alla sua persona, e mediante questa esclusione perseverante, assoluta, ha dichiarato cattivo, indegno di esistere nell'umanità. Era certamente l'idea di Teofilatto quando diceva: "Ha santificato la carne e l'ha coronata condannando il peccato nella carne che si era appropriato, e mostrando che la carne non è peccatrice per natura"» Idem, pp. 148,149.

[47]          Rinviamo il lettore alla nota n. 39 e precisiamo che la Sacra Scrittura con l'espressione "carne" indica la persona :

a)        nel suo stato di innocenza edenica;

b)        nella sua natura, dopo l'Eden, non con sinonimo di peccato; i testi relativi a Gesù sono contrassegnati da un *

c)        nella sua rivolta nei confronti di Dio;

d)        nella nuova terra e il credente rigenerato.

Riteniamo che non sempre sia esplicita la differenza tra la b) e la c). Quando si incontrano le parole "carne" e "corpo" si può ritenere che la prima indichi la natura degenerata a causa del peccato, i testi sono indicati con **. Riteniamo che in Romani 8 e Galati 3 la parola "carne" sia messa in relazione con la natura degenerata del peccato.

a)        Genesi 2:23; 2:24 (non crediamo che ci sia un termine diverso per indicare la relazione coniugale); Matteo 19:5; Marco 10:7; 1 Corinzi 6:16; Efesi 5:29,31; Luca 24:39;

b)        Genesi 6:13; 7:21; 29:14; Levitico 26:29; Giudici 9:2; 2 Re 5:14; 2 Cronache 32:8; Nehemia 5:5; Giobbe 6:12; 7:5; 10:4, 11; 19:22; 21:6; 34:15; Salmo 16:9; 27:2; 38:3,7; 63:1; 65:2; 102:5; 136:25; Ecclesiaste 2:3; Isaia 40:6; 49:26; Geremia 17:5; 32:27; Michea 3:3; Zaccaria 14:12; Matteo 26:42; Marco 14:38; Luca 24:39; Giovanni 1:13, 1:14*; 3:6; 6:51*,54*,55*,56*; 8:15; 17:2; Atti 2:31*; Romani 1:3*; 2:28; 4:1; 6:19; 9:3; 9:5*; 1 Corinzi 1:26,29; 7:28; 10:18; 2 Corinzi 1:17; 5:16; 7:5; 10:3; 11:18; 12:7; Galati 1:16; 2:16; Galati 4:13,23,29; Efesi 2:11; 2:15*; Efesi 5:29; 6:5,12; Filippesi  1:24; 3:3;  Colossesi 3:22; 1 Timoteo 3:16*; Ebrei 2:14*; 5:7*; 10:20*; 12:9; 1 Pietro 3:18*; 4:1*; 1 Giovanni 4:2; 2 Giovanni 7*; Giuda 8; Romani 9:8;

c)        Genesi 6:3,12,13; 7:21; 9:11; Salmo 78:39; Proverbi 5:11**; 11:17; Ecclesiaste 4:5; Isaia 49:26; Geremia 17:5; 25:31; Matteo 16:17; Luca 3:6; Romani 7:5, 18, 25; 8:3*, 4, 6, 7, 8, 9, 12, 13; 1 Corinzi 15:50; 2 Corinzi 7:1; Galati 3:3; 5:13,16,17,19,24; Efesi 2:13; Colossesi 1:22* **; 2:11,13,23;  Ebrei 2:14; 9:13; 1 Pietro 3:21; 2 Pietro 2:10; 1 Giovanni 2:16. L'espressione "carne e sangue" di Ebrei 2:14 (che troviamo anche in Matteo 16:17; 1 Corinzi 15:50) viene così commentato: «Cerchiamo di cogliere bene  tutta l'importanza e il valore dell'incarnazione. Nello stesso modo che Adamo ci comunica la sua propria natura, Cristo ci ha potuto salvare prendendo la nostra natura Il Secondo Adamo, il Padre di una nuova razza» MURRAY Andrew, Le voile déchiré, Valence sur Rhone 1953, p. 60. «I membri di una stessa famiglia sono consanguigni» HERING Jean, L'Épître aux Hébreux, Delachaux et Niesle, Neuchâtel 1954, p. 34. «Nella natura umana, debole, inferma, mortale, soggetta al dolore, alla morte, a tutte le conseguenze della caduta dell'uomo» BONNET Louis, Le Nouveau Testament, vol. IV, Épître aux Hébreux, 3a ed. revue, et augmentée, Lausanne 1905, pp. 37,38. «Doveva essere il compagno di coloro che venne a salvare; di qui la necessità al partecipare alla loro natura terrena I suoi figli hanno un corpo fatto di sangue e di carne, soggetto alle infermità e alla morte, egli ha voluto scendere in questa loro vita terrena partecipando anche lui, al modo stesso degli altri, a sangue e carne. Questi elementi materiali contraddistinguono non solo la natura umana dall'angelica, ma ancora lo stato terreno dell'uomo dal celeste. Il corpo di cui saranno rivestiti i redenti alla risurrezione non sarà più di sangue e di carne secondo 1 Corinzi 15:50» BOSIO Enrico, Commentario esegetico pratico del N.T. - L'Epistola agli Ebrei, Claudiana, Firenze 1904, p. 14.

d)        - La persona rigenerata: Salmo 63:1; 73:26; 84:2; 119:120; 145:21; Ezechiele  11:19; 36:26; Gioele 2:28; Atti 2:17;  Luca 3:6;  Romani 8:9; 2 Corinzi 3:3; 4:11; 10:3; Galati 2:20; Colossesi 1:24; 

- il credente nella nuova terra: Giobbe 19:26 (ed. Paoline); Isaia 40:5 (si può riferire sia ai salvati e ai non salvati) 66:23.

[48]          FERNANDEZ Marcel, Nature de l'homme nature du Christ et santification, dattiloscritto, s.d., p. 6.

[49]          MELVILL Henry, The Humiliation of the Man Christ Jesus.

[50]          WHITE Ellen: «Siate prudenti, eccessivamente prudenti sul modo con il quale concepite la natura umana del Cristo. Non presentatelo davanti alle persone come un uomo che ha delle propensioni al peccato Cristo era il Figlio unico di Dio. Rivestì la natura umana e fu tentato in ogni aspetto come la natura umana è tentata. Avrebbe potuto peccare, avrebbe potuto cadere. Ma neppure per un solo istante c'è stato in lui una propensione al male» lettera n. 8, 1895, al pastore australiano  W. L. Baker, S.D.A.B.C., vol. 5, pp. 1128,1129.

[51]          J. Zurcher osserva che «nel corso dei secoli, osare supporrere che la natura umana del Cristo fosse quella di Adamo dopo la caduta era considerato come una grave eresia. Nel nostro tempo qualcuno stima che sia una "concezione criticabile" BLOCHER Henri, Cristologie, série Fac. Étude, Vaux sur Seine 1984, vol. II, pp. 189-192» o.c., p. 11.

[52]          «La Parola è stata fatta carne, "carne dominata dal peccato" Dio mandò il suo Figlio in similitudine della "carne dominata dal peccato". Questo invio non avviene dunque come una partecipazione e posizione immediata di innocenza paradisiaca, di vita paradisiaca. Non può, non deve Dio manda il suo Figlio nella carne dominata dal peccato affinché siano eliminate le sue conseguenze» BARTH Karl, L'Epistola ai Romani, Feltrinelli editore, Milano 1962, 1974, 1989, pp. 258,259,262.

             BARTH Karl, Dogmatique, vol. I, t. 2, Labor et Fides, Genève 1954, pp. 140-142, scrive: «Che la Parola eterna sia stata fatta "carne", cioè sia diventata esattamente ciò che noi siamo nella nostra rivolta  contro di lei, tale è l'incomprensibile miracolo della rivelazione. Perché ci fosse rivelazione , bisognava che Dio si facesse uomo. E perché si facesse uomo, era necessario che diventasse "carne" in questo senso molto preciso. La rivelazione della Parola di Dio si compì al prezzo di questa incomprensibile e sconvolgente condiscendenza, che sorpassa ogni intelligenza.

             Calvino non si è sbagliato. Ecco un suo frammento del suo commentario di Giovanni 1:14: "Ha voluto mostrare a quale vile e bassa condizione il Figlio di Dio è disceso, per l'amore di noi, dall'altezza della sua gloria celeste. Quando la Scrittura parla dell'uomo in senso negativo, lo chiama carne". Commentaire du Nouveau Testament, vol. II, p. 12. Però, più avanti, Calvino precisa e non possiamo condividere il pensiero: "Questa parola carne non è qui presa per la natura corrotta, come S. Paolo la indica sovente, ma per l'uomo mortale".

             Non è stato un uomo peccatore. Ma, interiormente ed esteriormente, la sua situazione è stata quella di un uomo peccatore Liberamente è diventato solidale della nostra esistenza decaduta e perduta.

             Un fatto è certo e non deve essere attenuato, né abbreviato: la natura assunta da Dio in Cristo è identica alla nostra natura di uomini posti sotto il segno della carne. Altrimenti, come il Cristo sarebbe simile a noi? Il Figlio di Dio non ha solamente preso la nostra natura ma è entrato nella nostra distretta di uomini condannati, decaduti e separati da Dio. A differenza di noi tutti non ha partecipato alla rivolta contro Dio è pienamente solidale con noi e nulla di ciò che è umano gli è estraneo.

             Secondo F. Kohlbrügger, Gesù Cristo "non è di una natura carnale diversa dalla nostra. Mediante la sua nascita, ha preso la nostra carne e si è spogliato completamente della gloria divina. Nato da una donna ha conosciuto tutte le passioni, tutti i desideri e tutti i bisogni che colpiscono l'uomo". Betr. Üb. Das 1. Kap. Des Ev. Matth. 1844, p. 92.

             Emanuele, Dio con noi, significa: la Parola è stata fatta carne. Diventando carne "Dio ha assunto l'umanità perduta, la condizioni dei peccatori e delle peccatrici" p. 132».

[53]          «Il fatto di essere nato da una donna significa che Gesù partecipa alla sorte che è comune a tutti gli uomini Gesù fu "un uomo come noi?" A questa domanda si può rispondere d'emblée in modo affermativo, e pure il dogma cristologico del V secolo, preoccupato dell'affermazione della sua divinità, si è espresso su questo punto con una chiara audacia dicendo: Vere homo. Ma Gesù fu veramente un uomo come noi,  cioè un uomo peccatore? Paolo spinge all'estremo il suo modo di formulare la vera umanità di Gesù: Dio ha inviato suo Figlio "in una carne simile a carne di peccato" Romani 8:3. L'epistola agli Ebrei persegue con maggiore insistenza: "È stato tentato come noi in ogni cosa, senza commettere peccato" Ebrei 4:14 È un uomo come noi, nello stesso tempo, non è un uomo come noi» BRUNNER Emil, Dogmatique, vol. 2, éd. Labor et Fide, Genève 1965, pp. 359-362.

             Desideriamo fare un distinguo a proposito del testo di Ebrei 4:14: «È stato tentato come noi in ogni cosa». Riteniamo che questa affermazione non debba essere presa in modo assoluto, ma nella forma relativa alla sua persona, come del resto ognuno di noi è giudicato non in base al valore delle tentazioni degli altri, ma a ciò che è specifico della sua persona. In altre parole Gesù non ha esperimentato la violenza infantile di una famiglia alcolizzata o di una ragazza violentata dal padre. Non ha subito i drammi di una famiglia violenta e divisa. Non ha conosciuto neppure gli agi di una posizione elevata. Nella sua sfera, di Dio fatto uomo tra gli uomini, Gesù ha subito tutte quelle tentazioni che lo avrebbero potuto  separare dal Padre. Non ha avuto le mie tentazioni, ma ha avuto le sue che come le mie tendono a farci prendere le distanze da Dio. 

[54]          Spiegando Filippesi 3:8, scrive: «Per poter prendere la forma di schiavo, gli è stato necessario prima prendere la forma di un uomo, cioè di un uomo che partecipa alla decadenza umana. È ciò che vuole dire l'espressione "diventando simile agli uomini" Lui che, per la sua essenza era il solo uomo-Dio, il solo che possa rivendicare questo titolo in virtù della sua assomiglianza con Dio, è diventato, per obbedire alla sua vocazione d'uomo celeste, per compiere la sua opera espiatoria, un uomo incarnato nella carne decaduta» CULLMANN Oscar, Christologie du Nouveau Testament, 3a ed., éd. Delachaux & Niestlé, Neuchâtel  1968, p. 154.

[55]          Il primo atto nel dramma della redenzione è: «l'identificazione del Figlio di Dio fino al limite, cioè fino al peccato escluso, con il corpo di carne nel suo stato di decadenza. Bisogna insistere su queste parole poiché alla verità la teologia cristiana ha espresso una stupefacente ripugnanza ad accettare, nel loro pieno valore, le audaci espressioni, quasi barbariche, di cui si serve Paolo per affermare lo scandalo del vangelo su questo punto. L'ortodossia tradizionale, sia cattolica che protestante, ha sostenuto che Cristo avesse assunto, nell'incarnazione, una natura umana non decaduta. Ma se si formula la domanda, e questa volta nei suoi termini biblici, non c'è nessuna ragione di temere, ci sono pure delle motivazioni imperiose di esigere, che si attribuisce al Cristo una umanità sottomessa a tutti gli effetti e conseguenze della caduta. È chiaro, in ogni caso, che tale sia l'idea paolina dell'incarnazione, e che questa idea sia essenziale alla comprensione esatta dell'opera della redenzione» ROBINSON J.A.T., Le corps, étude sur la théologie de Saint Paul, éditions du Chalet, Lyon 1966, p. 63,64; cit. da J. Zurcher, o.c., p. 13.

[56]          Nel quadro della Commissione "Foi et Constitution" del Concilio ecumenico mondiale, tenutosi a Herrenalb, Germania, luglio 1956 in una proposizione scrisse: «Dobbiamo prendere in considerazione in una forma più seria che la Parola di Dio ha assunto la nostra sarx, cioè la nostra umanità decaduta (non uno che sia stato concepito immacolato), e ciò facendo l'ha santificata. La dottrina della Chiesa ha bisogno di essere ripensata in termini che tengano conto del fatto che Gesù ha assunto la nostra umanità e si è santificato lui stesso. La Chiesa è Sancta nella santificazione del Cristo» Cit. JOHNSON Harry, The Humanity of the Saviour, the Epworth Press, London 1962, p. 70; cit. da J. Zurcher, o.c., pp. 13,14. E in una forma ancora più esplicita: «Probabilmente la verità la più fondamentale che noi dobbiamo apprendere nella Chiesa cristiana, o piuttosto a riapprendere, poiché l'abbiamo eliminata: è che l'incarnazione era la venuta di Dio nel cuore della nostra umanità decaduta e depravata, là dove l'umanità è più debole nella sua inimicizia e nella sua violenza contro l'amore riconciliatore di Dio, per salvarci. Detto in modo diverso, l'incarnazione deve essere compresa come la venuta di Dio per prendere su di sé la nostra natura umana decaduta, la nostra vera esistenza umana caricata del peccato e della colpevolezza, la nostra umanità malata nello spirito e nell'anima, alienata e separata dal Creatore. Una dottrina che si trova dappertutto nella Chiesa primitiva dei cinque primi secoli, ripetuta con termini che affermano che l'uomo intero deve essere assunto dal Cristo perché l'uomo interamente sia salvato» TORRANCE Thomas F., The Médiation of Christ, pp. 48,49; cit. J. Zurcher, o.c., p. 14.

[57]          «La grazia quale il protestantesimo la confessa è prima di tutto la grazia dell'umanità di Gesù. Converrà insistere molto su questo punto per tenere lontane le tendenze naturali al docetismo, alla magia, alla divinazione; le tendenze a edulcorare, a superare lo scandalo dell'incarnazione. Gesù "vero uomo" è il principale fronte su cui si combatte la battaglia per rivendicare la grazia di Dio contro tutte le maniere che il nostro cristianesimo usa per disumanizzare Gesù, facendone il più cristiano degli idoli. Per esempio come non vedere nelle dottrine quali quella della devozione al Sacro Cuore o quella della perpetua verginità di Maria, degli attacchi alla umanità di Gesù, virulenti quanto le esaltazioni che vogliono fare di lui il massimo genio della storia o il massimo fondatore di religione?» PURY Roland de, Che cosa è il Protestantesimo, ed. Claudiana, Torino 1964, pp. 44,45.

[58]          «Sappiamo che questo significa non una rassomiglianza esteriore, ma una assoluta identità: per  riparare ha dovuto prendere la carne peccatrice, escluso solo il peccato» BONSIRVEN Giuseppe, Il Vangelo di Paolo, 3a ed., ed. Paoline, 1963, p. 253

[59]          WHITE Ellen, Manoscritto 57, 1890. In Extrait de son Journal, n. 14, pp. 272-285; cit. da J. Zurcher, o.c., p. 250. Di E. White «Si potrebbero citare più di 250 dichiarazioni uscite dalla sua penna nelle quali insiste sul fatto che Gesù è venuto "in the human nature of fallen man", nella natura umana dell'uomo caduto» STÉVENY George, À la découverte du Christ, éd. Vie & Santé, Dammarie les Lys, 1991, p. 291.

[60]          Quelli che nell'ambito della Chiesa Avventista sostengono la natura decaduta di Cristo, ma non corrotta.

[61]          E. White, Jèsus-Christ, p. 34.

[62]          J. Zurcher, o.c., pp. 246,247.

[63]          M. Fernandez, o.c., p.  9.

[64]          Vedere la nota n. 41.

[65]          M. Fernandez, o.c.,  p. 12.

[66]          Nel credere che il Signore sia venuto con la natura di Adamo prima del peccato, senza avere in sé la propensione al male, ma subendone le conseguenze,  le tentazioni e le seduzioni del peccato gli venivano dall'esterno, come è stato per Adamo. Per questo motivo si pensa che Gesù abbia combattuto il male là dove il primo uomo era caduto quand'era ancora in un mondo che usciva dalle mani creative di Dio. Gesù non ha peccato perché ha sviluppato la sua natura innocente come avrebbe fatto Adamo se avesse scelto di essere dalla parte del suo Creatore.

             Nel credere che il Signore sia stato un portatore sano del peccato, senza averne però la propensione, ma vincendo la sua natura mediante la grazia dello Spirito, si può forse pensare che per un certo tempo il germe del male e la seduzione del peccato, che così facilmente avvolgono e degenerano i figli di Adamo che inevitabilmente, a causa della propensione della loro natura, prima o poi si manifesta in ribellione, per difendere l'unigenito Figlio di Dio, siano stati come incapsulati dallo Spirito fino al tempo in cui Gesù fu maturo nel fare delle scelte libere in conformità al bene, al vero, alla gloria di Dio.    

[67]          Colui che non ha mai preso la droga può avere la curiosità, il desiderio, la tentazione di provarla. Rifiutare queste minacce è relativamente facile. Ma la situazione è completamente diversa per chi, in fase di astinenza, divorato dal bisogno che lo domina dal di dentro farebbe qualsiasi cosa per poterla avere. «Ciò che è vero per la droga è vero per ogni forma di peccato.  L'ereditarietà non pesa soltanto contro noi. A causa delle nostre debolezze, noi siamo "venduti al peccato, il peccato abita in noi, noi abbiamo la volontà, ma non il potere di fare il bene" Romani 7:14,24. Gesù non ha vissuto l'esperienza della caduta; ha conosciuto soltanto la situazione, con tutte le debolezze inerenti all'eredità che ne risulta». G. Stéveny, o.c., p. 294.

[68]          ANDREASEN M.L., Lettres auz Eglises, Roiffeux, s.d., p. 63.

[69]          Vedere DOUGLASS Herbert E., A critique of the pre-Fall view, in Ministry, agosto 1985, pp. 10,11.

[70]          CREWS Joe, Letters, in Ministry, dicembre 1985, pp. 26,27.

[71]          Pur riconoscendo, nel pensiero dell'autore che segue, che la nostra natura è decaduta, non possiamo condividere quando VENDEN Morris scrive: «Siamo peccatori dalla nascita; siamo peccatori per natura. È la nostra natura che è cattiva; le nostre azioni non ne sono che il risultato Pensiamo che sia il fatto di commettere della cattive azioni che ci separano da Dio. In realtà, è la separazione da Dio che ci conduce a commettere le cattive azioni» 95 Thèses sur la justification par la fois, Coral Gable, Florida 1989, pp. 34,40.

[72]          FERNANDEZ Marcel, Note vieil homme crucificié en Christ, Collonges sous Salève 1994, pp. 24,25; manoscritto.

[73]          Vedere E. Brunner, o.c., p. 120.

[74]          J. Zurcher, o.c., p. 245.

[75]          La Chiesa cattolica per sostenere che la natura di Gesù fosse assente dal peccato originale o che una natura caduta, una carne di peccato fosse automaticamente peccatrice, per mettere a tacere le discussioni teologiche in questo campo, l'8 dicembre 1854, Pio IX, con la sola propria autorità, stabilì il dogma dell'Immacolata Concezione con il quale si afferma una volte per tutte che Gesù è nato senza il peccato originale e senza una natura di peccato perché Maria, l'ancella del Signore, lei stessa, prima di lui, è nata con questa natura, trasmettendogli così quella del primo Adamo. È legittimo chiedersi che rapporto ci sia tra questo dogma e quanto annunciava l'apostolo Giovanni nella prima lettera  al capitolo 4 e versetti 2,3.

[76]          HASEL Gerhard, Salvation, in Perspective Digest, vol.  II, n. 1, 1997, p. 37.

[77]          1 Timoteo 3:16; Romani 1:4; Filippesi 2:7; Matteo 1:18; Colossesi 2:9; 1 Corinzi 15:19. 2 Corinzi 5:19; Galati 4:4,5; Romani 8:2-4.

[78]          M. Fernandez, dopo aver presentato Ezechiele 18:23,31,32 scrive: «Se Dio, dunque, non vuole la nostra morte, di conseguenza, non può avere voluto che il Cristo innocente e santo muoia al nostro posto, per fargli "pagare" questo salario del peccato che noi meritiamo Tuttavia se la croce non è stata in sé voluta da Dio, era la conseguenza ineluttabile del peccato dell'uomo» o.c., p. 21.

[79]          WHITE Ellen, Lettre 5, 1889, in S.D.B.C., vol. 7, p. 904.

[80]          J. Zurcher, o.c., p. 249.

[81]          Idem,  p. 248.

[82]          G. Bonsirven, o.c., p. 311.

[83]          PRESCOTT William, La Parole faite chair, Québec, 1994, pp. 13,14.

[84]          SIMONNEAU Pierre, Christ notre victoire, ou le viel homme crucifié dans la chair, mémoire de Master in Teologia Applicata, Collonges sous Salève 1999.

[85]          PRESCOTT W. W., In Cristo, la Famiglia Divina-Umana, ed. Alfa, Romania, s.d., p. 26.       

[86]          SABOURIN Léopold S.J., Le buc emissaire, figure de Christ?, p. 58

[87]          Idem.

[88]          Idem, p. 67.

[89]          Cit. P.A. Médébielle, o.c., col. 181.

[90]          BOSSUET,  �uvre complete, éd. Cuthenin-Chalandre, Paris 1840, Première sermon pour le Vendredi saint, vol. VI, p. 135; cit. L. Sabourin, o.c., p. 68.

[91]          P.A. Médébielle, o.c., col. 180,181.

[92]          Cit. L. Sabourin, Rédemption sacrificielle,  éd. Desclée de Brou�wer, 1961, p. 140.

[93]          Cit. Idem, p. 139; Le buc... , p. 67.

[94]          Idem, p. 141.

[95]          COLLANGES J.F., Enigmes de la Deuxième  Épître de Paul aux Corin�thiens, Étude Exegetiques de la 2 Cor. 2:14-7:4, Cambridge University, Press, 1972, p. 276.

[96]          FEUILLET André, Christologie paulinienne et tradision biblique, éd. Desclée, Paris 1973, pp. 143,144.

[97]          TABAC E., Le problème de la justification dans saint Paul, Louvain 1908, p. 128.

[98]          BONSIRVEN Giuseppe, Theologie du N.T.,  Paris 1951, p. 397; cit. da L. Sabourin, o.c., p. 136.

[99]          LEENHARDT F.J., L'Épître de s. Paul aux Romains, Neuchâtel 1957, p. 30; cit. L. Sabourin, Sacrifice, in, Supplement au Dictionaire de la Bible, col. 1518,1519.

[100]         VAUX Roland de, Le Istituzioni dell'A.T., ed. Marietti, Torino 1964, p. 408; cit. idem.

[101]         L. Sabourin, o.c., col. 1518,1519. Vedere L. Moraldi,  Per la corretta lettura..., pp. 330,331. Vedere F. Godet, o.c., p. 148.

[102]         SABOURIN Lèopold, Il sacrificio di Gesù e le realtà cultuali, in Bibbia e Oriente, n. 20, 1968/1, pp. 30,31.

[103]         DANIEL S., Recherches sur le vocaboulaire du culte dans la Septan�te, Paris 1966, p. 304.

[104]         L. Sabourin, o.c., p. 31

[105]         Cirillo d'Alessandria, Glaph in Leviticus 69,518s. cf. lettera 41, ad Acazio di Nelitene: P.G. 77, c. 209; cit. L. Sabourin, o.c., pp. 29,30.

             «Qui la morte di Gesù Cristo introduce o simboleggia una nuova era, come già l'agnello pasquale o dell'esodo (Esodo 12)» O. Kuss, o.c., p. 224.

[106]         Agostino, Sermo 134, IV, 5; P.L. 38, c. 745; cit. idem, p. 30

[107]         J.F. Collanges, o.c., p. 278.

[108]         L. Sabourin, Redemption.., p. 155.

[109]         L. Sabourin, o.c., vol. II, p. 244.

[110]         Idem, pp. 157,158

[111]         L. Sabourin, Rédemption..., pp. 156,157.

[112]         BONNET Louis, Le Nouveau Testament, vol. III, Les Épîtres de Paul, 2a ed., Lausanne 1875, pp. 320,334.

[113]         BENOIT Pierre, La Loi et la Croix d'après sait Paul, in Revue Biblique, n. 47, 1938, pp. 482,495; cit. da L. Sabourin, Rédemption..., p. 143.

[114]         Bibbia di Gerusalemme, nota a Colossesi 2:14.

[115]         F. Prat, o.c., pp. 196,197.

[116]         LUTERO Martin, Lectures on Galatians, LW 26, 283,284; cit. La RONDELLE Hans K., Salvation and the Atonement; a biblical Exegetical Approach, in Jornal of the Adventist Theological Society, 3/1, 1992, p. 35.

[117]         Melantone, cit. RIVIÈRE J., Le dogme de la Rédemption dans la théologie con�temporaine, Albi 1848, p. 389; cit. da L. Sabourin, o.c., p. 149.

[118]         MÈNÈGOZ E., Le péché et la Rédemption d'après saint Paul, Paris 1882, pp. 220,221,224,250; cit. da L. Sabourin, idem, pp. 146,147.

[119]         ALLMEN J.J. Van, art. Baptême, in Vocabulaire Biblique, Neuchâtel 1954, p. 34; cit. L. Sabourin, idem, p. 146.

[120]         KUSS O. et MULLER L., Doctrine du Nouveau Testament à la portée de tous, Paris 1938, p. 267; cit. L. Sabourin, idem, p. 149.

[121]         ALLO E.B., La Second Épître aux Corinthiens, Paris 1937, p. 172; cit. L. Sabourin, idem, p. 139.

[122]         L. Sabourin, idem, p. 151.

[123]         L. Bonnet, o.c., p. 334.

[124]         MUSSNER Franz, Commentario teologico del Nuovo Testamento - La lettera ai Galati, ed. Paideia, Brescia, p. 366.

[125]         B. Sesboüé, o.c.,  p. 102.  

[126]         JEREMIAS Joachin, Teologia del N.T., ed. Paideia, Brescia 1972, p. 336.

[127]         P.A. Médébielle, o.c., col. 185.

[128]         F. Prat, o.c., p. 206.

[129]         F. Varonne, o.c., pp. 126,127,130.

[130]         Idem, pp. 132,133,134,135,136.

[131]         Quando si vuole giustificare la morte di Gesù sul piano giuridico legale si arriva a scrivere quanto altri hanno detto e Jean Samuel Javet commenta nella sua opera, nella quale dopo aver spiegato che il sangue non aveva una virtù intrinseca, magica per fare l'espiazione, aggiunge: «Il sangue conveniva all'espiazione in virtù d'una decisione divina. Dio si presenta come un Dio che vuole perdonare i peccati e che dichiara che il mezzo che Gli piace scegliere per quest'opera, è il sangue d'una vittima (Levitico 17:11). Istituisce questo mezzo d'espiazione, e dichiara che mediante questo si accontenta. La virtù del sangue secondo le Scritture riposa dunque esclusivamente sul buon piacere di Dio, che ha ben voluto stabilire un simile mezzo d'espiazione» JAVET Jean Samuel, Dieu nous Parla, Commentaire de l'Épître aux Hebreux, éd. Delachaux et Niestlé, Neuchâtel-Paris 1945, pp. 95,96. 

[132]         Vedere il capitolo che segue, Gesù nostro avvocato.

[133]         MENEGOZ Eugène, La Théologie de l'Épître aux Hebreux, éd. Fischabacher, Paris 1894, p. 102.

[134]         In questo contesto ci chiediamo se possono essere condivise le parole di J.S. Javet: «"Ma Gesù è venuto" v. 11! Dopo l'ombra appare la realtà; dopo l'immagine, la cosa rappresentata; dopo l'imperfezione, la perfezione; dopo l'insufficienza, la pienezza!. Si tratta qui del compimento della profezia contenuta nell'antica alleanza» o.c., p. 94.

[135]         Precisiamo il pensiero con il pastore J.S. Javet: «Così il gioco di parole ("alleanza - testamento") sarebbe stata impossibile sotto l'antica alleanza, non solamente in virtù di una impossibilità linguistica, ma anche in virtù d'una impossibilità teologica: l'antica alleanza non poteva allora essere considerata come un testamento» o.c., p.99.

[136]         F. Varonne, o.c., p. 118.

[137]         Vedi nota n. 69.

[138]         Idem, pp. 132,133.

[139]         «Dio è il popolo sono attivi, Dio s'impegna a benedire e il popolo a ubbidire» J.S. Javet, o.c., p. 99.

[140]         Idem, p. 125.

[141]         Gesù è stato portato alla perfezione mediante la risurrezione Ebrei 2:10; 5:9; 7:28).

[142]         PURY Roland de, Pierres vivantes, 2a ed., éd. Delachaux & Niestlé S.A., Neuchâtel, s.d., pp. 78-80.

[143]         BOISMARD M.E., Le Christ-Agneau, Rédempteur des hommes, in Lumière et Vie, n. 35, 7, 1958, p. 191; vedere BRNEY C.F. -  JEREMIAS J.; cit. da CULLMANN Oscar, Christologie du Nouveau Testament, éd. Delachaux et Nieslé, Neuchâtel 1968, p. 64. JEREMIAS J., amnos, in Grande Lessico del N.T., vol. I, ed. Paideia, Brescia 1965, col. 919.

[144]         O. Cullmann, o.c., p. 60.

[145]         POTTERIE S.J. de la, Ecco l'Agnello di Dio, in Bibbia e Oriente, n. 8, 1959, p. 164.

[146]         1QS 4,20-23; cit. idem, pp. 164,165.

[147]         Idem, p. 185.

[148]         Idem, pp. 165-167.

[149]         DELORME J., La cena et la Pasque dans le N.T.,  in Lumière et Vie, n. 31, 1965, p. 32.

[150]         N. Fùglister, o.c., p. 53.

[151]         J. Jeremias, o.c., col. 917.

[152]         N. Fùglister, o.c., p. 58.

[153]         R.H. 11, COHEN A., Le Talmud, Paris 1958, p. 4198. cit. da AYACHE Charly, La Pasque Israelite type de la redemption en Christ, mémoire par la licence en theologie, Seminaire Adventiste de Collonges, 1978, p. 55.

[154]         Midrashim, Mekhiltha  su Exodus 12:42; cit., idem, p. 56.

[155]         Jerome, Commentaire sur l'Evangile de Methieu, IV, MIGNE, P.L., XXIV, Paris 1866, p. 192; cit. idem, p. 58.

[156]         N. Fùglister, o.c., p. 239.

[157]         Il miracolo di Cana (Giovanni 2:6) corrisponde al cambiamento dell'acqua del Nilo (Esodo 4:9) e di quelle contenute nelle urne di pietra (Esodo 7:19): e questi miracoli rivelano la gloria di Dio, agli E�brei da una parte (Esodo 4:31), ai discepoli di Gesù dall'altra (Giovan�ni 2:11). L'intrattenimento con Nicodemo (cap. 3) si controbilancia con il passaggio del mar Rosso (Esodo 14:19-15:21): i due avvenimenti si situano di notte, simbolo della notte della morte. L'episodio del pozzo di Giacobbe (cap. 4) avrebbe per sfondo quello di Elim, con le sue dodici sorgenti e le sue settanta palme (Esodo 15:17), in cui la tradizione giudaica vede figurate le 12 tribù:  sarebbe allora un simbolo  dell'unità cultuale di Israele e si comprenderebbe allora meglio le parole del Cristo sul vero culto in spirito e verità (Giovanni 4:24).

             La guarigione dell'infermo a Betania (cap. 5) sarebbe una variante sull'Esodo 15:26: «Io sono l'Eterno che ti guarisco», testo già utilizzato nell'insegnamento della guarigione del figlio del funzionario regale (4:43-53). Il miracolo della moltiplicazione dei pani (cap. 6) è in relazione manifesta con quello della manna (Esodo 16). Il fatto che dopo la moltiplicazione dei pani la folla abbia voluto fare Gesù re (6:15), mostra che si vedeva nella ripetizione del prodigio della manna la prova di una missione divina. La domanda dei Giudei (nella sinagoga di Capernaum) rivela la stessa credenza (6:30-34). Il cap. 7 corrisponde a Esodo 17. Notare nei due episodi l'opposizione dei Giudei che volevano mettere a morte Mosè e Gesù.

             L'accostamento più chiaro si trova tra l'episodio di Esodo 17:5 e seg.: (l'acqua che scaturisce dalla roccia) e la promessa dell'acqua viva fatta da Gesù: «Se alcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo se�no» 7:37,38. Sahin mette insieme l'episodio della donna adultera con l'idolatria d'Israele e il vitello d'oro, facendo notare che l'autore del quarto vangelo, saltando da Esodo 17 a 32, non segue la storia in tutti i suoi dettagli, ma si ferma agli episodi più significativi. Lo sfondo delle dichiarazioni di Gesù sul buon pastore (cap. 10) sarebbe Numeri 27:16 e seg.: «L'Eterno... costituirà su questa adunanza un uomo che esca davan�ti a loro ed entri davanti a loro, e li faccia uscire e li faccia entra�re, affinché la adunanza dell'Eterno non sia come un gregge senza pastore».

             Le dichiarazioni frequenti di Gesù incominciate con: «Io sono» (6:35;8:12;10:9;10:11-14;11:25;14:6;15:1,5) ricordano la rivelazione del nome divino in Esodo 3:14: «L'Io sono mi manda a voi...». Gesù afferma che è Dio, il Dio del nuovo esodo. Isaia il profeta aveva annunciato questo esodo futuro (41:4,13,17;43:3)». DÈAUT Roger Le, La nuit pascale - Essai sur le signification de la Pasque Juive du Targum d'Exode XII,42, Rome 1983, pp. 324,330.

[158]         Pesabim 74b; cit, N. Fùglister, o.c., p. 89.

             N. Fùglister propone una pagina interessante. «La legislazione rabbinica relativa alla preparazione della pasqua richiama ancora due particolarità, che fino ad ora non sono state prese in considerazione da parte dei commentatori, sebbene fossero già presenti sia agli apostoli sia alle loro comunità giudeo-cristiane: per impedire che avanzi il sangue, di cui all'uomo è proibito il consumo, una prescrizione impone che all'agnello immolato "si apra il cuore" e se ne faccia sgorgare il sangue»;[158] questo ricorda immediatamente Gesù crocifisso che, secondo la cronologia di Giovanni, morì alla medesima ora degli agnelli pasquali, e il cui fianco venne poi ugualmente aperto, così che ne sgorgarono sangue ed acqua (Giovanni 19:34) Segue subito (v. 36) l'allusione a Esodo 12:46, che paragona Gesù all'agnello pasquale. Forse anche la particolare menzione dell'issopo (v. 29) è un richiamo a Esodo 12:22 Inoltre «l'agnello è arrostito in forma di croce. Uno spiedo infatti è fissato dalla parte inferiore fino alla testa, e un secondo attraversa le spalle, e a esso si fissano le zampe (anteriori)». Giustino, Dialog. cum Tryphone Jud. 40,3, in MIGNE, P.L., 5, 561; cit. Idem.

[159]         N. Fùglister, o.c., pp. 69,70.

[160]         M.È. Boismard, o.c., p. 92.

[161]         Idem, pp. 93,94.

[162]         N. Fùglister, o.c., p. 96.

[163]         Idem, p. 53.

[164]         Le Deaut Roger, o.c., p. 335.

[165]         J. de la Potterie, o.c., p. 169.

[166]         P.A. Médébielle, o.c., col. 210.

[167]         MIEGGE Giovanni, Pagine scelte del vangelo di Giovanni, Roma, fa�coltà teologica Valdese, ciclostilato, p. 93.

[168]         P.A. Médébielle, o.c., col. 211.

[169]         L. Bonnet, o.c., vol. II, Evangile de Jean, Lausanne 1885, p. 167.                 

[170]         SESBOÜÉ Bernard, Gesù Cristo, l'unico mediatore, vol. 1, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991, pp. 72,73.

[171]         F. Prat, o.c., vol. II, p. 258.

[172]         F. Godet, o.c., pp. 426,427.

[173]         Idem, p. 427.

[174]         SPICQ G., La Sainte Bible, éd. Pirot Clamar, XI, 2, p. 281; cit. da LYONNET Stanislao, Conception Paulinienne de la resurrection, in Lu�mière et Vie, n. 7, 1958, p. 56.

[175]         L. Sabourin, o.c., pp. 332,333.

[176]         Vedere P. Benoit in L. Sabourin, o.c., p. 400.

[177]         G. Biffi, o.c., pp. 64-67.



 

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