Capitolo IV

TEORIE PROPOSTE PER SPIEGARE

LA MORTE DI GESÙ

 

 

        B. Crème, portavoce del New Age, dichiara: «Le chiese cristiane hanno dato al mondo una concezione del Cristo inaccettabile per l'uomo contemporaneo: quello del solo e unico figlio di Dio, sacrificato da un padre che amava salvarci dalla conseguenza dei nostri peccati: un sacrificio di sangue, direttamente scaturito dalla vecchia legge giudaica. Abbiamo rigettato questa concezione; a milioni abbiamo lasciato la Chiesa, perché ciò non corrisponde alla nostra conoscenza della storia, della scienza e della altre religioni».[1]

        Ma già metà della seconda decade di questo secolo L. Emery, professore di teologia all'Università di Losanna, a causa di un certo linguaggio utilizzato dalla teologia per spiegare la morte di Gesù in modo scandalizzato diceva: «Non solamente come teologo, ma come cristiano, come credente che tiene all'onore di Dio che adoro, sono urtato, desolato di vederlo abbassato a livello di un Moloc sanguinario Questa dottrina (dell'espiazione) la consideriamo come una specie di ingiuria nei confronti del Padre celeste, come un attentato alla sua giustizia e alla sua bontà».[2]

        Nei primi mesi del 1955 Andrée Dez fece una inchiesta sull'idea di Dio e le sue conseguenze furono pubblicate dalla rivista L'Âge Nouveau[3]. All'inizio dell'articolo si è pubblicato un estratto del libro di Maria Le Hardouin, Dieu et l'homme del quale presentiamo qualche riga a riflessione di quanto scriveremo. «Il cristianesimo sembra essere proprio la sola religione alla quale io non potrei mai, spiritualmente, sottoscrivere. In questo c'è il mio dissidio. Il mio cuore si ammetterebbe facilmente cristiano, la mia mente, per contro, si oppone assolutamente alla nozione del peccato originale e a quella di un Redentore che muore per riscattare da questo stato. Mi è impossibile passare dalla porta della colpa peccaminosa alla sofferenza redentrice Io dovrei poter ripudiare il cristianesimo, poiché il sangue di un innocente, che scorre nel nome di uno sbaglio che io non ho commesso, è per me un inspiegabile scandalo. E pur tuttavia è la persona stessa di Cristo che mi è sensibile al cuore, è con essa che mi sembra di aver da qualche parte legato ancora prima della mia nascita, poiché è il contemporaneo sempre giovane di ognuno di noi».

        L'editore del libro, My gripe with God - A Study in Divine Justice and the Problem of the Cross del teologo avventista George R. Knight, professore di storia della Chiesa all'Andrews University, sulla copertina di presentazione precisa che la nozione di redenzione costernava l'autore che «era particolarmente scosso dalla croce. Perché Dio non può perdonare senza di lei? Perché abbisogna la morte dell'Innocente per salvare i colpevoli?».[4] Queste domande e altre esprimono un malessere generale di fronte al tema della morte di Gesù per la salvezza dell'umanità.

        J.F. Six esprime disagio di fronte all'insegnamento della croce. «V'è un Gesù che non ci piace per nulla, è il Gesù crocifisso e martire. Per tutta la nostra infanzia abbiamo sentito dire ch'egli era morto per i nostri peccati. Questo non lo possiamo più sopportare. È qualcosa che non riusciamo ad ammettere. Ci hanno mostrato un Gesù, un uomo innocente che paga per gli altri; e paga a chi? A Dio. Sempre un Padre forte che esige la morte del figlio la castrazione È Dio, con il Golgota, piglia due piccioni con una fava perché è finalmente soddisfatto nei suoi sentimenti di padre offeso e mette gli uomini, suoi figli, in un perenne stato di inferiorità nei suoi confronti: il fatto che Cristo sia morto così, per la volontà del Padre, condanna gli uomini, condanna noi sia ad essergli ciecamente obbedienti, sia a essere assolutamente colpevolizzati, o piuttosto ad ambedue le cose contemporaneamente».[5]

Alister Hardy, nelle sue Gifford Lecture  del 1965, si era chiesto se Gesù stesso sarebbe stato cristiano se fosse vissuto oggi. «Dubito molto di ciò» era la risposta che si era data. «Non ci avrebbe parlato, ne sono certo, di un Dio il quale si sarebbe placato mediante il sacrificio crudele di un corpo straziato Non posso accettare  l'ipotesi che Dio, prendendo forma in suo Figlio, torturò se stesso per la nostra redenzione. Posso solo confessare che, nel profondo del mio cuore, considero tali idee religiose tra le meno attraenti di tutta l'antropologia. Per me esse appartengono a una filosofia e a una psicologia molto diverse da quelle della religione insegnata da Gesù».[6]

 

        Gli autori del N.T. il giorno dopo la morte di Gesù non si sono trovati con una teologia della croce formulata in ogni dettaglio. Anzi hanno vissuto la delusione, lo sconforto e lo smarrimento (Luca 24:13-35; Giovanni 20:19). Durante il ministero del Maestro, anche se a più riprese aveva parlato della sua morte i discepoli non l'avevano presa sul serio e tra di loro serpeggiava sempre il pensiero su chi fosse il maggiore dopo che il Cristo si fosse manifestato. Dalla Pentecoste Gesù è il Cristo, è il vivente perché ha vinto la morte risuscitando (Atti 3:13,26; 4:27,30; 8:32,33). Si hanno poi con l'apostolo Paolo altre affermazioni per spiegare con la morte di Gesù la salvezza. Gesù è morto «per i nostri peccati» e «in conformità alle Scritture» (1Corinzi 15:3,4); è il nuovo agnello pasquale, che segna una nuova era di salvezza e liberazione (1 Corinzi 5:7) e la Cena del Signore rievoca il nuovo patto «per la remissione dei peccati» annunciando la sua morte fino al giorno del suo ritorno (Matteo 26:26-28; 1 Corinzi11.24,25; Luca 22:17). Gesù è morto perché «è stato dato a cagione delle nostre offese, ed è risuscitato a cagione della nostra giustificazione» Romani 4.25. In lui si compie «la giustizia di Dio mediante la fede tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, e sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la reden�zione che è in Cristo Gesù, il quale Iddio ha prestabilito mediante la fede nel sangue d'esso, per dimostrare la sua giustizia, avendo egli usato tolleranza versi i peccati commessi in passato, al tempo della sua divina pazienza; per dimostrare, dico, la sua giustizia nel tempo presente; ond'Egli sia giusto e giustificante colui che ha fede in Gesù» Romani 3:22-26. La morte di Gesù manifesta l'infinito amore del Padre per gli uomini (Romani 5:6,8-11). In Gesù abbiamo il secondo Adamo, una nuova umanità (Romani 5:12 e seg.).

        Dopo l'epoca apostolica ci fu sempre la necessità di spiegare la morte di Gesù. Crediamo che essa abbia trovato più un adattamento alla situazione culturale e sociale del momento che espresso il pensiero teologico, complesso, che la Sacra Scrittura presenta.

        Già nei primi due secoli i Padri della Chiesa, pur non formulando una teologia sistematica della croce, tentano di dare una spiegazione della morte di Cristo Gesù.  In prevalenza si accontentarono di ripetere i testi biblici che la presentano per la salvezza dell'umanità. Dal concilio di Nicea (325) al concilio di Costantinopoli (681) pur discutendo della morte di Gesù hanno accentrato la loro attenzione  sulla sua natura e non sulla redenzione. Hanno cercato, quindi, di definire la natura del Figlio di Dio, ma non quello dell'opera della sua salvezza.

        Quanto però detto nei primi secoli da Ireneo, Origene, Atanasio, Agostino, Cirillo di Gerusalemme, Basile, Gregorio Magno, e la lista potrebbe essere allungata, lo si trova ripetuto nei secoli successivi.  

        Riteniamo che quanto compiuto da Gesù per la salvezza dell'umanità non sia un misterioso espediente che soddisfi le esigenze di Dio per perdonare, ma l'espressione della volontà eroica della divinità per portare alla ragione le sue creature, manifestando la propria natura.

TEORIA DEL RISCATTO

- teoria del riscatto pagato a Satana

 

        Questa spiegazione è stata empiricamente formulata per la prima volta da Ireneo, allievo di Policarpo che era discepolo di Giovanni l'evangelista, nella seconda metà del II secolo. È stata arricchita nel tempo dall'arte oratoria dei vari predicatori di salvezza, sfumando anche e svigorendo il pensiero dei Padri.

        Questa spiegazione può essere così riassunta. A causa del peccato del primo uomo, l'umanità è caduta sotto il dominio di Satana. Dio avrebbe potuto vincere il nemico derubandogli, tramite la sua onnipotenza, le sue prede. Ma il Dio giusto era in obbligo di agire correttamente: avrebbe liberato le sue creature non mediante la forza, bensì procedendo con giustizia, anche se doveva avere a che fare con il principe dell'iniquità.  L'Eterno propose quindi al suo e al nostro nemico un contratto: l'anima di suo Figlio in cambio di quella degli uomini. Satana, che tiene in schiavitù l'umanità, viene così pagato per la loro liberazione con la vita di una delle persone della Divinità. Il Padre fece incarnare il Figlio, il quale conservava però la sua natura divina. Era così contemporaneamente uomo e Dio. Doveva essere uomo perché offriva un riscatto per gli uomini. Doveva essere Dio per potere, a seguito della morte, trionfare su Satana e sull'inferno. Satana però non valutò bene questo baratto propostogli da Dio e accettò di rilasciare gli uomini in cambio dell'anima di suo Figlio. Però a seguito della tragedia del Golgota non fu abbastanza forte nel trattenere l'anima di Cristo Gesù nell'inferno, e il Signore uscì scardinando le porte. Dio non ha imbrogliato Satana riprendendosi il Figlio con la risurrezione, ma l'Avversario è stato vinto a causa della sua debolezza. Il contratto è rimasto valido. E così il grande seduttore si è sedotto da se stesso.[7]

      Per Origene (185-254), che può essere considerato, come dice B. Sesboüé: «Il primo testimone di questa teoria»[8] Gesù con la sua morte si è costituito prigioniero dell'Avversario al posto degli uomini e ha liberato gli uomini offrendo le sue sofferenze sulla croce fino alla morte, quale mezzo di riscatto per il suo sangue (Matteo 20:28). Gesù era prigioniero solamente in apparenza, a metà. Satana lo possedeva per la sua natura umana. A causa della sua natura divina, Satana non lo ha potuto trattenere e Gesù è risorto e, vincendolo, ha completato l'opera iniziata sulla croce. Origene scriveva: «Riconoscete la verità di quel che scrive san Pietro: noi non siamo stati riscattati a prezzo di argento e oro corruttibile, ma mediante il prezioso sangue del Figlio unico. Se siamo stati comprati per un prezzo, come afferma anche san Paolo, siamo stati senza dubbio comprati da qualcuno di cui eravamo schiavi, da qualcuno che ha reclamato il prezzo che voleva per rendere la libertà a coloro che deteneva. Ora è il demonio che ci deteneva: noi ci eravamo venduti a lui con i nostri peccati, ed egli perciò ha reclamato come prezzo del riscatto il sangue di Cristo».[9] «Ma a chi Cristo consegnò la sua anima in riscatto? Sicuramente non a Dio. Non l'avrà allora consegnata al demonio? In effetti costui ci tentava in suo potere fino quando, quale prezzo di riscatto della nostra liberazione, non gli fu data l'anima di Gesù Cristo. Il maligno era stato ingannato e indotto a credere d'essere capace di vincere quest'anima, non vedendo che, per tenerla nelle proprie mani, bisognava sottomettersi a una prova di forza superiore a quella ch'egli poteva sperare di condurre a buon fine. Per questo la morte, con cui egli credeva d'aver trionfato su di lui, non ha più la meglio su questi (cfr. Romani 6:9). Cristo allora divenne libero tra i morti e più forte della potenza della morte, è talmente più potente della morte che tutti coloro che lo vogliono, fra quanti sono alla mercé della morte; possono seguirlo, dal momento che la morte non ha più alcuna presa su di loro. Infatti colui che è con Gesù è più forte della morte».[10]

      Gregorio Nisseno diceva: «Noi ci eravamo venduti volontariamente; di conseguenza colui che per bontà ci riscattava per rimetterci in libertà, doveva concepire non un procedimento salvifico tirannico, ma un procedimento conforme alla giustizia. Era un procedimento di questo genere lasciare che il possessore scegliesse il riscatto che voleva ricevere come prezzo di colui che deteneva».[11] «Il demonio sceglie il Salvatore come prezzo di riscatto dei prigionieri rinchiusi nella prigione della morte. Ma qui interviene l'astuzia: in Gesù la divinità si nasconde  sotto il velo dell'umanità per prendere l'avversario in trappola: "La potenza avversa non poteva entrare in contatto con Dio, se egli si fosse presentato senza mescolanza, né sopportare la sua comparsa se questa si fosse verificata senza velo; ecco perché Dio, al fine di offrire una presa più facile a colui che cercava di ottenere un vantaggio scambiandosi, si nascose sotto l'involucro della nostra natura: di modo che il demonio, precipitandosi come un pesce vorace sull'esca dell'umanità, si facesse prendere all'amo della divinità. Così avendo la vita posta la sua dimora nella morte, essendo venuta la luce a brillare nelle tenebre, si vedrà scomparire ciò che si opponeva alla luce e alla vita ».[12]

      Per Giovanni Crisostomo il demonio ha superato ogni diritto colpendo Gesù a morte;  questi infatti non era colpevole di alcun peccato e non doveva quindi essere sottomesso alla morte.[13]

«Anche Agostino lascerà in eredità al Medioevo la dottrina dell'abuso del potere del diavolo».[14]

S. Agostino aveva scritto: «Per un certo effetto della giustizia divina il genere umano è stato consegnato al potere del diavolo Non bisogna intendere che Dio abbia comandato o fatto che accadesse questo, ma lo ha soltanto permesso, giustamente tuttavia Il diavolo non doveva essere superato dalla potenza, ma dalla giustizia di Dio

        Qual è dunque questa giustizia che ha vinto il diavolo? Quale se non quella di Gesù Cristo? E come fu vinto il diavolo? Perché ha ucciso Cristo, malgrado non trovasse in lui alcuna cosa che meritasse la morte. Allora è giusto che siano messi in libertà i debitori che tenevano sotto di sé, quando credono in colui che egli ha ucciso senza avere alcun diritto su di lui. Questo significa l'affermazione che noi siamo giustificati nel sangue di Cristo (Romani 5:9)».[15]

        I Padri che seguirono, fino a Gregorio il Grande (540-604), si compiacquero di sviluppare questo pensiero.  Fu quindi abbellito, drammatizzato sempre più, presentando Satana quale essere contemporaneamente odioso e ridicolo.

        Carlo Magno diceva: «Come abile pescatore, Dio nascose la divinità di suo Figlio sotto la carne umana, per prendere Satana all'amo della sua divinità. Questi, come un pesce vorace, inghiottì l'esca e l'amo. Così fu compiuta la parola detta da lui a Giobbe: "Prenderai tu il coccodrillo all'amo?" 40:25. Questa voracità, in effetti, fu a lui fatale. Come altre volte Satana dovette rendere coloro che aveva divorati».[16]  Ma già S. Agostino (354-430) si era espresso in questi termini: «In questa redenzione è stato dato il sangue di Cristo come prezzo per noi; ricevutolo, il diavolo non si è arricchito, ma è stato legato».[17]

        A conclusione di questa prima sessione, riportiamo il pensiero del protestante J. Turmel, che nella sua storia dei dogmi afferma: «Da Agostino ad Anselmo, la teoria della redenzione mediante la distruzione dell'impero del diavolo ha regnato senza rivali nella Chiesa latina».[18]

Critica

 

      «Tuttavia, fin dall'epoca patristica, il lato troppo commerciale e giuridico della teoria dei diritti del demonio fu vigorosamente contestato».[19]

      Adamanzio diceva: «Sarebbe più vero dire che gli uomini, i quali si sono consegnati per i loro peccati, sono stati liberati dalla sua misericordia Il diavolo considera dunque il sangue di Cristo come il prezzo dell'acquisto dell'uomo? Quale follia immensa e blasfema!».[20]

      «Anche Gregorio Nazianzeno, contemporaneo del suo omonimo di Nissa, reagisce violentemente contro l'idea d'un riscatto versato al demonio: "A chi dunque e perché è stato versato questo sangue sparso per noi Se al demonio, quale ingiuria! Come supporre ch'egli riceva non solo il prezzo d'un riscatto da Dio, ma Dio stesso come prezzo del riscatto, sotto il pretesto di offrirgli un salario della sua tirannia talmente sovrabbondante ch'egli dovrebbe d'ora in poi giustamente risparmiarci? E se al Padre suo, mi domando come ciò sia avvenuto. Non era lui a tenerci prigionieri Il Padre, è vero, s'è trovato a ricevere; ma senza che sollecitasse o si trovasse nel bisogno, bensì per l'economia della nostra redenzione e perché bisognava che l'uomo fosse santificato dall'umanità di Dio e che Dio stesso ci liberasse e ci riconducesse a sé per mezzo del suo Figlio mediatore, trionfando del tiranno con la sua potenza"».[21]

B. Sesboüé scrive: «Gregorio respinge formalmente l'idea che il prezzo del riscatto sia versato al diavolo. Non vi può essere alcun giusto contratto fra Dio e il demonio. Ma egli esclude anche che il prezzo del riscatto sia versato a Dio, cosa che lo metterebbe nella posizione dell'ingiusto rapitore; ipotesi, questa grottesca. Del resto Gregorio ricorda che Dio ha rifiutato il sacrificio di Isacco. Questa reazione del buon senso cristiano è stata sfortunatamente dimenticata in seguito È pur vero che il Padre s'è trovato a ricevere, ma siamo noi coloro che egli ha "ricevuto" una volta liberati e ricondotti a lui dal Figlio suo. In  queste teorie spesso maldestre e a volte infelici, il demonio in definitiva non riceve alcunché. Egli non porta via con sé alcun prezzo del riscatto in cambio della liberazione degli uomini. L'insegnamento negativo di queste teorie sta nel ricordarci che la redenzione non si iscrive affatto in uno schema giuridico, né nei confronti del demonio, né nei confronti di Dio. Il loro insegnamento positivo sta nel carattere oneroso della nostra redenzione, nel corso della quale Cristo ha dovuto strapparci al potere del peccato, che scatenò contro di lui tutta la sua violenza e ingiustizia fino a levargli la vita. Infine il lato favorevole di queste teorie consiste nel non separare mai la croce dalla risurrezione e nel vedere sempre nella croce stessa, al di là delle apparenze, il momento della vittoria della libertà santa di Cristo sulle libertà peccatrici».[22] Già quest'autore aveva scritto: «Questa teoria non è del tutto coerente con se stessa, perché comincia con l'idea della giustizia d'una transazione commerciale da rispettare e finisce con un inganno. Sotto questi due aspetti pone un problema morale, sia che Dio si abbassi alla turpitudine d'un patto con il maligno, sia ch'egli divenga, sull'esempio dell'avversario, a sua volta mentitore e ingannatore».[23]

        In questa prospettiva è difficile immaginare Dio che baratti con il suo Avversario per la salvezza degli uomini e pensare anche che dia al padre della menzogna, il principe delle tenebre, la sofferenza del Santo, del Giusto. Non crediamo che ci siano testi biblici che possano avallare un simile pensiero.

        I critici di questo sistema fanno notare che Dio dice: «Tu sei un popolo che è consacrato all'Eterno ch'è l'Iddio tuo; l'Eterno, l'Iddio tuo, ti ha scelto per essere il suo tesoro particolare tra tutti i popoli che sono sulla faccia della terra» Deuteronomio 7:6; 14:2; 26:18. Tutto ciò era condizionato da: «Se ubbidite davvero alla mia voce e osservate il mio patto, sarete tra tutti i popoli il mio tesoro particolare»  Esodo 19:5. Israele apparteneva all'Eterno perché Egli era entrato nella sua storia e lo aveva liberato dall'Egitto (Esodo 15:6; Salmo 74:2) senza pagare a nessuno un prezzo di riscatto. Il mezzo per questo riscatto o liberazione è stata semplicemente la sua azione. Se Israele avesse rifiutato l'Eterno, Egli lo avrebbe «venduto» Deuteronomio 32:30 al nemico, cioè lo avrebbe abbandonato, lasciato in balia di se stesso senza più poterlo proteggere. Dalla vendita Dio non avrebbe incassato nulla.

        Il teologo Ferdinando Prat così si esprime: «Dio applica al popolo infedele la legge del taglione: lo abbandona nella misura in cui ne era abbandonato».[24]

        Dio non ha mai rinunciato al diritto di signoria sull'umanità e su Israele. Ogni qual volta il suo popolo (Israele, l'uomo) si ravvede, l'Eterno lo riscatta, cioè lo libera. Per tutti questi interventi di Dio non occorre preoccuparsi del prezzo da pagare, non c'è da dare qualcosa alla controparte, perché l'Eterno è il Signore, il padrone.

        Coloro che conquistarono Israele non acquistarono un credito che doveva essere a loro pagato in caso di riscatto o di liberazione. Dio stesso lo dichiara formalmente: «Voi siete stati venduti per nulla; e sarete riscattati senza denaro» Isaia 52:3. Una volta soltanto appare l'idea di compenso: «Io sono l'Eterno il tuo Dio, il santo d'Israele, il tuo salvatore; io ho dato l'Egitto come riscatto, l'Etiopia e Seba in vece tua» Isaia 43:3. Ciò che Dio dà in riscatto non è però un baratto per la liberazione d'Israele. «Ciro, prendendo Babilonia, acquista dei diritti su Israele, che vi è esiliato; ma anziché usarli con rigore, libera il popolo. Dio lo risarcisce aggiungendo all'impero Medo-Persiano l'Egitto, Cur (l'Etiopia, qui nel testo l'Etiopia meridionale) e Seba (Méroé, la metropoli etiopica, situata nella parte settentrionale del paese). Questi paesi furono effettivamente conquistati da Cambise, figlio di Ciro».[25] Prima avviene la liberazione di Israele e poi la conquista dell'Africa del nord. Questo "riscatto", più che essere pagato per la liberazione, è un dono che segue la liberazione. Lo stesso pensiero è espresso in Ezechiele 29:18-20 dove l'Egitto è dato a Nabuccodonosor in dono, quale compenso del poco profitto tratto, dalla conquista punitiva nei confronti di Tiro.

        Il N.T. dice però che Cristo si è acquistata la Chiesa (1 Pietro 2:9), che essa è diventata come l'antico Israele, un popolo che gli appartiene (Tito 2:14). Il prezzo per questo acquisto è stato molto alto (1 Corinzi 6:20; 7:23), il suo proprio sangue (Atti 20:28; 1 Pietro 1:18, 19) che è il mezzo con il quale avviene la nostra redenzione (Efesi 1:7), il nostro riavvicinamento a Dio e la nostra purificazione (1 Giovanni 1:7).

        «Dunque Gesù Cristo, come Yahvé dell'antica alleanza, acquista, compra e riscatta il suo popolo; per far questo paga un prezzo inestimabile: il suo sangue (offre cioè la sua vita, ndt), assume pure una condizione infamante (vedere Galati 3:10,13)».[26]  Dobbiamo allora concludere che Gesù ha pagato questo prezzo a Satana? «Ma la metafora non è spinta più oltre, e non vi è nessuno che intervenga a esigere o a ricevere il prezzo».[27]

        Le cose che traggono in schiavitù l'uomo sono il peccato, la concupiscenza, il vizio e la passione, ogni forma di iniquità, l'incapacità di osservare la legge, l'andazzo di questo mondo, il vano modo di vivere, in una parola, la mancanza di fede nel Padre.[28]

        Il prezzo di riscatto quindi, più che essere pagato a qualcuno, a qualcosa e, come tale, più che avere valore di compenso, aveva valore di mezzo. In questa ottica il sacrificio di Gesù è il mezzo che libera l'uomo da tutto ciò che lo tiene lontano da Dio.

        Possiamo allora dire che Gesù ha pagato la pena per i nostri peccati? Sì perché egli ha subito l'azione del nostro peccato; perché noi non amiamo il bene e il Signore. Gesù morendo, porta la conseguenza delle nostre azioni malvagie. La sua morte ci accusa e ci converte dal nostro male. È perché ci accusa che prendiamo coscienza dell'aberrazione del nostro male; è perché ci converte che, in un certo senso, Gesù paga con la sua morte la nostra conversione e  liberazione. Di fatto, questa nostra liberazione non è pagata a nessuna entità pensante e giuridica, ma ugualmente è il prezzo, è il mezzo con il quale ci libera dalla nostra autonomia da Dio.

        Ripetiamo ancora che il "riscatto" nella Bibbia non implica una transazione, ma può esprime una liberazione dolorosamente acquisita. Anna la profetessa parla di Gesù in relazione alla «redenzione (lutrosis - riscatto) di Gerusalemme» Luca 2:38. Gesù dà la sua vita in riscatto (lutron) per molti (Matteo 20:28). E parlando della salvezza finale Luca riporta: «Quando queste cose cominceranno ad avvenire, guardate in alto, perché la vostra redenzione (apolutrosis) è vicina» 21:28. Non c'è nella salvezza una transazione giuridica o commerciale.

        Paolo dirà «Io sono carnale, "veduto" al peccato» Romani 7:14. Con la parola venduto non si riferisce a un prezzo che qualcuno ha sborsato per acquistarlo. L'Apostolo constata un dato di fatto, senza dare all'immagine un senso letterale. La sua salvezza è in Cristo Gesù al quale rende lode (Romani 7:24,25).

        Insegnava il prof. G. Stèveny: le espressioni "venduto/riscattato" riassumono il vangelo. "Venduto" esprime la caduta, lo stato di peccato, "riscattato" indica la liberazione, lo stato di salvezza.

        Un esempio. Un soccorritore si tuffa in acqua per salvare un malcapitato e per questo suo aiuto generoso muore. Il prezzo per colui che stava annegando è stato pagato con la vita di colui che lo ha soccorso. Questo riscatto non è stato pagato a nessuno, non è stato barattato: è la conseguenza di un atto di generosità, una manifestazione di amore.

 

- teoria del riscatto pagato a Dio

       

        Al riscatto pagato a Satana si contrappone un'altra teoria con la quale si sostiene che colui che ha bisogno di avere il prezzo del riscatto, affinché l'uomo possa essere salvato, è Dio.

        Atanasio (298-373), nato ad Alessandria d'Egitto e patriarca della città, nella sua opera De Incarnatione Verbi presenta Gesù che offre al Padre la sua vita per riscattare l'umanità dalla morte.

        Pietro Lombardo esprimeva questa pensiero nei termini seguenti: «Questo è il prezzo della nostra riconciliazione, che Cristo offrì al Padre per placarlo».[29]

        W. Mundle scrive: «Gesù non dice chi sia il destinatario del riscatto; dal momento che Satana in Marco 8:33 appare come colui che vuole impedire il cammino di Cristo verso la passione, non resta che pensare a Dio».[30]

      E. Hugon, nel 1922, scriveva: «Dobbiamo ora analizzare le diverse nozioni che sono contenute nel concetto di redenzione. Il termine indica il riscatto di uno schiavo tramite il versamento di un prezzo, di un prezzo convenuto. La redenzione è più che una riparazione e una restituzione Ciò che la caratterizza è il pagamento di un prezzo per il debito contratto, del prezzo del riscatto per il prigioniero

      Una moltitudine di idee si affaccia quindi qui alla mente; idea della schiavitù, idea del prezzo del riscatto, idea della reintegrazione nello stato di libertà. Chi è lo schiavo, a quale schiavitù egli è strappato, a quale condizione primitiva è reso, a chi bisogna pagare il prezzo e qual è questo prezzo? Lo schiavo è il genere umano perduto per il peccato. Ora il peccato comporta due mali. Anzitutto una macchia nell'anima in secondo luogo l'obbligo di subire un castigo proporzionato alla colpa

Il criminale, debitore in primo luogo nei confronti dell'offeso, è anche sottomesso al carnefice che gli infligge la punizione. L'offeso qui è Dio; il carnefice è il diavolo, a cui Dio ha permesso che l'uomo si consegnasse con il peccato, separandosi dal suo vero padrone

A chi va versato il prezzo del riscatto? Evidentemente a colui che è il padrone dello schiavo e che è stato offeso. È cosa manifesta che l'offeso non è Satana, ma Dio soltanto Dio avrebbe potuto benissimo e giustamente lasciare il peccatore sotto il dominio del diavolo in punizione della colpa Ma con questo il demonio non aveva acquisito alcun diritto reale sul genere umano; noi non eravamo affatto divenuti una sua proprietà. Se c'era da pagare un prezzo del riscatto, questo andava pagato soltanto a Dio e non a Satana. Per questo diciamo che Gesù Cristo ho offerto il suo sangue come prezzo della nostra redenzione non al demonio, ma a Dio, Padre suo.

Questa teoria dei diritti del demonio, che aveva potuto sedurre alcuni scrittori ecclesiastici, fu definitivamente confutata nel Medioevo, e i nostri grandi scolastici la espulsero per sempre dalla teologia

Quale sarà questo prezzo? Perché si abbia una redenzione propriamente detta, nel senso pieno del termine, e non semplicemente una remissione del peccato o una liberazione del colpevole, ci vuole una soddisfazione uguale all'offesa, di conseguenza ci vuole la soddisfazione dell'Uomo-Dio

Nella redenzione quindi l'idea primitiva è quella d'una soddisfazione proporzionata all'offesa, una soddisfazione che, riparando la colpa, placa Dio e lo rende propizio all'umanità

«Per comprendere a quale grado di sofferenza deve spingersi la soddisfazione, consideriamo ciò che l'uomo fa con il peccato mortale. Egli cerca nel bene caduto un godimento indegno, che ama fino al disprezzare Dio L'ordine esige dunque che colui che ripara subisca una pena sensibile per compensare il piacere illegittimo gustato dal peccatore; e anche il dolore subìto per la riparazione deve essere immenso, spingersi fino al disprezzo della natura che è stata scelta per soddisfare, di modo che questa sia come spezzata e stritolata, come annichilita

Tale è la sublime ragione dell'espiazione penale: ecco perché la soddisfazione di Cristo doveva essere anche un sacrificio estremamente doloroso, completo e universale».[31]

        Il teologo F. Bèchsel, ribadendo lo stesso concetto scrive: «Risulta chiaramente chi sia a ricevere il prezzo di riscatto; anche se non viene esplicitamente nominato, è Dio. Infatti è Dio che Gesù serve nella morte, è lui che inesorabilmente vuole che il Figlio soffra, che lo colpisce. Va quindi assolutamente respinta l'ipotesi secondo cui a ricevere questo prezzo di riscatto sarebbe Satana. In Matteo  e in Marco, Satana non appare durante tutta la storia della passione. Egli è così lontano dal volere la morte di Gesù, che piuttosto cerca di distoglierlo da questa via (Marco 8:33; Matteo 16:23). La potente concezione espressa da Gesù non si concilia affatto con l'idea che la moltitudine debba essere liberata da una schiavitù per opera di Satana, ma esige piuttosto che ne venga liberata da Dio. È vero che Gesù proprio qui non nomina Dio; ma ciò dipende non tanto dall'usanza giudaica, per cui egli pure indica il nome di Dio servendosi di perifrasi (Marco 14:62; Matteo 26:64), quanto dal timore di chiamare per nome il giudice, nel cui potere l'uomo è caduto (confr. Matteo 10:28) e che, nonostante le discussioni, si può riferire solo a Dio, non al diavolo. Chi non avverte la profonda e ossequiosa riverenza con cui le parole sul prezzo di riscatto parlano tacitamente di Dio, non le potrà capire. Il Dio che qui appare è quello del Salmo 90 che riduce in polvere gli uomini, di cui la nostra morte ci attesta l'ira come realtà della nostra esistenza, e con il quale e dal quale non si può parlare se non "dal profondo" Salmo 130».[32]

        Il cattolico F. Prat scrive: «Se si volesse spingere fino all'estremo la metafora è Dio stesso che quietanzerebbe il prezzo del nostro riscatto; poiché è Dio che l'opera della Redenzione appaga e rende propizio ed è nei confronti di Dio solo che Cristo è "propiziatore"».[33]

J. Stott riporta il pensiero di  Octavius Winslow che riassume il concetto affermando concisamente: «"Chi mandò Gesù a morte? Non Giuda, per denaro; né Pilato, per paura, né i giudei, per invidia; ma il Padre, per amore!".[34]

È essenziale tenere uniti questi due modi complementari di considerare la croce. A livello umano Giuda lo consegnò ai sacerdoti che lo consegnarono a Pilato, che lo consegnò ai soldati che lo crocifissero. Ma a livello divino, fu il Padre a consegnarlo, ed egli dette se stesso, a morire per noi. Quando affrontiamo la croce, dunque, possiamo dire a noi stessi: "Sono stato io a farlo, i miei peccati lo hanno mandato lì" L'apostolo Pietro ha unito le due verità nella straordinaria affermazione pronunciata nel giorno della Pentecoste, dicendo sia: "quest'uomo vi fu dato nelle mani per il determinato consiglio e per la prescenza di Dio" sia "voi, per mano d'iniqui, inchiodandolo sulla croce, lo uccideste".[35] Perciò Pietro attribuiva la morte di Gesù simultaneamente al piano di Dio e alla malvagità degli uomini; poiché la croce la quale è mascheramento del peccato umano, è allo stesso tempo una rivelazione del proposito divino di vincere l'iniquità umana così rivelata. Egli non fu ucciso, morì, dando se stesso volontariamente per compiere la volontà di suo Padre».[36]

        Anche l'organizzazione di Torre di Guardia sostiene lo stesso pensiero e tenta di giustificarlo con questa spiegazione. «È Geova, non  Satana, a "esigere la punizione" per la trasgressione (1 Tessalonicesi 4:6). Perciò come afferma esplicitamente il Salmo 49:7, il riscatto va pagato "a Dio". È Geova a provvedere il riscatto, ma dopo che l'Agnello di Dio è stato sacrificato, il valore del suo riscatto dev'essere pagato a Dio (cfr. Genesi 22:7,8,11-13; Ebrei 11:17). Questo non riduce il riscatto a uno scambio inutile e meccanico, come quando si prende del denaro da una tasca e lo si mette in un'altra. Il riscatto non implica tanto uno scambio materiale quanto una transazione giuridica. Esigendo il pagamento di un riscatto, anche a costo di pagare di persona un caro prezzo, Geova ha dimostrato la sua incrollabile adesione ai giusti principi. Giacomo 1:17».[37] «Gesù Cristo cedette la propria vita perfetta per ricomprare ciò che Adamo aveva perso. Lì (in cielo), Gesù è tornato ad essere una persona spirituale, apparve "dinanzi alla persona di Dio per noi", portando il valore del suo sacrificio di riscatto (Ebrei 9:12,24). Fu allora che il riscatto venne pagato a Dio in cielo. Ora l'umanità poteva essere liberata».[38]

Critica

 

        A sostegno di questo modo di pensare, come anche riconoscono i sostenitori di tale teoria, non c'è un solo passo biblico espresso in termini espliciti; per contro, numerosi sono quelli che presentano il Padre addolorato per il peccato dell'uomo e in cerca di lui per ridargli ciò che ha perduto: la vita eterna. Gesù con il suo sacrificio non placa il Padre; Dio non tiene prigioniero nessuno: l'Eterno è il Dio di libertà e il suo regno non è attorniato dal filo spinato. Con la sua morte Gesù manifesta l'amore infinito del Padre. La morte di Gesù è l'espressione della grazia di Dio.

        E. White scriveva: «Il gran sacrificio non fu consumato per infondere nel cuore del Padre l'amore nei confronti dell'umanità e indurlo a concedere salvezza. Oh no, no! "Iddio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unigenito figlio" Giovanni 3:16. Il Padre ci ama, non già per la grande propiziazione fatta in favore nostro, giacché fu lui a provvederla in virtù del suo grande amore. Cristo fu il mezzo di cui il Padre si servì per riversare su di noi tutta la pienezza del suo infinito amore. "Iddio riconciliava con sé il mondo in Cristo" 2 Corinzi 5:19».[39]

        J. Dupont a proposito della riconciliazione fra Dio e l'uomo, fa notare che secondo Paolo: «La riconciliazione ha il mondo per oggetto e non consiste in un cambiamento che Dio produrrebbe nelle sue proprie disposizioni».[40]

        Louis Auguste Sabatier diceva: «Il riscatto non è stato pagato al diavolo che non aveva nessun diritto; non è stato pagato a Dio, perché il Padre non ne aveva alcun bisogno; ma è stato pagato agli uomini peccatori dall'amore stesso di Gesù che li voleva salvare».[41]

        L. Cerfaux fa notare: «Gli scrittori ecclesiastici hanno talvolta esagerato l'importanza della metafora dell'acquisto e del riscatto, drammatizzando l'atto posto nell'occasione della morte di Cristo. Secondo il pensiero di S. Paolo il prezzo di acquisto non è certamente pagato né alle potenze (celesti) né al demonio. E non sembra nemmeno che sia pagato a Dio. Poiché è il peccato (più o meno personificato) che ci teneva in schiavitù, è con esso che si concluderà il mercato, ma Paolo resta piuttosto nel vago. Ciò non offre nessuna difficoltà, se pensiamo che l'idea essenziale è quella di liberazione; e da questa si passa al modo ordinario con cui ci si libera dalla schiavitù».[42]

        Klaus Douglass, che svolge il suo ministero pastorale vicino a Francoforte, osserva: «La formulazione classica di questo stato di cose è la seguente: Gesù è morto per il nostro peccato. Non si deve comprendere questo pensiero come, purtroppo, lo si è spesso compreso: affermando che Dio, come prezzo per il perdono, ha preteso il sacrificio cruento di un essere umano, per giunta innocente! Tale concezione non è neppure al livello degli strati più arcaici della concezione veterotestamentaria di Dio, e il nostro senso della giustizia ha in questo caso tutto il diritto di protestare. Quando nella Bibbia si parla del sacrificio di Gesù, dobbiamo stare attenti a non equivocare: è Dio che si sacrifica. In contrasto con tutte le religioni di questo mondo, in cui è l'essere umano a dover offrire sacrifici alle divinità, nel cristianesimo è Dio a offrire un sacrificio.

        La morte di Gesù sul Golgota dimostra tutta l'ampiezza del nostro rifiuto di Dio. Gesù ci ha fatto sapere che Dio ci ama in modo così forte da superare l'abisso della nostra colpa, ci ama in modo abissale.

        Gesù è stato ucciso da persone che non vogliono credere alla sua diagnosi... In un certo senso, però, tutti noi partecipiamo a questa uccisione, ogni qual volta rifiutiamo l'offerta di riconciliazione da parte di Dio, sia attivamente, quando ci ribelliamo, sia passivamente, con la nostra indifferenza. Non ci basta essere malati mortalmente, vogliamo anche uccidere il medico.

        Perdono significa: mi hai fatto del male, ma ora io non ti punisco per questo; voglio essere in pace con te, anche se il danno resta a me. Ma questo danno per me ha un valore inferiore alla rottura del nostro rapporto che la colpa comporterebbe. Preferisco sopportare il danno, piuttosto che vedere il nostro rapporto seriamente o definitivamente compromesso.

        Gesù ha preferito morire, piuttosto che servirsi della potenza di Dio che era in lui per distruggere quelli che volevano ucciderlo. È morto per la riconciliazione che Dio offre all'essere umano. L'amore di Dio è così grande che egli preferisce soffrire il danno supremo, la morte in se stesso, piuttosto che perderci. Non pensate che sulla croce solo il Figlio abbia sofferto; anche il Padre ha sofferto: ha dovuto perdere il suo figlio carissimo in modo terribile. Dio ci ama talmente, che ha accettato tutto questo piuttosto che perderci. Ecco perché il sangue di Gesù è effettivamente il prezzo del perdono, e la riconciliazione fra Dio e l'essere umano è effettivamente legata alla persona di Gesù. Non solo al suo insegnamento, ma soprattutto al suo destino, alla sua morte sulla croce. L'affermazione "Gesù è morto per il nostro peccato" significa: ha portato nel suo corpo le conseguenze del nostro peccato, la realtà spaventosa che noi abbiamo prodotto.

        Gesù è la risposta definitiva di Dio al nostro peccato. Dato che non potevamo da soli, liberarci dalla rete in cui ci siamo inestricabilmente imbrigliati, è entrato egli stesso in questa rete. Poiché l'essere umano non aveva più la possibilità di tornare a Dio, Dio è venuto verso l'essere umano, fino alla conseguenza estrema, fino a morirne.

        Gesù ha dovuto morire, perché Egli, il Figlio di Dio, è venuto per superare l'abisso del peccato. Ha dovuto morire perché in lui Dio è diventato uomo realmente e fino alle estreme conseguenze. Ha dovuto soffrire così, perché il bene, quando incontra noi uomini, non ha scampo. La sofferenza e la morte di Gesù ci dimostrano che il peccato non è una trasgressione perdonabile, ma un disastro che coinvolge in modo irreparabile tutti gli uomini, e Dio stesso. Il nostro peccato non è la morte di Dio, ma provoca una morte in Dio. Dio soffre per il nostro peccato, in lui qualcosa si rompe.

        La morte che nell'A.T. era vista come il luogo privo della comunione con Dio, ora non è senza Dio. Noi abbiamo perso la strada che conduceva alla vera vita. Ma dato che Dio voleva assolutamente avere comunione con noi, è diventato uomo, fino alle ultime conseguenze: si è gettato nella rete del nostro peccato, è entrato nella morte. Questa affermazione mette in ombra tutto ciò che di negativo si è sempre affermato su Dio.

        In Gesù Cristo, Dio viene verso di noi, da questa parte dell'abisso; conosce per così dire dall'interno tutte le conseguenze del nostro essere senza Dio: angoscia, solitudine, disperazione. Quando Gesù ha gridato: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Matteo 27:46), l'abisso che noi non avremmo mai saputo superare è stato superato dalla parte di Dio: Gesù si è trovato definitivamente dall'"altra parte". Dio stesso è entrato nella situazione senza Dio, perché anche il luogo più desolato, la morte, non fosse più senza Dio. Da questo momento non c'è più alcun luogo in cui Dio non sia pronto, letteralmente a braccia aperte, ad accoglierci».[43]

Conclusione

 

      Vorremmo chiudere questa sezione riportando una pagina di B. Sesboüé: due domande: «Quale prezzo è stata pagato per questo riscatto? A chi è stato pagato?

Quando cerchiamo di rispondere a questi interrogativi alla luce del N.T., non dobbiamo mai dimenticare che il tema della redenzione è una metafora, che veicola una verità trascendente rispetto a tutte le nostre transazioni commerciali e ai nostri negoziati per una liberazione di ostaggi.

Una metafora non va mai presa fino in fondo, proprio perché è una metafora.

Alla prima domanda il N.T. risponde, senza esitare, che il prezzo versato è stato il sangue di Cristo (Efesi 1:7). Altri testi sono più espliciti ancora, (Ebrei 9:12; 1 Pietro 1:18-20). Questo sangue esprime la realtà onerosa della morte di Cristo. Esso viene interpretato in un senso sacrificale, mediante un riferimento metaforico ai sacrifici della legge antica. Tuttavia tale sangue non è stato sparso nel corso di un sacrificio cultuale, ma mediante l'atto di un sacrificio esistenziale. Il "per noi" che anima tutta la sua esistenza ha condotto Cristo a dare la propria vita. Il sangue di Cristo significa che la nostra redenzione gli è "costata" la vita.  La medesima cosa è detta tre volte nel N.T. col termine di riscatto o prezzo di riscatto. Un logion di Gesù riportato due volte, afferma infatti: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la propria vita in riscatto lutron) per molti" Marco 10:45; cfr. Matteo 20:28. La terza volta il termine riscatto ricorre nella formula sull'unico mediatore di 1 Timoteo 2:5,6: "L'uomo Cristo Gesù, che ha dato se stesso in riscatto (antilutron) per tutti". Il che equivale a dire anzitutto questo: egli è venuto a "pagare di persona", non ha esitato a "sborsare il prezzo", la cosa gli "è costata cara"; il suo atteggiamento di servizio si è spinto fino alla morte, che fu il "prezzo del riscatto" pagato dalla sua generosità. Noi adoperiamo simile formule al di fuori del contesto delle transazioni commerciali o politiche, per esprimere lo sforzo oneroso che uno fa per realizzare od ottenere qualcosa che vale molto ai suoi occhi Nel caso di Gesù questo linguaggio ci dice  la generosità di un amore che non si arresta mai, neppure di fronte alla morte, e nello stesso tempo l'alto valore che Cristo annette a coloro per i quali dà la vita[44]. Gli uomini gli stanno a cuore, e per questo egli paga il prezzo più caro. La metafora è qualitativa e non quantitativa.

Altre espressioni del N.T. ci dicono la medesima cosa, collegando l'atteggiamento di Gesù non più col servizio ma con l'amore: "Egli mi amò e diede se stesso per me" Galati 2:20 ; vedere Giovanni 15:13; 10:11. Queste affermazioni parallele ci riconducono all'essenziale: il dono di sé fatto da Gesù "fino alla fine" Giovanni 13:1, in favore degli uomini.

Il N.T. non può dare alcuna risposta alla seconda domanda... Di fatto nessun testo fornisce la minima indicazione a questo riguardo. La domanda fa uscire dai limiti di pertinenza della metafora. E teorie elaborate a partire di là hanno analizzato il termine come un concetto, dimenticando ch'esso è una immagine. Non c'è un riscatto o un prezzo del riscatto versato a qualcuno nel senso oggettivo del termine. Esso non è evidentemente versato al demonio, e tanto meno può essere versato al Padre in compenso di qualcosa Qui il contesto non è quello del sacrificio d'espiazione. Una contaminazione pericolosa, diffusa tra gli esegeti come tra i teologi, ha indebitamente collegato i testi che parlano del riscatto con l'idea d'un sacrificio compensatorio».[45]

        Concludendo, dunque, dobbiamo ribadire l'idea che Dio è sempre stato il Signore dell'universo e quindi anche degli uomini. Anche se da essi rifiutato, Egli poteva in qualunque momento disporre della loro vita senza chiedere il permesso a nessuno, tanto meno a Satana. Il problema era pertanto non di pagare un riscatto a Satana, il cui potere si limita a tentare e non a dare o mantenere la vita, ma di riscattare la nostra mente condizionata dal peccato, e non era cosa facile dal momento che per farlo Dio ha dovuto pagare un prezzo incalcolabile: "il suo sangue". Questo prezzo non fu preteso da Satana, non ne aveva alcun diritto, e Dio non sarebbe mai sceso a patti con lui, ma è stato indispensabile per noi che non abbiamo capito il suo amore attraverso la natura, le benedizioni, i profeti; ma l'abbiamo capito solo contemplando l'opera del nostro peccato: Dio crocifisso.

      «Gesù ha pagato a caro prezzo la nostra liberazione, ma solo nel senso che il compimento della sua opera gli è costata la vita. Ritirarsi o tentare di salvarsi quando lo conducevano alla morte avrebbe significato rinnegare la sua opera e il suo ideale di messia che salva nell'autodonazione. Chi ha preteso la sua morte non è stato né Dio né il diavolo, ma i sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani di Israele, e Anna, Caifa e Pilato. Ciò che i documenti del N.T. ci trasmettono è la fede dei suoi discepoli i quali, dopo la sua risurrezione, hanno capito che nella angosciante vicenda della sua morte si nascondeva in realtà l'evento di un rapporto nuovo dell'uomo con Dio, che sfociando nella risurrezione avrebbe aperto agli uomini l'orizzonte di una vita nuova e di una assolutamente decisiva speranza».[46]

        F. Godet scriveva: «La redenzione è prima di tutto l'opera del Padre, è Lui che prende l'iniziativa (Romani 5:10,11; 2 Corinzi 5:18,20; Giovanni 3:16; 1 Giovanni 4:10) e non è l'uomo che propone la riconciliazione. L'uomo non solo si sottrae alla Parola di Dio, ma sfugge alla salvezza che continuamente Dio gli offre, anche dopo la croce. È solamente la croce che  riesce a fermarlo in questa sua folle corsa verso l'autodistruzione, perché la croce lo pone senza equivoci davanti al Padre celeste, così essenzialmente Padre che non vuole altro che perdonare il figlio. Questo piano della salvezza è un "proposito" che risale all'eternità, alla creazione del mondo (Efesi 1:4-11; 3:11). Questo amore - e non può essere diversamente, perché è amore - è disinteressato e non ha altro scopo che il bene delle sue creature. Quest'amore è senza limiti, non risparmia Se stesso nel proprio Figlio (Romani 8:32; 2 Corinzi 5:1). Se il Padre si serve di Cristo come strumento di riconciliazione (2 Corinzi 4:9), le due persone della Divinità sono però così unite in questo proposito di salvezza (2 Corinzi 5:19) da essere fuse in un unico amore e volontà. È così che in Romani 5:6-10 Dio mostra il suo amore in quanto Gesù Cristo è morto in favore degli uomini, ma il Figlio stesso agisce, certo per l'amore che ha per il Padre, ma anche perché lui stesso ama gli uomini. In questo contesto le parole: "Cristo è morto per noi", implicano la stretta unione che fa dell'amore di Dio e di quello di Cristo per noi un solo e medesimo amore. Se l'amore di Cristo per noi non fosse quello di Dio, ma quello di un uomo, tutto il ragionamento dell'apostolo cadrebbe».[47]

        Apocalisse 5:9 afferma che noi siamo stati riscattati per Dio, quindi non eravamo con Lui, ma separati da Lui, per ora stabilire una relazione in cui Lui sia il nostro Signore.

 

 

TEORIA DELLA SOSTITUZIONE

 

        «La categoria della sostituzione non è biblica. Tuttavia numerosi commentatori ne hanno trovato la realtà in diversi testi scritturistici. In questa documentazione ritroviamo vari passi già studiati: la profezia del servo sofferente (Isaia 53), i famosi versetti di Galati 3:13 e 1 Corinzi 5:21, e più generosamente la formula frequente del "per noi", interpretata nel senso di "al posto nostro"».[48]

        Questa teoria ha le sue origini nel pensiero di Atanasio nel IV secolo (298-373) e sembra dominante al Concilio di Nicea nel 325. Cristo Gesù prende il posto del peccatore subendo il giudizio del Padre e liberando così l'uomo dalla condanna. Più che presentare i diritti di Satana, Atanasio mette l'accento sulla soddisfazione che Dio debba avere nella sua giustizia e veridicità.

        Riassume J. Turmel: «È incontestabile, in numerosi testi, particolarmente in quelli di Atanasio, di Cirillo di Gerusalemme e di Basile, la morte di Cristo è destinata a placare il cruccio di Dio».[49]

        Questa teoria nel corso dei secoli ha avuto la sua evoluzione e spesso è stata enormemente esasperata. Coloro che la sostengono credono che il Cristo avesse sofferto l'identica pena dovuta al peccatore: la morte, la maledizione divina, la dannazione stessa. Gesù avrebbe sofferto i dolori dell'inferno al Getsemani, quando la sua anima era triste di una tristezza mortale (Matteo 26:38); il supplizio del dannato al Calvario, quando eleva il suo grido di angoscia: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Matteo 27:46. Sebbene la sofferenza fosse stata breve nel tempo - l'ultimo giorno della sua vita -, e breve anche se si considera la durata di tutta la sua esistenza terrena, essa riassume però nella sua intensità tutta la sofferenza della maledizione del giudizio di condanna che l'umanità avrebbe dovuto soffrire. Così si viene a stabilire una profonda equità tra le pene meritate dagli uomini e la pena sofferta dal redentore.[50]  In altre parole Gesù ha subito la morte seconda. In questa teoria Gesù si sostituisce agli uomini e, quindi, viene considerato come peccatore, come colui che espia, cioè subisce la punizione per le colpe dell'umanità subendo il giudizio di condanna da parte di Dio. Ciò che avrebbe meritato l'uomo lo subisce Gesù.

        Jean Galot così riporta il pensiero di Lutero il quale «non ignora lo scandalo che poteva provocare una simile affermazione: "Si dirà: è cosa sommamente assurda e irrispettosa chiamare il Figlio di Dio un peccatore e un maledetto. Io rispondo: se volete negarlo, negate anche che egli ha sofferto, che è stato crocifisso e che è morto"».[51]

      Riporta B. Sesboüé: «Tutti i profeti hanno visto che Cristo sarà il brigante più grande di tutti, il più omicida e adultero e ladro e sacrilego e bestemmiatore ecc. che ci sia mai stato al mondo, perché non è più la sua persona ch'egli porta, non è più il Figlio di Dio nato dalla Vergine, ma un peccatore, che ha e che porta il peccato di Paolo, il quale fu bestemmiatore, persecutore e violento; di Pietro che ha rinnegato Cristo; di Davide che fu adultero, omicida e che ha fatto bestemmiare il nome del Signore  dai pagani; in sintesi, colui che ha e che porta tutti I peccati di tutti nel suo corpo. Non che egli abbia commesso personalmente questi peccati, bensì quelli che noi abbiamo commesso egli li ha caricati nel suo corpo, al fine di soddisfare per essi mediante il suo sangue».[52] «I nostri peccati sono dunque diventati "così propri di Cristo come se li avesse commessi lui stesso"[53], di conseguenza la sua innocenza è come compromessa dai peccati e dalla colpa del mondo intero. Di qui il seguente paradosso. "Dato che in questa medesima persona, che è il più grande e il solo peccatore, si trova anche la giustizia eterna e invincibile, in lei si affrontano due cose: il peccato più grande, il solo peccato, e la giustizia più grande, la sola giustizia".[54]

      2 Corinzi 5:21 è accostato a Galati 3:13: Gesù, divenuto maledizione, è maledetto agli occhi di Dio; fatto peccato, egli porta la persona stessa del peccatore davanti a Dio.

Nel commento a Isaia 53 Cristo è detto l'oggetto della collera stessa di Dio: "Così Cristo, Figlio di Dio, è l'unica persona che prende su di sé i nostri peccati e attira su di sé la collera di Dio a motivo dei nostri peccati In effetti la collera di Dio non poteva essere placata e neutralizzata se non mediante una simile e sì grande vittoria quale è il Figlio di Dio, lui che non poteva peccare".[55]

        Lutero drammatizza e orchestra potentemente il tema della sostituzione e ci mostra un Cristo maledetto dal Padre».[56] 

        E ancora: «Nella passione il Cristo dovette subire il tormento dell'inferno perché essendo insieme "giusto perfetto e perfetto peccatore", era "perfetto beato e perfetto dannato". Non solo doveva sentirsi maledetto agli occhi degli uomini, ma persino nella sua coscienza sconvolta; il Cristo ha dovuto provare questo spavento, sentirsi l'oggetto della collera eterna, vedersi abbandonato e respinto da Dio. Ha sperimentato "la morte e l'inferno" e il suo grido di abbandono sulla croce è simile a una bestemmia, benché in realtà sia il grido di una natura innocente. Egli è stato tormentato nella sua anima come i dannati».[57] «Non essendo possibile una santificazione interna, la giustificazione consiste quindi in una imputazione esterna dei meriti[58] di Cristo. Ora, tale e quale come i meriti di Cristo vengono attribuiti a noi, così i nostri peccati vengono attribuiti a Cristo; in altre parole, avendo Dio scaricato su Cristo i nostri peccati sì da odiarlo e punirlo in vece e luogo del reo, questa sua espiazione diventa ipso fatto anche nostra».[59]

      «Un testo attribuito a Taulero, tradotto in latino nel 1548 dal certosino Surio e largamente diffuso in Europa, testo che parla dell'agonia del Signore, dice: "Egli si è prostrato e prega non come Dio né come un giusto, ma come un pubblico peccatore, come se fosse indegno d'essere ascoltato dal Padre suo e si vergognasse di levare gli occhi al cielo. Egli si ritrova come abbandonato da Dio, nemico di Dio, affinché noi, nemici di Dio, diventiamo amici e figli eletti di Dio. Sta scritto: 'è terribile cadere nella mani del Dio onnipotente', ed ecco che il dolce Gesù sì è consegnato spontaneamente, con amore, per causa nostra, permettendo che tutta la collera, la vendetta e il castigo di Dio, da noi meritato, cadessero su di lui Nel suo immenso dolore, Cristo parla come se in lui l'uomo interiore ricevesse sopra di sé, al posto dei peccatori, la sentenza di Dio"».[60]

      Calvino insegnava che «Quando dunque Cristo è appeso alla croce, si rende soggetto alla maledizione. E doveva essere così: la maledizione che ci era dovuta fu trasferita su lui, onde ne fossimo liberati Di conseguenza, per compiere la nostra redenzione, egli ha dato la sua anima in sacrificio soddisfattorio per il peccato, come dice il Profeta (Isaia 53:5,11), affinché tutta l'esecrazione che ci era dovuta come a peccatori, essendo trasferita su di lui, non ci fosse più imposta».[61]

        Il grido: «"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" esprimeva  il suo spasimo mentre soffriva le pene dei condannati, attimi di autentica disperazione. "Ha infatti sopportato la morte con cui l'ira di Dio colpisce i malfattori... Non solo il suo corpo è stato dato quale prezzo del nostro riscatto, ma vi è un altro prezzo, più degno e prezioso, nel sopportare i tormenti spaventosi riservati ai dannati... Non si può immaginare abisso più spaventoso che il sentirsi abbandonati da Dio, non ricevere risposta alle invocazioni e non potersi aspettare altro da lui che perdizione e volontà di distruzione. Gesù Cristo è giunto a questo, al punto che è costretto a gridare, tanto era oppresso dall'angoscia: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"».[62]   Ma forse pensando di essere andato oltre e avendo detto di più di quanto il testo biblico dice, il Riformatore è costretto ad aggiungere: «Non dobbiamo tuttavia dedurre da questo che Dio sia stato nemico o avversario del Cristo».[63] 

        Melantone affermava da parte sua: «Così grande è la severità del giudizio che non ci sarebbe nessuna riconciliazione se non ci fosse una pena subita; così grande è la collera che il Padre eterno non è rappacificato che dalla morte di suo Figlio per noi che ha attirato su di lui questa collera».[64]

        I riformatori nel presentare la giustificazione per fede hanno utilizzato il linguaggio giuridico della "imputatione". Dio è "soddisfatto" nella sua giustizia, perché i peccati dell'uomo vengono imputati a Cristo Gesù il quale subisce la loro condanna. Dio "giustifica" l'uomo perché la giustizia di Cristo viene imputata all'uomo che la fa propria mediante la fede. Per sostenere questo insegnamento i Riformatori si sono appoggiati principalmente sulle dichiarazioni di Paolo in 2 Corinzi 5:21e Galati 3:13, interrompendo una spiegazione storica, sostiene il cattolico L. Sabourin, risalente all'epoca post apostolica.[65]

        «Salmeron, teologo gesuita del concilio di Trento, non esita a dire che Cristo ha assunto la persona di tutti i peccatori e la colpa di tutti i nostri delitti, al punto di poter essere giustamente chiamato il maledetto da Dio».[66] Il Catechismo del concilio di Trento che ricorre esattamente allo schema della giustizia commutativa e della compensazione dice: «È soddisfazione l'intero pagamento di un debito, perché chi dice soddisfazione dice una cosa a cui nulla manca. Per esempio, quando parliamo di riconciliazione, soddisfazione significa rendere ad altri quel che possa essere sufficiente a riparare l'ingiuria di un animo; e così la  soddisfazione non è altro che una compensazione (o riparazione) dell'offesa recata ad altri In detto genere ci possono essere molti gradi, per cui la soddisfazione ha varie accezioni. La prima e la più eccellente è quella per cui, se Dio volesse agire anche con noi col suo massimo diritto, è già stato cumulativamente pagato tutto quello che noi gli dovevamo per conto dei nostri peccati. Questa è tale infatti da renderci Dio propizio e placato, e la riconosciamo offerta unicamente da Cristo Signore, che sulla croce col prezzo sborsato per i nostri peccati ha soddisfatto Dio pienamente Questa è dunque la soddisfazione piena e universale, corrispondente in parità e uguaglianza al conto di tutti i peccati che sono stati commessi in questo mondo».[67]

      Nel XVII secolo il protestante Grozio, di formazione giurista, spiega che la compensazione richiede la punizione: «Dio non ha voluto lasciare passare tante e sì gravi colpe senza dare un esempio insigne. Egli lo ha fatto perché il peccato gli dispiace vivamente, e ciò quanto più esso è grave Era cosa conveniente che egli testimoniasse con un qualche atto di tale dispiacere sovrano e niente è più adatto a questo scopo che la pena Come l'impunità ha per risultato che uno valuti meno la colpa, così il mezzo migliore per arrestare la tendenza al male è il timore del castigo. Di qui questo adagio: sopportare una ingiustizia passata significa sollecitarne una nuova. La prudenza esige quindi che l'autorità imponga delle sanzioni. Dio aveva dunque gravissime ragioni per punire il peccatore, soprattutto se teniamo conto della grandezza e della moltitudine dei peccati. Tuttavia egli ama il genere umano al di sopra di tutto. Ecco perché, pur avendo il diritto e la volontà di infliggere ai peccati degli uomini la pena che essi meritano, cioè la morte eterna, egli ha voluto risparmiare coloro che hanno fede in Cristo. Ora vi sono due modi di perdonare, o dare un esempio o non darlo. Con molta sapienza Dio ha scelto il mezzo che gli permettesse di manifestare nel medesimo tempo il maggior numero dei suoi attributi, cioè la sua giustizia, in altre parole il suo odio per il peccato e la sua volontà di far osservare la legge. In questo modo egli ci distacca efficacemente dal peccato. La conclusione è infatti facile: se Dio non ha voluto rimettere i peccati neppure ai peccatori pentiti, senza che Cristo li sostituisse nel subire la pena, a maggior ragione egli non lascerà impuniti quanti si ostinano».[68]

      Anche autori cattolici si esprimono con lo stesso linguaggio condividendo la stessa tesi.

La vendetta di Dio si placa sulla croce e Bossuet pone la sua arte oratoria nell'evocarla nel modo più  drammatico: «Bisognava che tutto fosse divino in questo sacrificio, ci voleva una soddisfazione degna di Dio, e ci voleva un Dio che compisse una vendetta degna di Dio, e che fosse similmente Dio a effettuarla».

Con un metodo progressivo Bossuet da questa premessa descrive le diverse sofferenze e tormenti di Gesù in croce. «Immaginatevi dunque, o cristiani, che tutto quello che avete inteso è solo un debole preparativo: il grande colpo del sacrificio di Gesù, il colpo che abbatte questa vittima pubblica ai piedi della giustizia divina, doveva essere menato sulla croce e provenire da una potenza più grande di quella delle creature. Infatti spetta solo a Dio vendicare le ingiurie; e finché la sua mano non entra in azione, i peccati sono puniti solo in maniera debole. A lui solo spetta rendere giustizia ai peccatori come si conviene; e lui solo ha il braccio tanto potente per trattarli secondo il loro merito. "A me, a me,  - dice egli - la vendetta: sì, saprò io rendere quel che è loro dovuto" Romani 12:19. Bisogna quindi fratelli miei, ch'egli stesso intervenisse contro il Figlio suo con tutti i suoi fulmini; e poiché egli aveva messo in lui i nostri peccati, doveva mettervi anche la sua giusta vendetta. E lo ha fatto, o cristiani; non dubitiamone. Per questo il medesimo profeta ci insegna che, non contento d'averlo consegnato alla volontà dei suoi nemici, lui stesso, desideroso di unirsi ad essi, l'ha spezzato e schiacciato con i colpi della sua mano onnipotente: "Et Dominus voluti conterere eum in infirmitate" Isaia 53:10. Egli lo ha fatto, dice il profeta, egli l'ha voluto fare, voluti contenere con un disegno premeditato. Giudicate, signori, fin dove arriva questo supplizio; né gli uomini, né gli angeli lo potranno mai concepire».[69]

Bourdaloue, contemporaneo di Bossuet, non è meno determinato nel sostenere lo stesso pensiero. «Con una condotta tanto adorabile quanto rigorosa, dimenticando ch'Egli è suo Figlio e considerandolo come il suo nemico (perdonatemi queste espressioni), il Padre eterno si dichiara suo persecutore o, meglio, il capo dei suoi persecutori La crudeltà dei giudei non bastava per punire un uomo come questo, un uomo coperto dei crimini di tutto il genere umano: bisognava, dice sant'Ambrogio, che intervenisse Dio, e questo la fede ci fa conoscere in maniera sensibile. Sì, cristiani, Dio stesso e non il consiglio dei giudei consegna Gesù Cristo Dal momento che voi vi siete rivolti contro di lui e che, scaricando su di lui la vostra collera, avete dato loro mano libera, essi si sono gettati su questa preda innocente e riservata al loro furore. Ma riservata da chi, se non da voi, o mio Dio, da voi che nella loro vendetta sacrilega trovavate il compimento della vostra vendetta santissima? Eravate infatti voi, Signore, che giustamente cambiato in Dio crudele, facevate sentire la pesantezza del vostro braccio non più al vostro servo Giobbe, ma al vostro Figlio unico. Da molto tempo attendevate questa vittima; bisognava riparare la vostra gloria e soddisfare la vostra giustizia ... Questo salvatore appeso in croce è il soggetto che la vostra giustizia rigorosa s'è essa stessa preparata. Colpite ora, Signore, colpite: egli è disposto a ricevere i vostri colpi; e senza considerare che egli è il vostro Cristo, non gettate i vostri occhi su di lui che per ricordarvi che, immolandolo, voi soddisfate questo odio con cui odiate il peccato. Dio non si contenta di colpire; Egli sembra volerlo riprovare, lasciandolo e abbandonandolo nel mezzo del suo supplizio: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato" Matteo 27:46. Questa derelizione e questo abbandono di Dio sono in qualche modo la pena del danno,che bisognava fosse provato da Gesù per noi tutti, come dice san Paolo Bisognava, se mi è permesso usare questo termine, ma voi ne comprenderete il senso - e non temo che mi sospettiate di intenderlo secondo il pensiero dell'Uomo-Dio che riempisse la misura della maledizione e della punizione che sono dovute al peccato Ad ogni modo non scandalizzatevene, perché in questo modo di procedere di Dio non v'è alcuna cosa che non sia secondo le voglie dell'equità Non è nel giudizio finale che il nostro Dio offeso e irritato si prenderà la sua soddisfazione in maniera degna di Dio; non è nell'inferno che si manifesta nella maniera più autentica il Dio delle vendette, ma sul Calvario: "Deus ultionum Dominus" Salmo 93. Là la sua giustizia vendicativa agisce liberamente e senza vincoli, non essendo coartata, come avviene altrimenti, dalla piccolezza del soggetto su cui essa si fa sentire».[70]

Il padre Monsabré negli anni Ottanta del XIX secolo a Notre Dame di Parigi nel corso delle sue conferenze dichiarava: «Dio vede in lui come il peccato vivente E la sua carne sacra, penetrata dell'orrore che l'iniquità ispira alla santità divina, diviene al nostro posto un oggetto maledetto Alla sua vista la giustizia divina dimentica il gregge volgare degli esseri umani e ha gli occhi solo per questo fenomeno strano e mostruoso, su cui si appresta a soddisfarsi. Risparmiatelo, Signore, risparmiatelo, è vostro Figlio. No, no, è il peccato bisogna che sia castigato, "Proprio filio suo non pepercit Deus". Il perdono senza la compensazione eclissa  talmente la giustizia da spaventarmi. Dio è buono, ma è sapiente. Senza voler imporre limiti alla sua misericordia, comprendo meglio la sua azione se essa è preceduta da una soddisfazione concessa alla sua giustizia mediante l'espiazione del peccato, se l'uomo colpevole ritorna a Dio riscattato attraverso pene volontarie che l'umiliano e compensano il castigo eterno ch'egli ha meritato».[71] Sul ministero sacerdotale dice:  «Quale potere, mio Dio, avete dato ai vostri sacerdoti dicendo loro: "Fate questo in memoria di me". La loro parola è diventata uno strumento più acuto e più tagliente del coltello che sgozzava le vittime della legge antica Essi mettono una vita divina là dove non v'era che una materia morta e, nel medesimo istante, la mettono a morte».[72]

Nello stesso luogo, dieci anni dopo, monsignor d'Hulst diceva che la giustizia era un preliminare della misericordia dopo essere passata per la vendetta: «Bisognava prima accontentare la giustizia. Finché essa reclamava ciò che le era dovuto, la misericordia era legata e come impotente. Dio ha dunque cominciato col far giustizia è qui che l'ombra del mistero s'infittisce. Viene decisa una sostituzione, che metterà il giusto e il santo al posto del colpevole. Una volta soddisfatta la vendetta, nulla arresta più le effusioni della misericordia».[73]

      Monsignor Gay all'inizio del XX secolo analizza l'angoscia di Gesù: «Egli ha anche paura della giustizia di Dio Ha paura della collera di questo giudice giustamente irritato e la cui irritazione, egli lo vede, s'è ora trasformata in furore. Ha paura della maledizione divina, perché è la verità che lui, Gesù, la benedizione vivente e infinita, una volta fattosi peccatore per tutti, deve essere maledetto per tutti Padre mio, se è possibile! Ma non è possibile. Gesù vede levarsi davanti a lui questo decreto immutabile, uscito dalle profondità dell'essenza divina e unanimemente promulgato da tutti gli attributi divini: "Bisogna che Cristo soffra". Esso non può essere revocato e non può più cambiare, così come non può cambiare Dio Ecco dunque Gesù stretto e rinchiuso fra l'iniquità di tutta la terra, di cui ha orrore, l'inesorabile giustizia del Cielo, che lo fa rabbrividire, e il decreto divino che gli addossa questa iniquità per soddisfare questa giustizia Bisogna ch'egli si apra a questo doppio diluvio del peccato e della pena, che mangi questo pane amaro delle nostre iniquità, che beva fino alla feccia questo vino aspro delle collera celeste; bisogna ch'egli assorba e questo fango umano e questa vendetta divina; bisogna che egli, che è il santuario del mondo e il cuore dell'umanità, ne divenga la fogna».[74] Dopo aver alluso a Galati 3 :13; 2 Corinzi 5 :21, affermava: «Il semplice abbandono da parte di Dio è l'inferno; ma l'abbandono da parte di un Dio sentito da un Dio, chi riuscirà a dire quel che essa è?».[75]

Il padre Jean Corne, oblate di Maria Immacolata, professore e superiore di seminari maggiori di Francia, nella secondo metà del XIX secolo insegnava: «Dio stesso lancia su di lui l'anatema: Gesù sarà lo scomunicato universale, il maledetto. Egli si spaventa al pensiero dei colpi terribili, che la collera divina menerà su di lui per fargli espiare i crimini del genere umano e che costituiranno per la sua anima e per il suo corpo la più orribile delle passioni».[76] Interpreta il grido di Gesù dalla croce con i passi di Galati e 2 Corinzi:  «Qui Dio è abbandonato, in qualche modo, da Dio; L'umanità di Gesù è respinta, per così dire, dalla sua divinità Gesù, gravato di tutti i crimini degli uomini, divenuto il peccato universale, fatto maledizione per noi, sospeso tra le iniquità della terra e le collere del cielo prova il sentimento ed esperimenta in qualche modo una derelizione reale. Egli volle provare questo tormento dei dannati (la sete), così come aveva appena provato la pena del danno. Gesù appare agli occhi del Padre come il peccatore universale, come il peccato vivente, come un essere maledetto Dio non vede più in lui il suo Figlio prediletto, ma la vittima per il peccato, il peccatore di tutti i tempi e di tutti i luoghi su cui farà pesare tutto il rigore della sua giustizia. Spettacolo singolare che vediamo solo sulla croce: Dio che perseguita un Dio, che abbandona un Dio, il Dio abbandonato che si lamenta e il Dio abbandonante che si mostra inesorabile. È il colpo supremo. Una volta che Dio aveva scaricato la sua collera e che la sua giustizia era stata pienamente soddisfatta, Gesù poteva morire Tutto è consumato, la vittima esala l'ultimo respiro, l'immolazione che soddisfa la giustizia di Dio e riscatta il mondo è compiuta».[77]

Un inno protestante cantato nel XIX secolo e nella prima metà del secolo scorso diceva: «Mezzanotte, cristiani, è l'ora solenne / in cui l'Uomo-Dio discese fra noi / per cancellare la colpa originale  e placare la collera del Padre suo! / La legge inesorabile afferra la sua vittima, / un sangue d'un valore immenso placa il suo furore».[78]

Victor Hugo con ironia beffarda nei confronti del teologo: «Voi prestate al buon Dio questo ragionamento: / "Un tempo ho messo il primo uomo con la prima donna / in un luogo meraviglioso e scelto con cura; / nonostante il mio divieto, essi hanno mangiato una mela; /  per questo punisco gli uomini per sempre, / li rendo infelici sulla terra e prometto loro /  nell'inferno, ove Satana si rigira nella brace, / un castigo senza fine per la colpa di un altro. / La loro anima si trasforma in fiamme e il loro corpo in carbone.  Niente di più giusto. Ma, dato che sono molto buono, / la cosa mi affligge. Ahimè! Come fare? Un'idea! / Invierò loro mio figlio nella Giudea.  Essi lo uccideranno. Allora, - per questo io acconsento - / avendo commesso un crimine, saranno innocenti. / Vedendoli così compiere un crimine completo, /  perdonerò loro quello che non hanno commesso; / essi erano virtuosi, io li rendo criminali; / posso dunque riaprire loro le mie vecchie braccia paterne, e in questo modo questa razza è salvata, / essendo stata lavata la loro innocenza da un misfatto».[79]

L. Ackermann nelle sue Poésies philosophiques scriveva: «No a questo strumento di un infame supplizio, / ove, con l'Innocente divino e sotto i medesimi colpi, / vediamo spirare la giustizia ! / No, alla nostra salvezza, se essa è costata del sangue! / Poiché l'amore non può scagionarci di questo crimine, / avvolgendolo in un velo seduttore, /  no, malgrado la Sua dedizione, alla vittima /, e no, soprattutto al sacrificatore!  / Che importa che Egli sia Dio, se la sua opera è empia? /  Come ha crocifisso il proprio Figlio? / Egli poteva perdonare, ma vuole che si espii. / Immola, e questo si chiama aver pietà!».[80]

Il filosofo Nietzsche reagisce anche lui a questa visione di giustizia e di perdono mediante la punizione: «Come poté Dio permettere questo? A questo la turbata ragione della piccola comunità trovò una risposta di un'assurdità addirittura spaventosa. Dio dette suo figlio per la remissione dei peccati, come vittima. Fu di punto in bianco la fine del vangelo! Il sacrificio espiatorio e proprio nella sua forma più ripugnante e più barbara, il sacrificio dell'innocente per i peccati dei rei. Quale raccapricciante paganesimo».[81]

Il cattolico H. Lesêtre sosteneva che il peccatore meritando l'inferno: «Gesù Cristo è stato fatto maledizione per noi. Il Padre suo gli ha fatto sentire tutto il rigore di questo anatema».[82]

A. d'Alès nell'articolo Rédemption scrive: «Faremo intervenire la giustizia vendicatrice? Sì, senza dubbio, poiché la Scrittura mostra il Giusto caricato dai nostri peccati di un gran numero, castigato, trafitto per le nostre iniquità (Isaia 53:4,5); più ancora, il Cristo, fatto peccato per noi (2 Corinzi 5:21), fatto maledizione (Galati 3:13): tutte espressioni che evocano l'idea della collera divina. Prima di essere scongiurato dalla passione volontaria dell'innocente, l'effetto della collera divina ha dovuto essere distolta dai veri colpevoli e attirata su di lui stesso... Gli scrittori dell'A. e del N.T. non si sono sottratti davanti a questo energico compendio che mostra il Cristo curvo sotto il peso della collera e della maledizione... Se la Passione del Salvatore manifesta fino allo scrupolo il bisogno della giustizia (vendicativa?) che è in Dio, essa manifesta più ancora il bisogno e il desiderio di fare grazia».[83] Ed esprimendo un pensiero simile a quello di Calvino nel 1913 scriveva: «Il principio della sostituzione, inaccettabile come tesi generale e sul piano dello stretto diritto, perché l'essenza del castigo esige che essi ricada sul colpevole, assume tutto un altro valore quando si tratta della redenzione, anzitutto a motivo della solidarietà naturale che fa di Cristo il rappresentante nato dell'umanità intera; poi a motivo della generosità che lo induce a offrirsi spontaneamente, solo in favore di tutti, ai colpi della giustizia divina; infine a motivo del beneplacito divino che gradisce la sostituzione».[84]

        Ancora nel XX secolo, Yves de Montcheuil nelle sue Leçons sur le Christ, tenute durante l'ultima guerra e pubblicate dopo la sua morte insegnava: «Spesso la soddisfazione di Cristo è stata presentata come un debito pagato in qualche modo alla giustizia di Dio, che doveva essere così prima soddisfatta, affinché poi potessimo essere perdonati. Qualche volta tale soddisfazione è anche proposta come una espiazione propriamente detta: Gesù avrebbe subito sulla croce la pena dovuta al peccato e, una volta placata la collera divina, Dio avrebbe potuto dar libero corso alla sua volontà d'amore La caratteristica di questo modo di spiegare le cose è che Dio, deciso a perdonare, ha voluto mettere al suo perdono questa condizione preliminare, la condizione che la sua giustizia ricevesse una soddisfazione. Le sofferenze e la morte di Cristo sarebbero quindi in primo luogo una soddisfazione offerta alla giustizia di Dio. E poiché questa è offerta in nostro nome, al nostro posto, viene chiamata soddisfazione vicaria».[85]

        Nel XX secolo il teologo russo Sergio Bulgakof in forma estremistica afferma: «Cristo prende su di sé il peccato del mondo e lo fa passare nella propria vita Nella profondità dell'inumanazione, che è l'identificazione del Figlio con tutto il genere umano mediante la ricezione dell'assenza umana, si verifica l'assimilazione del peccato e dei peccati - mediante la loro accettazione - come i suoi propri peccati».[86] 

        Più vicino a noi, il teologo protestante Karl Barth, ribadendo l'insegnamento dei riformatori, scrive a proposito di quanto è avvenuto nel venerdì santo: «Egli stesso ha subito al nostro posto la collera eterna»: perché «nella persona di questo Crocifisso, il peccato d'Israele e quello del mondo intero, la nostra collettiva, come anche ognuna delle nostre trasgressioni, sono state l'oggetto della collera e della retribuzione divina». La crocifissione di Gesù è il «giudizio reale di Dio... la maledizione della collera divina su ogni iniquità e ingiustizia degli uomini...

        Nella morte di Gesù Cristo è dunque la giustizia di Dio sotto il suo aspetto di condanna e di punizione che si è scatenata contro il peccato umano. Essa ha realmente colpito il peccato d'Israele, il peccato nostro e di tutti. Per ciò che è avvenuto sulla croce nella persona di Gesù Cristo, la giustizia di Dio, offesa da Israele e da noi stessi, è stata manifestata e perfettamente soddisfatta. In altre parole, la sofferenza causata da Israele e da noi stessi, è stata subita per Israele e per noi stessi; e la collera di Dio, che noi abbiamo meritato e che doveva segnare il nostro annientamento, è caduta su un altro - come se essa ci avesse colpito benché non ci abbia colpito e non possa più colpirci». - Dio «poteva - e l'atto ha subito seguito la possibilità - inviare suo Figlio "in un corpo di carne" Colossesi 1:22 e "farlo peccato per noi" 2 Corinzi 5:21: destinandolo ai colpi della sua collera, della sua condanna e del suo castigo». Il «peccato... significa allontanamento da Dio, rivolta contro di Lui, e la purificazione che comporta dovrebbe prodursi per annientarci. Altrimenti bisogna che Dio stesso intervenga in nostro favore, che prenda su di Lui, porti e subisca nel suo Figlio il castigo che noi abbiamo meritato. Ed è ciò che fa. Ecco ciò che costa a Dio essere giusto senza pertanto annientarci. Gesù Cristo nella sua unità con «la natura umana» ha potuto "pagare per il peccato"[87], e nello stesso tempo placare la collera di Dio nella sua umanità".[88]

        Ha potuto, senza sminuire la sua maestà divina, diventare "simile alla carne di peccato"; in questa situazione ha potuto, pur conservando la sua maestà divina, subire, senza essere annientato, il giudizio e la collera di Dio Ha potuto bere la coppa che nessuno poteva bere. Ha potuto, perché era Dio stesso, sporsi alla giusta severità di Dio. Perché egli stesso era Dio, doveva sopravvivere a questa prova. Bisognava in effetti che Dio fosse qui implicato, al fine di essere fedele a se stesso nel suo incontro con l'uomo, pur conservando a questi la felicità. La collera di Dio doveva rivelarsi contro ogni empietà ed ingiustizia degli uomini. Solo Dio poteva compiere questa necessaria rivelazione della sua giustizia senza che essa significasse la fine di ogni cosa. Solo Dio stesso poteva sopportare il peso della collera di Dio. Solo la sua misericordia era in grado di sopportare la sofferenza alla quale la creatura ribelle si è condannata mediante la sua opposizione al Creatore Questo miracolo, che solo la misericordia di Dio poteva realizzare, si è prodotto alla croce del Golgota, dove l'onnipotenza divina è esplosa sotto il suo duplice aspetto: senza nulla sacrificare della sua giustizia, Dio si è mostrato all'altezza della sua collera. Poiché di questa onnipotenza, la misericordia di Dio è stata veramente partecipazione totale alla miseria umana, senza nulla perdere della sua grandezza immutabile ed eterna; Dio stesso ha potuto donarsi interamente, senza cessare di essere e di restare pienamente se stesso in questo dono senza confronto. Ha potuto rivelarsi contemporaneamente come il servitore che ha subito per noi tutti la fine che noi abbiamo meritata la potenza della morte».[89]

        Le teorie penali hanno avuto delle varianti e Mons. R.G. Bandas nel considerarle, scrive a proposito di una di queste: «Nelle sue Cunninghan Lectures il Denney[90], propone anche lui una teoria penale, con formula, per lo meno in apparenza, raddolcita se confrontata con quelle contenute in opere anteriori. Secondo lui l'agonia e la Passione sono "penali in quanto in quell'ora di tenebre Egli, Cristo, doveva realizzare in pieno la reazione divina contro il peccato entro la stirpe stessa alla quale si era unito; chè se in tale compito non fosse andato fino al limite estremo, non sarebbe stato il Redentore della stirpe del peccato né il Riconciliatore dell'uomo colpevole con Dio". Le sofferenze, provocate come sono dal peccato, gli sono venute addosso "perché il mondo ha peccato e su di Lui che si faceva parte del mondo si è scaricata come sul Salvatore del mondo tutta l'esperienza della reazione  divina, la quale scatenatasi contro il peccato ha investito tutta l'anima di Lui" Sulla croce il Figlio di Dio, l'innocenza fatta persona, per amore dell'uomo e in obbedienza al Padre, accetta sottomesso quella tragica esperienza nella quale l'uomo peccatore realizza che cosa il peccato significhi. Per ogni uomo Egli subisce la morte. L'ultima cosa e la più profonda che si possa dire circa il rapporto tra lui e i nostri peccati è che Egli è morto per essi e che Egli li inchioda nel suo stesso corpo sul legno. Se questo potessimo dire, non potremmo affermare la sua perfetta conoscenza sperimentale di quanto gli uomini peccatori avrebbero potuto e dovuto soffrire per i loro peccati, né potremmo dire di Lui che Egli è diventato perfetto per amore».[91]

        E B. Sesboüé riporta: «È venuto il momento di enunciare la proposizione decisiva: è successo che il Figlio di Dio ha eseguito il giusto giudizio di Dio su di noi uomini, divenendo lui stesso uomo al nostro posto e accettando di subire questo giudizio per noi Sì, punto per punto noi abbiamo subito quel che ci spettava, ma poiché tale è stata la volontà di Dio, il suo giudizio su di noi ha avuto luogo nella persona del Figlio suo, di modo che lui è stato accusato, condannato e messo a morte. Il Figlio di Dio ha esercitato il giudizio, e lui è il giudice che è stato giudicato, che s'è lasciato giudicare! Con quello che ha fatto per noi, assumendosi la nostra condanna e il nostro castigo - per "adempiere ogni giustizia " - egli ha operato la nostra riconciliazione con Dio».[92] Cristo si espone dunque «all'accusa e al verdetto che noi meritiamo». Egli può atteggiarsi a «responsabile dei nostri peccati». Infatti «il peccato che noi commettiamo è diventato il suo peccato; l'accusa, il giudizio e la maledizione che ne risultano per noi son caduti su di lui».[93] «Ma tale forte insistenza sulla sostituzione è integrata in Barth nel tema della scambio fra il verdetto di condanna, che colpisce Gesù, e il giudizio assolutorio e riconciliatore che ci dichiara giusti».[94]

        H. Urs von Balthasar nel 1975 sostiene che Gesù ha esperimentato la «seconda morte» quella dell'inferno propriamente detta.[95]

        Il biblista evangelico G.E. Ladd tenta di giustificare questa posizione, ormai classica nel mondo cristiano, in questi termini: «Bisogna dire prima di tutto che la morte del Cristo è la rivelazione suprema dell'amore di Dio. Se l'opera espiatoria del Cristo si situa, nel N.T. come nell'A., in rapporto alla collera di Dio, è sbagliato interpretare la sua morte come un atto trasformante la collera di Dio in amore. Nel pensiero ellenistico pagano le divinità si indisponevano frequentemente contro gli uomini, e questi non potevano calmare la loro collera e ottenere i loro favori che mediante i sacrifici espiatori... La croce non rivela soltanto la profondità dell'amore del Cristo, ma anche quella di Dio» e aggiunge: se Gesù «ha conosciuto le tenebre più profonde e condiviso il terribile fardello del loro riscatto... è difficile non concludere che Gesù non sia solamente morto per me, ma al mio posto, poiché grazie alla sua morte io non morirò più, ma vivrò per sempre presso di lui. Subendo la morte, salario del peccato, mi dispensa precisamente di passare per essa. Sottomettendosi al giudizio di Dio sul peccato, mi risparmia questo giudizio. Si può difficilmente tenere questo ragionamento, a meno che il Cristo non abbia pagato il riscatto e subìto il giudizio di Dio al posto del peccatore, risparmiando così quest'ultimo dall'atroce condanna... La qualità di questo amore viene dal fatto che la morte del Cristo non era solamente la sua, ma la mia: essa non rappresenta solamente la mia, ma è stata subita al mio posto. In effetti, è grazie alla morte del Cristo che io sfuggo alla morte. Morendo, Gesù ha subito la mia morte per me e al mio posto... Mediante la morte di Gesù Cristo, il rappresentante ed il sostituto del peccatore, Dio ha dato al peccato il suo giusto castigo e la sua pena meritata... Una espiazione è stata accompagnata per salvare l'uomo dalla collera di Dio rivelata dall'alto del cielo contro ogni empietà ed ogni ingiustizia degli uomini (Romani 1:18)... Dio è il Dio vivente che nel giorno del giudizio scaricherà la sua collera su coloro che meritano il suo giusto giudizio (Romani 2:5) ... Come peccatori colpevoli, sono condannati e meritano il castigo ultimo della morte... Il peccatore colpevole muore, colpito dalla collera di Dio... La morte di Cristo salva il peccatore dalla morte, lo sottrae alla sua colpevolezza e lo giustifica. Egli ha compiuto una riconciliazione tale che l'uomo non ha più bisogno di temere la collera di Dio. Egli ne è salvato dalla morte del Cristo alfine di potersi girare, non più verso la collera, ma verso la vita (1 Timoteo 5:9). Gesù ha preso su di sé la colpevolezza e la condanna del peccato, di modo che la collera di Dio è stata placata... Senza la morte di Gesù, Dio non avrebbe potuto giustificare il peccatore la cui condanna avrebbe solamente potuto attestare la giustizia di Dio. La sua morte ha permesso la relazione perfetta, sia della giustizia sia della misericordia divina. Nella sua giustizia, Dio dà al peccato il suo dovuto e similmente nella sua misericordia, quietanzi il peccatore di ogni colpa e toglie la sua condanna».

        Questo teologo riconosce però: «Anche se la Scrittura non impiega mai questa terminologia, noi possiamo dunque concludere che la collera di Dio ha veramente colpito Gesù nella sua morte, al posto del peccatore».[96]

        Il teologo H. LaRondelle, arriva a fare queste affermazioni: «Quello che accadde a Cristo per mano di uomini peccatori è, in ultima analisi, attribuito nella Scrittura a ciò che la mano e il consiglio di Dio avevano innanzi determinato che avvenisse (Atti 4:28).- La provvidenza di Dio misteriosamente, ma in modo efficace, attua ciò che l'eterno consiglio di Dio ha ordinato e promesso che accadrà sul pianeta terra Dio... non può coesistere con il peccato (Abacuc 1:13). La sua giustizia esige che il peccato sia portato in giudizio. Egli, per conseguenza, deve eseguire la sentenza sul peccato e sul peccatore. In questa esecuzione, il Figlio di Dio prese il nostro posto, il posto del peccatore, in armonia con la volontà di Dio. Questa espiazione era necessaria perché l'uomo si trovava sotto la giusta ira di Dio. In questo consiste il cuore del vangelo del perdono del peccato e il mistero della croce di Cristo, la cui perfetta giustizia soddisfa adeguatamente la divina giustizia, per cui Dio è disposto ad accettare il personale sacrificio di Cristo al posto della morte dell'uomo. - Paolo dichiara che il Padre stesso presenta il Figlio come sacrificio espiatorio, come propiziazione (hilasterion) (Romani 3:25). In altre parole, Dio nella sua misericordiosa volontà, presenta Cristo come propiziazione alla sua santa ira sulla colpa umana, perché accetta Cristo come rappresentante dell'uomo e come suo divino sostituto per subire il Suo giudizio sul peccato. - Il sacrificio di se stesso offerto da Cristo è gradito da Dio perché questa offerta sacrificale abbatte la barriera fra Dio e l'uomo peccatore in quanto Dio subì per intero l'ira di Dio per il peccato dell'uomo. Per mezzo di Cristo l'ira di Dio non muta in amore, ma è distolta dall'uomo e subita da Lui stesso. (A sostegno di questa posizione aggiunge.) Il profeta Isaia aveva rivelato il cuore del vangelo con queste parole: "L'Eterno ha fatto cadere su lui l'iniquità di noi tutti... Piacque all'Eterno di fiaccarlo coi patimenti." (È da notare che il testo di Isaia dice che è caduta sul Messia "l'iniquità di noi tutti" non l'ira di Dio, ndt).  Senza dubbio Paolo si riferiva a Isaia quando scrisse: "Cristo è morto per i nostri peccati, secondo le Scritture" 2 Corinzi 15:3. Paolo implicitamente (non viene detta però come, nda) faceva capire che Dio non solo si asteneva dall'imputarci i peccati, ma addirittura li addossava a Cristo, il suo Figlio, come sostituto dell'uomo. Nella morte storica di Cristo tutti gli uomini sono  morti sotto la santa maledizione di Dio per i loro peccati.- Non più oggetto dell'ira di Dio, i credenti giustificati sono diventati oggetto del favore di Dio».[97]

        Il rettore emerito di tutte le Souls Church, John Stott, sostenitore anch'egli di questa teoria, nel tentativo di evitare una contrapposizione Dio-Cristo crediamo si ponga su un terreno contraddittorio. Scrive: «Non dobbiamo mai caratterizzare il Padre come Giudice e il Figlio come Salvatore. È lo stesso Dio che tramite Cristo ci salva da se stesso».[98]  E ancora, la morte del Signore «afferma che Gesù Cristo, essendo senza peccato e non avendo alcun bisogno di morire, ha affrontato la nostra morte, la morte che i nostri peccati avrebbero meritato. Gesù morì per noi, per il nostro bene; il "beneficio" che egli ci procurò morendo era la nostra salvezza[99]; per procurarcela dovette occuparsi dei nostri peccati; e morendo per essi morì al nostro posto».[100]

        Questa convinzione è così radicata che il mondo evangelico esprime la sua lode all'Eterno con le parole di un inno che dice: «Di mille colpe sono reo / Lo so, Signore, io sono. / Non merito perdono, / Né lo potrei sperar. / Ma mira sulla croce / Chi per me muore, e poi, / Lascia, gran Dio, se puoi, / Lascia di perdonar».

        Suor Maria Teresa di Calcutta diceva: «Dio crocifigge suo figlio per espiare il peccato e crea l'inferno per punirlo».

        Nell'ambito cattolico, nel Messale Romano del 1o luglio, festa del Preziosissimo Sangue, l'orazione liturgica comincia con questa invocazione: «O Dio, che hai costituito Redentore il tuo Unigenito e che hai desiderato d'essere placato col suo sangue...»

Critica

 

        Molte sono le critiche soprattutto tra i contemporanei alla teoria della sostituzione.

        Scrive Ferdinando Prat: «Generalmente questo sistema non è più seguito, ma le sue assurde conseguenze hanno gettato sulla teoria della sostituzione un discredito che non sarà facilmente superato».[101]

        J.A. Leenhardt scrive: «In nessun luogo della Bibbia... si parla di riconciliare Dio, meno ancora di placare il suo risentimento con una sanzione esemplare».[102]

        L'A.T. sembra presentare tre testi che affermino che Dio si riconcilia con l'uomo (Zaccaria 7:2; 8:22; Malachia 1:9).[103]

        Questa teoria ha avuto grande fortuna nella mentalità dei credenti perché è e fa parte di un luogo comune presente in moltissime culture e in diverse civiltà. Si fonda sull'idea di un misterioso ma cocente rapporto fra colpa e pena. La colpa può essere lavata dal patire del colpevole. La vittima che ha subito il male, come il giudice, sarebbero in qualche modo appagati dal vedere che il colpevole patendo, a sua volta è diventato una vittima. Questa figura che presenta il rapporto colpa-pena applicato alla relazione uomo Dio è un evidente antropomorfismo che è comunque impossibile. La pena che non è espressione di cinica vendetta, altrimenti non potrebbe essere attribuita a Dio, dovrebbe avere una funzione medicale. Essa ha senso  solamente se servirà a far maturare nel colpevole una revisione della sua vita e produrre il suo recupero ad una pacifica convinzione civile. Altrimenti potrebbe avere valore come deterrente nei confronti dei delinquenti potenziali stornandoli dal delinquere sapendo che potrebbero subire gravi danni. Ma non ha nessun significato, è una assurdità giuridica che l'innocente subisca una punizione, un danno al posto del colpevole. Come può Dio, il giusto giudice, accettare tale assurdità giuridica?

        Secondo il pensiero del dr. Baruk: «Si può pagare un debito per mezzo di intermediari, ma non subire una pena per procura. Il castigo è cosa essenzialmente personale, inseparabile dalla colpa; se cade sopra un estraneo non è più castigo. Se il diritto umano ha qualche volta permesso d'imputare a una famiglia, a una città, a una nazione, la colpa di uno dei suoi membri, questo è avvenuto perché la famiglia, la città e la nazione erano considerate come uno stesso ente morale; ciò non avvenne in forza del principio della sostituzione penale, ma in forza del principio ben diverso della solidarietà. Il paganesimo, prima di Abramo, aveva in qualche modo legalizzato il fatto che degli innocenti potessero pagare per i colpevoli. Là risiede l'origine dei sacrifici umani del paganesimo. Si pensava che gli sbagli della comunità potessero essere annullati mediante la messa a morte di esseri umani innocenti paganti per gli altri, come se questi assassinati potessero placare delle divinità vendicatrici esigenti il sangue di vittime umane innocenti per riscattare gli sbagli dei colpevoli. Questa nozione del pagamento dello sbaglio mediante degli innocenti sussiste ancora nella mentalità contemporanea. Essa costituisce il fondamento dell'idea comune di redenzione. Questa idea che vede l'uomo sacrificato per riscattare gli sbagli degli altri fu esaltata e in qualche modo idealizzata e deificata. È questa una nozione che scaturisce dal paganesimo e il cui pericolo è evidente, ed è uno dei più grandi ostacoli alla moralizzazione dell'umanità. È contro tale nozione che si è innalzata la civiltà ebraica a partire da Abramo. Quando Abramo ricevette da Dio l'ordine di sacrificare il suo unico figlio e si prepara ad eseguirlo, il suo braccio fu fermato».[104]

        È un desiderio egoistico e comune negli uomini il pensiero istintivo che qualcuno altro paghi e rimedi al proprio sbaglio. «Ancora nel secolo scorso la pratica della barbaria usanza del capro espiatorio è più volte testimoniata come essendo in vigore in Spagna, in Francia e in speciale modo in Inghilterra, dove aveva il nome di whipping boy[105]. Quando un giovane principe commetteva una mancanza, i giovani sventurati di corte, suoi stretti accompagnatori, ricevevano in vece sua le frustate. Si aveva la proiezione di un'ombra in persone concrete. Esempi ve ne sono anche nella storia della civiltà tedesca, come nel caso del re Corrado IV (1228-1254), il padre dell'ultimo degli Hohenstaufen, Corradino, di cui però si racconta protestasse con vigore e sagacia contro tale costumanza».[106]

        Le dittature di tutti i tempi hanno punito e accettato la morte dell'innocente al posto dei ribelli, colpevoli di non condividere l'empia amministrazione. In Italia abbiamo avuto l'esempio di Salvo d'Acquisto che per evitare l'uccisione di innocenti si è proposto come l'autore dell'attentato alle SS. Gli ufficiali nazisti erano consapevoli che non era stato lui l'attentatore ma qualcuno doveva pagare.

      «Questa idea di compensazione è associata a quella di vendetta o di giustizia vendicativa, che deve punire in proporzione al male. Gesù, accettando la sua morte cruenta, soddisfa questo doppio bisogno aspetto della giustizia. Offre a Dio il "preliminare" che placa la sua collera e gli permette di riconciliarsi con l'umanità. L'incarnazione redentrice appare allora come uno "stratagemma" inventato da Dio per ottenere quello che l'uomo peccatore era divenuto incapace di compiere. Non vi è infatti perdono senza un prezzo pagato in cambio a Dio.

Tale caricatura dottrinale troppo diffusa tra la gente ci mostra un Dio vendicatore che sfoga la sua collera sul proprio Figlio, un Dio violento, un Dio anche sovranamente ingiusto, perché istituisce deliberatamente la sofferenza, un Dio che vuole che "gli sia pagata cara". Ho sentito dire che un teologo aveva paragonato l'atto di Cristo al caso di Massimiliano Kolbe[107], il quale si era offerto di prendere su di sé la pena comminata per liberare un padre di famiglia. Questo teologo aveva coscienza che attribuiva così implicitamente a Dio il ruolo delle SS?[108]

Questo riassunto semplificatore mette in discussione la comprensione di vari termini chiave della teologia della redenzione: sacrificio, espiazione, soddisfazione, sostituzione. In larga misura esso costituisce una perversione del pensiero di sant'Anselmo, che appare spesso oggi come il grande mostro. Dobbiamo quindi domandarci: Come si è arrivati a tanto?».[109]

«Io non posso credere alla sostituzione - scriveva nel 1844, tre anni prima di morire, Alexander Vinet - La traslazione della colpa sull'innocente è decisamente contraria alle nostre nozioni morali».[110]

        André Dumas osserva: «L'immagine di Dio viene falsata. Dio diventa ciò che è sempre stato per l'arcaismo religioso dell'umanità e della sua coscienza: un perverso crudele che esige la sofferenza per compensare l'offesa, dunque un contabile del debito e della sofferenza, un Dio che non dimentica nulla, ma che fa pagare, e che finalmente non crea nulla, poiché lui stesso perpetua questi acconti che rendono l'uomo pauroso davanti alla sua collera ed alienato dal suo giudizio. Questa forma di Dio è troppo simile a tutti gli dèi ben conosciuti dalle religioni divoratrici dell'uomo perché si possa parlare di un Dio nuovo contemporaneamente nascosto e rivelato. Non è il Dio inaudito della cessazione delle vendette e della misericordia».[111]

        La teoria della sostituzione presenta Dio alla ricerca di un capro espiatorio affinché punitolo, possa riavere l'uomo con sé. Tale concetto però contraddice con quello del vangelo che ci presenta il Padre che fin dall'eternità è alla ricerca della sua creatura, ma non con l'intento di condannarla.

        Secondo Galot: «Il Padre non ha potuto guardare il Figlio incarnato come un peccatore. Immaginare uno "come se", in maniera che il Figlio innocente sia trattato da peccatore, lui che non lo era, sarebbe introdurre nella condotta del Padre un'offesa alla verità agli occhi del Padre, Gesù non ha potuto essere che il Figlio innocente».[112]

        Anche se nella sua misericordia Dio si mette dalla parte dell'uomo e subisce il proprio giudizio per liberare così l'umanità dalla sua condanna, questo modo di pensare, pur mettendo in risalto l'amore dell'Eterno, Lo presenta ancora prigioniero della propria "giustizia". Amore e giustizia non sono presentati come un tutto indivisibile, ma in una eterna tensione. Se il Golgota, in questa prospettiva, soddisfa la giustizia punitiva (sic!) di Dio ed esalta l'indispensabilità della condanna non fa però giustizia alla giustizia eterna, perché l'innocente, anche se è l'Eterno stesso, non può espiare per il colpevole.

        La critica degli oppositori della teoria della sostituzione è rafforzata inoltre da alcuni testi biblici.

        «Non si metteranno a morte i padri per i figli, né si metteranno a morte i figli per i padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato» Deuteronomio 24:16. «Ognuno morrà per la propria iniquità; chiunque mangerà l'agresto ne avrà i denti allegati» Geremia 31:10. «L'anima che pecca è quella che morrà, il figlio non porterà l'iniquità del padre, e il padre non porterà l'iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l'empietà dell'empio sarà sull'empio» Ezechiele 18:20. «Come è vero che io vivo, dice il Signore, l'Eterno, io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta dalla sua via e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie! E perché morreste voi, o casa di Israele?» Ezechiele 33:11. Se la volontà di Dio è che il peccatore si converta come può Egli desiderare la morte del giusto?!

        Invece di soddisfare la giustizia questo pensiero la denatura.

        In base a quali principi giuridici espressi nella Parola di Dio è possibile accettare la morte del giusto in sostituzione di quella dell'empio?

        I sostenitori della teoria della sostituzione giustificano la loro posizione basandosi sull'A.T.

        I passi che più vengono citati sono:

        Genesi 22:13 Abramo che sull'altare aveva adagiato il figlio Isacco, sacrifica poi il montone.

        Tra l'altro i critici fanno notare però che questa offerta è di olocausto e non un sacrificio di espiazione per il peccato.

        Deuteronomio 21:1-9 presenta la giovenca che si sacrifica in occasione degli omicidi ignoti.

        Anche i primogeniti dei figlioli d'Israele vengono riscattati mediante l'offerta dell'agnello a sostituzione delle proprie persone (Numeri 18:15; Esodo 13:13).

        Norker Fèglister fa notare: «Si deve tuttavia mettere in rilievo che qui non si tratta di sofferenza punitiva subita al posto di altri, o di una morte espiatoria nel senso di una satisfactio poenalis. Infatti, a prescindere dal fatto che la teologia del sacrificio dell'A.T. sembra discostarsi completamente da un tale indirizzo, i primogeniti degli Israeliti, al cui posto sono immolati gli agnelli pasquali, non sono colpevoli di alcuna trasgressione perseguibile».[113]

        Infatti questi testi non sono messi in relazione con il sacrificio che espia il peccato.

        In occasione del sacrificio espiatorio si poneva la mano sul capo della vittima e mediante questo rito si stabiliva un legame, una identificazione, ma questa non aveva però valore di sostituzione penale. L'imposizione della mano avveniva anche in occasione dell'offerta dell'olocausto e del sacrificio di azione di grazia (Levitico 1:4; 3:2) i quali esprimevano devozione e ringraziamento dell'offerente nei confronti dell'Eterno. La morte dell'offerta permetteva di avere il suo sangue che era il mezzo con il quale Dio purificava, santificava e consacrava a sé l'offerente il quale, riunitosi a Dio, godeva del rapporto filiale.[114]

        Enzo Cortese fa la seguente riflessione: «Il sacrificio, di qualunque genere sia, è sempre un "pagare di persona" (da parte dell'offerente), con i propri mezzi economici: i propri animali, i propri prodotti. In linea di principio perciò l'idea dell'espiazione, cioè dell'omaggio riparatore fatto non dal peccatore ma da un'altra persona esula dal sacrificio».[115]

        In Israele il riscatto, la salvezza, la liberazione potevano essere compiute da una persona nei confronti di un'altra mediante i propri mezzi economici o avvalendosi dei diritti di parentela o mediante un intervento personale.

        È nel cerimoniale dei popoli circonvicini che i sacrifici espiatori avevano un significato di sostituzione. «Non si può negare - scrive ancora E. Cortese ... che nei rituali ittiti e babilonesi ci siano dei "sostituti" del peccatore; oggetti, animali, addirittura persone (Ma) non va dimenticato che tali sostituzioni nei riti ittiti e babilonesi hanno un marcato carattere magico, vogliono ingannare la divinità punitrice; non hanno molto a che fare con l'azione leale e generosa del riscattatore ebraico».[116]    

         C'è quindi una sostanziale differenza tra l'espiazione biblica e quella pagana.

        A. Médébielle sostenitore della teoria sostitutiva penale secondo la quale Gesù «ha voluto soffrire e morire con l'intento preciso di soddisfare per i peccati, che avevamo commesso e di subire le pene, che avevamo meritato» dopo aver riconosciuto che questo insegnamento non è chiaramente formulato nella Sacra Scrittura, scrive: «... la vista del sangue versato sull'altare non evoca presso gli antichi semiti, l'idea di una pena subita».[117]

        J. Bonsirven scrive: «Se s. Paolo avesse voluto insegnare la dottrina della sostituzione, l'avrebbe lasciato capire con i suoi modi di esprimersi: invece quando afferma che Cristo è morto... per noi, dice "in nostro favore", e non "al posto nostro". Egli usa la preposizione uper (17 volte secondo Feine) e non anti che, sola, significa: "al posto di"».[118]

        Per una più ampia illustrazione sulle preposizioni uper e anti, rinviamo alle nota n. 3 e 4 del cap. VI.

        Gesù ha affrontato la morte volontariamente e per amore (Giovanni 10:18). La sua tragica fine non fu un castigo da parte di Dio, egli  «morì giusto per (uper = a favore) degli ingiusti» 1 Pietro 3:16. Essa ha reso manifesto l'amore del Padre (Giovanni 3:16).

        Il concetto della sostituzione vicaria è sorto in ambiente giudaico, post biblico, a causa dell'influsso dei popoli circonvicini, e successivamente nel cristianesimo a seguito dell'epoca apostolica.[119]

        Hary M. Orlinsky, del quale riportiamo il pensiero, sostiene che nessun personaggio biblico (e nessuno studioso lo ha fino a questo momento indicato) ha considerato se stesso o è stato designato o considerato da altri come un vicario per dei malvagi meritevoli di punizione. Questo concetto di vicario, del giusto che soffre per espiare le colpe del malvagio, non può essere preso in considerazione alla luce del patto o dell'alleanza. Dio s'impegna con Israele a benedirlo, se questi Lo accetta come sola divinità del popolo. Israele, accettando le promesse di prosperità, s'impegna a rispettare le condizioni presentate dall'Eterno. Da questo accordo ne deriva il patto: un contratto legale. Questo contratto assicura al fedele e al ribelle, all'innocente e al colpevole, la ricompensa o le conseguenze negative della propria azione. Alla luce del patto quindi e di tutti i profeti può avvenire che il giusto ed il fedele soffrano a causa del malvagio (es. deportazione in Babilonia; e gli esempi si possono moltiplicare), ma non è comunque accettabile che il giusto soffra e subisca la pena in sostituzione, al posto del colpevole. Ciò sarebbe stata la più grande ingiustizia, quasi una bestemmia, che colui che non rispetta la legge è risparmiato a spese di un osservatore fedele delle direttive dell'Eterno. Da nessuna parte nella Bibbia ebraica qualcuno ha mai predicato una dottrina - che avrebbe dovuto sostituire il patto, l'alleanza - la quale permetteva che l'innocente venisse sacrificato al posto del colpevole e che questo insegnamento fosse accettevole all'Eterno. Ezechiele 14:20 afferma che Noè, Daniele e Giobbe non sarebbero stati travolti dalla catastrofe di Gerusalemme grazie alla loro giustizia, ma questa loro giustizia non avrebbero neppure potuto trasmetterla agli abitanti infedeli e quanto meno avrebbero potuto subire la punizione a loro dovuta. Nessun portavoce dell'Eterno avrebbe potuto annunciare che avrebbe dovuto subire una punizione vicaria a vantaggio del popolo.

        Isaia 53 presenta il Servo dell'Eterno che soffre a causa delle iniquità del popolo. Il brano è chiaramente messianico[120], ma, qualora non lo fosse, difficilmente si troverebbe un sostenitore della punizione vicaria che pescherebbe in questo brano delle espressioni a sostegno del proprio pensiero. Isaia 53 afferma solamente che il Servo dell'Eterno soffre a causa delle trasgressioni d'Israele come, ad esempio, il profeta Geremia fu minacciato, percosso, messo nei ceppi, gettato in una prigione sotterranea tanto è costretto a dire di sé: «Io ero come un docile agnello che si mena al macello» Geremia 11:19. Di Geremia nessuno pensa alla sua sofferenza in chiave vicaria, anche se si paragona a un agnello. Neppure la sua morte, come viene riportata dalla tradizione ebraica è vista in espiazione. Diversi profeti furono uccisi, Gesù lo ricorda come pure la lettera agli Ebrei, ma tutti questi porta parola dell'Eterno soffrivano a causa della loro vocazione: era il "rischio del mestiere". Anche il Servo dell'Eterno soffre come coloro che lo hanno preceduto, a causa, a motivo dei peccati, della ribellione del popolo, ma mai al suo posto. Quando il popolo si è ravveduto, non è perché l'innocente ha sofferto al posto del colpevole, ma perché la parola di Dio o/e anche la sofferenza del profeta o del giusto sono riuscite a fare opera di esortazione al pentimento.

        Da diversi secoli si spiega Isaia 53 in chiave di sostituzione vicaria, ma è interessante notare che praticamente ogni studioso che ha affrontato questo soggetto, ha dato per scontata questa interpretazione; chi l'ha voluta sostenere andando più in profondità lo ha fatto identificando il Servo dell'Eterno con il capro emissario per Azazel. Questa identificazione travalica il testo biblico ed è stata causa di affermazioni che hanno portato ombra alla Rivelazione.[121]

        Gli stessi sostenitori della teoria della sostituzione si trovano in difficoltà per giustificarla e darle una motivazione soddisfacente. Giovanni Calvino alla conclusione del suo commento di Galati 3:13 si chiede e spiega: «Come il Cristo ci ha liberati dall'ira di Dio, se non l'ha ritrattata, da noi per convogliarla su di Sé? Per questo motivo, è stato colpito per i nostri peccati, e ha sentito il rigore di Dio, come di un giudice crucciato. È questa la follia della croce ammirata dagli stessi angeli, la quale non soltanto supera, ma ingloba tutta la saggezza del mondo (1 Corinzi 1:18)».[122]

        Lo stesso disagio è espresso da A. d'Alès in questi termini: «Il principio della sostituzione penale, inaccettabile come tesi generale e in diritto, poiché è essenza del castigo cadere su un colpevole, prende un tutt'altro valore nei confronti della Redenzione, prima a causa della solidarietà di natura che fa del Cristo il rappresentante nato dall'umanità intera, poi, a causa della generosità che lo fa soffrire spontaneamente, solo per tutti, ai colpi della giustizia divina; in fine a causa del piacere divino che gradisce la sostituzione».[123]

        In altre parole siccome questa teoria della sostituzione non può essere comprensibile e logica per la ragione umana la si deve accettare perché fa parte di una sapienza superiore, gli angeli l'ammirano, dice Calvino, e deve essere accettata perché fa parte «del buon piacere divino che gradisce la sostituzione» conclude d'Alès. Ci sembra che coloro che sostengono la sostituzione vicaria si trovino impacciati nel giustificarla e fanno della propria illogicità l'infinita sapienza di Dio. Però la sapienza di Dio superò quella umana non perché è incomprensibile alla ragione e l'annulla, ma perché essa è il frutto completo di ciò che Dio ha seminato nel cuore dell'uomo. Non crediamo che si possa affermare: siccome una potentissima luce acceca e colui che è cieco vive nel buio, il buio è luce.

        Se la morte di Gesù, con il suo atroce supplizio sono volute dal Padre e tutto corrisponde a un disegno prestabilito e programmato dall'Eterno, ha ragione allora Giuseppe Berto, nel suo libro, La Gloria, quando mette nella mente e in bocca a Guida le seguenti riflessioni: «Io, Giuda, da Te (Gesù) segnato come figlio della perdizione, sono stato semplicemente strumento affinché si adempisse una Scrittura, cioè fosse fatta la misteriosa volontà dell'Eterno? - Era scritto che qualcuno avrebbe consegnato, e io mi dissi disposto a consegnare il mio Rabbi, Gesù da Nazaret di Galilea. - Tutto risolto, per tutti e per sempre. Io solo dannato e maledetto per ciò, perché ciò avvenisse. Lui lo sapeva che la sua gloria sarebbe stata dovuta anche a quel che io pagavo in ignominia e dannazione eterna. - Ma noi due (Giuda e Gesù) sapevamo che non c'era possibilità di scontro, né di variazioni: dovevamo realizzare un evento già scritto, stando tutti e due nella necessità di una mostruosa innocenza, o di un'ancor più mostruosa inconsapevolezza. Fu il mio ultimo dovere d'amore, e ciò che sarebbe accaduto dopo ne avrebbe dato spiegazione e giustificazione, l'avrebbe fatto entrare nella gloria come necessità, e poco importa ch'io fossi destinato a pagarlo con dannazione. - Per due volte quasi di seguito, in quel disperato passaggio che concludeva la sua difficile lotta per l'accettazione, egli aveva parlato della inevitabilità che accadesse secondo quanto era stato stabilito dal padre nell'infinità dei tempi. Egli sempre faceva le cose gradite al padre, non sarebbe stato abbandonato. Poi concluse dicendo: "D'altronde questa è la vostra ora e le tenebre dominano". Voleva, con queste parole rivolte anche a me, ricacciare il mio tradimento nella sfera delle azioni responsabili e comunque punibili? Era il suo conciso commiato, dopo ch'io avevo mantenuto gli impegni, e dovevo andarmene dalla storia?».[124]

        Claudia Cardinale nel film Nell'anno del Signore, nelle vesti di una giudea, nella Roma del 1825, doveva assistere tutti i sabati alla messa, a sfregio della razza ebraica, durante la quale un frate, nella sua omelia, accusava gli ebrei presenti quali responsabili della morte di Gesù i quali, per non sentire quanto veniva detto, avevano tappato le orecchie col cotone, dice: «Ma se era nel disegno della Provvidenza che Cristo penasse e morisse da uomo, qualcuno lo doveva uccidere. Siamo stati noialtri giudei. Abbiamo fatto male? Io dico che abbiamo batto bene. Così abbiamo compiuto la volontà di Dio. Ci dovrebbero rispettare».[125]

        Sul piano morale questa teoria solleva altre obiezioni. Scriveva G. Frommel: «Se Gesù ha pagato a Dio ciò che noi gli dobbiamo, la conseguenza naturale è che non ci rimane più nulla da fare. Con quale diritto Dio ci domanderebbe  ciò che Cristo gli ha già fornito e che era l'equivalente di tutti gli sbagli reali e possibili dell'umanità? Per questo motivo in quale disordine ci si mette, lo si fa impunemente, perché qualunque cosa si faccia si è coperti dal sacrificio espiatorio. La dottrina va contro la santificazione cristiana e, nello stesso tempo, contro tutto il cristianesimo. Essa favorisce la tiepidezza, l'indifferenza morale, e, come si esprime il Catechismo di Cracovie, apre la finestra alla licenza del peccato».[126]

        Mons. R. G. Bandas a introduzione delle teorie panali moderne, che si differenziano tra di loro per particolari dialettici che sostanziali, scrive: «Non vediamo alcuna necessità di spender molte parole circa talune teorie per le quali Cristo diventa nella sua Passione e morte l'oggetto dell'ira del Padre, una maledizione e un anatema da prendersi nel senso reale del termine, un proscritto da Dio, un peccatore universale, un oggetto di repulsione da parte di tutta la corte celeste, uno che soffre tutte le pene dei dannati, uno che il Padre non solo ha abbandonato, ma che va perseguitando, uno che a morte non verrà prima che Dio non abbia scaricato sulla sua persona tutta la sua ira. Sono tutti concetti e modi di dire che anche se sfruttati talvolta dagli oratori sacri del Cattolicesimo a fini retorici, non hanno niente a che fare con la teologia cattolica patristica e tradizionale.[127] Il Dio che simili concetti suppongono è un nume crudele, sanguinario, reso folle dall'ira, dal furore, dalla sete di vendetta, pronto a prender diletto del sangue delle sue vittime: non è né il Dio della ragione, né tanto meno quello delle epistole di S. Paolo.[128] Queste fantasie violente e oltraggiose ci vengono difilato dai teologi luterani della Riforma, e rappresentano un tipo di concetti di cui gli scrittori cattolici si sono sempre ben guardati di toglier loro il monopolio».[129]

        Senza voler essere irriverenti, quello che sconcerta in questa teoria è: Dio compie il Suo giudizio, condanna il Figlio alla pena della Sua ira senza però sporcarsi le mani e, come il mandante, utilizza l'uomo come suo agente.

 

TEORIA DELLA SODDISFAZIONE E DEI MERITI

 

      «Con la categoria della soddisfazione affrontiamo un vocabolario che non appartiene alla Scrittura. Questo termine ci viene dalla tradizione ecclesiale e ha conosciuto una grande fortuna nell'Occidente latino a partire dal Medioevo Il suo valore specifico consiste nel dire che non vi può essere riconciliazione fra Dio e l'uomo senza che quest'ultimo cerchi di riparare, nella misura del possibile, il male che ha commesso.

Il termine "soddisfazione" deriva dal diritto romano. La prima cosa da precisare è che esso non indica il pagamento totale di un debito o la compensazione rigorosa del male commesso. Satisfacere significa fare abbastanza. Nel diritto romano la soddisfazione sostituiva il pagamento di un debito: il creditore liberava il debitore che aveva fatto ciò che aveva potuto, che aveva fatto abbastanza».[130]

      Questa teoria è la conseguenza della precedente e diverse volte i teologi le fondono. È stata introdotta nella Chiesa da Tertulliano, giurista che svolse un ruolo notevole nel formulare il linguaggio teologico cristiano. Formulò questo concetto ponendolo in relazione alla condotta penitenziale: «Affliggendo la carne e lo spirito, noi soddisfacciamo per il peccato e, nello stesso tempo, ci premuniamo contro le tentazioni».[131] «Tu l'hai offeso, ma puoi ancora riconciliarti con lui. Hai a che fare con uno che accetta una soddisfazione, anzi la desidera».[132] Tertulliano ha usato il termine in forma incidentale senza stabilire una regola precisa. In seguito la Chiesa chiederà al peccatore un'azione di soddisfazione a riparazione del male fatto per manifestare anche la propria conversione. Venne poi espressa da  Agostino, ma fu poi S. Ambrogio che utilizzò il termine di soddisfazione  in relazione alla croce. Collegando due testi del Salmo 38:20: «Essi mi odiano ingiustamente» con il Salmo 69:5: «Essi mi odiano senza motivo» osservava: «Alcuni pensano che questi due Salmi parlino della persona di Cristo, che soddisfaceva il Padre per i nostri peccati».[133] Ambrogio insegnava che il riscatto era stato pagato al diavolo: «Il prezzo della nostra liberazione era il sangue del Signore Gesù, che bisognava necessariamente pagare a colui a cui noi ci eravamo venduti con i nostri peccati».[134]  Il vescovo di Milano vedeva in questo costo elevato del riscatto-salvezza anche la soddisfazione. In seguito questa espressione verrà utilizzata a proposito dell'intercessione dei santi e del sacrificio eucaristico. In una preghiera dei cristiani spagnoli, durante la dominazione araba, recitava: «Ti offriamo, Padre sovrano, questa (ostia immacolata) per la tua santa Chiesa, per la soddisfazione del mondo peccatore, per la purificazione delle anime, per la guarigione di tutti gli infermi, per il riposo o l'indulgenza in favore dei fedeli defunti».[135]

Questa spiegazione ha trovato nell'italiano Anselmo d'Aosta (1033-1109), che ha vissuto per numerosi anni in Normandia e nominato arcivescovo di Canterbury nel 1093, la sua formulazione classica nel suo libro "Cur Deus homo?".

        Con qualche leggera modifica è stata sostenuta dal Concilio di Trento (1545-1563). Nel Medio Evo si è cercato di spiegare il sacrificio della croce con il diritto germanico in vigore nel periodo feudale, aggiungendovi il senso dell'onore vivo tra i cavalieri del tempo. La mancanza di onore era offesa di lesa maestà che richiedeva soddisfazione a ogni costo. Il sangue, conseguenza del duello, lavava l'affronto subito.

      «Se nessun libro ha tanto influito sulla dottrina della redenzione in Occidente come il Cur Deus homo di sant'Anselmo, nessun teologo della tradizione è oggi più segno di contraddizione al pari di lui. Possiamo parlare di un processo intentato nei suoi riguardi, processo i cui accusatori e difensori alternano i loro argomenti».[136]

Nello scritto di sant'Anselmo possiamo cogliere domande  tanto "moderne" che riflettono la nostra sensibilità, come: «Che giustizia è condannare a morte il più giusto degli uomini in luogo del peccatore? Quale uomo non sarebbe giudicato colpevole, qualora condannasse un giusto per liberare un reo? Se infatti non poté salvare i peccatori che condannando il giusto, dov'è la sua onnipotenza? Se invece poté ma non volle, come difenderemo la sua sapienza e la sua giustizia? (I:8)».[137] «Desta meraviglia che Dio goda e abbia bisogno del sangue di un innocente e che non voglia o non possa perdonare al colpevole senza la morte di un innocente (I,10)».[138] Dio Padre «non lo costrinse a morire e neppure permise che fosse fatto morire contro volontà; ma piuttosto fu proprio questi ad abbracciare spontaneamente la morte per salvare gli uomini (I:8)».[139]

Se i giudei l'hanno perseguitato fino alla morte, ciò avvenne perché egli: «si teneva tenacemente attaccato alla verità e alla giustizia nella vita e nell'insegnamento (I:9)».[140]

«Una misericordia che non tenesse conto della giustizia sarebbe indegna di Dio. Il lavoro del pensiero mira all'"unione sovraeminente dei due contrari che sono la giustizia e la misericordia".[141] Essa rivela allora che in Dio "la giustizia o non misericordia è più misericordia di ogni misericordia umana"[142]».

        «Per quel riguarda la necessità della morte di Cristo, Anselmo è molto al di sopra delle caricature correnti: egli rende conto della triangolazione dei partner, che sono il Padre, il Figlio e gli uomini peccatori. Dio non condanna il Figlio a morte e non vuole questa morte come tale; l'atto degli uomini è il peccato più grande che si possa immaginare; il Figlio è andato liberamente incontro alla morte nel compimento volontario della sua missione e ha offerto la propria vita con un amore totale e perfetto.  La morte di Cristo non è quindi soggetta ad alcuna necessità che si imporrebbe alla volontà divina (II:17), ma è il risultato d'una decisione libera della Trinità desiderosa di salvare l'uomo. Tuttavia tale morte non necessaria di Cristo diventa necessaria se vista dalla parte della salvezza da procurare agli uomini, perché essa è la sola cosa supererogatoria che Cristo possa offrire al Padre suo senza dovergliela già. Ma Anselmo insiste sorprendentemente sul fatto che la vita di Cristo non bastava alla nostra salvezza, se essa non si spingeva fino alla morte. È l'ordine della giustizia a esigere la morte».[143]

        Scriveva S. Anselmo: «Necesse est ut omne peccatum aut paena aut satisfactio sequatur - È necessario che la pena o la soddisfazione segua ogni peccato» affermava Anselmo, nella sua opera classica, scritta nella maturità dei suoi 65 anni, in latino sotto forma di dialogo tra Boso e lui, nel villaggio Schiavi, presso Roma.

        Per Anselmo il peccato è il rifiuto di dare a Dio, quale sovrano dell'universo, ciò che gli è dovuto.[144] Ogni creatura pensante deve sottomettersi alla volontà dell'Eterno. È in questo modo che la si onora. Chiunque si sottrae alla sua legge gli si rivolta, deruba Dio del suo onore. Tollerare che una creatura faccia questo affronto al Creatore sarebbe commettere la più intollerabile ingiustizia perché essa metterebbe in gioco la dignità di Dio, introducendo nella sua creazione un principio di disordine e ne guasterebbe la bontà. Niente è più giusto per Dio che salvaguardare il suo proprio onore. I mezzi a sua disposizione sono due. L'uomo deve restituire a Dio l'onore che gli ha derubato e aggiungervi anche qualcosa in più in segno di riparazione all'oltraggio fatto, o, in mancanza di questo, Dio dove riconquistare il suo onore fosse anche con la forza. O l'uomo ripara volontariamente, o Dio gli infligge la sua pena costituita dai tormenti del fuoco eterno dell'inferno inflitti al posto della felicità eterna che avrebbe dovuto godere. Ma l'uomo, una volta caduto nel peccato, è impossibilitato, pur se lo volesse, a dare soddisfazione a Dio per riparare la grave offesa[145] di lesa maestà, e tutto ciò che egli può fare di buono e di meritorio - pur non potendo cancellare il peccato - è dovuto comunque alla grazia, al dono di Dio. D'altronde, l'onore dovuto all'Eterno, al Creatore, vale più dell'intero universo. Così, per dirla con le parole del citato  Anselmo, se su un piatto di una bilancia si mettesse il valore del mondo intero e sull'altro la minima disubbidienza alla volontà di Dio, questa peserebbe così tanto da far scendere il piatto. Da qui l'evidenza che la creatura umana, non potrà  mai pagare il debito infinito contratto con il suo Creatore.

        Dopo avere sviluppato il concetto immutabile della giustizia divina, Anselmo presenta l'altra immutabilità di Dio: la sua natura di amore. La bontà di Dio non può abbandonare il disegno della grazia manifestata nella creazione dell'umanità, anzi essa esige che sia completata. Per conciliare in Sé queste due esigenze: giustizia e amore, Dio deve trovare un essere che sia all'altezza di un simile compito, essere che deve avere un valore più grande di tutto, all'infuori di Dio; allora costui non poteva e non può essere che Dio stesso.[146]

        Siccome il debito doveva essere pagato dall'uomo e solo Dio poteva fornire questa soddisfazione a se stesso, era dunque necessario che Dio si facesse uomo: tale è la risposta alla domanda: "Cur Deus homo? - Perché Dio si è fatto uomo?".

        La soddisfazione che questo uomo Dio  avrebbe dovuto fornire alla giustizia divina non doveva essere soltanto una ubbidienza ai comandamenti di Dio. Questa ubbidienza è quanto deve offrire naturalmente qualsiasi persona al suo Creatore e quindi, come tale, non avrebbe riparato il male fatto. Ma questo uomo Dio, essendo onnipotente e senza peccato, offrendo la sua vita, elargisce qualcosa che è di un prezzo infinito, sufficiente e pure superiore per compensare il debito dell'uomo.[147] Tramite il suo sacrificio, la seconda persona della Trinità avrebbe acquistato un merito[148] che il Padre non avrebbe lasciato senza ricompensa. Al Figlio appartiene tutto di diritto fin dall'origine e non potendo, per la sua natura, essere personalmente ricompensato, perché già tutto gli appartiene, l'opera che compie sulla terra gli dà il diritto d'avere un sovrappiù di merito, il cui beneficio potrà essere ripartito, riversato, donato ai peccatori per la loro salvezza. Ed essi, grazie a quanto acquistato da questo uomo Dio, possono avere il loro debito  - contratto con la divinità - pagato o, meglio saldato. Così in virtù di questa opera si ha il doppio trionfo della giustizia e della misericordia di Dio.

        «Dio - afferma Anselmo - trova bella la sua morte in croce perché la giustizia è placata».

        Lo sviluppo di questa dottrina farà dire al Concilio di Trento: il Cristo «con la sua santissima passione, sul legno della croce, ci ha meritato la giustificazione».[149]

        J. Calvino considerava dunque per Cristo «sopportare la severità della vendetta di Dio, per appagare la sua ira e soddisfare il suo giusto giudizio». [150]

        Crediamo di poter dire che tutte le teorie che abbiamo presentato hanno degli elementi comuni ed è quindi impossibile tranciare  nettamente una dall'altra. Desideriamo concludere questa sezione con il tentativo di J. Stott di spiegare il valore di questa teoria della soddisfazione che potrebbe avere come epigrafe: Dio deve soddisfare se stesso. Scusiamo il lettore del lungo pensiero che riportiamo perché riteniamo opportuna questa esposizione  che crediamo dimostri che queste teorie storiche, ormai secolari, sono ancora fortemente radicate nel tessuto cristiano, anche se numerose voci, come abbiamo riportato, le danno per superate e sepolte nella sabbia del tempo. Riteniamo che quanto è stato espresso a tale proposito sia più un desiderio che una realtà. J. Stott, con alcuni degli autori da lui citati ne è purtroppo la riprova.

         Scrive J. Stott: «A dire il vero, "soddisfazione" e "sostituzione" non sono parole contenute nella Bibbia, e ciò ci obbliga e procedere con grande cautela, ma entrambe esprimono un concetto biblico. C'è difatti una rivelazione biblica concernente la "soddisfazione mediante la sostituzione", che dà grande onore a Dio, e dovrebbe perciò trovarsi al centro dell'adorazione e della testimonianza cristiana.

Quali esigenze devono essere soddisfatte perché essi (gli ostacoli sulla strada del perdono) siano eliminati? E chi le ha richieste? Il diavolo? La legge, l'onore o la giustizia di Dio, oppure "l'ordine morale"? Tutte queste soluzioni sono state proposte, ma dimostrerò come l'"ostacolo" primario si trovi in Dio stesso; Egli deve "soddisfare se stesso" nel progetto di salvezza da lui decretato, non può salvarci contraddicendosi.

         Non dobbiamo, quindi, parlare di Dio che punisce Gesù o di Gesù che persuade Dio, perché nel farlo li si pongono l'uno contro l'altro come se agissero indipendentemente l'uno dall'altro, o fossero addirittura in conflitto l'uno contro l'altro. Non dobbiamo mai fare di Cristo l'oggetto della punizione di Dio o di Dio l'oggetto della persuasione di Cristo, perché sia Dio sia Cristo erano soggetti e non oggetti, e avevano preso insieme l'iniziativa di salvare i peccatori. Qualunque cosa sia accaduto sulla croce nei termini di "abbandono di Dio", fu volontariamente accettato da entrambi nello stesso santo amore che aveva reso necessaria l'espiazione. Fu "Dio nella nostra natura ad essere abbandonato da Dio".[151]  Se il Padre "ha dato il Figlio", il Figlio "ha dato se stesso". Se il "calice" del Getzemani simboleggiava l'ira di Dio (sic), esso era comunque "dato" dal Padre (Giovanni 18:11) ed era volontariamente "bevuto" dal Figlio. Se il Padre aveva "mandato" il Figlio, il Figlio era "venuto". Il Padre non aveva sottoposto il Figlio a un cimento che egli stesso era riluttante ad affrontare, né il Figlio aveva estorto al Padre una salvezza che questi era riluttante a concedere. In nessuna parte del N.T. vi è un sia pur minimo accenno ad una qualunque discordia tra il Padre e il Figlio, "sia per un perdono strappato dal Figlio a un Padre maldisposto, sia per un sacrificio imposto dal Padre ad un Figlio riluttante".[152] Dio deve soddisfare se stesso nel suo amore santo. Egli era riluttante ad agire con amore alle spese della sua santità o ad agire santamente alle spese del suo amore. Quindi, possiamo dire, egli ha soddisfatto il suo amore santo morendo egli stesso la morte e caricandosi del giudizio che i peccatori meritavano. Egli ha richiesto e nello stesso tempo ha accettato le pena per il peccato umano. Ed egli lo ha fatto per essere "giusto" e giustificante "colui che ha fede in Cristo" Romani 3:26. Ora non si tratta più del Padre che infligge la punizione al Figlio o del Figlio che interviene presso il Padre a nostro beneficio, in quanto il Padre stesso, nel suo amore, prende l'iniziativa, porta egli stesso la pena del peccato e perciò muore. Quindi non vi è precedenza né della "richiesta dell'uomo a Dio" né della "richiesta di Dio all'uomo", ma in modo supremo "la richiesta di Dio a Dio, Dio che soddisfa la sua propria richiesta".[153]   "Egli deve sia infliggere la punizione sia prenderla su di sé. Ed egli ha scelto la seconda possibilità, onorando la legge e nello stesso tempo salvando il colpevole. Egli ha preso su di sé il suo proprio giudizio".[154]

         Il nostro sostituto, dunque colui che prese il nostro posto e morì la nostra morte sulla croce, non era né solo Cristo, né solo Dio, ma Dio in Cristo, che era veramente e pienamente sia Dio sia uomo, e per tale ragione era l'unico qualificato a rappresentare sia Dio sia l'uomo e a mediare tra di loro.

         Questa sottomissione (del Figlio) era del tutto volontaria, tanto che la sua volontà e quella del Padre erano sempre in perfetta armonia (Giovanni 10:18; Marco 14:36; Ebrei 10:7; Salmo 40:7,8). C'era ancora di più; secondo Giovanni, egli parlò di una mutua e reciproca "dimora", egli nel Padre e il Padre in lui e persino di un'unione tale da "essere uno" (Giovanni 14:11; 17:21-23; 10:30).

         Anselmo aveva ragione nel credere che solo l'uomo dovrebbe compiere la riparazione per i suoi peccati, dato che è stato lui a commetterli. E aveva ragione anche nel dire che solo Dio poteva compiere la necessaria riparazione, poiché è lui ad averla richiesta. Gesù Cristo è perciò l'unico Salvatore poiché egli è l'unica persona in cui il "dovrebbe" e il "poteva" si incontrano, essendo egli stesso sia Dio sia uomo.

         G. Buttrick ha scritto di un quadro in una chiesa d'Italia: al primo sguardo esso è come ogni altro dipinto della crocifissione. Ma se lo si osserva più attentamente, ci si accorge della differenza perché, dietro a quella di Gesù, c'è una Figura grande e oscura. Il chiodo che trafigge la mano di Gesù, la attraversa e raggiunge la mano di Dio, la spada infilzata nel fianco di Gesù, trapassa anche il fianco di Dio.[155]

         Abbiamo iniziato, dimostrando che Dio deve "soddisfare se stesso". Questa necessità interna è il nostro punto fisso di partenza. Come conseguenza, sarebbe impossibile per noi peccatori rimanere eternamente gli unici oggetti del suo santo amore, perch'egli non può punirci e perderci allo stesso tempo. Da qui la seconda necessità, quella della sostituzione. Il solo modo per cui il santo amore di Dio possa essere soddisfatto è quello di dirigere la sua santità nel giudicare verso il sostituto designato, così che il suo amore possa essere diretto verso di noi nel perdonarci. Il sostituto porta la pena, così che noi peccatori possiamo ricevere il perdono. Chi è allora il sostituto? Certamente non Cristo se lo si considera una terza parte. Ogni concetto di sostituzione penale in cui tre attori indipendenti abbiano un ruolo - la parte colpevole, il giudice che punisce e la vittima innocente - deve essere ripudiato il più veementemente possibile. Non sarebbe solamente ingiusto in sé ma rifletterebbe pure una cristologia deficitaria. Perché Cristo non è una terza persona indipendente, ma il Figlio eterno del Padre, che è uno con il Padre nella sua natura essenziale. (p. 214) Quindi nel dramma della croce non vediamo tre attori, ma due: da un lato noi e dall'altro Dio. Non Dio in quanto se stesso (il Padre), ma ciò nondimeno sempre Dio, Dio-fatto-uomo-in-Cristo (il Figlio). Da qui l'importanza di quei passi del N.T. in cui si parla della morte di Cristo come della morte del Figlio di Dio; per esempio, Giovanni 3:16; Romani 8:2 e 5:10. Infatti nel dare suo Figlio egli ha dato se stesso. E così stando le cose, è lo stesso Giudice che nel suo santo amore ha assunto la parte della vittima innocente, perché nella persona di suo Figlio e per mezzo suo egli stesso ha portato la pena da lui inflitta. R.W. Dale così esprime quanto è avvenuto: "l'unità misteriosa del Padre e del Figlio ha reso possibile a Dio di sopportare e infliggere la sofferenza penale in uno stesso momento".[156]  In questo non vi è né una spietata ingiustizia né un misericordia insondabile. Per salvarci in modo tale da soddisfare se stesso, Dio tramite Cristo si sostituì a noi. L'amore divino ha trionfato sull'ira divina col sacrificio divino. La croce fu simultaneamente un atto di punizione e amnistia, di severità e grazia, di giustizia e misericordia.

         Sotto questa luce, le obiezioni all'espiazione sostitutiva evaporano. Nemmeno lontanamente vi è qualcosa di immorale in essa, poiché il sostituto di coloro che hanno infranto la legge non è altri se non il divino Legislatore. Non vi è nemmeno una transazione meccanicistica, poiché l'auto-sacrificio di amore è la più personale di tutte le azioni. E quando è ottenuto mediante la croce non è puramente un cambio esterno di status legale, poiché coloro i quali incontrano qui l'amore di Dio e sono unti a Cristo per mezzo del suo Spirito subiscono una radicale trasformazione nella concezione della vita e nel carattere.

         Rifiutiamo decisamente, perciò, ogni spiegazione della morte di Cristo che non abbia al suo centro il principio della "soddisfazione mediante la sostituzione", in effetti la divina autosoddisfazione per il tramite della divina autosostituzione. La croce non fu una sottomissione forzata di Dio, a qualche autorità morale a lui superiore alla quale egli non potesse in alcun altro modo sfuggire; né la punizione di un mite Cristo da parte di un Padre aspro e punitivo; non fu una acquisizione della salvezza estorta da un Cristo amorevole a un Padre riluttante; e nemmeno un'azione del Padre in cui egli avesse messo da parte o escluso il Cristo-Mediatore. Al contrario, il Padre giusto e pieno di amore umiliò se stesso fino a divenire nel e mediante il suo unico Figlio carne, peccato e maledizione per noi, al fine di redimerci senza compromettere il suo carattere. Le parole teologiche "soddisfazione" e "sostituzione" devono essere attentamente definite e salvaguardate, ma non possono essere per qualsiasi ragione abbandonate. Il vangelo biblico dell'espiazione consiste nel fatto che Dio soddisfa se stesso, sostituendo se stesso a noi.

         Si può dire, quindi, che il concetto di sostituzione si trova al centro sia del peccato sia della salvezza, perché l'essenza del peccato consiste nell'uomo che si costituisce a Dio, mentre l'essenza della salvezza è Dio che si sostituisce all'uomo. L'uomo si afferma contro Dio e si innalza là dove solo Dio è degno di stare; Dio sacrifica se stesso per l'uomo e si pone là dove solo l'uomo merita di essere. L'uomo esige prerogative che appartengono solo a Dio; Dio accetta pene che riguardano solo l'uomo.

         K. Barth esprime il seguente pensiero che l'iniziativa sta dalla parte "dell'eterno Iddio che ha dato se stesso nel Figlio suo per essere uomo, e come uomo prendere su di se questa passione umana è il Giudice che in questa passione prende il posto di coloro i quali devono essere giudicati, che in questa passione permette a se stesso di essere giudicato al loro posto". "La passione di  Gesù Cristo è il giudizio di Dio, in cui il Giudice stesso è stato giudicato".[157]

         Dunque, quando siamo posti di fronte alla croce, iniziamo ad avere una chiara visione sia di Dio sia di noi stessi, specialmente nelle relazioni reciproche. Invece di infliggerci il giudizio da noi meritato, Dio in Cristo lo ha sopportato al nostro posto. L'inferno è la sola alternativa. In questo consiste lo "scandalo", la pietra d'inciampo della croce».[158]

 

 Critica

 

        Questa teoria della soddisfazione spiega male come il Padre di Gesù Cristo, che ha insegnato agli uomini ad amare e perdonare i propri nemici,[159] pretenda una simile soddisfazione.

        «I termini di soddisfazione e di sostituzione, tanto frequenti nella tradizione cristiana, hanno finito per veicolare l'uno l'idea di un'equivalenza tra male e sofferenza, l'altro l'idea di un qualcuno che "paga" al posto di un altro. Su questo punto Girard ha ragione: l'uomo accusa Dio di essere vendicativo e violento, perché gli attribuisce quel che il suo inconscio peccatore ritiene necessario. Ora la redenzione è l'opera dell'amore divino, e nessun testo biblico può essere correttamente interpretato  nel senso d'una giustizia commutativa (che restituisce l'equivalente di ciò che si è ricevuto) o d'una giustizia vendicativa».[160]

        L. Boff scrive: «L'immagine di s. Anselmo ha molto poco a che vedere con il Dio Padre di Cristo. Al contrario, incarna la figura di un signore feudale assoluto, padrone della vita e della morte dei suoi vassalli. Dio assume tratti di un giudice crudele e sanguinario, pronto a richiedere fino all'ultimo centesimo i debiti che si riferiscono alla giustizia».[161]

        Questa teoria della soddisfazione e dei meriti, sebbene accettata dalla Chiesa cattolica, Concilio di Trento, sessione VI, canone 7, sessione XIV, canone 8, non elimina il commercio delle indulgenze che permette la distribuzioni dei meriti accumulati da altri e l'empia dottrina della sofferenza espiatoria che insegna che l'anima si purifica nelle fiamme del purgatorio. Queste dottrine annullano, nel nome di Dio, la salvezza per grazia.

        Anche nel mondo protestante questa teoria della soddisfazione e dei meriti è stata ampiamente accettata. È presentata nella Confessione di Augusta, art. III e Hans Kuèng, in Essere Cristiano, ricorda che è ancora presente nelle confessioni di fede delle diverse denominazioni.[162]

        L'italiano Socino Fausto (1539-1604) fu il primo a far notare la contraddizione tra la teoria della soddisfazione e la remissione dei peccati. Dove si ha soddisfazione non c'è più perdono; si perdona quando non si è ricevuto soddisfazione. Il pagamento di un debito implica un diritto. Anche se il debito è stato pagato da una terza persona il creditore è obbligato a dichiarare di essere stato pagato. Non è magnanimo. È un suo obbligo. Questa terza persona che paga il debito è a sua volta creditrice verso il debitore e per l'insolvente non cambia nulla, è debitore verso un altro. Il pagamento del debito comporta il diritto di liberazione; il perdono da parte di Dio non è quindi un dono, una grazia, è un dovuto.

        Questo modo di considerare il rapporto tra Dio e l'uomo, l'uomo e Dio, in termini di dare e avere, debito e credito, presenta diversi pericoli.

        I debiti morali non sono delle somme di denaro. Non ci può essere trasferimento di merito o di pena da un individuo a un altro, come avviene con il denaro. Il debito di denaro è qualcosa di materiale, estraneo alla persona, impersonale; non così il merito o la pena che sono strettamente personali, inseparabili dall'individuo, non trasmissibili.

        Se un bambino non riesce a risolvere un problema e il compagno glielo esegue, l'insegnante, una volta consapevole, non può accreditare un giudizio positivo al primo bambino per la risoluzione fatta dall'amico. I propri talenti possono essere utilizzati per il bene degli altri, ma non possono essere donati.

        La giustizia non viene soddisfatta dalla sofferenza di un innocente; essa esige che il colpevole sia punito. La Sacra Scrittura presenta l'illegalità di questo trasferimento di pena. «Non si metteranno a morte i padri per i figlioli, né si metteranno a morte i figlioli per i padri; ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato» Deuteronomio 24:16. «Ognuno morrà per la propria iniquità; chiunque ne mangerà l'agresto ne avrà i denti allegati» Geremia 31:30. «L'anima che pecca è quella che morrà, il figlio non porterà l'iniquità del padre, e il padre non porterà l'iniquità del figlio; la giustizia del giusto sarà sul giusto, l'empietà dell'empio sarà sull'empio» Ezechiele 18:20. Se neppure la giustizia può essere trasmessa, il credito morale di Gesù non può essere donato agli uomini. John Wesley affermava: «In nessun punto della Scrittura si afferma che la rettitudine personale di Cristo viene attribuita a noi. Non si trova alcun testo che contenga l'enunciazione di tale dottrina». Ci sembra che da nessuna parte sia scritto che quanto Gesù ha fatto venga attribuito agli uomini. Non ci può essere secondo l'insegnamento biblico né trasmissione di colpa, né trasmissione di virtù. Ciò che Adamo ci ha trasmesso non è la sua colpa, ma una natura che protende verso il male e tende a ripetere la ribellione del padre. Il legame del credente con il Signore, che ha spezzato l'influsso dell'iniquità vincendo il peccato, non è trasmissione di virtù, ma l'elemento che permette al Cristo di compiere la sua purificazione/guarigione nei nostri confronti.

        «Poiché, come dalla disobbedienza di un uomo solo molti vennero resi (non reputati) colpevoli, così, dalla obbedienza di Uno solo, molti saranno resi (non ritenuti) retti» Romani 5:19.

        Anselmo considera il peccato nella prospettiva del dare e dell'avere, si è sbagliato sul significato della sua natura. Il peccato, sebbene sia un fallo, essenzialmente però è una malattia, un cancro che corrode. Il peccato può essere tolto solamente ed esclusivamente quando la malattia è guarita o può essere considerato tolto da quando inizia il processo di guarigione. Non c'è redenzione se l'ammalato non guarisce. Dio non può sbarazzarsi del male con un regolamento di conti che avviene all'esterno della persona. Dio può eliminare il peccato dal cuore dell'uomo solamente quando questi accetta la sua azione guaritrice. Nella prospettiva di Anselmo non è tanto l'uomo colpito dal peccato che deve cambiare, ma Dio. Non è l'uomo nemico di Dio, ma a causa del peccato dell'uomo è Dio nemico della sua creatura ed è Lui, l'Eterno, che deve cambiare atteggiamento. Il malato che deve guarire non è tanto l'uomo, ma Dio, colpito nel Suo onore. In questa prospettiva, il  sacrificio di Gesù libera senza altro l'uomo dalla pena del peccato, ma non dal peccato, dalla sua ribellione, ma soprattutto libera Dio dalle posizioni contrapposte della sua natura: giustizia e amore. Paolo dice che Dio quando perdona il peccato fa del peccatore una nuova creatura (2 Corinzi 5:17).

        «Questa idea di un giudizio di Dio che vuole un sacrificio - il sacrificio del Figlio - per riappacificarsi con l'uomo ha oppresso a lungo le coscienze di molta gente e ha a lungo giustificato atrocità compiute in nome di Cristo».[163]

        Questa teoria della soddisfazione non è in armonia con il vangelo, essa contrasta ampiamente con l'offerta di grazia. H. Kuèng scrive: «In questa teoria della redenzione non domina, come nel N.T., la grazia, la misericordia e l'amore; domina, come nel diritto romano, una giustizia di stampo spiccatamente umano (justitia commutativa); domina una logica del diritto, in nome della quale la morte di croce viene isolata sia dal messaggio e dalla vita di Gesù sia anche dalla sua risurrezione Più che riflettere il N.T., la teoria della soddisfazione enunciata da Anselmo rispecchia nella sua struttura specifica il Medio Evo e il suo concetto giuridico di ordine». Risulta abbastanza evidente, sempre secondo Kuèng, «come il sistema giuridico di Anselmo travisi il messaggio biblico», ed emerge incomprensibilmente il «contrasto tra la concezione di Anselmo e il N.T.». Del resto, già Tommaso d'Aquino aveva sentito il bisogno di correggere la troppa angusta prospettiva anselmiana definendola: «Questo fosco processo di redenzione».[164]

        A. Richardson scrive: «Le concezioni medioevali di Dio come di una specie di sovrano feudale, che richiede soddisfazione per il suo onore oltraggiato, non trovano posto in una genuina teologia biblica; e le nozioni della post-Riforma che ci presentano Cristo, che sopporta una pena o un castigo in vece nostra, perché Dio possa perdonarci e rimanere ancora giusto, non hanno alcuna base nell'insegnamento del Nuovo Testamento».[165]

        François Varonne scrive queste considerazioni: «Il Dio della soddisfazione è un essere stranamente schizofrenico. Ha due personaggi in lui: il giustiziere e il padre misericordioso. Ognuno di questi due personaggi è in difficoltà a causa dell'altro, ma questo Giano è soprattutto un insolubile problema per l'uomo: la faccia severa e dura sull'innocente Gesù, e la faccia tenera e sorridente sui peccatori; la faccia severa e dura sui terribili crimini e la faccia misericordiosa sul povero peccatore pentito che io sono.

        Il Cristo della soddisfazione subisce anche a sua volta delle distorsioni. Una vita umana privata del suo spessore reale e significativo, per essere ridotto a una sola operazione giuridica: la riparazione dell'offesa, la realizzazione del diritto. Ma il peggio, la più mostruosa distorsione per chi ama Dio e ha cominciato ad apprezzare il fascino  meraviglioso del suo volto, è di vedere il mondo diviso in due campi: da una parte l'Orco eterno, dall'altra l'infelice umanità vittima del proprio peccato e della punizione divina; e Gesù, posto dalla nostra parte, condividendo questa situazione, prende su di sé i colpi che ci sono destinati!

         Sovente, d'altronde, i teologi della soddisfazione sono incapaci di chiarire la differenza assoluta che Paolo stabilisce tra la giustificazione giudaica mediante le opere dell'uomo fedele alla legge e la giustificazione per fede in Gesù Cristo. Le teorie della soddisfazione sfociano di fatto in una teoria mitigata della giustificazione per le opere. Mitigata perché, conservando lo stesso principio (per essere giustificati, in ordine davanti a Dio, gli uomini devono riparare, compensare l'offesa infinita fatta a Dio)  il Cristo supplisce all'impotenza (incapacità) dei peccatori, riparando al loro posto; quanto a loro, Dio non richiede nient'altro che "credere" che Cristo ha pagato per loro. Dalla giustificazione mediante le opere, si è passati alla giustificazione mediante la mini-opera; la differenza non è fondamentale.

        A titolo d'esempio, ecco una nota significativa della TOB: "Questa giustizia... culmina in un verdetto di grazia che non richiede all'uomo che un'umile accettazione l'obbedienza della fede".[166]

        L'opera richiesta è stata realizzata nel Cristo: ha sofferto ed è morto, il verdetto della collera di Dio ha potuto realizzarsi su di lui. D'ora in avanti, Dio può passare a un verdetto di grazia sugli uomini, non richiedendo da loro che la mini-opera di credere che è bene che sia così, perché questa sostituzione ha alleggerito il cielo giuridico al di sopra delle loro teste».[167]

        Questa teoria della soddisfazione secondo la quale Dio per necessità ha programmato e voluto la morte del Figlio, al fine di soddisfare la sua lesa maestà, o la sua giustizia, o la sua legge, per potere riscattare gli uomini, suscita la seguente obiezione: l'uomo a causa del primo peccato di sfiducia, di disubbidienza, di ribellione nei confronti dell'Eterno viene da lui allontanato dall'Eden. Ora per salvare l'umanità da questa e da tutte le altre disubbidienze lo stesso Dio chiede all'uomo di aggiungere, a tutti i suoi errori, colpe e crimini, l'omicidio, di ampiezza inaudita: il deicidio!

        «Già il volteriano barone De la Hontan rese celebre la frasetta con cui volle mettere in ridicolo la riconciliazione...: "Dio per soddisfare Dio, fa morire Dio"».[168]

        Ben presto questa frase venne cambiata - senza dubbio perché scorresse meglio e facesse più effetto - la parola "soddisfare" con quella di "placare". Scriveva Diderot, quarant'anni più tardi: «Che Dio faccia morire Dio per placare Dio, è un'acuta frase del barone De la Hontan. Cento volumi in foglio scritto pro o contro il cristianesimo avrebbero minore efficacia di queste due righe, per metterlo in ridicolo.[169]

        Il razionalismo già nel secolo XIX aveva voluto... ragionare sull'assurdità di questa riconciliazione della terra con il cielo mediante i tormenti di Cristo. Per Strauss costituisce "un paradosso" il fatto che Dio, amandoci da tutta l'eternità, avrebbe bisogno di una riconciliazione, il che vorrebbe dire che assieme ci amava e ci aborriva».[170]

        B. Carre, professore di esegesi nell'Università Vanderbilt di Chicago, presenta come un enigma per la teologia il fatto che la nostra riconciliazione con il cielo avvenga mediante il sangue di Cristo. Scrive: «Mai la teologia è stata capace di dirci esattamente perché e come la morte di Gesù Cristo opera e realizza la riconciliazione con Dio».[171]

        Inoltre questa necessità giuridica, che l'innocente paghi, muoia al posto del colpevole, ha fatto anche pensare che se Gesù non fosse stato ucciso dagli uomini, in caso di un loro ravvedimento o per altri motivi, Lui stesso si sarebbe autosacrificato, cioè suicidato. Costoro non si rendono conto che così facendo Gesù avrebbe peccato, trasgredendo il VI comandamento che dicendo di non uccidere intende anche: non ucciderti.

        Gesù non attribuisce mai la sua morte a una presunta necessità di Dio. Anzi la sua morte viene attribuita a coloro che erano animati dagli stessi sentimenti di chi nel passato aveva ucciso gli inviati di Dio (Matteo 23:29-37; Luca 20:9-19) e indica come responsabili: gli anziani, i sacerdoti, gli scribi (Matteo 26:21). Giuda lo presenta come il figlio della perdizione (Giovanni 17:12; Marco 14:21). A Pilato dice: «Chi mi ha dato nelle tue mani ha maggiore colpa» Giovanni 19:11. Gesù mette la sua morte sul conto della cecità morale e spirituale degli uomini e sulla croce prega: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» Luca 23:34.  Un pensiero analogo è stato espresso dall'apostolo Pietro alla folla di Gerusalemme, qualche settimana dopo, nel giorno della Pentecoste, quando disse: «Io so che lo faceste per ignoranza» Atti 3:17 e dall'apostolo Paolo ai Corinzi che scriveva: «Se avessero conosciuto (la sapienza di Dio) non avrebbero crocifisso il Signore della gloria» 1 Corinzi 2:8.   Non è quindi il Padre che suscita i suoi boia, ma è Satana che opera mediante il potere costituito, come riportano i vangeli e il libro degli Atti (Luca 22:3,4; Giovanni 13:2,27; 14:30, Atti 2:23; 5:30; 7:52). 

        Scrive René Girard: «Non solamente Dio reclama una nuova vittima, ma reclama la vittima più preziosa e cara, suo Figlio stesso. Questo postulato, senza dubbio, più di qualsiasi altra cosa, ha fatto discreditare, nel mondo intero, il cristianesimo agli occhi degli uomini di buona volontà».[172]

        Il teologo cattolico F. Varonne scrive: «Nei nostri giorni... si sente correntemente rievocare la diminuzione del numero dei fedeli, l'abbassamento catastrofico della fede e della pratica religiosa. Generalmente si accusa il materialismo della società, la sete della ricerca del divertimento, ecc. È raro che si riconosca che proprio il nostro linguaggio è sfasato e che su questo punto essenziale dell'annuncio della salvezza, la nostra parola cristiana è stata segnata dalla religione, che è diventata insignificante nel miglior dei casi, alienante negli altri. Perché non guardare in faccia tutte queste persone che non possono più credere alla salvezza, neppure possono legare profondamente il loro desiderio e la loro pratica vivente a Dio e a Gesù a causa di ciò che la parola della Chiesa ha detto?».[173]

        Il domenicano Christian Duquoc, professore alla facoltà teologica di Lione, scrive: «Le teorie della sostituzione penale: "Dio ha castigato i nostri peccati  in Gesù che ha provato la maledizione del Padre", la si trova presso Calvino, Bourdaloue, Bossuet. Esse favoriscono dei bei voli oratori. Dimenticano però di spiegare in cosa il castigo subito da Cristo era gradito a Dio. Quando Bossuet scrive che Dio appagava la sua vendetta su Gesù, noi  ci sentiamo rivoltati; perché con quale diritto si prestano a Dio dei sentimenti che lo disonorano e li suppongono necessari alla nostra salvezza?».[174]

      B. Sesboüé, dopo aver riferito quanto citato sopra scrive: «Questi testi di Bossuet e di Bourdaloue testimoniano l'immagine di un "Dio terribile" e sono l'espressione d'una forma di "pastorale della paura", che contraddistinguerà vari secoli».[175] E aggiunge: «Quanto riportato dagli autori citati ha diffuso nel mondo cristiano «un sistema di pensiero che pesa ancora oggi su di noi».[176]

        In diversi passi del N.T. si evidenzia come a causa dell'ubbidienza Gesù abbia dovuto soffrire (Ebrei 2:10,18; 4:15; 5:8,9). Il teologo avventista Jean Zurcher scrive: «L'importanza accordata alla sofferenza, in questi passi, non ha per nulla il significato che sia Dio ad esigere la sofferenza di Gesù per salvarsi, o che noi si sia salvati per le sue sofferenze. Non è la sofferenza[177] che ha fatto di Gesù il Salvatore del mondo, ma la sua ubbidienza perfetta. È "in virtù di questa volontà (di ubbidienza) - precisa ancora l'autore della lettera gli Ebrei - che noi siamo stati santificati, mediante l'offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volte per sempre" Ebrei 10:10. Inoltre da questo passo, scaturisce chiaramente anche che Gesù non è venuto nel mondo per soffrire, ma per vivere nell'ubbidienza alla volontà di Dio (10:5-10) che non poteva essere fatta senza sofferenza.

        La sofferenza di Gesù non ha dunque in nessun modo un valore in sé. Essa tutt'al più non è altro che l'occasione del suo perfezionamento, la conseguenza inevitabile della sua ubbidienza perfetta».[178]

        Bisogna convenire che in nessun parte del N.T. troviamo nell'insegnamento degli apostoli e sotto la loro penna la nozione di "merito" che Gesù si è acquisito, e neppure menzionano la "soddisfazione". La parola, merito, entra nella letteratura cristiana con Tertulliano, che la applica non a quanto compiuto da Cristo Gesù, ma alle opere di penitenza dei fedeli.

        Il messaggio di tutta la Sacra Scrittura è l'offerta di perdono a chi si pente con sincerità. La superiorità del Padre di Gesù Cristo è proprio quella di elevarsi al di sopra di qualsiasi sentimento di rappresaglia e di vendetta. «Com'è vero che io vivo, dice il Signore, l'Eterno, io non mi compiaccio della morte dell'empio, ma che l'empio si converta e viva; convertitevi, convertitevi dalle vostre vie malvagie! Perché morreste voi... ?» Ezechiele 33:11. Se l'Eterno non si compiace della morte degli empi, per i loro peccati, potrà compiacersi all'idea della morte del giusto per quella dell'empio? D'altronde, di nessuna soddisfazione ha bisogno il padre della parabola del figlio prodigo (Luca 15:11 e seg.), e di nessuna soddisfazione ha avuto bisogno Dio per rendere giusto il pubblicano che non ardiva guardare in alto come invece faceva il fariseo (Luca 18:13 e seg.). Il perdono è stato accordato per le parole: «Padre ho peccato contro il cielo e contro te, non sono degno d'essere chiamato tuo figlio».  «Sii placato verso di me peccatore».

        La teoria della soddisfazione e dei meriti presenta Dio in costante conflitto con se stesso: da una parte la giustizia, che vuole o deve punire, dall'altra l'amore, che desidera perdonare. Quindi l'opera di Gesù sarebbe essenzialmente, non quella di ricondurre l'uomo al Padre, ma quella di conciliare nel Padre i suoi attributi opposti: giustizia e amore.

        Jean Galot dopo aver sostenuto che l'amore è la causa determinante della redenzione scrive: «Secondo la Rivelazione, dobbiamo affermare che l'amore divino è l'unica causa del mistero redentivo. L'economia della Redenzione non è il risultato di un compromesso tra l'amore e la collera, tra la misericordia e la giustizia. Essa è esclusivamente dovuta all'amore di Dio per gli uomini».[179]

        Gesù ci presenta un Padre perfetto che, tra l'altro, dice di amare i nemici e di pregare per loro (Matteo 5:48, 44-47), un Dio che dice ai suoi figli di non sentirsi offesi se gli altri sbagliano, un Dio che dice di perdonare le offese senza chiedere riparazione; che sono i peccatori che amano quelli che li amano, che l'Altissimo è buono verso gli ingiusti e i cattivi e di essere misericordiosi come lui (Luca 6:33,36). Paolo riprendendo questi pensieri scrive: «Benedite quelli che vi perseguitano... non rendete a nessuno male per male» Romani 12:12. Pietro dopo aver invitato i credenti a sopportare le afflizioni per amore di Dio e dopo aver riportato l'esempio di Gesù (1 Pietro 2:19-21) esorta a non rendere «male per male» e «oltraggio per oltraggio», ma al contrario «benedicendo» 3:9.

        Riteniamo sia bene ricordare ai sostenitori delle teorie giuridiche che: «Il vero perdono del peccato non è la cancellazione di un debito, ma la ricostruzione di tutto ciò che il peccato aveva distrutto in noi: la nostra fede e il nostro amore».[180]

        La divina giustizia deve trionfare sul male con il bene, allora essa si confonde con l'amore. L'amore stesso è santo, il suo scopo è quello di liberare, purificare dal male.

        La volontà del Padre è quella di salvare gli uomini. Il suo amore si manifesta affinché possa far trionfare la giustizia, e la sua giustizia si realizza nel suo disegno di amore.

        Il vangelo fa appello al pentimento perché esso è l'inizio della disfatta e della distruzione del peccato. Il pentimento manifesta la fede, il ritorno a Dio.

        Il piano della salvezza è stato voluto da Dio (Giovanni 3:16). Esso è l'espressione della sua volontà che non è determinata da nulla, ma che a sua volta determina tutto (Romani 8:28; Efesi 1:5; Filippesi 2:13).

        Sia nei profeti, sia nel precursore del Messia, Giovanni Battista, sia nell'insegnamento di Gesù e nella predicazione degli apostoli la remissione dei peccati è offerta a seguito del pentimento (Isaia 1:10-19; 55:6-13; 49:20; Geremia 3:12-14; Ezechiele 18:21-24; Osea 5:15; 6:6; Amos 5:21-24; Matteo 3:12; Marco 1:4; Atti 2:37,38;3:19; 5:31; 17:30; 26:20; 1 Giovanni 1:9; Giacomo 4:6-11). Il pentimento è la condizione indispensabile per il perdono; senza di esso, la remissione dei peccati è una dichiarazione nulla.

        La giustizia umana non è soddisfatta quando il colpevole ha espiato i suoi 20, 30, 40 anni di carcere, ma quando egli si pente. La giustizia di Dio è soddisfatta, sempre secondo chi critica la teoria della soddisfazione, tramite il sacrificio della croce, non perché un innocente muore, espia, paga per il peccatore e acquisisce dei meriti, ma perché la sua morte porta l'uomo a riflettere sulla sua situazione di peccato, cioè di separazione da Dio, e tramite la croce ha la visione senza confini dell'amore di Dio. Quindi si pente e inizia una nuova vita. La giustizia del codice stradale viene soddisfatta non quando vengono puniti degli automobilisti che, commettendo delle infrazioni, causano degli incidenti e provocano la morte di innocenti, bensì quando essi, constatando la gravità delle loro azioni, si adeguano alle norme di circolazione a rispetto della propria e dell'altrui vita.

        La giustizia di Dio è soddisfatta quando l'uomo, vinto dall'amore del Padre, ammorbidisce il suo cuore, condanna se stesso, versa lacrime per i propri peccati, cade in ginocchio e grida: «Ho peccato!».          

        Siccome il perdono dei peccati non ha valore se non c'è il pentimento, tutta l'opera di Cristo è rivolta a questo scopo. Alla sua incarnazione aggiunge la rinuncia, agli sforzi per una vita santa aggiunge la sofferenza, al dolore della separazione dal Padre aggiunge la sua morte, manifestando così la sua eterna volontà di amarci e di vincere la resistenza delle nostre menti. Gesù muore dopo aver constatato che i suoi insegnamenti e tutta la sua vita non sono stati sufficienti a farci capire che il  mondo sbaglia e siamo degli smarriti, degli orfani.

        La teoria della soddisfazione e dei meriti, nel tentativo di voler conciliare la  giustizia e l'amore di Dio, porta molti a considerare la croce come un avvenimento che si perde nella notte dei secoli e dei millenni e che mediante essa la contabilità di Dio viene pareggiata dalla morte di Gesù mentre l'uomo può continuare a vivere come vuole. Per il vangelo la croce è l'ultimo espediente, l'estremo mezzo che Dio ha utilizzato per farci pervenire la sua voce, per vincere la nostra ribellione che ha prodotto insensibilità nei suoi confronti, per ridonarci la bontà del suo amore e riaccendere in noi l'eternità. Gesù muore per potere rientrare nella nostra vita.

Alla lunga citazione di J. Stott le cui parole tentano di spiegare la morte di Gesù, con un ragionamento che sembra abbia la sua logica[181], il risultato più evidente è l'opera che Dio ha bisogno di compiere sì per salvare gli uomini, ma soprattutto per mettere ordine, fare equilibrio nel suo essere divino a causa dei suoi due volti di amore e di giustizia. Allo squilibrio del peccato dell'umanità, l'Eterno mette ordine in se stesso facendo sì che gli uomini realizzino il suo bisogno di sangue, di morte per poter perdonare. A Dio  necessita il crimine nei confronti di se stesso affinché lui giusto possa fare grazia. Ci è difficile accettare questo ragionamento e ancor più crederlo. La giustizia che accetta la morte dell'innocente per il colpevole non è giustizia, l'amore che per esprimersi ha bisogno che un'ingiustizia sia fatta non è più amore.

Il Dio della libertà ha creato degli esseri che potessero esprimere delle scelte e portarne anche le conseguenze. L'essere libero, posto di fronte all'Eterno, ha la facoltà di girare lo sguardo altrove, voltare le spalle al suo Creatore, immaginare e credere che la vita migliore è quella vissuta senza di Lui. Dio creando l'uomo con la capacità di scelta ha corso questo rischio della libertà e ciò non dà all'Eterno nessun demerito e punizione per averlo fatto.

È vero che l'uomo e anche noi riconosciamo che non siamo nelle condizioni di avvertire tutto il peso, la gravità, il significato della separazione da Dio, ma ci è difficile capire come il Dio della creazione, della vita, del bene, che non ha nulla a che vedere con la morte, di fronte a degli uomini, o a un solo uomo, per il quale il Cristo sarebbe disposto a morire per amore, deve invece morire affinché il padre lo possa perdonare. Quest'uomo che non vuole avere relazione con Dio, non sente e non vuole amarlo, che prende il posto di Dio, perché si considera autosufficiente e indipendente, può essere considerato un criminale non perché uccide o tenta di sopprimere il suo Creatore, ma perché è nei suoi confronti indifferente, vive come se non ci fosse, rifiuta il Bene ma non opera facendo il male, non sopprime né tenta di sopprimere nessuno, non è un debosciato, un violento, e quant'altro possa esprimere il male. Come è possibile pensare che Dio per perdonare questa persona, ferita dalla vita, che ha già perduto la sua identità di figlio di Dio, che forse quando il Signore era sulla terra, nella sua cecità, per bisogno e non per amore, lo seguiva per la necessità del pane e dei pesci. Ha vissuto spezzandosi la schiena, con un lavoro onesto e a causa della dura terra, cercando di rispondere alle esigenze della sua famiglia. Pur non avendo mai mentito, né rubato, né ucciso, perché indifferente alla grazia di Dio, alla Sua offerta di vita, qualora ritorni sui suoi passi spontaneamente, o rispondendo a un Suo invito, il Padre dell'eternità, per poterlo perdonare, ha dovuto immaginare e poi concretizzare tutto un programma di morte affinché la sua "ira" possa essere soddisfatta, perché l'uomo ha usato la sua libertà diversamente da come lui avrebbe desiderato. Una simile persona, per  come ha vissuto, amato e rispettato da tutti, come potrebbe meritare un supplizio, una punizione? La morte, la cessazione della vita, come l'Eterno aveva detto nell'Eden, è la conseguenza della sua scelta.

        Queste teorie che mettendo l'accento sull'aspetto giuridico, legale, sulla contrapposizione della giustizia e l'amore, che poi non crediamo siano presentate nel modo corretto,  tra santità di Dio e ribellione dell'uomo, non prendono in considerazione la vera natura del peccato, che è prima di tutto mancanza di fede che provoca, come una malattia, lo squilibrio del corpo. Dio viene onorato non con l'espiazione-punizione di qualcuno, ma con la guarigione del malato.

      L'amore è una realtà che tutti sentiamo, sperimentiamo e di cui tutti abbiamo fame e bisogno, ma ci è difficile, come per l'eternità, poterla definire. L'amore di Dio, la croce è una realtà che non è pienamente definibile alla nostra comprensione, anche se avvertiamo la sua forza, la sua realtà e il bisogno di comprenderla. Il pericolo di spiegare questo amore è quello di andare oltre, perderci. Forse è opportuno fare nostre le parole del salmista: «Stai in silenzio davanti l'Eterno, e aspettalo» Salmo 37:7.

 

OBIEZIONE

 

        Avendo passato in rassegna le critiche delle varie posizioni giuridiche, non possiamo negare ai sostenitori di queste teorie, di formulare una domanda: «Se Gesù Cristo non è morto al posto del peccatore, se non ha subito la punizione che essi avrebbero meritato, se il suo sacrificio non soddisfa la giustizia di Dio e dalla sua legge trasgredita e se non ha acquistato dei meriti, allora tutti coloro che sono morti senza aver udito l'annuncio del vangelo e che, quindi, non si sono potuti convertire, non potranno essere salvati? Con la vostra critica avete circoscritto la salvezza a coloro che hanno potuto conoscere e scegliere il Gesù di Nazaret, rifiutando il loro desiderio di autonomia, visto che la salvezza la si può ottenere solamente attraverso Cristo Gesù (Atti 4:12). Qualsiasi altra strada per noi è sbarrata e non può portare all'eternità».

        A queste obiezioni e ad altre, si può rispondere che il sacrificio di Gesù non è un atto magico, la salvezza è il dono, è l'espressione della grazia di Dio. Il sacrificio di Cristo Gesù non è servito a cambiare la disposizione d'animo del Padre, la sua volontà infatti è stata sempre quella di perdonare le sue creature. Il sacrificio della croce dimostra l'amore di Dio senza più lasciare ombra di dubbio negli uomini e nelle creature celesti che, fino alla croce, per fede hanno accettato la bontà dell'Eterno. Se la grazia di Dio si basasse su un atto di qualsiasi natura che non sia l'espressione del suo amore, non sarebbe più grazia. In Gesù l'Eterno ha dimostrato la sua volontà di salvare.

        Coloro che saranno salvati senza aver conosciuto il vangelo, non lo saranno perché l'innocente è morto e si è costituito un deposito di meriti che può essere distribuito ma, lo saranno perché Gesù è la manifestazione dell'amore di Dio e la salvezza non può che passare attraverso di lui che, per l'eternità, sarà il Figlio dell'uomo e porterà nel suo corpo i segni della sua grazia, il suo trionfo sul male. Il Padre salva gli uomini che non hanno potuto conoscere il vangelo perché manifesta nei loro confronti ciò che nella storia ha dimostrato in Gesù.

        La salvezza è espressione di grazia sia nei confronti di coloro che hanno conosciuto il vangelo sia per coloro che, non avendo avuto l'opportunità di conoscere il Signore, hanno comunque permesso allo Spirito Santo, nell'ambito e nel contesto della loro esistenza di toccare i loro cuori convincendoli di peccato, di giustizia e di giudizio (Giovanni 16:18). Questo, anche se la luce pervenuta fino a loro non ha permesso di farli vivere allo splendore del «sole di giustizia» Malachia 4:2 rivelato chiaramente in Cristo Gesù mediante il suo vangelo. Non sono quindi passati, per motivi indipendenti dalla loro volontà, dalle tenebre alla sua meravigliosa luce, ma hanno comunque vissuto nella penombra della luce, grazia di Dio. In questa prospettiva la grazia continua a essere grazia e il giudizio di Dio è manifestazione di misericordia. Il Signore manifesta di amare anche queste persone di un amore eterno (Geremia 31:3). Però, in questa prospettiva, la grazia non è a buon mercato, come una spugna bagnata su una lavagna da pulire, non è neppure il premio a una coscienza pentita e travagliata dal peccato commesso. Essa è la manifestazione della sofferenza di Dio per il travaglio dell'uomo. La grazia esprime quanto Dio fa per potere riprendere a camminare con l'uomo. La croce è il segno di questa sofferenza.

 

 

TEORIA DELLE METAFORE

 

        Il linguaggio della redenzione si pone, quindi, in contrapposizione alle diverse concezioni e definizioni del peccato nei suoi molteplici aspetti.

        F. Prat fa notare: «La redenzione è appunto la distruzione del peccato. Quanti sono gli aspetti del peccato, tante sono le facce della redenzione:

- se il peccato è una caduta, la redenzione sarà un risollevamento;

- se il peccato è una malattia, la redenzione sarà un rimedio;

- se il peccato è un debito, la redenzione sarà un pagamento;

- se il peccato è una schiavitù, la redenzione sarà una liberazione;

- se il peccato è una offesa, la redenzione sarà una soddisfazione».[182]

        E come abbiamo espresso nel primo capitolo:

- il peccato è la manifestazione della mancanza di fiducia dell'uomo nei confronti di Dio, la redenzione è l'opera che Dio compie per far rigermogliare nel cuore dell'uomo la fiducia nei suoi confronti;

- il peccato è la separazione dell'uomo da Dio, la redenzione presenta l'opera che Dio compie per stare accanto all'uomo affinché questi accetti la sua presenza;

- il peccato è la trasgressione della legge, la redenzione è la trascrizione della legge nel cuore dell'uomo.

        La contrapposizione può essere allungata.

        Gli autori biblici, possiamo pensare che, nel presentare la salvezza abbiano risposto alle varie situazioni non costruendo un sistema preconfezionato ma usando delle immagini, delle metafore. Essi hanno proposto, secondo i bisogni dei loro ascoltatori o a seguito di proprie riflessioni, delle parziali spiegazioni. I termini giuridici, legali (giusto, colpevole, legge) che vengono utilizzati nel quadro della redenzione, sono presi in prestito dall'ambiente socio-culturale del tempo degli autori biblici, ed essi devono, però, essere compresi alla luce del Padre che non ha mai cessato di amare la sua creatura, anche quando sulla croce, nel Figlio, era schernito e rifiutato. L'azione redentrice di Dio ha lo scopo di ricondurre l'uomo a Sé e, nel compierla, il peccato si manifesta esplodendo in tutta la sua virulenza e assurdità

        La grazia di Dio non è in contrapposizione a qualcosa, ma scaturisce come un fiume dirompente dal cuore di Dio e rigenera coloro che si lasciano sommergere da questa inondazione di vita.

        L'annuncio della salvezza si muove in un mondo socioculturale dove si usano correntemente espressioni giuridiche, morali, economiche, familiari, sociali e religiose. I modi di dire di questo linguaggio sono utilizzati anche dagli autori biblici per illustrare l'uomo nella sua condizione di peccato e il suo passare da questo stato a quello di salvezza.

        Il teologo William G. Johnsson nel corso delle sue lezioni spiegava che con il linguaggio giuridico si immagina l'uomo posto davanti a una corte di giustizia e, a causa del suo peccato, lo si dichiara, nei confronti di Dio, colpevole. In questa situazione l'uomo ha bisogno di essere perdonato. Il quadro nel quale ci muoviamo è quello giuridico (tribunale, imputato, colpa), il linguaggio usato per la salvezza deve essere corrispondente e il termine che esprime la redenzione è "giustificazione", cioè, considerato giusto (Romani 2:21; 3:4; Galati 2:3).

        Illustrando la relazione Dio-uomo-Dio con il linguaggio morale, il peccato è segno di inimicizia. Per ristabilire armonia occorre la "riconciliazione" (2 Corinzi 5:18-20; Romani 5:10,11; Colossesi 1:20).

        Nel linguaggio familiare l'uomo, rinnegando la sua relazione familiare con il Padre, vive nel suo silenzio come un orfano. Ha bisogno di un focolare. Dio gli offre la sua casa, lo adotta: Gesù è presentato come fratello (Romani 8:13-23; Galati 4:5; Efesi 1:8).

        Utilizzando una illustrazione sociale, l'uomo peccatore è visto nella posizione di uno schiavo, venduto al peccato, diventato il suo signore. Per uscire da questa situazione e ritornare libero, poiché da solo non può, ha bisogno di un liberatore, di un salvatore che lo affranchi. Siccome nel tempo biblico gli schiavi venivano liberati a seguito di pagamento, di riscatto, l'uomo, sempre nell'ambito di questa illustrazione, ha bisogno di qualcuno che paghi il prezzo della sua liberazione. Per questo motivo la Sacra Scrittura utilizza l'espressione tecnica: riscatto, redenzione, ma in realtà questo riscatto non è stato pagato a nessuno. In questo contesto la nostra liberazione ha avuto come contropartita il prezzo del sacrificio della croce (1 Corinzi 7:22, Galati 5; Romani 8:2).

        Nel linguaggio cultuale, religioso,  il sacrificio che veniva offerto per il peccato era una parabola di quanto Dio compiva. In tale illustrazione il sacrificio era visto come un qualcosa di insufficiente per la salvezza; da qui la necessità che un sacrificio migliore, più eccellente, perfetto venisse offerto. In questo quadro religioso il sacrificio è presentato come mezzo di espiazione, di purificazione (Romani 3:25; Efesi 2:5).

        Nel linguaggio fisico-estetico il peccato è una macchia, qualcosa che sporca; il rimedio a questa situazione è un bagno, il termine utilizzato è purificazione (1 Corinzi 6:8; Efesi 5:2-6; Tito 2:12).

        Il linguaggio biblico, come qualsiasi linguaggio, per essere ben compreso deve tenere conto dell'intenzionalità dell'autore.

        Bere un bicchiere, significa bere il contenuto, sollevare una città significa alzare gli abitanti. Il testo sacro, per esempio, dice che l'Eterno è il buon pastore. È un'illustrazione meravigliosa che deve, però, essere utilizzata solamente nella prospettiva intenzionale dell'autore. Con questa immagine si vuole presentare Dio che si prende cura degli uomini, come un buon pastore che ha cura del suo gregge e che, quindi, agisce di conseguenza. In questa illustrazione è fuori dall'ottica dell'autore il pastore che cura le sue pecore per avere una lana migliore, una carne più saporita, un capo di pregio. All'Eterno non si possono attribuire gli interessi del pastore che macella le sue pecore e trae profitto da esse. Questa illustrazione del buon pastore è vera e valida per l'immagine che si vuole presentare di Dio.

        Il Salvatore è presentato nella figura dell'agnello, ciò non vuol dire che sia uno sprovveduto, lasciato in balia degli avvenimenti senza capacità di imporre la sua forza. Questa illustrazione vuole dire che il Messia, «il leone della tribù di Giuda» Apocalisse 5:5, forte, vigoroso, che decide i momenti, viene verso gli uomini manifestando la sua mitezza e facendosi volontariamente vulnerabile.

        La Bibbia parla del Regno di Dio e ci presenta il Signore incoronato con lo scettro e attorniato dai salvati i quali, a loro volta, hanno in capo un diadema. Il linguaggio utilizzato riflette chiaramente il tempo in cui lo scettro era segno di potere e di autorità, e la corona simbolo di regalità e nobiltà. Questo linguaggio non è una descrizione della realtà dei nuovi cieli e della nuova terra, ma è una rappresentazione che tiene conto degli schemi mentali degli uomini per presentare un futuro di ordine, di libertà e di giustizia.

 

COME GESÙ HA CONSIDERATO LA SUA MORTE[183]

 

        Sebbene la croce sia la conseguenza della storia, dalle parole di Gesù, si può cogliere lo scopo che gli ha dato. Una riflessione attenta crediamo  faccia emergere quale sia stata la reazione del Signore al progetto degli uomini di eliminarlo.

        Dai vangeli possiamo cogliere i motivi della missione di Gesù per l'umanità.

- «Bisogna che io evangelizzi (annunci) il regno di Dio; poiché è per questo che io sono venuto» Luca 4:43.

- Non triterà la canna rotta e non spegnerà il lucignolo fumante, finché non abbia fatto trionfare la giustizia (Matteo 12:20).

- «Io ho manifestato il tuo nome agli uomini  che tu mi hai dati dal mondo» Giovanni 17:6.

- «Io sono nato e sono venuto nel mondo, per testimoniare della verità» Giovanni 18:37.

        Gesù all'inizio del suo ministero, nella sinagoga di Nazaret dalle pagine del profeta Isaia coglie il senso della sua opera: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo egli mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato a bandire liberazione ai prigionieri, ed ai ciechi recupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, e a predicare l'anno accettevole al Signore» Luca 4:18,19; cfr. Isaia 61:1,2. «L'anno accettevole al Signore» era l'anno sabbatico, ogni sette anni, durante il quale si faceva riposare la terra (Levitico 25:4-7), si rimettevano i debiti (Deuteronomio 15:1,2), si liberavano gli schiavi (Esodo 21.2 e seg.); ed era anche quello del giubileo, ogni cinquanta anni, nel quale ognuno rientrava in possesso delle proprie terre (Levitico 25:10-17). Gesù pone questa liberazione sociale sul piano spirituale, anche se la sua opera ha espresso grazia ai più deboli, agli ammalati.

        A causa del contrasto con le autorità religiose e il suo annuncio del Regno si vengono a creare dei fraintendimenti politici e Gesù intravede la fine violenta della sua vita. A tale proposito H. Schuermann scrive: «Gesù non poteva vivere, lavorare e predicare che con la prospettiva di una eventuale morte violenta davanti agli occhi. È questo un argomento che è largamente riconosciuto dalle ricerche attuali».[184]

        Gesù annuncia la sua morte a più riprese, e indica le autorità religiose a lui contemporanee come i discendenti di coloro che hanno ucciso i profeti (Matteo 23:29-37) e vede in loro coloro che vogliono sopprimere il figlio del padrone della vigna (Matteo 21:34-46), in contrasto con i sentimenti del Padre che non voleva la sua morte, ma inviava il figlio per suscitare rispetto nei suoi confronti (21:37). Gesù non si fa illusioni a proposito della propria persona.

  Gesù di Giuda aveva detto: «Certo il Figlio dell'uomo se ne va, com'è scritto di lui; ma guai a quell'uomo per cui il Figlio dell'uomo è tradito! Meglio sarebbe stato che quest'uomo non fosse mai nato» Matteo 14:21. Non c'è nulla nell'arresto di Gesù, nel suo giudizio che corrisponda a un progetto del Padre. Anzi ancora di Giuda Giovanni precisa in occasione dell'ultima cena: «Il diavolo aveva messo in cuor a Giuda Iscariot, di tradirlo» e «dopo il boccone, Satana entrò in lui» Giovanni 13:2,27. Di questo istigatore Gesù dirà nella stessa sera:  «Il principe di questo mondo non ha nulla in me (Gesù); ma così avviene, affinché il mondo conosca che amo il Padre, e opero come il Padre mi ha ordinato» 14:30,31. E quando legato dirà a Pilato: «Tu non avresti podestà alcuna contro di me, se ciò non ti fosse stato dato da alto; perciò chi mi ha dato nelle tue mani, ha maggiore colpa» 19:11.

Conseguenza della morte di Gesù

 

      Nell'ultima sera Gesù mette in relazione la sua morte con l'azione dello Spirito Santo nei confronti dell'umanità.

        «Convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio.

        Quanto al peccato, perché non credono in me.

        Quanto alla giustizia, perché me ne vado al Padre.

  Quanto al giudizio, perché il principe di questo mondo è stato giudicato» Giovanni 16:8,9.

        Giovanni aveva scritto nel suo prologo che «la parola fatta carne», il Signore «è venuto in casa sua, e i suoi non l'hanno ricevuto» Giovanni 1:14,11, cioè non gli hanno prestato fede, non gli hanno creduto. Il mondo così come è, non è quello creato da Dio, è in una realtà di peccato, di morte, cioè di separazione dall'Eterno, dalla vita, dalla verità. Il mondo è in uno stato di morte. Per questo motivo Paolo, pur dedicando il suo vivere all'umanità, dirà ai Galati, alla conclusione della sua lettera, che il mondo nello stato di morte in cui si trova non ha nulla che lo attrae: «Io non mi glorio d'altro che della croce del Signore nostro Gesù Cristo, mediante la quale il mondo, per me, è stato crocifisso, e io sono stato crocifisso per il mondo» Galati 6:14. Il mondo in questo stato di peccato, di morte non ha in sé nulla per cui sperare.

        Nella morte di Gesù si esprime la giustizia, non perché il Signore è morto al posto dei peccatori e Dio ha avuto soddisfazione, ma perché la sua morte a causa dei peccatori è seguita a Pasqua dalla risurrezione che dimostra l'intervento di Dio in favore della verità, del Giusto.  Gesù è morto non perché rappresentante o responsabile del peccato dell'uomo, ma perché colpito dal male degli uomini, dalla violenza che gli è stata fatta. La giustizia, vinta alla croce, con la morte dell'innocente, non poteva permettere che Gesù rimanesse nel potere della morte (Atti 2:24). La risurrezione porta il Signore al Padre.

        La morte di Gesù sentenzia il giudizio dell'universo sull'opera di Satana. Ciò che Dio sapeva dell'Avversario: «non c'è verità in lui», è «il padre della menzogna», «omicida», alla croce s'impone in tutta la sua veridicità per l'eternità.

        Nel Getsemani Gesù sudava sangue e chiedeva a Dio: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi» Matteo 26:39.

        Il prof. G. Stèveny anche a  seguito di P. Jouon[185] fa un importante distinguo: la volontà del Padre è espressa mediante il verbo thelô che significa "consentire" e non boulomai che ha significato di volontà deliberata.

        Sia il Figlio che il Padre a seguito dell'incarnazione o anche dalla ribellione originaria potevano far finta di niente, cioè abbandonare il confronto con l'Avversario, o accettare le sfide determinate dal nemico. La volontà di Dio non è quella di creare le circostanze e situazioni che portano alla morte di Gesù, ma di vincere Satana sul suo terreno. La storia ci presenta come le forze del male hanno operato per sopprimere il Signore. Non è il Padre che ha concepito il progetto del Golgota, ma sono stati gli uomini del suo tempo, e Satana è stato l'istigatore.

        Dio ha cercato l'uomo perso in questo mondo dall'Eden in poi. La lettura teologica della Bibbia presenta come il Signore abbia cercato di raggiungerlo e di farsi riconoscere e accettare. Questa volontà personale di Dio di essere il bene dell'uomo, di stare con lui, di ricondurlo a Casa, è espressa nella persona di Gesù. Pur di riavere con sé i suoi figli perduti e vincere colui che nega la sua natura di essere amore (1 Giovanni 4:8), il Padre accetta, si sottopone alla volontà, al progetto degli uomini e vincerli nell'espressione ultima della loro ribellione: «Sopprimere il Dio della gloria».

        Gesù chi pensa abbia voluto la sua morte: Satana o il Padre?

        Satana è colui che ha il potere dell'«impero della morte» Ebrei 2:14, ed «è stato omicida fin dal principio» Giovanni 8:44.[186] Per questo suo modo di essere Gesù poteva dire: «Non ha nulla di me» Giovanni 14:30. Gli uomini nel persistere nella loro incredulità sarebbero morti (Giovanni 8:24), ma Gesù vede nella morte che gli avrebbero inflitto, l'elemento che li avrebbe portati a credere: «Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora conoscerete che io sono», e «quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me» Giovanni 8:28; 12:32.

        Alla trasfigurazione quando Gesù poteva salire al cielo con Elia e Mosè, il Maestro interrompe il suo processo che dalla santificazione lo avrebbe portato alla gloria, per salire, uscire dalla terra per entrare nel cielo passando da Gerusalemme che uccide i profeti e coloro che gli vengono inviati.

        Gesù dirà: «Per questo mi ama il  Padre; perché io depongo la mia vita, per ripigliarla poi. Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho podestà di deporla e ho podestà di ripigliarla. Questo ordine ho ricevuto dal Padre mio» Giovanni 10:17,18.

        Il Signore che era fuggito ha chi voleva il suo male, giunto nell'ora "x", pur avendo la possibilità di continuare a sfuggire, anche di scendere dalla croce, accetta che la volontà del Padre venga fatta. Volontà che non vuole la morte del Figlio, ma la sua fedeltà. 

        Sulla croce Gesù pur non sentendo la presenza liberatrice del Padre e avvertendo il Suo abbandono, pur essendo in simbiosi con lui, per la salvezza degli uomini, gli esprime tutta la sua fede, la sua fiducia, la sua certezza, la sua passione e gli dice: «Padre, nelle tue mani rimetto lo spirito mio» Luca 23:46.

        Attraverso la croce, ancor più di qualsiasi altra prova, Gesù giunge alla «perfezione» alla pienezza della sua maturità di fiducia al Padre, rimanendogli fedele e continuando a credere nella sua bontà contro i suoi silenzi e i non interventi (Ebrei 2:10; 5:9), diventando così autore di salvezza per tutti coloro che gli ubbidiscono, cioè gli credono (5:9).

        Dopo la sua risurrezione con i discepoli sulla via di Emmaus Gesù insegnava: «Non bisognava che il Cristo soffrisse queste cose ed entrasse quindi nella sua gloria?» Luca 24:26.

        Per 102 volte troviamo nel N.T. il verbo edei "bisognare". Questo verbo esprime una necessità oggettiva, ma anche una necessità di circostanza. Necessità oggettiva: l'uomo per vivere bisogna che respiri. Necessità di circostanza: l'uomo vive in una grande città e per vivere bisogna che respiri aria inquinata. Pietro scrive che «sebbene ora, per un po' di tempo, se così bisogna, siate afflitti da svariate prove» 1 Pietro 1:6. Il fatto che i credenti subiscano delle difficoltà non corrisponde a un bisogno oggettivo, come se qualcuno, il Padre, lo abbia programmato e lo voglia. Le prove corrispondono a un bisogno di circostanza: la fedeltà ai valori dell'eternità comporta il subire il male. Paolo dice che «bisogna che ci sia tra voi anche delle sette» 1 Corinzi 11:19. Questa necessità negativa di sette, di divisione, quindi di male, non corrisponde a nessuna volontà di Dio, ma permettono ai credenti «che sono approvati di manifestarsi» mediante la loro fedeltà. La setta è un fatto negativo, di divisione, contrapposizione tra gli uomini. Anche la setta, espressione del male, permette al credente e a Dio, pur non volendola, di manifestare la natura della sua relazione con Dio.   

        Il verbo "bisognare" esprime, quindi, una necessità di situazione e per questo motivo il "bisogna" non esprime, nell'economia della rivelazione, un programma, una volontà, un decreto di Dio. Nel nostro caso il bisogno della morte di Gesù non corrisponde a una necessità, a un progetto di sofferenza voluto dal Padre, ma al risultato di una realtà in contrasto con Dio stesso.

        La morte di Gesù diventa un bisogno, non perché è voluta da Dio per poter soddisfare la sua necessità di perdonare, ma perché essa è la conseguenza del fatto che Dio vuole vincere il male non nella sua onnipotenza, suscitando paura in chi vuole vedere le cose diversamente da lui, ma nel suo amore, nel suo rispetto delle creature, nel suo essere come una creatura e vincere il male come lo avrebbero potuto vincere loro.

        Scrive C. L'Espattenier: «La Passione è inevitabile in ragione di ciò che sono gli uomini: coloro che proclamano le esigenze di Dio suscitano sempre l'odio degli orgogliosi che rifiutano di vedere, disonorare le loro ingiustizie La Passione è inevitabile in ragione di ciò che è Dio: se la sua santità e la sua giustizia sono quelle dell'amore, bisognava la sofferenza di Cristo per incarnare la solidarietà totale di questo Dio con le vittime di tutte le violenze. Bisognava perché il suo regno, la sua potenza e la sua gloria non possano mai apparire come un potere che schiaccia e umilia».[187] Tutti coloro che hanno subito violenza, che nel nome dei loro ideali di giustizia e di solidarietà sono stati vinti, hanno in Cristo Gesù, in Dio, nella croce del Golgota la piena, totale espressione della solidarietà, della condivisione. Gli ammalati hanno in Gesù la consolazione, la speranza. Non soffrono per un principio, ma per una circostanza, situazione. In Gesù, Dio si è avvicinato a loro e le guarigioni del passato annunciano il tempo in cui la malattia non ci sarà più.

        La morte di Gesù non è stata progettata da Dio nell'eternità, ma dall'eternità è stata prevista da lui. La croce inventata dagli uomini è stata accettata da Dio per la nostra salvezza. Il Padre e il Figlio non hanno voluto la croce, ma avendola vista prima, che il mondo fosse, l'hanno accettata come percorso di vita, come programma di salvezza. In questo senso «Dio ha tanto amato il mondo che ha dato il suo unico Figlio» Giovanni 3:16. In questa prospettiva Pietro potrà dire alla Pentecoste che Gesù è stato dato nelle mani delle autorità di Gerusalemme «per il determinato consiglio e per la prescienza di Dio» e che quindi la sua morte fa parte di un piano (Atti 2:23; 1 Pietro 1:20) e Paolo scriverà ai Romani dicendo che il Padre «ha prestabilito (il Figlio) come propiziazione» Romani 3:25. Tutto il dramma del Golgota è «conforme al proponimento (disegno) eterno ch'Egli (Dio) ha mandato ad effetto nel nostro Signore, Gesù Cristo (o da lui Dio), formulato in Cristo Gesù)» Efesi 3:11. Radicalizzando queste dichiarazioni facciamo dell'Eterno il creatore della passione del Figlio, il Dio che non comprendiamo. Nell'ottica che presentiamo acquistano una dimensione che il cuore e la ragione possano accettare.

        La croce ci presenta le estreme conseguenza del male. È ciò che Platone aveva previsto quando insegnava che se la terra un giorno avesse conosciuto un giusto, questo sarebbe stato inchiodato «al legno». Il giusto, scrive: «come io l'ho descritto sarà frustato, torturato, imprigionato; gli si bruceranno gli occhi, e per finire, dopo aver subito ogni sorta di male, sarà impalato».[188]

        Non è Dio che ha voluto che "bisognava" che Giuseppe, il figlio di Giacobbe, facesse l'esperienza di essere venduto a dei commercianti e che andasse in galera per le bugie della moglie di Potifarre. Ma Dio da quelle circostanze storiche ha tratto un "bisognava". Quella strada voluta da degli uomini è stata percorsa anche da Dio per dare al clan di Giacobbe, pace, prosperità e benessere. Si deve quindi pensare che Dio aveva per Giacobbe un suo progetto di bene, ma a causa del comportamento degli uomini, invidia dei fratelli, immoralità di una donna, Dio lo ha dovuto adattare, sottomettersi alle circostanze per poter camminare con gli uomini sulla loro stessa strada e per poter trarre il bene da una realtà di male. Questo è anche il "bisogna" dei vangeli.

        Dio entrando nella storia, incarnandosi in un mondo di morte fa della gioia, dell'allegrezza del suo amore, una sofferenza d'inferno. Vive il dramma della nostra miseria, subisce la nostra violenza per far germogliare nuovamente l'eternità per l'uomo.

        Poiché Gesù sulla croce era solo, dirà: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».

        Bernard Sesboüé scriveva: «L'interpretazione di questo versetto fa paura. Poiché coinvolge l'immagine stessa di Dio. Dal tempo della Riforma, tutta una tradizione d'interpretazione, d'altronde largamente comune ai protestanti e ai cattolici, vi ha visto un abbandono giustiziario di Gesù da parte di suo Padre. Gesù, in effetti, era diventato maledizione agli occhi di Dio (Galati 3:13), era stato fatto peccato (2 Corinzi 5:21). Subiva la vendetta del Padre sul peccato che egli rappresentava ai suoi occhi. Gesù era, dunque, castigato dal Padre stesso e i suoi carnefici diventavano in qualche modo gli alleati oggettivi, vedere gli esecutori delle alte opere, anche se le sue intenzioni erano tutt'altro».[189]

        Dal XVI al XIX secolo e anche nel nostro XX secolo la teologia ha fatto partecipare Dio a ciò che può essere chiamato il gran peccato.

        Per la Parola di Dio la morte di Gesù è la vittoria della potenza del male, di Satana (Ebrei 2:14). Siccome la morte è il salario del peccato (Romani 6:23), Gesù non sarebbe dovuto morire, perché è l'unico uomo che non ha commesso peccato. L'uomo muore perché ha lasciato la mano di Dio, Gesù è morto confidando nel Padre. Il Padre ed il Figlio sono uno (Giovanni 17:20,21; 10:30). Gesù muore non perché ha abbandonato il Padre, ma sebbene il Padre fosse in lui (2 Corinzi 5:19), il Padre lo ha abbandonato, non è intervenuto nel dramma del Calvario, affinché possa morire.

        Anche sulla croce Gesù poteva dire quanto aveva detto qualche ora prima ai suoi discepoli: «L'ora viene, anzi è venuta, che sarete dispersi, ciascuno dal canto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me. Vi ho detto queste cose affinché abbiate pace in me» Giovanni 16:32,33.

        Il «perché» di Gesù sulla croce sottolinea il carattere ingiusto della sua morte e corrisponde a quello che gli uomini chiedono al Signore: «Fino a quando?».

        Con l'incarnazione Gesù viene a essere uomo, e quindi abbandonato tra gli uomini. La separazione tra Gesù e Dio è dall'alto e non sua. Per la prima e unica volta nell'universo qualcuno muore senza aver abbandonato l'Eterno. Al grido di Gesù Dio tace, non interviene e per la prima volta nell'universo Dio ha volontariamente interrotto la comunicazione con lui, ma Gesù non ha interpretato questo atteggiamento come un rigetto o come una condanna nei suoi confronti, per lui Dio continua a essere il Padre nel quale confida la sua vita.

        Perché Dio non è intervenuto e ha abbandonato il Figlio?

        La morte di Gesù è un sacrificio. Il Signore per essere fedele a se stesso si offre, muore.

        La morte di Gesù è anche un omicidio è una morte premeditata. Sul piano umano gli uomini l'hanno premeditata e realizzata.

        Il martire accetta la propria morte perché la sua azione ha uno scopo, ma non è per questo da lui voluta e desiderata. La crocifissione non è esattamente un martirio, Gesù la poteva evitare, poteva scendere dalla croce.

        In un sacrificio la vita è offerta. La morte è decisa, accettata. È quanto Gesù ha fatto, ha offerto la sua vita in sacrificio (Ebrei 9:26). Il sacrificio del Figlio è quello del Padre perché, sebbene la croce laceri le carni del Signore, i chiodi raggiungono anche il cuore del Padre, perché l'Eterno era in Cristo a riconciliare il mondo con sé (2 Corinzi 5:19).

        Il Padre e il Figlio hanno accettato la croce come un mezzo di salvezza. L'hanno prevista ancora prima della creazione del mondo. Dio, pur non programmandola, perché è una creazione della mente mortale e distorta dell'uomo, l'ha messa nel suo programma di eternità (Atti 2:23; 1 Pietro 1:20; Romani 3:25; Efesi 3:11). Questo "programma" deve essere visto alla luce della parabola dei cattivi vignaioli  nei confronti dei quali il padrone invia il proprio figlio perché pensa e crede: «Forse» avranno rispetto di lui!

        La pietra che gli edificatori hanno rigettata, è quella che è diventata la pietra angolare (Luca 20:17). Non è Dio che ha programmato l'opera di scarto dei costruttori, ma anche nella loro empietà Dio riesce nel suo progetto di costruzione come da lui voluto: fare di Gesù il fondamento dell'eternità.

        Non era il piano voluto da Dio per la salvezza dell'uomo, ma volendo salvare gli uomini Dio ha "adattato" il suo progetto di salvezza all'azione empia degli uomini. Per salvare gli uomini Dio, di fronte al loro male, si offre in sacrificio.

        Il Padre non assassina e neppure fa e vuole che il Figlio sia assassinato. Gesù non si suicida. Ma la croce prevista dall'eternità dal Padre e dal Figlio nella storia di un mondo decaduto, al di fuori del Regno di Dio, viene dalla Divinità accettata, quindi, tenuto conto delle circostanze, come "voluta", perché non rifiutata. La croce viene quindi inserita nell'opera di salvezza, diventa, è presentata, è utilizzata come  il mezzo di redenzione, il segno della volontà di Dio di perdonare e di fare  grazia.

        Il sacrificio di Gesù diventa nell'«ora» "x" ciò che lo porterà alla sua gloria.

  Nel piano originale di Dio Gesù avrebbe raggiunto la gloria percorrendo una strada che ora non conosciamo, ma che possiamo immaginare. Di fronte alla volontà dell'uomo, che ha voluto diversamente, la divinità si è adattata alla sua azione, pur di raggiungere il suo scopo finale: la salvezza, la vittoria sul male, sull'empietà degli uomini e giungendo alla gloria attraverso il Golgota.

  In tutti gli annunci che Gesù ha fatto della sua morte, mai ha fatto intravedere un, allusione a una pena da subire.

-          «Colui che ama la sua vita la perde; e chi odia la sua vita in questo mondo, la conserverà in vita eterna» Giovanni 12:25.

-          «Quando sarò innalzato dalla terra trarrò tutti a me» Giovanni  12:32.

-          «Voi sapete che quelli che sono reputati principi delle nazioni, le signoreggiano; e che i loro grandi usano potestà sopra di esse. Ma non è così tra voi; anzi chiunque vorrà essere primo, sarà servo di tutti. Poiché anche il Figlio dell'uomo non è venuto per essere servito ma per servire, e per dare la vita sua come prezzo di riscatto per molti» Marco 10:42-44.

-          «Io sono il buon pastore per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita, per ripigliarla poi. Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho podestà di deporla e ho podesta-diritto di ripigliarla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio» Giovanni 10:14,17,18.

-          «Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce frutto» Giovanni 12:24.

-          «Come Mosè innalzo il serpente nel deserto così bisogna che il Figlio dell'uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna» Giovanni 3:14,15.

 

CONCLUSIONE

 

        Non ci sembra che ci sia alcun testo biblico che presenti il Salvatore come colui che a seguito del suo sacrificio possa finalmente strappare al Padre il perdono, la salvezza, o placare il suo cruccio per la punizione finalmente manifestata. Per questo motivo molti commentatori che sostengono la teoria della sostituzione e della soddisfazione riconoscono che la morte di Gesù non modifica i sentimenti del Padre nei confronti dell'umanità.

        Gesù è colui che salva l'umanità, ma la redenzione è anche fondamentalmente l'opera del Padre al quale Paolo, nelle sue lettere pastorali, nel mettere in evidenza quanto l'Eterno ha compiuto, gli attribuisce il titolo di salvatore (1 Timoteo 1:1; 2:3; 4:10; Tito 1:3; 2:10; 3:4) come fa anche per Gesù (2 Timoteo 1:10; Tito 1:4; 3:6).

        È il Padre che ha tanto amato e ha dato suo Figlio: è Lui  che quando viene la pienezza dei tempi manda il Cristo per liberare gli uomini (Galati 4:4). Lo invia in una carne simile a quella di peccato (Romani 8:3) e lo ha fatto essere peccato (2 Corinzi 5:21), non lo ha risparmiato, ma lo ha dato completamente per noi (Romani 8:32), e il Padre nel Cristo riconcilia il mondo con sé (2 Corinzi 5:19). Non è il Padre offeso che, grazie alla croce, si riconcilia con l'umanità ribelle, ma è la croce che porta gli uomini a riconciliarsi con lui e tra di loro: giudei e gentili (Efesi 2:14-16). La croce è la potenza e la saggezza del Padre (1 Corinzi 1:24), che in  Gesù manifesta in modo inequivocabile la sua volontà di salvezza, di grazia (Efesi 3:11; 2 Timoteo 1:9,10).

        Gesù stesso non presenta mai la sua morte come qualcosa che possa cambiare l'atteggiamento del Padre nei confronti dell'uomo, ma come la conseguenza della malvagità degli anziani, dei capi sacerdoti, degli scribi (Matteo 16:21; Marco 8:31); a causa del disprezzo (Marco 9:12), degli uomini (Matteo 17:22; Marco 9:31), dei gentili (Matteo 20:19; Marco 10:33). Nel suo discorso di censura agli scribi e farisei Gesù presenta la sua morte come ciò che fa colmare la misura della malvagità già espressa dai loro padri che avevano ucciso i profeti (Matteo 23:31,32). La morte di Gesù viene così presentata come la continuazione della rigetto di coloro che l'Eterno invia, come è insegnato nella parabola dei cattivi vignaioli (Matteo 21:33-46; Marco 12:1-9). Gli angeli stessi dopo la risurrezione di Gesù presentano, alle donne che erano andate al sepolcro, la morte di Cristo come conseguenza della malvagità degli uomini (Luca 24:7).

        Sebbene riconosciamo che non sia bene fare teologia basandosi su ciò che non è scritto, riteniamo però interessanti le riflessioni del domenicano Jacques Pohier che fanno notare come le parabole di Gesù ci forniscono l'insegnamento che Egli dava sull'atteggiamento di Dio nei confronti dell'uomo peccatore. In tutti i suoi racconti Gesù non presenta neppure una volta la salvezza, il perdono di Dio, come una sua offerta a seguito del sacrificio o di un atto redentore compiuto pur anche dal Messia. Così egli  non presenta una sola volta nelle sue parabole il perdono, la salvezza come risultato della morte di qualcuno.[190]

        L'assenza di questa prospettiva sacrificale espiatoria penale sembra veramente intenzionale se si tiene conto del fatto che le parabole, pur essendo immagini limitate, avevano lo scopo di illustrare l'operare di Dio. Il contenuto delle parabole è polemico. Gesù contrappone il suo Dio, che ama i peccatori, a quello insegnato dai farisei e dai dottori della legge.

        La parabola della pecora e della dracma perduta, come quelle del figlio prodigo, degli operai dell'ultima ora, dell'invito alle nozze, e le altre delle dieci vergini, del pubblicano esaudito e del fariseo respinto, presentano tutte un Dio che è esattamente il contrario di una divinità che ha bisogno di un sacrificio redentivo per salvare.

        In nessuno dei suoi racconti Gesù parla della necessità della espiazione compiuta dal peccatore o da qualcun altro quale premessa  per il perdono o condizione di entrata nel Regno. Il Regno di Dio è sempre accanto ai peccatori ed essi possono entrare a seguito solamente della conversione, che è l'espressione dell'atto del ritorno a casa.

        J. Pohier scrive che la morte di Gesù «non ha nulla a che vedere con una morte che Dio richiede all'uomo per poterlo perdonare e rendergli la vita; tutto questo non ha nulla a che vedere con una morte che Dio avrebbe la magnanimità di ben volere accettare dall'uomo peccatore o dal suo sostituto come un riscatto o un tributo. Dov'è il tributo richiesto al figlio prodigo, dov'è il riscatto fissato per la pecora perduta, dove è l'espiazione richiesta perché Gesù possa dire a Zaccheo o a Levi o alla donna adultera: "Io non ti condanno". Che cosa è più difficile al Figlio dell'uomo dire al paralitico: "Va', i tuoi peccati ti sono rimessi", o dirgli: "Prendi il tuo lettuccio, levati e cammina?"».[191]

        Nelle parabole è assente completamente la redenzione a seguito della soddisfazione della morte e dell'espiazione. L'insegnamento di Gesù sembra che contrasti intenzionalmente con le teorie che verranno successivamente costruite dai predicatori e già presenti presso i suoi contemporanei.    Il teologo Joachin Jeremias a proposito del concetto di espiazione al tempo di Gesù, scrive: «Si conoscevano quattro mezzi principali di espiazione:

-          il pentimento (per i peccati di omissione);

-          il sacrificio del giorno; di riconciliazione (pentimento e sacrificio espiano la trasgressione di un divieto);

-          la sofferenza (pentimento, sacrificio e sofferenza espiano una trasgressione, che merita sterminio da parte della potenza divina);

-          la morte (pentimento, sacrificio, passione e morte sono tutti necessari per espiare la profanazione del nome di Dio).

        Ci sono poi vari gradi nella forza espiatrice della morte. Ogni morte ha valore di espiazione, quand'è unita al pentimento. Ciò vale perfino della morte del malfattore; la sua morte espia, quand'egli, prima dell'esecuzione, pronuncia il voto di espiazione: "La mia morte sia in espiazione (kapparâ) per tutte le mie colpe". Più che mai ha forza espiatrice la morte di ciascun israelita, quand'egli pronuncia questo voto di espiazione sul letto di morte. Ancor più elevata è la forza che ha la morte del giusto: la sua sovrabbondante sofferenza va a vantaggio di altri. La morte di fanciulli innocenti espia le colpe dei loro genitori. Quella del sommo sacerdote fa sì che gli assassini possano abbandonare le città d'esilio; valendo quale espiazione della loro colpa. Ancora più elevata è la forza espiatrice della morte del martire. Il giudaismo ellenistico esalta il martirio, perché placa la collera di Dio contro Israele; ed esso è altresì per Israele risarcimento, mezzo di purificazione, strumento di espiazione... "Concedi che il mio sangue sia come un lavacro per essi (per il popolo di Dio). Accogli la mia vita come sostituzione per la loro": così prega il vecchio martire Eleazaro. Ma nell'ambito palestinese, come è noto, si sostiene pure che i martiri apportano la fine, che dischiudono al martire il mondo venturo, fanno di lui un intercessore e, inoltre, che essi possiedono un'efficacia missionaria e operano l'espiazione per Israele».[192]

        Ripetiamo, quanto riportato non è il pensiero biblico, ma quello che i giudei avevano assorbito dalla cultura del tempo. Infatti L. Boff precisa: «Questa interpretazione (che il martirio placa la collera di Dio, e il giusto paga per l'innocente, viene dal mondo ellenico, pagano) si articola fuori dalla Palestina, nel giudaismo della diaspora. Nella Palestina la concentrazione dei sacrifici espiatori nel tempio, dove si offrivano animali e si versava il sangue, impediva una simile interpretazione. A nessuno sarebbe passato per la testa che la morte e il sangue di un giusto potesse essere interpretata come espiazione dei peccati. Il sangue umano non era mai stato considerato come sangue sacrificale ed espiatorio. I Giudei della diaspora però, che non avevano tempio, potevano usare una simile terminologia applicata al sangue umano».[193]

        Sebbene Luca sia l'evangelista che abbia scritto di più (vangelo e libro degli Atti) e più degli altri fa riferimento alla morte di Gesù e come discepolo di Paolo conosceva molto bene l'insegnamento dell'apostolo sulla croce, egli però: «non parla della morte di Gesù in termini sacrificali, non parla mai del valore espiatorio della sua morte» e L. Moraldi fa notare: «Luca non asserisce mai che Gesù è morto "per noi" o "per i nostri peccati"; non parla mai della morte di Gesù in termini sacrificali, non parla mai del valore espiatorio della sua morte: eppure è l'autore al quale risale la parte più estesa di tutto il N.T. (vangelo e Atti), e il suo Vangelo è quello che parla e allude più spesso alla morte di Gesù anche con dati che sono esclusivi (tra i passi concernenti esclusivamente la Passione si possono ricordare: l'intervento di Satana (22:3), è l'ora delle tenebre (22:53 confr. 4:13), le sette allusioni scritturali (22:34,43-45; 23:30,35,46,48,49), le sette parole di Gesù in croce (22:15-18,3,48; 23:28-31; 23:34,43,46), né vi può essere dubbio che conoscesse la sintesi del kerigma primitivo riferito da S. Paolo: "... Cristo morì per i nostri peccati..." 1 Corinzi 15:3. È vero che anche gli altri due sinottici hanno poco più di Luca, cioè: il loghion eucaristico (Matteo 26:28 e Marco 14:24) con il riferimento al Servo di Jahvé, e il loghion sul Figlio dell'uomo (Matteo 20:28 e Marco 14:10): tuttavia in Luca si riscontrano altri dati interessanti:

1. fa un uso singolare dei testi di Isaia sul Servo di Jahvé, in quanto evita di applicare all'azione di Gesù valore espiatorio e ne mette in luce piuttosto la sua sofferenza, la morte e l'esaltazione;

2. è significativa la narrazione dell'incontro di Filippo con l'eunuco che sta leggendo Isaia (Atti 8:27-35), cita alla lettera Isaia 53:7,8, tralasciando però l'ultimo stico "per l'iniquità dei mio popolo fu percosso", e salta Isaia 53:4-6 e 9-12 ove si parla dei peccati del popolo;

3. nel loghion eucaristico (Luca 22:20) è assente l'allusione del Servo di Jahvé e l'evangelista sottolinea il valore salvifico della morte di Gesù additando verosimilmente  un sacrificio di alleanza;

4. nel discorso di Stefano (Atti 7:2-53) tesse una attenta e sottile filigrana tipologica di Gesù, sottolineando le persecuzioni di cui sono oggetto i giusti apportatori di salvezza e delinea il martirio di Stefano su quello di Gesù, ma si astiene da ogni accenno espiatorio;

5. una volta - nel discorso di addio di san Paolo a Efeso - parla in un modo per lui insolito della morte di Gesù, e lo fa con una espressione piena di difficoltà "... la chiesa di Dio, che egli (Dio) si è acquistata col proprio sangue - dia tou aimatos tou idiou", Atti 20:28 trattandosi della chiesa è verosimile che Luca avesse presente il sacrificio dell'alleanza come nelle parole eucaristiche...

        Più degli altri vangeli, il vangelo di Luca proclama ripetutamente che la salvezza dell'umanità è in Gesù, fin dal vangelo dell'infanzia addita in Gesù il "salvatore", "la salvezza" (1:59,71,72; 2:11,30; 3:6); più degli altri si serve del verbo "salvare" e del sostantivo "salvezza", e dalla Pentecoste in poi presenta l'inizio della proclamazione di Gesù "salvatore" e apportatore della "salvezza" (cioè del perdono dei peccati, dell'accesso alla vita e del dono dello Spirito), ma tutto ciò - come indica la stessa costruzione della sua opera (Vangelo - Atti) - è strettamente connessa alla risurrezione ed esaltazione di Gesù. È significativo che anche il perdono dei peccati sia collegato alla risurrezione. "Dio ha esaltato... questo principe e salvatore per accordare, per mezzo suo, a Israele la penitenza e la remissione dei peccati" Atti 5:31. A eccezione del tratto della Passione, Luca non parla pressoché mai della morte di Gesù senza menzionare la sua risurrezione: vede, infatti, nella morte la necessaria premessa della glorificazione: "Ma prima è necessario che soffra..." 17:24,25; "Non doveva forse il Cristo patire tali cose ed entrare così nella sua gloria?" 24:26. D'onde l'accostamento del IV vangelo dell'uso di termini ambivalenti indicanti sia la morte sia la glorificazione. Anche san Paolo scrive: "... e se Cristo non è risorto... voi siete ancora nei vostri peccati" 1 Corinzi 15:17, ma Luca appunta tutto sulla glorificazione attraverso la morte, e di qui la sua originalità nella presentazione della croce di Gesù...

        Tradisce una riflessione non completa la sentenza di qualche studioso che addita in Luca una vanificazione della "teologia della croce", negli scritti lucani vi è piuttosto un ridimensionamento importante ed esemplare della redenzione... dando la preferenza alla "immagine del martire" piuttosto che a quella "del sacrificio espiatorio"... Per il discepolo di Gesù la via della salvezza sta nel compiere il proprio viaggio a Gerusalemme con Gesù, nel portare la propria croce insieme a Gesù fino al momento della morte, che è salvezza e trionfo (confr. 9:23; 14:27; 23:26, ecc.)».[194]

        Anche gli altri sinottici, tranne la dichiarazione di Gesù quale Figlio dell'uomo (Matteo 20:28; Marco 14:10), mettono la morte di Gesù in relazione al patto piuttosto che al rito sacrificale.

        Analogamente Gesù si pone sulla stessa strada dei profeti che sono venuti prima di lui, dei quali molti sono stati uccisi per essere stati fino alla fine coerenti con il loro messaggio di ravvedimento (Matteo 23:35). Gesù sapeva ciò che sa ogni essere umano: chi vuole lottare per la vita deve essere disposto a donarla. Come il chicco di grano deve morire prima di germogliare in spiga (Giovanni 12:24), come il pastore deve lottare fino alla morte per salvare le sue pecore (Giovanni 10:11) e, come la pietra angolare deve rischiare di essere scartata, prima di essere compresa e utilizzata (Matteo 21:42); così Gesù sapeva che la costante osservanza dei propri ideali porta a bere l'amaro calice (Matteo 20:22). Gesù non soltanto ha predicato tutto ciò, ma lo ha pure consapevolmente vissuto. Egli sapeva anche bene che la verità sarebbe penetrata nel cuore degli uomini come una spada e avrebbe bruciato come un fuoco divoratore, e che essa avrebbe diviso famiglie solo in apparenza unite in una pseudo verità.

        Chi avrebbe rifiutato la sua parola sarebbe stato abbandonato a se stesso e, come conseguenza, sarebbe entrato nell'ombra della morte. L'osservanza del suo insegnamento porta sovente alla morte e la morte è la conseguenza della vita e non la sua premessa.

        L. Boff scrive: «Gesù è morto per gli stessi motivi per i quali tutti i profeti in ogni tempo sono morti: ha posto i valori da lui predicati al di sopra della sua stessa vita; ha preferito morire liberamente piuttosto che rinunciare alla verità, alla giustizia, al diritto, all'idea di fraternità universale, alla verità della filiazione divina e della bontà illimitata di Dio Padre».[195]

        Per A. Dumas: «Jacques Pohier pensa che gli uomini abbiano ucciso Gesù perché annunciava loro un Dio diverso da quello della vendetta crudele e retributiva. Gli uomini non hanno sopportato che Gesù contestasse i loro vecchi dii, poiché essi preferivano il dolorismo dell'espiazione al vangelo... della compassione. Ora se c'è una buona novella in Gesù, è perché Dio si mostra non in modo fittizio sostituto dell'uomo, ma affettivamente solidale con lui. La passione non è un dramma vissuto al posto nostro, ma la risultante di una vita al nostro fianco».[196]

        Gesù muore perché ha voluto essere un uomo vero, un uomo che vive per una causa, con una visione. La visione è il trionfo dell'amore di Dio, il suo Regno. È perché amava coloro che vivevano nel mondo, che ha portato la croce fino a esserne crocifisso. In qualsiasi momento, avrebbe potuto abbandonarla, ma non lo ha fatto; anzi ci invita a portarla a nostra volta, ad amare l'altro come lui ha fatto, e a seguirlo (Matteo 16:24).

        Gesù non ha abbandonato la croce: l'amore vero si dona senza secondi fini. Colui che ama, dà la propria vita per gli amici (Giovanni 15:13). Gesù muore perché accetta di essere uomo e lo vuole rimanere completamente e a ogni costo, anche sulla croce. Di fronte alla violenza del male Dio non soccombe, muore. Questo Dio che muore sconvolge, converte, vince il male, l'errore, l'Avversario.

        P. de Benedetti a proposito della morte di Gesù scrive : «Perché l'ha fatto? Si potrebbe rispondere non certo con l'empia tesi di Anselmo d'Aosta (a offesa infinita, riparazione infinita), ma con quel midrash che narra come, quando Dio consegnò la Thora a Mosè, "le tavole avevano una lunghezza di sei palmi. Due palmi erano fra le mani di Dio. Due palmi erano fra le mani di Mosè. In mezzo, due palmi erano vuoti". Lì in quei due palmi vuoti, avvengono le cose del mondo, che - commenta Garota - "possono cogliere di sorpresa Dio stesso". Il quale, quando sperimentò il nascere e il morire di Gesù, forse solo allora capì veramente (o meglio, riuscì a convincerci che aveva capito) il soffrire, capì, anzi sperimentò che ogni lacrima "è suscettibile di pesantezze superiori a tutta l'armonia cosmica messa insieme».[197]

        La morte di Gesù, da come viene presentata nei vangeli, non è un incidente, bensì un sacrificio. Essa è il risultato della malvagità degli uomini che non hanno sopportato la vicinanza di Dio. Questa morte, però, ha in sé anche un elemento divino: Gesù la decide, accondiscende a che gli uomini gliela diano. Avrebbe potuto sfuggire ai suoi nemici, sarebbe potuto ascendere al cielo in occasione della trasfigurazione, avrebbe potuto far combattere gli angeli per lui, scendere dalla croce ma, dominando il tempo e le circostanze, le utilizza affinché il suo sacrificio sia una offerta voluta da lui.

        «La morte di Gesù non è una necessità metafisica: è stata la conseguenza di un conflitto e il termine di una condanna penale e, quindi, della decisione e dell'esecuzione della libertà umana».[198]

        Sono rari gli autori che proiettano le loro riflessioni al di là dei confini del tempo con l'eternità e prendono in considerazione l'originaria ribellione di Lucifero. Riteniamo interessanti le pagine di Ellen White a tale proposito. È anche significativo far rilevare che in tutta la sua riflessione, nella quale presenta l'opera che la seconda persona della Trinità ha fatto per richiamarlo a ravvedimento, non c'è nessuna espressione per un eventuale sacrificio di riparazione, di espiazione, o morte vicaria che qualcuno avrebbe dovuto subire, se l'Avversario fosse recesso dalla sua posizione di opposizione all'Eterno.[199]

        Non è Dio che ha voluto la morte di Gesù. Sono interessanti le riflessioni della stessa autrice che descrive che cosa sarebbe stata Gerusalemme, se avesse accettato il Messia. Gesù piange su Gerusalemme, dopo il suo ingresso trionfale: «"Oh se tu pure avessi conosciuto in questo giorno quel ch'è per la tua pace!". Poi il Salvatore si interrompe, e non dice quale sarebbe stata la condizione di Gerusalemme se avesse accettato l'aiuto che il Signore desiderava offrirle: il dono del suo amato Figlio. Se Gerusalemme avesse conosciuto ciò che era suo privilegio conoscere e avesse fatto attenzione alla luce che il cielo le aveva mandato, sarebbe potuta avanzare nella piena prosperità, come regina dei regni, libera nella forza di Dio. Allora non vi sarebbe stato alcun soldato straniero alle sue porte, e nessuna bandiera romana avrebbe sventolato sulle sue mura. Il Figlio di Dio vide il glorioso destino di Gerusalemme se avesse accettato il suo Redentore. Vide che avrebbe potuto essere guarita dalle sue terribili malattie, liberata dalla sua schiavitù e stabilita come grande metropoli della terra. Dalle sue mura la colomba della pace sarebbe volata verso tutte le nazioni. Gerusalemme sarebbe diventata il diadema glorioso del mondo intero. Ma quello splendido quadro si dissolse davanti agli occhi del Salvatore».[200]

        «D'altra parte non è pensabile una geometrica programmazione di Dio che abbia previsto freddamente, in un preciso punto del rettilineo storico, la croce del Figlio suo. Se la tremenda battaglia del Getsemani era già prestabilita nei suoi esiti, come avrebbe allora potuto Gesù umanamente sperare che il "calice" passasse senza doverlo bere? Ma se è così, dunque nessun progetto stava al di sopra del padre, e l'amarissima bevanda avrebbe potuto anche essere evitata».[201]

        Dio nella sua misericordia, nella sua volontà di dare la vita agli uomini, quella vita che continuamente viene calpestata e schernita, ha manifestato la potenza del suo amore anche attraverso la  malvagità degli uomini al fine di risollevare il mondo. Così la morte di Gesù voluta ed eseguita dagli uomini, e da Lui accettata, è trasformata da Dio in mezzo di salvezza.

        L'Emanuele, presentandosi tra gli uomini, ha fatto manifestare in tutta la sua tremenda virulenza il peccato che sopprime il Datore della vita; ma, così facendo, il peccato causa la propria sconfitta e distruzione, perché appare all'universo e all'uomo per quello che esso è. L'autore della lettera agli Ebrei può, quindi, scrivere: «Cristo è stato manifestato per annullare il peccato nel suo sacrificio» 9:26; cioè, per vincerlo nella sua forza. Compresa la natura dell'amore di Dio, il peccato diventa odioso per il cuore e la mente dell'uomo.

        Il sacrificio di Cristo pone in noi la potenza divina che annulla ogni nostra resistenza nei suoi confronti. La fede non è sola una forza misteriosa che fa accettare un fatto compiuto, ma è essa che fa scomparire dal cuore dell'uomo la sfiducia in Dio.

        La grazia comincia nell'amore di Dio per l'uomo e ha fine nel nostro amore per lui. Per questo Paolo scrive: «Noi abbiamo la mente di Cristo» 1 Corinzi 2:16. E ancora: «Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me» Galati 2:20.

        La giustizia di Dio si dimostra nel credente quando egli, mediante la fede, vive il dono della grazia di Dio, cresce e si sviluppa in conformità alla legge di Dio che è santa, giusta, buona e che il Signore scrive nel cuore convertito (Romani 7:12; Ebrei 10:16).

        «Ciò che Dio domanda è che la trasgressione sparisca e che i ribelli rinuncino alla loro rivolta; ora, è a questo che tendono le sue compassioni eterne, così come ce le ha manifestate nel suo Figlio (2 Corinzi 5:19)».[202]

        «La croce è l'espiazione dei peccati perché essa è la causa del pentimento a chi la remissione è promessa. Più io vi rifletto - scriveva A. Sabatier -, più io giungo a questa conclusione chiara: non c'è nel mondo morale e davanti al Dio del vangelo altra espiazione che il pentimento, cioè questo dramma interno di coscienza nel quale l'uomo muore al peccato e rinasce alla vita di giustizia. Non c'è  nulla di più grande né di migliore poiché il pentimento è la distruzione del peccato e la salvezza del peccatore è il compimento in noi dell'opera divina».[203]

        Il pentimento è il dolore sincero per quanto fatto. Il pentimento vero comporta un cambiamento di atteggiamento: la conversione, per gli ebrei tesubah, in greco metanoia. Per la Sacra Scrittura la conversione dei peccatori «deve considerarsi come un totale e sincero cambiamento di mente e di cuore. Nel N.T. è chiamata passare dalle tenebre alla luce; dal potere di Satana a Dio; dallo stato dell'ira allo stato di grazia. Essa è risurrezione spirituale, rinascita, rigenerazione (Atti 26:18; Efesi 2:3-5; Giovanni 3:5). Le note caratteristiche della vera conversione sono il riconoscimento del peccato, il pentimento, la fede in Gesù Cristo, il compimento della volontà divina e l'osservanza dei suoi comandamenti. In breve, la conversione è frutto della grazia di Dio. "Senza di me non potete fare niente" diceva Gesù, Giovanni 15:5, 6:44; 14:6. La conversione è propriamente il ritorno a Dio».[204]

        «La morte è appena la metà dell'opera redentiva ed esige la risurrezione come suo completamento necessario. Infatti la giustificazione di ciascuno di noi è prodotta dalla fede e dal battesimo; ora è facile vedere come la risurrezione di Gesù influisca sopra queste due cause; poiché la nostra fede nel Cristo non è una fede nel Cristo morto, ma nel Cristo vivente, nel Cristo risuscitato; ed il battesimo non è solamente il simbolo efficace della morte del Cristo, ma anche quello della vita gloriosa».[205]

        Nella redenzione l'uomo non è, quindi, un testimone passivo di un dramma che si svolgerebbe senza di lui e dove egli non avrebbe parte. Con il suo battesimo egli muore idealmente sul Calvario col Cristo che muore per rinascere a nuova vita.

        Lo ripetiamo, l'opera della redenzione compiuta da Gesù consiste nel rivelare all'universo intero, in un modo che non lascia equivoci, la natura di Dio, l'amore eterno del Padre mediante la sua incarnazione, la sua vita e soprattutto la sua morte. Questa rivelazione non può che distruggere nell'uomo la diffidenza  nei confronti di Dio e il sacrificio di Cristo vince la morte, l'Avversario e libera l'uomo dal castigo dei propri peccati, o meglio dal castigo del peccato: la morte seconda (Apocalisse 20:14). L'amore infinito di Dio, contemplato nel Dio uomo sulla croce, provoca nell'anima umana un amore corrispondente che lo riconduce a Dio.

        «Il mondo è destinato a conversione e salvezza, non a distruzione, Dio si è pentito dei giorni del Diluvio: il mondo va amato con tutte le forze perché si salvi, non perché si consumi nel rogo apocalittico. Non ci saranno contese p grida, non sarà spezzata la "canna incrinata", non sarà spento il "lucignolo fumante" Isaia 42:3; Matteo 12:20. Se il mondo rispondesse con la conversione all'annuncio del "servo" Isaia 42:1, se si unisse fraternamente non nelle vittoriose costruzioni di una Babele mondana, ma ai "gemiti inesprimibili" Romani 8:26 dello Spirito che invoca con insistenza "per noi" la vittoria di Dio sulla morte, la fine del mondo sarebbe evitata e l'umanità e la "creazione" trasformate, "in un istante, in un batter d'occhio", com'è detto per quelli che saranno ancora in vita nell'ultimo giorno (1 Corinzi 15:51,52). Gesù non è venuto per morire, ma per regnare. Contro la volontà del Padre che l'aveva mandato ha dovuto piangere lacrime amare davanti ai cuori induriti di Gerusalemme (Luca 20:13; 19:41), ed essere inchiodato al patibolo. Contro ogni volontà di Dio dunque la redenzione ha dovuto assumere i toni aspri e il destino della crocifissione e della catastrofe (Matteo 24:21). Arriva un momento in cui diventa necessario aprire gli occhi sulla grande potenza del male che costringe Dio a percorrere e far percorrere le vie più terribili, quelle che mai avrebbe voluto conoscere. E in quel momento, se non si accetta la croce e la si rifiuta, si finisce in mano a satana».[206]

        Ciò che spinge Dio a perdonare le sue creature non è altro che la sua natura, il suo essere Dio: «Io, io sono quegli che per amore di me stesso cancello le tue trasgressioni, e non mi ricorderò più dei tuoi peccati» Isaia 43:25.

 

 



[1]       CREME Benjamin, La Réapparition du Christ et des Maître de la Sagesse, éd. Partage, Dourdan 1984, p. 45.

[2]       EMERY Louis, in Revue de Théologie et de Philosophie, n. 10, Lausanne, luglio 1914, pp. 275,276.

[3]       DEZ André, L'idée de Dieu, in L'Âge Nouveau, n. 90, Paris, gennaio 1955, pp. 4-6.

[4]       KNIGHT George R., My gripe with God - A Study in Divine Justice and the Problem of the Cross, Review and Herald P.A., Washington D.C., 1990.

[5]       SIX J.F., Refus différents de Jésus-Christ, in Unité des Chrétiens, n. 15, luglio 1974, p. 21; cit. da SESBOÜÉ Bernard, Gesù Cristo, l'unico mediatore, vol. 1, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991, pp. 35,36.

[6]        ALISTER Hardy, The Divine Flame, Collins, London 1966, p. 218; cit. da J. Stott, o.c., p. 148.

[7]       Ireneo, Adv Maer., V: 1:1; Origene, in Matteo 20:28.

[8]       B. Sesboüé, o.c., p. 176.

[9]       Origene, Commento alla lettera ai Romani, 2,13; Patristica Greca (PG) 14,911c; trad. L. Richard, p. 113;    cit. B. Sesboüé, o.c., p. 176.  B. Sesboüé osserva che in questo primo brano si mette l'accento sul prezzo del riscatto reclamato dal diavolo, cioè il sangue di Gesù. Il paragone è quello di un contesto commerciale. V'è stato un acquisto e si è dovuto pagare un prezzo.

[10]       Origene, Commento al vangelo secondo Matteo,  16,8; PG 13, 1398;  cit. B. Sesboüé, o.c., p. 177. B. Sesboüé  osserva che in questo secondo pensiero il prezzo non viene pagato a Dio, ma si pone la domanda di un riscatto pagato al diavolo. «In realtà le cose non si sono svolte secondo il modo della transazione, ma secondo quello del combattimento». o.c., p. 177.

[11]       Gregorio Nisseno, La catechesi della fede, n. 22; trad. A. Maignan, DDB, Paris  1978, pp. 65,66; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 179.

[12]       Idem, n. 24, p. 69;  B. Sesboüé, o.c., p. 180

[13]       Vedere Giovanni Crisostomo, Omelie sul vangelo di san Giovanni, 67,2; PG 99, 372; B. Sesboüé, o.c., p.  180.

[14]       B. Sesboüé, o.c., p.  180.

[15]       Agostino, La Trinità,  XIII, 12,16; 13,17; 14,18; trad. P. Agaësse, BA 16, 1955, pp. 307-315; cit. B. Sesboüé, o.c., p.  180.

[16]       Gregorio il Grande, Homel., in Evangeli II,25,8.

[17]       Agostino, De trinitate, 13,15;  MIGNE, P.L., 42,1029.

[18]       TURMEL Joseph, Histoire des Dogmes, vol. I, éd. Rieder, Paris 1931, p. 408.

[19]       B. Sesboüé, o.c., p.  181.

[20]       Ps. Adamanzio, Dialogue de recta fide, 1,27; PG, 11,1856-7 ; cit.  B. Sesboüé, o.c., p.  181.

[21]       Gregorio Nazianzero, Discorso, 45; PG 36, 653 a-b; pp. 114-115; cit.  B. Sesboüé, o.c.,  p. 181.

[22]       B. Sesboüé o.c.,  p. 182.

[23]        B. Sesboüé o.c.,  p. 180.

[24]       PRAT Ferdinando S.J., La teologia di s. Paolo, parte II, ed. S.E.I., Torino 1928, p. 185.

[25]       La Bible Annotée, Ancien Testament -  Les prophètes, t. I, Isaie, Neuchâtel, p. 216.

[26]       F. Prat, o.c., p. 186.

[27]       Idem.

[28]       Peccato: Romani 6:16; 17:7; 14:23; visione e passione: Romani 6:19,20; Tito 3:3; iniquità: Tito 2:14; Legge: Galati 4:5; andazzo: Efesi 2:1 e seg.; vivere: 1 Pietro 1:18; fede:  Romani 14:23.

[29]       LOMBARDO Pietro, Collectaoia in Romani 5:8-10; P.L., 191, 1388; cit. MANDLE W., riscatto, in Dizionario dei concetti biblici del N.T., ed. Dehoniana, Bologna, p. 1510.

[30]       Idem.

[31]       HUGON Edouard, Le mystère de la rèdemption, Tequi, Paris 1922, 9-14,101,102; cit. B. Sesboüé, o.c.,  pp. 88-90. Questo linguaggio rievoca la Teoria della soddisfazione e dei meriti che affronteremo più avanti,

[32]       BÈCHSEL F., lutron, in Grande Lessico del N.T., vol. VI, ed. Paideia, Brescia 1970, col. 927,928.

         SCHELKLE K.H., Die Passion Jesu in der Verkündigung des Neuen Testament, Heidelberg 1949, p. 137 dopo aver detto «che dall'insieme dei sinottici appare che Dio riceve il prezzo pagato con la morte di Cristo,»  subito aggiunge: «Perché e come la morte è un prezzo di riscatto? A questa domanda che, riguarda il fondamento della volontà salvifica di Dio e la sua causa, la parola lutron non risponde». QUARELLO Eraldo, Il sacrificio di Cristo e della sua chiesa, Queriniana, Brescia1970, p. 46. Schelkle in nota cita: Büchsel, Taylor, Wiencke, Holzmann, Feine, Lagrange. Vedere anche J. CAMBIER, L'évangile de Dieu, pp. 88,89 e J. GIBLET, Jésus Messie et Sauveur d'après les évangiles synoptique, in Lumière et Vie, n. 15, 1954, p. 73.

[33]       PRAT Ferdinando, o.c., vol. II, p. 231. Cfr  anche HUGON, Se Verbo incarnato et hominum Redemptore, p. 403. Le mystère de la Rédemption, p. 176 e seg.; RICHARD, art. La Rédemption, mystère d'amour,  in Recherches Science Religieuse, ottobre 1923,  414.

[34]       WINSLOW Octavius, No Condemnation in Christ Jesus, 1857; cit. da John MURRAY, The Epistole to the Romains, vol. I, Marshall, Morgan & Scott, London 1960-65, p. 324; cit. J Stott, o.c., pp.79,80.

[35]       Atti 2:23; confr. 4:28. Più tardi, nella sua Prima lettera, Pietro ha descritto Gesù l'Agnello come colui che era stato «designato prima della creazione del mondo» 1 Pietro 1:19,20:

[36]       J. Stott, o.c., p. 80.

[37]       Torre di Guardia, 15 febbraio 1991, p. 14.

[38]       Potete vivere per sempre su una terra paradisiaca, Copyright 1982, pp. 62,63.

[39]       WHITE Ellen, Guida a Gesù, ed. Araldo della Verità - A.d.V., Firenze 1968, p. 5.

[40]       DUPONT J., La réconciliation dans la théologie de saint Paul, in Etudios Biblicos, 11 (1952), pp. 259,160.

[41]       SABATIER Louis August; cit, da BOSIO Enrico, Commentario esegetico pratico del N.T. - Epistola agli Ebrei, ed. Claudiana, Firenze 1904, pp. 67,68.

[42]       CERFAUX L., Le Christ dans la théologie de saint Paul, Paris 1954, p. 109.

[43]       DOUGLAS Klaus, Gioia di credere, ed. Claudiana, Torino 1999, pp. 108-111.

[44]       «Se il prezzo pagato è la morte del figlio dell'uomo, ciò lo si deve al fatto che essa è il prezzo più elevato che una generosità folle possa pagare». Nota n. 10, p. 169.

[45]       B. Sesboüé, o.c., pp. 168-170.

[46]      DIANICH Severino, Il Messia sconfitto, Piemme, Casale 1997, pp. 151,152.            

[47]       GODET Frédéric, Commentaire sur l'Épître aux Romains, t. I, 3a  éd. Labor et Fides, Genève 1968, p. 446.

[48]        «I racconti della passione non fanno posto alcuno all'idea della sostituzione. Ciò detto, dobbiamo riconoscere un certo ancoraggio scritturistico all'idea della sostituzione, perché Cristo ha compiuto, attraverso una morte indebita, una redenzione di cui noi eravamo incapaci. In questo senso egli è venuto al nostro posto e ha preso il nostro posto. Però vediamo subito che tale aspetto non può essere isolato o assolutizzato a beneficio di una logica della compensazione, che fa di Cristo un valore sostitutivo dell'uomo, cosa che alcuni teologi tedeschi hanno chiamato, con un'espressione tristemente evocatrice per noi, un Christus-Ersatz (Cristo surrogato). Il momento della sostituzione s'inquadra in un movimento, il cui scopo è quello di ristabilire, attraverso lo scambio e la solidarietà, una relazione di comunione fra Dio e noi. Cristo viene dunque a collocarsi nel posto dove noi siamo, al fine di realizzare - in nome d'un legame solidale da lui stabilito con noi - quanto la nostra situazione di peccatori ci impediva di fare. L'"al nostro posto" sta al servizio del "in nostro favore" e non deve mai far dimenticare il "per causa nostra". Cristo non ci soppianta e non ci esclude; ci rappresenta, anche se siamo stati incapaci di conferirgli questo mandato; ci restituisce a noi stessi, ci ristabilisce in un situazione di interlocutori di Dio; la sua libertà non si sostituisce alla nostra, ma ce la dona di nuovo. In poche parole la sostituzione interviene solo come un breve momento della sua mediazione, momento decisivo senza dubbio, ma transitorio e parziale rispetto all'insieme della mediazione, mentre numerosi teologi dei tempi moderni hanno ridotto la mediazione a una sostituzione molto simile ad una cosa». B. Sesboüé, o.c., pp. 407,408.     

[49]       J. Turmel, o.c., p. 343.

         Basile (329-379) vescovo di Cesarea, in un sermone insegnava: «Nessun uomo non ha il potere di placare Dio in favore di un peccatore, perché ogni uomo è peccatore Non bisogna dunque guardare come un uomo ordinario Gesù Cristo che, solo, si è offerto a Dio in vittima di propiziazione per tutti noi» Omelia su Salmo 48, 3 e 4.

[50]       Pensiero riportato da SABATIER Auguste, La doctrine de l'expiation et son évolution historique, Paris 1903, p. 67.

[51]       Enarratio 53 - capitis Esaiae, Werke (Weimar 1930) 40,3,743; in Galati 3:13, Werker (Weimar 1911) 40,1,433-438; cit. da GALOT Jean, Gesù liberatore, ed. Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1983, pp. 158,159.

[52]       LUTERO, Commento all'epistola ai Galati, cap. 3, v. 13; �uvre, Labor et Fides, Genève 1969, t. XV, p. 282; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 75.

[53]       idem, p. 283; cit. idem, p. 75.

[54]       idem,  p. 285; cit. p. 76.

[55]       LUTERO, Enarratio uberior, cap. 53, ls.; ed. di Wittenberg (1574, t. 4, pp. 216, 219; cit. p. 76.

[56]       B. Sesboüé, o.c., pp. 75,76.      Gesù ha quindi sofferto «quel che i dannati soffrono già»;  ha provato «lo spavento e l'orrore di una coscienza sconvolta e ha assaporato la collera eterna». Espressioni desunte dal commento al Salmo 21 (22):1,2; WA 5, Weimas 1892, pp. 598-608. cit. - B. Sesboüé, o.c., p. 412.  Lutero però è pure consapevole che si tratta di affermazioni paradossali, perché Cristo non è minimamente infettato dal peccati e perché il suo grido non è una bestemmia, ma un clamore innocente. «Egli grida che è abbandonato da Dio, ma invoca il suo Dio e confessa così che non è abbandonato». B. Sesboüé, o.c., p. 412,413.

[57]       Idem, Salmo 22 (21), Werker (Weimar 1882) 5,602,605; cit. Idem.

[58]       Sul rapporto meriti e indulgenze, vedere nota n. 142.

[59]       Lutero, pensiero riportato da BANDAS Rodolfo G., La Redenzione  - Idea centrale in S. Paolo, ed. Colletti, Roma, p. 218.

[60]       Exercitia de vita et passione Salvatoris contri Jesu Christi, cap. 7 e 46, Köln 1607, pp. 69 e 381;  cit. B. Sesboüé, o.c., p. 77.

[61]       CALVIN Jean, Istituzione della religione cristiana, 1, UTET, Torino 1971, p. 640; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 76.    

[62]       CALVINO Giovanni, Institutio Christianae Religionis, II, 16, 1011; trad. italiana a cura di G. Tourn, ed. UTET, Torino 1971, pp. 644,745; cit. Danieli, o.c., p. 46.

[63]       Idem.

[64]       cit. da SABOURIN Leopold, Rédemption sacrificielle, éd. Desclée de Brouwer, 1961, p. 149.

[65]   L. Sabourin così riassume il pensiero dei riformatori: «Poiché il Cristo personifica il peccatore (Lutero), ed è colpevole in nome nostro (Calvino), i nostri peccati diventano suoi e contemporaneamente nostri, o piuttosto cessano di essere i nostri diventando i Suoi (Lutero, Melantone) per imputazione (Calvino, Melantone, Bernel), secondo la quale i nostri peccati (Calvino) e la nostra maledizione (Calvino), sono trasferiti in lui mediante una specie di scambio (Melantone), per il fatto che riceve tutti i nostri peccati (Lutero), se ne riveste (Lutero, Calvino), copre i nostri (Calvino) e diventa il peccatore universale, supremo (Lutero, Turretin), unico (Lutero), maledetto (Calvino, Osiander), nel quale si trovano riuniti il solo Peccato e la sola Giustizia (Lutero), l'ultima miseria e la gloria più sublime (Melantone).

         Questo insegnamento scaturisce in particolare da Galati 3:13 (Lutero) e da 2 Corinzi 5:21 in cui è detto che il Cristo è stato fatto "peccato", cioè "sacrificio per il peccato", secondo il senso di  asam nell'A.T. (Calvino, Melantone, Beze, Turretin), soprattutto nel Levitico dove l'imposizione delle mani significa la trasmissione di tutti i peccati sulla vittima (Calvino), sul becco (emissario: Calvino, Bezel), figurando che i nostri peccati sono rigettati sul Cristo (Calvino) e cessano di esserci imputati (Calvino, Turratin).

         Il fine principale della soddisfazione è, in effetti, di distogliere il peso intollerabile (Calvino) dell'orribile collera (Melantone) di Dio che bisogna riconciliarsi (Melantone). Il Cristo caricato dei nostri peccati, soddisfa per essi, in quanto ne subisce la pena (Grotius) totale, pure eterna (Calvino, Turretin, Quendstedt), e riceve la punizione (Calvino, Melantone) che era dovuta a noi, di modo che le esigenze della giustizia di Dio (Grotius: castigo esemplare!) e della legge (Melantone) siano soddisfatte.

         La nostra unica speranza riposa su questa imposizione dei nostri peccati su Cristo (Lutero), e non c'è altro mezzo di salvezza che questa sostituzione penale del Cristo al nostro posto (Calvino, Turretin), sebbene qualsiasi altra soddisfazione da parte nostra sia impossibile (Calvino), e tutte le nostre opere siano inutili (Lutero). Nello stesso modo, in effetti, che tutti i nostri peccati sono imputati al Cristo senza renderlo realmente peccatore, così la giustizia di Cristo ci è imputata mediante la fede (Calvino, Piscator)... come primizia della giustizia futura (Melantone)» Idem, pp. 130,131.

[66]       cit. SABOURIN Léopold, Rédemption sacrificielle, Une enquête exégétique, DDB, Paris 1967, pp. 115-117 ; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 409.

[67]       Catéchisme romani, dit du Concile de Trente, cap, 24, 1; Desclée, Paris 1906, pp. 357,358 ; trad. Italiana, Catechismo del Concilio di Trento, ed. Paoline 1961, pp. 332,339; cit. B. Sesboüé, o.c., pp. 77,78.

[68]       GROZIO, Defensio fidei catholicae de satisfactione Christi, 1617, J. Lange, Leipzig 1730; trad. da J. Rivière, Le dogme de la rédemption. Etude théologique, Gabalda, Paris 1931, pp. 442,443; cit. B. Sesboüé, o.c., pp. 78,79.

[69]       BOSSUET Jean, Carême des Minimes, pour le Vendredi saint, 26 marzo 1660, punto terzo; in �uvres oratoires, ed. J. Lebarq, DDB, Paris 1916, t. 3, p. 385; cit. B. Sesboüé, o.c., pp. 79,80.

[70]       BOURDALOUE, Premier Sermon sur la Passion de Jésus Christ, in �uvre complètes, Rousselot, Metz 1864, t. 4, pp. 218-220. Le sottolineature sono nostre; cit. B. Sesboüé, o.c., pp. 80,81.

[71]       MONSABRÈ M.L., Conférence de Nostre-Dame de Paris, Carême 1881, 49e Conférence, aux bureaux de l'année dominicaine, Paris 1886, pp. 24-25;  B. Sesboüé, o.c., p. 83.

[72]       Idem, Carême 1884, 70e Conférence, Paris 1885, p. 181; B. Sesboüé, o.c., p. 83.

[73]       HULST d' Mgr,  Conférence de Nostre-Dame de Paris, Carême de 1891, Retraite de la semaine sainte, vendredì saint, Poussielgue, Paris 1903, pp. 325, 330, 335 ; B. Sesboüé, o.c.,  p. 84.

[74]       Mgr GAY, Sermons de Carême, t. 2, Houdin, Paris-Poitiers 1908, Passion pour le vendredì saint, pp. 217, 219-220; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 84.

[75]       Idem, p. 246; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 85.

[76]       CORNE Jean, Le mystère de Notre- Seigneur Jésus-Christ, t. 4 Le sacrifice de Jésus, Paris s.d., pp. 89,90; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 85.

[77]       Idem, pp. 218-220, 321, 350,351, 226; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 85.

[78]       Cit. da GARDIEL;P., La Cène et la Croix, in NRT 101 (1979), p. 678 ; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 86.

[79]       HUGO Victor, �uvres complètes, Poésie, t. IX, Le pape, le pitié suprême. Religions et religion, l'âne, Librairie Ollendorff, Paris 1927, pp. 86,87.

[80]       ACKERMANN L., Poésies. Première poésies, poésies philosophiques, A. Lemerre, Paris 1877, pp. 143,144; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 87.

[81]       NIETZSCHE F., L'Anticristo, Adelphi, Milano 1988, p. 54; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 87.

[82]       LESTRE H., Notre Seigneur Jésus Christ dans son saint Evangile, Paris 1902, p. 529; cit. da L. Sabourin, o.c., p. 414, cit. anche da B. Sesboüé, o.c.  p. 413.

[83]       ALÈS Adhémar . de, Rédemption, in DAFC, vol. IV, col. 558; cit. L. Sabourin, idem, p. 149.

[84]       ALÈS Adhémar de, Le dogme chatolique de la rédemption, in Etudes, 135 (1913,II), p. 180; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 88.

[85]       MONTCHEUIL Y de, Leçons sur le Christ, pp. 127,128 ; cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 94

[86]       BULGAKOF S., Du Verbe incarné (Agnus Dewi), Aubier, Paris 1943, p. 282; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 409.

[87]       Catechisme de Heidelberg, qu. 18.

[88]       Idem, qu. 17.

[89]       BARTH Karl, Dogmatique, vol. 2, La doctrine de Dieu, t. I, 2, Genève 1957, pp. 144-145.

[90]       DENNY, The christian Doctrine of Reconciliatio.

[91]       R.G. Bandas, o.c., p. 220.

[92]       BARTH Karl, Dogmatique, vol. IV, La doctrine de la réconciliation, t. I,1, Labor et Fies, Genève 1966, t. 17, p. 235. cit. B. Sesboüé, o.c.,  p. 411

[93]       Idem, p. 249 - cit. B. Sesboüé, o.c., p. 411.

[94]       B. Sesboüé, o.c.,  p. 411    

[95]       ALTHASAR H. Urs von, La glorie e la Croix. Les aspects esthétiques de la Révélation, III, Théologie, vol. 2, La Nouvelle Alliance, Aubier, Paris 1975, pp. 197-202 ; ed. italiana, Lgloria, Jaca Book, Milano 5 voll., 1971-1978; B. Sesboüé, o.c.,  p. 413.

[96]       LADD G.E., Théologie du N.T., vol. III, presse Biblique Universitaire, Lausanne, et ed. Sator, Paris 1984, pp. 590,591,594,595,598,599,601.

[97]       LaRONDELLE Hans, Cristo nostra giustizia, traduzione italiana, s.l., s.d., ciclostilata, pp.  124,128,129,137, 139,140.

[98]       STOTT John, The Cross of Christ, Inter-Varsity Press, England, New edition, 1987, p. 140; ed. italiana o. c., pp. 187,188.

[99]       «Il punto importante è che, come conseguenza della sua morte, Gesù può largirci la grande benedizione della salvezza». J. Stott, o.c., p. 82.

[100]     J. Stott, o.c., pp. 84,85.

[101]     F. Prat, o.c., p. 190.

[102]     LEENHARDT J.-A., L'Épître de saint Paul aux Romains, Neuchâtel 1957, p. 63. Stesso pensiero in HERING J., La seconde Épître de saint Paul aux Corinthiens, Neuchâtel 1958, p. 53.

[103]     DODD C.H., Ilaskesthai its Cognates, Derivatives, and Synonyms in the Septuagint, in The Journal of Theological Studies, n. 32, 1930-31, p. 355 e LYONNET S., De peccato et redemptione, vol. II, De vocabulario Redemptionis, Romae 1960, p.89 e seg., hanno fatto rientrare queste dichiarazioni nella posizione generale della Bibbia.

[104]     dr. BARUK, Civilisation hébraique et science de l'homme, p. 32.

[105]     Un ragazzo che cresceva assieme a un coetaneo reale e veniva castigato al suo posto. The Oxford Universal Dictionary.    

[106]     WOLFF Hann, Gesù psicoterapeuta, ed. Queriniana, Brescia 1982, pp. 68,69.

[107]     Francesca polacco del campo di concentramento di Auschwitz. Lasciato morire di fame in una cella sotterranea. Revor Beeson, Discreption and Valor: Religious Conditions in Russia and Easter Europe, Collins, London 1974,Vedere,  p. 139.

[108]     È quanto crediamo sostenga anche J. Stott, o.c., p. 182

[109]     B. Sesboüè, o.c., pp. 49,50.

[110]     VINET Alexander, Lettres, vol. II, pp. 252,408; cit. da F. Godet, o.c., p. 369.

[111]     DUMAS André, La mort du Christ n'est-elle pas sacrificielle?, in Études Théologiques et Religieuses, 44, 1981, p. 582.

[112]     J. Galot, o.c., p. 165.

[113]     FÈGLISTER Notker, Il valore salvifico della Pasqua, ed. Paideia, Brescia 1976, p. 8.

[114]     Rinviamo il lettore al capitolo che segue alla sezione imposizione delle mani.

[115]     CORTESE Enzo, Levitico, ed. Marietti, Casale Monferrato 1982, p.149.

[116]     Idem.

[117]     MÉDÈBIELLE A, Expiation, in Supplement au Dictionaire de la Bible, vol. III, col. 258.

[118]     BONSIRVEN Giuseppe, Il vangelo di Paolo, 3a ed. Paoline, Roma 1963, p. 252. I testi sono: Romani 5:6,8; 14:15; 2 Corinzi 5:15; 1 Tessalonicesi 5:10; Tito 2:14; Romani 8:32; 1 Corinzi 11:24; 1 Timoteo 2:16; 1 Corinzi 1:13.

[119]     Secondo J. Stott, il professor Martin HENGEL, Atonement, p. 1-32, ha illustrato con grande erudizione questo concetto.  

[120]     Vedere capitolo seguente.

[121]     ORLINSKI Harry M., in Supplements to Vetus Testamentum, in  Studies on the Second part of the book of Isaiah - the socalled 'Servant of the Lord' And 'Suffering Servant' in second Isaiah, vol. XIV, Leiden, E.J. Brill, 1967, pp. 51-58.

[122]     CALVIN Jean, Commentaire sur l'Épître aux Galatien, p. 698.

[123]     cit. da L. Sabourin, o.c., p. 148.

[124]     BERTO Giuseppe, La Gloria, Oscar Mondadori, 1978; pp. 159,164,167,168,176, 177,178.

[125]     CARDINALE Claudia in Nell'anno del Signore, regia di Luigi Magni, 1969.

[126]     FROMMEL Gaston, L'expérience chrétienne, Un cours dogmatique, éd. Attinger Frère, Neuchâtel 1916, pp. 156,157.

[127]     RIVIÈRE, Le dogme de la Rédemption, p. 227 e seg., 385 e seg.; RICHARD, art. La Rédemption mystère d'amour, in Recherche de Science Religieuse, ottobre 1923, pp. 397-418

[128]    I teologi protestanti hanno spesso protestato contro simili concetti; scrive il ROBERTS in Salvation through Atonement, p. 52: «La riconciliazione è opera delle tre persone divine cooperanti in santa armonia. È la rivelazione dell'amore infinito delle tre persone unico Dio. Per amore il Padre dona il suo Figlio diletto; per amore il Figlio dona sé stesso; per amore lo Spirito Santo coopera in ogni momento all'opera di amore. Il Figlio è il "diletto", non solo al battesimo e alla trasfigurazione, ma anche al Getzemani e sulla croce» conf anche LODGETT, The spiritual Principe of the Atonement, pp. 380-397.

[129]     R. G. Bandas, o.c., p. pp. 217,218.

[130]     B. Sesboüé, o.c., pp. 369,370.

[131]     Tertulliano, Trattato sul battesimo, XX,1; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 370

[132]     Tertulliano, A penitenza, VII, 14; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 370

[133]     Ambrogio, Psalmo XXXVII  enarratio, 53; PL, 14; 1036; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 371

[134]     Ambrogio, Epistole, 72,8; PL 15, 1245 c - 1246 a; cit. B. Sesboüé, o.c., p. 371

[135]     Liber mozarabicum sacramentorum, 13, ed. Férotin, Didot, Paris 1912, col. 55; cit. da J. Rivière, Sur le première application du terme "satisfactio" à l'�uvre du Christ, IV, in Bulletin de Littérature Ecclesiastique, 1924, p. 364. 

[136]     CORBIN M., in Anselmo di Cantorbury, Lettre sur l'incarnation du Verbe. Pourquoi un Dieu-homme, Cerf, Paris 1988, pp. 17-23; cit. Sesboüé, o.c., p. 371.

[137]     Idem, p. 327; cit. Sesboüé, o.c., p. 373.

[138]     Idem, p. 339; cit. Sesboüé, o.c., p. 373.

[139]     Idem, p. 327; cit. Sesboüé, o.c., p. 373.

[140]     Idem, p. 329; cit. Sesboüé, o.c., pp. 373,374.

[141]     Idem, introduzione, p. 46; cit. Sesboüé, o.c., p. 383.

[142]     Idem, p. 47; cit. Sesboüé, o.c., p. 383.

[143]     B. Sesboüé, o.c.,  pp. 389,390.

[144]     Anselmo definiva il peccato: «non rendere a Dio ciò che gli è dovuto» I.XI. «niente è meno tollerabile del fatto che la creatura possa sottrarre al Creatore l'onore  a lui dovuto, senza restituire quanto aveva sottratto» I.XIII. «Non è confacente al carattere di Dio lasciare il peccato impunito» I.XII. «Se non si addice a Dio il compiere qualcosa di ingiusto o di illegale, non rientra negli obiettivi della sua libertà, misericordia o volontà di lasciare impunito il peccatore che non restituisce a Dio quanto gli ha sottratto» I.XII. «Non c'è nulla che, assai giustamente, Dio voglia sia rispettato quanto l'onore della sua dignità» I.XIII. Vedere J. Stott, o.c., p. 157.

[145]     «L'uomo peccatore deve a Dio, a causa del suo peccato, ciò che non può restituire e, a meno che non lo restituisca, non può essere salvato» I:XXV.

 

[146] Da qui scaturisce il dilemma con il quale termina il libro I:

L'unica soluzione possibile al dilemma umano è svelata proprio agli inizi del libro II: «"non c'è nessun altro .. che può offrire questa soddisfazione se non Dio stesso Ma nessun altro dovrebbe farlo se non l'uomo; altrimenti non è l'uomo ad offrire la soddisfazione». Dunque, «è necessario che una persona la quale sia contemporaneamente Dio e uomo faccia ciò» II.VI. Un essere che sia Dio e non uomo, uomo e non Dio, o un misto di entrambi, e perciò né uomo né Dio, non sarebbe adatto a tale compito. «È necessario che la stessa Persona che compie la soddisfazione sia perfetto Dio e perfetto uomo, poiché nessuno deve compierla se non uno che è veramente uomo» I.VII.

[147]     Ciò porta Anselmo ad introdurre Cristo; egli era (ed è) una Persona unica, poiché in lui «s'incontrano Dio e la Parola e l'uomo» II.IX.  Egli compì un'opera unica perché diede se stesso alla morte - non come debito (poiché era senza peccato e dunque non era sottoposto ad alcun obbligo di morte), ma liberamente per difendere l'onore di Dio. Era anche giusto che l'uomo, «il quale peccando rubava se stesso a Dio portandovisi il più lontano possibile, dovesse, nell'offrire la soddisfazione richiesta, arrendersi a Dio con la stessa completezza», cioè offrendosi alla morte volontariamente. Malgrado la gravità del peccato umano, la vita dell'uomo-Dio fu talmente giusta, elevata e preziosa, che l'offerta di se stesso alla morte «superò il numero e la grandezza di tutti i peccati» II.XIV, fornendo la riparazione richiesta dall'onore offeso di Dio. Vedere J. Stott, o.c., pp. 158,159.

[148]     La dottrina delle indulgenze, insegnamento tra i più iniqui che il cattolicesimo romano sia riuscito a creare nel Medio Evo, e che continua ad essere insegnato, creduto e proposto ai fedeli nella chiesa anche alla fine del secondo millennio, riproposto da Giovanni Paolo II nella sua lettera con la quale indice il Giubileo dell'anno santo ai fedeli a Roma, ha come suo supporto la dottrina dei meriti. Riportiamo quanto Laura RONCHI DE MICHELIS scrive in Anno santo, giubileo romano o giubileo biblico?, ed. Claudiana, Torino 1999, pp. 19-21: «L'offesa recata a Dio deve essere compensata col il pagamento delle pene. Dio diviene un creditore severo: per assolvere egli pretende dall'essere umano la soddisfazione e permette poi di commutare in pene temporali le pene eterne che gli sarebbero dovute per il peccato commesso Una volta che il creditore era diventato Dio chi pagava alla giustizia di Dio ciò che il peccatore esonerato avrebbe dovuto pagare? La risposta viene da Alessandro di Hales (1186-1245) che esaltando l'idea della funzione sacramentale della chiesa e fondendola con l'idea della chiesa come comunità di santi, formula la dottrina del "tesoro dei meriti". Cristo, Maria e tutti i santi hanno, nella loro vita, accumulato più meriti di quanto non fossero necessari alla propria salvezza; tutti quelli in più, però, non sarebbero stati dispersi ma, messi in comune, avrebbero costituito un tesoro che grazie al potere delle chiavi i papi possono amministrare, e dispensare con l'indulgenza, a beneficio di tutti gli altri fedeli che si trovano in difetto. La dottrina, fissata poi definitivamente da Tommaso d'Aquino, prevede già che l'indulgenza possa per estensione essere applicata anche ai defunti che si trovano in purgatorio. L'indulgenza, espone il canone 911 del Codice di diritto canonico, è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale dovuta per i peccati già cancellati quanto alla colpa, remissione che l'autorità ecclesiastica accorda dal tesoro della chiesa, per i vivi a modo di assoluzione e per i defunti a modo di suffragio. Tale dottrina, rimasta nella sostanza stabile attraverso i secoli, viene riassunta in breve da Giovanni Paolo II nella bolla d'indizione del giubileo del 2000».

[149]     DENZINGER H. SCHTMMENTZER A., Enchiridion Symbolorum, ed. 32, 1963, p. 1526; cit. J. Galot, o.c., p. 231.

[150]     G. Calvino, Istituzione, II.XVI.10: cfr II.XII,3.

[151]         MURRAY John, Redemption Accomplished and Applied, Grand Rapids, Eerdmans 1955,  Carlisle, Banner of Truth 1961, p. 77 cit. J. Stott, o. c., p. 203.

[152]         MARSHALL I.H., The Work of Christ, Paternoster Press, Exeter 1969, p. 74; cit. idem, p.  204.

[153]         FORSYTH P.T., Justification of God, Duckworth, London 1916, p. 35; cit. idem, p. 205.

[154]         FORSYTH P.T., The Cruciality of the Cross, Hodder & Stoughton, London 1909, pp. 205,206; cit., idem,    p. 206.

[155]         BUTTRICK George A., Jesus Came Preaching, una lezione fatta a Yale e pubblicata nelle "Yale Lectures"; Scribner, New York 1931, p. 207. L'illustrazione di questo quadro può essere preso in prestito da chiunque voglia parlare della sofferenza di Gesù e del Padre al Golgota.

[156]         DALE R.W., The Atonement, Hodder & Stoughton, London 1894, p. 393; cit. idem, p. 214.

[157]         BARTH Karl, Church Dogmatics,a cura di G.W. Bromiley e T.F. Torrance, T % T. Clark, Edimburg,1956, 1957,  pp. 246, 254.

[158]         J. Stott, o.c., pp. 148,149, 203-205,210-217.

[159]         J. Stott dopo essersi posto delle domande propone due risposte: «Perché Dio non può mettere in pratica ciò che predica ed essere ugualmente generoso? Non è necessario che qualcuno muoia prima di perdonarci l'un l'altro. Perché allora Dio rende così complicato il nostro perdono e lo dichiara impossibile senza il "sacrificio per il peccato" di suo Figlio? Sembra una superstizione primitiva che il mondo moderno avrebbe dovuto abbandonare da tempo. Anselmo risponde, quel tale: "Non ha ancora considerato la gravità del peccato" o, letteralmente, "quale peso enorme sia il peccato" (I.XXI). La seconda risposta potrebbe essere espressa similmente: "Voi non avete ancora considerato la maestà di Dio". Quando la nostra percezione di Dio e dell'uomo, o della santità e del peccato, è distorta, lo sarà certamente anche la nostra comprensione dell'espiazione. Questo ragionamento, "se noi ci perdoniamo l'un l'altro senza condizioni, Dio faccia lo stesso con noi" rivela non un ragionare sofistico ma superficialità poiché trascura il fatto elementare che noi non siamo Dio. Noi siamo degli individui isolati e i misfatti degli altri sono delle offese personali. Dio invece non è un individuo isolato e il peccato non è semplicemente un'offesa personale; al contrario, Dio stesso è l'autore delle leggi che noi trasgrediamo ed il peccato costituisce una ribellione contro di lui. Perciò la domanda cruciale che dovremmo porci è un'altra: non perché sia difficile per Dio perdonare, ma come questo sia possibile. Ha detto E. Brunner: "Il perdono è l'esatto opposto di tutto ciò che può essere dato (p. 113) per scontato. Niente è meno ovvio del perdono" BRUNNER Emil, The Mediator,  Westminster Press, Philadelphia 1947, p. 448. O, con le parole di Carnegie Simpson, "il perdono è per l'uomo il dovere più ovvio; per Dio è il problema più profondo" CARNEGIE P. Simpson, The Fact of Christ, Hodder & Stoughton, London 1900, p. 109. Il problema del perdono è costituito dalla collisione inevitabile tra la perfezione divina e la ribellione umana, tra Dio nel suo essere e noi nel nostro. L'ostacolo al perdono non è rappresentato soltanto dal nostro peccato e dalla nostra colpa, ma anche dalla reazione divina sia d'amore sia d'ira verso i peccatori colpevoli. Poiché anche se "Dio è amore", dobbiamo ricordare che il suo amore è "un amore santo", un amore struggente per i peccatori, che allo stesso tempo si rifiuta di condonare il loro peccato. Come può allora Dio esprimere il suo amore santo? - il suo amore nel perdonare i peccatori senza compromettere la propria santità nel giudicare i peccatori senza rendere vano il proprio amore? Trovandosi di fronte al peccato umano, come poteva Dio restare fedele alla sua essenza d'amore e santità? Come dice Isaia, in che modo poteva essere contemporaneamente un "Dio giusto" e un "Salvatore" 45:21? Poiché anche se è vero che Dio dimostra la sua giustizia prendendo l'iniziativa di salvare il suo popolo, le parole "giustizia" e "salvezza" non possono essere considerate semplici sinonimi. La sua iniziativa salvifica, invece, era compatibile con la sua giustizia e la esprimeva. Alla croce nel suo santo amore Dio stesso pagò in Cristo tutta la pena per la nostra disubbidienza. Egli assunse su di sé il giudizio che meritiamo per concederci il perdono che non meritiamo. Sulla croce si espressero ugualmente la misericordia e la giustizia divine, e si riconciliarono eternamente. L'amore santo di Dio fu "soddisfatto"». o.c., pp. 113-115.

[160]     B. Sesboüè, o.c., vol. 1,  p. 67.

[161]     BOFF Leonardo, Passione di Cristo - passione del mondo, ed. Cittadella, Assisi 1978, p. 133.

[162]     L'accettazione di questa dottrina è involontariamente espressa, anche se di fronte all'obiezione, il fedele protestante ed evangelico cerca di giustificare il suo linguaggio con dei distinguo le cui distinzioni sono di difficile comprensione, quando il cristiano non cattolico conclude la propria preghiera spontanea con la formula: «Ti chiediamo questo per i meriti di tuo Figlio Cristo Gesù». 

[163]     ONELLI Alfredo, culto evangelico, domenica 14/4/1982.

[164]     KUÈNG Hans, Essere cristiano, ed. Feltrinelli, Milano 1976, pp. 478,49,47,58; nota n. 5, p. 479.

[165]     RICHARDSON A., An Introduction to the Theology of the New Testament, London 1958, p. 239; cit. da QUARELLO Eraldo, Il sacrificio di Cristo e della sua Chiesa, in Giornale di Teologia, n. 39, ed. Queriniana, Brescia, 1970, pp. 43,44.

[166]     Traduction �cuménique de la Bible (TOB), Paris  1972, Romani 3:24, nota II.

[167]     VARONNE François, Ce Dieu censé aimer la souffrance, éd. Cerf, Paris 1988, pp. 163-165.

[168]     HONTAN De La, Nouveau voyage dans l'Amerique Septentrionale, t. II, p. 119; cit. BASILIO DE S. PABLO, C.P., Uno scandalo per i razionalisti, in Fonte di Vita, n. 4, 1958, p. 14.

[169]     DIDEROT, Pensée philosophique, XI éd.,  in �euvre de Denis Didérot, t. I, Paris 1818, p. 120; cit. idem, p. 14.

[170]     STRAUSS, Die Christliche Glaubenslehre in ihrer geschlichtlichen Entweekelung, Tubings, t. II, p. 257 s.; cit. idem, p. 14.

[171]     CARRE B., Paul's Doctrine of Redemption, New York 1914, p. 88; cit. idem, p. 15.

[172]     GIRARD Remé, Des choses cachées depuis la fondation du monde, p. 206; cit. F. Varonne, o.c., p. 6.

[173]     F. Varonne, o.c., p. 18.

[174]     DUQUOC Christian, La mort du Christ, in Lumière et Vie, n. 101, 1971, pp. 7,9,80.

[175]     B. Sesboüé, o.c., pp. 80,81;  vedere  DELUMEAU Jean, Il peccato e la paura. L'idea di colpa in Occidente dal XIII al XVIII secolo, il Mulino, Bologna 1987, pp. 525-535 e pp. 725-760; Le péché et la peur. La culpabilisation en Occident (XIII-XVIII siècles), Fayard, Paris 1983, pp. 321-332.

[176]     B. Sesboüé, o.c., p. 82.

[177]     Crediamo si possa dire che la croce, con la sua sofferenza, sia la risposta di Dio al problema della sofferenza umana, questa realtà che colpisce brutalmente e profondamente l'umanità, sia nel fisico, sia, più penosa ancora, quella morale a causa dell'ingiustizia, degli imbrogli, della derisione, delle sconfitte, dei soprusi, dell'impotenza nei confronti di chi detiene il potere. La croce risponde a questo dramma dell'umanità. Essa è l'espressione della partecipazione di Dio all'angoscia degli uomini. In questa prospettiva la croce non è il castigo di Dio al peccato dell'uomo e contrasta tutto il pensiero del passato e del presente.

         Nella tragedia greca la sofferenza e le disgrazie erano le punizioni degli dèi alla presunzione umana. Questo modo di pensare ha caratterizzato anche il pensiero occidentale cristiano. Albert Camus lo contesta nella sua opera La peste. Dopo una settimana di preghiere i fedeli sono riuniti alla domenica mattina in chiesa e il rev. Paneloux dice ai fedeli: «Fratelli miei, voi siete nella sventura, fratelli miei voi l'avete meritata. Dio punisce gli orgogliosi e i ciechi; ha atteso, ma ora castiga coloro che sono rimasti nel peccato, li castiga in vista della loro conversione». A questo pensiero, per nulla cristiano, Camus reagisce e fa dire al medico Rieux che assiste un bambino colpito dal male: «Questo qui almeno era innocente e lei (rev. Paneloux) lo sa molto bene». Giobbe, dopo aver perduto beni, figli e salite, si ribella agli amici che volendolo consolare lo accusano di tenere nascosto dei peccati a causa dei quali il Signore lo punisce. Con forza chiede da Dio una risposta. L'Eterno lo rimprovera per la sua ignoranza, ma non lo accusa per il suo peccato. Giobbe non ottiene una risposta da Dio, ma si inchina davanti alla sua trascendenza.

         Questo modo di spiegare la sofferenza, presentandola come punizione di Dio, era presente anche ai tempi di Gesù. Per contrastare questo pensiero il Maestro dice che coloro che furono uccisi dai soldati di Pilato mentre offrivano il loro sacrificio al tempo, o coloro che furono sepolti dal crollo della torre di Siloe non erano peggiori degli altri cittadini di Gerusalemme. Sia il massacro, sia l'incidente sono delle realtà che non sono l'effetto di una causa, se non quella di non essere nella casa del Padre. Anche il cieco nato non soffriva questa anomalia né a causa del peccato dei genitori, né a causa del proprio peccato.

         La punizione del peccato Gesù la presenta come qualcosa che riguarda il futuro, il risultato del giudizio.

         Di fronte alla sofferenza Gesù non propone pensieri, dottrine, presenta la sua persona, l'Emanuele, Dio con gli uomini. Dio che da sempre vive e sente la sofferenza dell'umanità, nel Dio uomo lo dimostra. In Gesù si ha così la dimostrazione che la sofferenza non è la punizione del colpevole, perché lui è innocente, santo, giusto, è l'uomo vero. Isaia, nel presentare il servo sofferente dell'Eterno ricorda che sono gli uomini ha pensare che Lui soffre colpito da Dio.

         Nella sofferenza del fratello, nella sofferenza dell'innocente, l'uomo può scorgervi il volto del Signore.

         La sofferenza del Cristo può essere considerata come espiatrice del nostro peccato perché ci può purificare dalla nostra ribellione, dalla mancanza di fede, di amore nei confronti del nostro Dio.

         Se nell'A.T. la donna che soffre i dolori del parto raffigura il popolo che soffre a causa delle conseguenze delle proprie ribellioni, Gesù utilizza la stessa immagine, completandola con la nascita del bambino, che fa dimenticare alla donna la sofferenza perché è fiorito alla vita un altro essere (Giovanni 16:21). Così facendo Gesù sottolinea la brevità della tristezza messa in relazione con la durata molto più lunga di una gioia che dura nel tempo e che nessuno può togliere. In questa prospettiva la Chiesa dovrebbe vedere e vivere la sofferenze come il passaggio ad una gioia ancora più intensa. Ciò ci permette di capire perché tutte le volte che Gesù parla della sua sofferenza e della sua morte, annuncia anche la risurrezione.

         La croce non testimonia quindi la collera divina, ma la grandezza, la solidarietà dell'amore di Dio per gli uomini. La croce testimonia che per qualsiasi tragedia, anche quella dell'innocente, c'è la vittoria della risurrezione.

[178]     ZURCHER Jean, La Bible et le problème de la souffrance, in Servir, IIo  trimestre 1991, pp. 12,13.

[179]     GALOT Jean, La Rédemption mystère de l'Alliance, Paris 1965, p. 85.

[180]     EVELY Louis, Oser parler, éd. le Centurion, Paris 1982, p. 140.

[181]     Una domanda che mette in discussione l'onnipotenza di Dio, e che in un passato veniva formulata da chi voleva mettere in difficoltà i crederti, recitava: "Può Dio nella sua onnipotenza creare un peso pesante che lui stesso non sarebbe in grado di sollevare?" Dietro questo domanda c'era già l'osservazione: "Se Dio è onnipotente di fare quanto chiesto, poi non lo è più nel sollevare quanto ha fatto". Se la risposta è negativa allora il Dio della creazione non è onnipotente. La domanda è interessante, ha la sua logica. Ma è una di quelle domande che non può avere risposta.

[182]     F. Prat, o.c., vol. 2, Paris 1961, p. 226.

[183]     In questa sezione ci ispiriamo al lavoro del prof. STÉVENY George, Le Mystère de la Croix, vrai Visage de Dieu, manoscritto,  s.l., s.d., manoscritto. Per alcune precisazioni linguistiche: GEORGE Augustin, in Lumière de vie, n. 101, Lyon, marzo 1971, pp. 34-59.

[184]     SCHUERMANN  H., Comment Jésus a-t-il vécu sa mort?, Cerf, Paris 1977, p. 41.

[185]     JOUON  P., Les verbes boulomai et thelô dans le Nouveau Testament, in Revue Sciences Religieuses, n. XXX, 1040, pp. 227-238.

         Riportiamo quanto scrive SCHRENK Gottlob, Boulemai, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol II, Paideia, Brescia 1966, col. 301 e seg.: «L'originaria distinzione semantica fra Boulomai e (e)thelo è sempre oggetto di accesa controversia tra i filologi. Due tesi contrapposte si contendono il campo:

a)        la prima vede thelein l'appetizione istintiva e irriflessa e in Boulesthai invece quella razionale e cosciente. Secondo questa tesi ethelein indicherebbe perciò il valore per inclinazione, per istinto naturale, la proclivitas animi e desiderio, mentre Boulesthai designerebbe il valore per deliberazione riflessa, il consilium secundum deliberationem.

b)        Secondo altri invece ethelein indicherebbe la decisione pratica dell'intelletto, mentre Boulesthai significherebbe aver voglia, ossia un'inclinazione o un desiderio dell'anima». Infatti lo stesso SCHRENK Gottlob in Thélein, nel Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol IV, Paideia, Brescia 1968, col. 269, scrive: «Riferito a Dio, thélein ha sempre un carattere di fermezza assoluta, di sovrana sicurezza e di certa efficacia. Ề un valore risoluto, integrale. Significa sempre: a) volontà divina nella creazione (1 Corinzi 12:18; 15:38), oppure b) la sovranità di Dio nell'opera di salvezza (Giovanni 3:8, riferito allo Spirito nel rigenerare; 1 Timoteo 2:4, riferito alla sovrana e misericordiosa volontà di salvezza universale)».

«La prima tesi - continua G. Schrenk, nel II volume - è corroborata dall'innegabile connessione etimologica esistente fra Boulesthai e Boule, Bouleuein, Bouleusthai, mentre a favore della seconda sta il frequente uso di Boulesthai come sinonimo di emithumein.

Il fatto che l'uso omerico ed erodoteo presupponga come significato primo di Boulomai quello di voler piuttosto, preferire, decidere, scegliere (sovente con la congiunzione e) è una chiara conferma della tesi, sostenuta per primo da Ammonio, che attribuisce a Boulomai il significato fondamentale di voler in base a una scelta, preferire, decidere. Da questo primitivo significato è sorto poi quello generico di bramare, decidere, mirare

Boulomai nel N.T.

a)Nella maggioranza dei passi neotestamentari Boulomai presenta, come nei LXX, in Aristea, Giuseppe, Filone, il significato di desiderare, bramare, proporsi, spesso confusi fra loro (ventisette passi su trentasette complessivi).

b)Invece in tre passi delle lettere pastorali indica una disposizione impartita dall'autorità apostolica.»

c)Più importanti dal punto di vista teologico sono naturalmente i passi (sette) in cui Boulomai esprime la volontà di Dio, del Figlio e dello Spirito.  In Ebrei 6:17 si legge che Dio, nell'ambito dell'economia della salvezza, ha voluto dimostrare con maggiore evidenza l'immutabilità del suo proposito agli eredi della salvezza. In questo caso Boulomai indica l'eterno e inalterabile consiglio di Dio, allo stesso modo che in 2 Pietro 3:9 esprime la volontà divina di condurre tutti gli uomini alla salvezza».

[186]     Anche se non risulta che Satana abbia ucciso qualcuno, la sua ribellione nell'eternità (Isaia 14:12-15; Ezechiele 28:11 e seg.) è fermento di crimini, di morte.

[187]     L'EPLATTENIER Charles, in Le Christianisme au XXe siecle, 16 aprile 1984, p. 16.

[188]     Platone, République, 362a.

[189]    SESBOÜÉ  Bernard, Jésus-Christ médiateur, vol. II,  Les Récits du salut, éd. Desclée, Tournai 1992, p. 203.

[190]         J. Stott critica questo modo di vedere facendo riferimento alla parabola del fariseo e pubblicano, al servo spietato e al figlio prodigo, facendo tre osservazioni: «Primo, le parabole in questione non fanno allusione nemmeno a Cristo. Da ciò dobbiamo forse dedurre che per il perdono non vi sia bisogno non solo della croce, ma nemmeno di Cristo? Secondo le parabole gettano luce sulla condizione del perdono, e non sul suo fondamento. Essi ci dicono cosa dobbiamo fare, ma non dicono direttamente nulla su cosa ha fatto Dio per il nostro perdono. Terzo. I cristiani vedono la croce in tutte e tre le parabole perché la misericordia che perdona espressa da Dio all'umile pubblicano, al servo bancarottiere e al figlio prodigo è stata dimostrata in modo supremo e storico nell'amore di Dio che ha dato se stesso in Cristo, il quale morì perché i peccatori potessero essere perdonati» o.c., pp. 300,301.

[191]     POHIER Jacques, Quand je dis Dieu, 1987, pp. 164,165.

[192]     JEREMIAS Joachin, Teologia del Nuovo Testamento, ed. Paideia, Brescia, pp. 328,329.

[193]     L. Boff., o.c., p. 105.

[194]     MORALDI Luigi, Per una corretta lettura della Soteriologia biblica, in La Scuola Cattolica, 4,5, luglio-ottobre 1980, pp. 334-337.

[195]     L. Boff, o.c., p. 38.

[196]     A. Dumas, o.c.,   p.  583.

[197]     BENEDETTI Paolo de, Prefazione a, GAROTA Daniele, L'onnipotenza povera di Dio, ed. Paoline, Milano 2001, p. 8.

[198]     L. Boff, o.c., p. 122.

[199]     WHITE Ellen, Conquistatori di pace, ed. A.d.V., Falciani 1985, pp. 15-23.

[200]     WHITE Ellen, La speranza dell'Uomo, ed. A.d.V., Falciani 1978, pp. 408, 409.

         D. Carota esprime un pensiero analogo: «Se Gerusalemme avesse riconosciuto il tempo in cui fu visitata; se Israele avesse accolto il suo Messia; se gli uomini tutti si convertissero al Vangelo, non verrebbe forse il regno di Dio in tutto lo splendore di cui hanno parlato i profeti? Ma così non è andata e così non va . La storia ha camminato secondo il volere di Dio ma anche secondo quello degli uomini. Dio si lascia trascinare dall'uomo come un padre colmo d'amore dalle bizzarie del suo figliolo che sperpera ogni sostanza. Al sacrificio di Gesù si arriva, come già per il libello di ripudio al tempo di Mosè, a causa della nostra "durezza di cuore" iMatteo 19:8. Dio avrebbe voluto diversamente, avrebbe voluto che io suo Regno sopraggiungesse nella pienezza dell'accoglimento umano che dice: sì, tu sei degno di ricevere ogni cosa (Apocalisse 5:12), tu sei il figlio del padrone. Ma i "vignaioli" non hanno fatto questo.. . Gli uomini sputano in faccia a Dio: gli mettono in mano una canna, lo incoronano di spine, e poi lo fanno regnare da una croce. Ecco come è stato trattato colui che ci ama e per sempre ci amerà. Non calcoli e programmi secondo un qualche logos eterno, ma uno scandalo e una follia d'amore conducono Dio al grido della croce e ai margini dell'orrore apocalittico. "Caduta la prima infinita possibilità la Redenzione si orienta sulla via del sacrificio. Così anche il regno di Dio non viene come avrebbe dovuto venire - esuberante plenitudine destinata a mutare la storia -, ma d'ora in poi rimane, per così dire, sospeso. Rimane in 'divenire', fino alla fine del mondo, legato ormai alle decisioni dei singoli, di ogni piccola comunità e di ogni tempo, se pure verrà, e fin dove potrà procedere" R. Guardini. È la croce l'arma del combattimento nostro e di Dio, di una lotta senza quartiere e dagli esiti incerti». GAROTA Daniele, L'onnipotenza povera di Dio, ed. Paoline, Milano 2001, pp. 35,36.

[201]     Idem, p. 34.

[202]     BOVON Jules, Théologie du Nouveau Testament, t. II, Lausanne 1894, p. 165.

[203]     A. Sabatier, o.c., p. 107.

[204]     BALAQUÈ A., Conversione, in  Enciclopedia della Bibbia, vol. II, ed. ElleDiCi, col. 530,531.

[205]     F. Prat, o.c., pp. 189,190.

[206]  D. Garota, o.c., pp. 114,115.

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