Capitolo III

 

ALCUNE ESPRESSIONI BIBLICHE

RIGUARDANTI LA SALVEZZA

 

 

             In questo capitolo considereremo alcune espressioni che la Parola di Dio utilizza in relazione alle conseguenze del sacrificio di Cristo Gesù.

 

REDENZIONE o RISCATTO

 

             La voce redenzione deriva dal latino redemptio, che a sua volta si ricollega al verbo redimere, liberare, comprare. I termini greci corrispondenti sono lutrousithai (riscattare) e i sostantivi lutrosis e apolutrosis (azione di riscattare), derivano da lutron (riscatto o prezzo di rilascio), una espressione quasi tecnica nel mondo antico per indicare l'acquisto di uno schiavo o il suo affrancamento, liberazione.

             Queste voci ricorrono già nella versione greca della Bibbia, dove riflettono naturalmente il significato specifico dei verbi ebraici ga'al (vendicare, fare giustizia) e padah (separare, liberare). Tali due verbi ricorrono spesso nelle suppliche in cui si chiede a Dio la liberazione dai nemici o da situazioni disgraziate; si ritrovano quindi anche a proposito dell'esodo dall'Egitto (Esodo 6:6; Deuteronomio 7:8; 15:15) e dall'esilio babilonese (Isaia 43:1-4; 48:20; 51:11; Geremia 31:11). In questi casi non si tratta tanto di "riscatto" nel senso tecnico della parola, quanto di "liberare" da condizioni di soggezione, sudditanza e quindi di disgrazia. Per l'azione liberatrice di Dio, il Signore non domanda nulla in cambio, agisce per amore, per grazia (Deuteronomio 7:7-9; Salmo 49:8.9.16), anche per quanto riguarda la liberazione finale (Isaia 1:16-27; 35:8-10). Osserva correttamente il teologo E. Jacob: «È evidente che l'impiego - del go'el, il parente prossimo che interviene per riscattare qualcuno - a proposito di Yahvé, l'idea di riscatto (che può comportare il pensiero di pagare qualcosa) cede il passo a quella più generale di liberazione, poiché per Yahvé, non sarebbe possibile pagare un riscatto; la sua opera di liberazione la compie senza sforzo; ma quando è detto che Yahvé mette a nudo il suo braccio (Isaia  52:10), possiamo cogliervi l'idea di un certo sforzo mediante il quale Yahvé paga mediante la propria persona il riscatto che comporta il perdono[1]».[2] 

             «Come hanno ribadito studiosi recenti, anche le voci neotestamentarie apolutrosis, lutrosislutroumai, quando ricorrono nel contesto della salvezza attuata da Dio attraverso Cristo, conservano questo significato veterotestamentario. Cioè non esprimono tanto l'idea di "riscattare, pagando qualcosa a qualcuno", quanto quella di "liberare dalla soggezione di qualcuno". Lutrosis (confr. Luca 1:68; 2:38); lutromai (Luca 24:21; Tito 2:14; 1Pietro 1:18); apolutrosis (Romani 3:24; 1Corinzi 1:30; Efesi 1:7; Colossesi 1:14, Ebrei 9:15).  Anche la stessa voce lutron (riscatto), quando ricorre sulla bocca di Gesù (Matteo 20:28; Marco 10:45), non designa il "prezzo di riscatto", ma se stesso come "mezzo" attraverso cui Dio avrebbe realizzato l'attesa liberazione.

              È vero che Paolo proclama che i cristiani sono stati "comprati a caro prezzo" (agorazein) 1 Corinzi 6:20, 7:23, anche Apocalisse 5:19; 14:3 sostiene lo stesso pensiero, ma l'apostolo non crediamo che pensi ad un loro "riscatto" vero e proprio, a una transazione, bensì utilizza questa espressione per affermare la loro "appartenenza a Dio" dal Quale sono stati liberati, così come era già stato per gli antichi Ebrei dell'esodo (confr. Esodo 6:4; 15:16). Del resto è proprio lui, Paolo, che, nel contesto della redenzione (designata come apolutrosis), usa ripetutamente il verbo "liberare" (eleutheroun) Romani 6:18,22; 8:2,21; Galati 5:1».[3]

             Nelle Scritture ebraiche la redenzione o riscatto è opera di Dio. L'Eterno è il Redentore, cioè Colui che riscatta, che libera Israele (Esodo 6:6; 15:13; Deuteronomio 7:8; Isaia 41:14; 43:1,14; 44:22,23). L'Eterno riscatta il suo popolo liberandolo dall'Egitto (Esodo 6:6; Isaia 51:10). Quando la nazione ebraica si allontana da Dio, viene "venduta" ai suoi nemici (Deuteronomio 32:30; Giudici 2:14; 10:7). A seguito del pentimento Yahvé interviene nuovamente nella storia e libera Israele (Isaia 35:9,10; Michea 4:10). Come l'Eterno nel vendere Israele ai suoi nemici non guadagna nulla, così riscattandolo non spende nulla. Il riscatto viene quindi presentato non come una transazione, ma come l'intervento di Dio in favore del suo popolo. L'Eterno si presenta come Go'el, colui che riscatta, quale parente più prossimo, lo sposo, dell'intera nazione che è la sua sposa (Isaia 54:5). Riepiloga André Viard: «Tutti questi riscatti sono gratuiti e si fanno senza che un prezzo del riscatto sia stato richiesto o pagato (vedere Isaia 52:3). Sono in effetti la conseguenza di una vittoria riportata da Dio stesso sulle potenze ostili che minacciavano o opprimevano coloro che Gli appartenevano.  Per questo liberare sarebbe una traduzione più esatta che riscattare».[4]

             Isaia 43:3 crediamo sia l'unico testo delle Scritture ebraiche in cui Dio per liberare Israele dalle mani di Ciro dà al re, in riscatto, l'Egitto e Seba. Ma da una lettura più approfondita risulta chiaro che Dio non è sceso a patti con il re persiano e non ha fatto scambi con lui, ma lo ha ricompensato con altre nazioni a causa della sua generosità nell'emancipare Israele.

             La redenzione o liberazione è il passaggio «dalle tenebre alla luce e dalla potestà di Satana a Dio» Atti 26:28; dalla schiavitù del peccato alla libertà di figli di Dio (Romani 7:14,24); è la liberazione dal vano modo di vivere trasmessoci dai padri (2 Pietro 1:18; vedere Efesi 2:1e segg.).

             Questa redenzione come azione liberatrice e non come conseguenza di un pagamento, è chiaramente indicata nella liberazione che Gesù compirà al suo ritorno, come lui stesso ha insegnato nel suo discorso escatologico (Luca 21:28) e come Paolo ribadisce nelle sue lettere (Romani 8:23; Efesi 1:14; 4:30).

             La redenzione, o il riscatto, indica quindi la liberazione compiuta da Dio nei  confronti degli uomini.   Egli li ha liberati perché essi si sono arresi nella loro rivolta e hanno accettato che Dio intervenisse nella loro vita.

             G. Bonsirven fa notare che la parola "redenzione", "riscatto" si trova sette volte in Paolo (otto volte se si considera sua anche la lettera agli Ebrei) Romani 3:24; 8:23; 1 Corinzi 1:30; Efesi 1:7,14; 4:30; Colossesi 1:14; Ebrei 9:15. Ma per l'apostolo questa parola non comporta necessariamente il prezzo di riscatto voluto dalla nostra etimologia, bensì si applica al processo molto largo mediante il quale Dio, in Gesù Cristo, ci accorda dei beni soprannaturali. L'apostolo preferisce il termine più largo di salvare, salvatore, salvezza.[5]

             Stando quindi al significato specifico del termine che noi traduciamo con riscatto e ai testi che lo usano, ci sembra insostenibile l'idea che Gesù per salvarci abbia dovuto pagare il prezzo della nostra liberazione a Satana o alla legge o a Dio stesso (vedere il nostro Capitolo IV, Teoria del riscatto). Il teologo cattolico Jean Galot osserva: «Nel linguaggio biblico prima di Cristo, il termine greco "redenzione" aveva spesso perduto ogni riferimento ad un riscatto e designava una specie di liberazione».[6]

 

 

SALVEZZA

 

              J. Diaz y Diaz, nell'Enciclopedia della Bibbia alla voce Salvezza, scrive che nella traduzione greca della LXX il verbo corrisponde al vocabolo ebraico yasha, con meno frequenza ahissil (liberare), palat (riscattare), padah (redimere), hayah (vivere). Il verbo yasha si applica a Yahvé circa un centinaio di volte, sempre nelle forme nifal o hifil; di esse circa quarantasette si trovano nel salterio.

             Nel suo senso etimologico, yasha significa "essere spazioso", "svolgersi senza ostacolo", "ottenere la vittoria in battaglia" (1 Samuele 14:45). "Salvare" significa disporre della forza sufficiente per operare in maniera che questa risulti evidente... Colui che ha bisogno della salvezza è uno che è oppresso e la sua salvezza consiste nel vedersi liberato dal pericolo che lo minaccia o dalla tirannia che lo opprime.

             Sul piano teologico, la salvezza viene attribuita a Dio nei suoi rapporti con Israele. Solamente lui è tanto forte da operare per forza propria la "salvezza" (vittoria, sicurezza, libertà).

             Il verbo sozein  appare circa 111 volte nelle Scritture apostoliche, sebbene con notevole sproporzione statistica, dato che è assente in Galati, Filippesi, Colossesi, 2 Pietro  e nelle lettere di Giovanni. Il termine soteria appare circa 45 volte e manca in Matteo e Marco. In Luca si incontra 4 volte, delle quali 3 nel vangelo dell'infanzia; una volta in Giovanni, in 2 Pietro e Giuda; 2 volte nelle lettere Pastorali; 7 in  Ebrei e 15 nelle lettere Paoline. Da ciò si può già concludere l'importanza preponderante che questo termine ha negli scritti di Paolo, paragonati con il resto della letteratura neotestamentaria.

             Nelle religioni misteriche la parola soteria ha una relazione stretta con la morte e si riferisce ai pericoli che attendono l'anima subito  dopo la morte, garantendo in quell'istante il soccorso della divinità.

             Nel culto dell'imperatore si inquadra in uno schema puramente temporale. Si tratta della prosperità, della pace e del benessere politico e umano, ma ha pure un carattere religioso a motivo del culto che viene tributato all'imperatore.

             Esiste una soteria sul piano cosmologico; essa viene attribuita a Giove o agli dèi in generale e non è altro che la conservazione dell'universo, è una salvezza di carattere statico e spaziale.

             In contrapposizione a questi tipi di soteria, le Scritture apostoliche ci presentano un concetto che è ambientato nelle idee delle Scritture che hanno preceduto la venuta di Gesù.

             La salvezza di cui si parla nelle Scritture apostoliche riguarda la liberazione dall'infermità, dalla schiavitù, dalle tenebre, dall'alienazione esistenziale, dall'oppressione di qualunque tipo, ecc.: infermità (Matteo 9:22); schiavitù (Galati 5:1; 2 Corinzi 3:17); tenebre (1 Pietro 2:10; Efesi 2:12,13; Luca 1:77); oppressione (Atti 7:25).

             La salvezza neotestamentaria si polarizza attorno a questi tre aspetti fondamentali: liberazione dalla distruzione, dal giudizio e dalla morte escatologica (Filippesi 1:28; Romani 5:9; Ebrei 5:7).[7]  Partendo da questi concetti, la "salvezza" acquista un senso eminentemente positivo, giacché si presenta come il passaggio dalla sfera della morte a quella della vita (Giovanni 3:16; 10:28; 11:50; 17:12; Romani 5:10). La salvezza è attribuita a Dio o alla sua grazia (Luca 2:30; 3:6; Tito 2:11).  Con ciò ci troviamo esattamente sulla linea delle Scritture ebraiche dove la salvezza viene presentata come attributo esclusivo di Dio. Tuttavia nelle Scritture apostoliche la salvezza viene posta pure su un piano cristologico.  Cristo Gesù l'operatore della salvezza, "lui,  il principe della salvezza", e a lui viene attribuita l'origine della salvezza (Ebrei 2:10; 5:9; Giovanni 4:42). Ripetute volte, con un formulario vario, viene chiamato "salvatore" al pari di Dio (Tito 1:4; 2:13; 2 Timoteo 1:10). Questa visione della salvezza ristabilisce la pace con Dio, non è la conquista di uno stato dell'anima mediante una convinzione (fede), come la si può riscontrare nelle religioni tradizionali e nel movimento della New Age, ma è il ritorno, il ristabilire una relazione dell'uomo con Dio, con il Signore Cristo Gesù.

             «Il termine "liberazione" sembra attualmente il più suggestivo per designare l'obiettivo dell'opera di Cristo, che tradizionalmente è stata sempre definita "salvezza" o "redenzione". I concetti di salvezza e di liberazione sono molto vicini l'uno all'altro. Vi è però una sfumatura che li distingue: osserviamo infatti che "salvezza" evoca una minaccia alla quale si sfugge, mentre la "liberazione" si riferisce più precisamente a un male attuale al quale si viene sottratti. Salvare qualcuno è strapparlo ad un pericolo; liberare qualcuno è disimpegnarlo da una situazione che opprime o che assoggetta. I due aspetti si ritrovano nell'opera di Cristo».[8]

 

ESPIAZIONE o PROPIZIAZIONE

 

             «Le traduzioni moderne della Bibbia - e perfino la Vulgata - sogliono usare alcune volte il verbo expiare, espiare, e altre volte il termine propitiare, propiziare, come versione di uno stesso vocabolo originale: l'ebraico kipper e il greco ilasterion».[9]

             Espiare[10] significa, nelle nostre lingue moderne e pure in latino, "cancellare le colpe, purificarsi da esse mediante qualche sacrificio"; o anche purificare una cosa profanata. Ma significa anche la pena che il colpevole subisce e che gli è stata imposta per il suo delitto; e di conseguenza il significato di espiare si avvicina a quello di propiziare. Per propiziare intendiamo anche calmare, placare l'ira di qualcuno, rendendolo favorevole o accattivandosi la sua volontà.

             La descrizione delle cerimonie della hattah't (sacrificio per il peccato involontario) e dell'asam (sacrificio di riparazione) è regolarmente accompagnato da questa formula: «Così il sacerdote farà l'espiazione (kipper) del peccato di lui, e gli sarà perdonato» Levitico 4:26,20; 5:6,10,13,16,18; ecc.

             Quale è il giusto significato di kipper che viene tradotto per purificare, espiare, propiziare?

J. Stott si chiede: «Chi è l'oggetto dell'azione espiatoria (meglio  kipper, ndt), Dio o l'uomo? Se è il primo dei due, allora la parola appropriata è "propiziazione" (placare Dio), se è il secondo, la parola giusta è "espiazione" (sistemare, mettere a posto il peccato e la colpa)»,[11]  il cui termine può mettere in risalto la pena con la quale si sconta il castigo, o anche il semplice significato di purificare, pulire, togliere, cioè, cancellare il male compiuto non come conseguenza dell'espiazione subita.[12]

             «Il verbo  espiare (kipper) riassume lo scopo del sacrificio espiatorio; ha per oggetto i peccati oppure le cose (tempio, altare, ecc.) e persone che si trovano in uno stato che non è il loro. Il significato fondamentale è: cancellare peccati e impurità per ristabilire le normali relazioni con il Dio dell'alleanza; non comporta accento alcuno sulla pena, sul castigo, sull'ira o collera celeste; kipper designa nettamente un'azione diretta su ciò che separa da Dio».[13]

             Il verbo greco laskomai, presso i classici, vuol dire generalmente "placare o rendere propizia" una persona e soprattutto la divinità, che è stata offesa o adirata, o, comunque, meno favorevole: di solito l'uomo è soggetto, e dio, oggetto dell'azione. Siamo in presenza di un atto con cui si tende a ingraziarsi gli dèi.[14]

             Negli scrittori biblici, ci si muove in una linea diversa. Tanto il verbo ebraico quanto il verbo greco, nei testi di interesse religioso, non designano un gesto diretto a propiziare Dio e a calmare la sua ira. I due verbi accennano all'eliminazione di qualcosa di negativo e deteriore in vista di congiungere con la divinità ciò che per il peccato ne era separato. In altre parole, nella Bibbia "espiare" esprime un gesto che non agisce sulla Divinità per placarla, né sull'uomo come se avesse subito un castigo, ma su ciò che separa da Dio (peccati e impurità) per eliminarlo.[15]

             Il verbo kipper con il significato di "assolvere", "cancellare" e "perdonare" lo troviamo nelle moderne versioni. La TOB  - Traduzione Ecumenica della Bibbia - traduce Levitico 4:20 : «Quando il sacerdote ha fatto sull'assemblea il rito di assoluzione, le è perdonato»; Levitico 16:11: «Aaronne presenta il toro del sacrificio per il proprio peccato, e fa il rito di assoluzione in suo favore e in favore della sua casa». Il rabbino André Chouraqui traduce Levitico 4:20: «Il sacerdote li assolse e fu loro perdonato». Isaia 6:7: «... il tuo peccato è cancellato» versione TOB. Il corrispondente greco in Ebrei 2:17 viene tradotto con «cancellare i peccati del popolo».

             Quando ha Dio per soggetto, kipper acquista il significato di perdono. Così Geremia prega chiedendo la rovina dei suoi nemici: «Non perdonare (kipper) la loro colpa, non cancellare il loro peccato dai tuoi occhi» Geremia 18:23. Nel Salmo 78:38 si loda la bontà di Dio perché suole perdonare l'iniquità; così pure nel Salmo 65:4.

             «Noi abbiamo già notato che kipper nell'uso legale non ha mai Dio per oggetto. Non si tratta di un procedere nel quale il peccatore avrebbe l'iniziativa e la cui influenza agirebbe su Dio per cambiare le sue disposizioni e farlo passare dalla collera alla clemenza. È al contrario Dio stesso che dispone tutto in anticipo, che promette il perdono, che ne fissa le condizioni, che determina il ruolo del peccatore e del sacerdote e, se il rito è stato fedelmente osservato, dichiara il peccato cancellato. Si coglie meglio ancora questo atteggiamento divino nella traduzione dei LXX. Presso gli autori classici, ilaskesthai si costruisce regolarmente con l'accusativo della persona: il pagano "placa, calma, si rende propizio" i suoi dèi. I Settanta evitano questa maniera di parlare; con un giro di parole che deriva dall'ebraico - ma contrario al genio della lingua greca, e ancora più toccante - essi impiegano ezilaskesthai con peri (intorno) qualche volta uper (sopra) davanti al nome della persona o della cosa in favore della quale si fa la propiziazione. Questa differenza di linguaggio annuncia una teologia nuova: Dio non è, come le divinità pagane, un personaggio irritato di cui si deve far cadere la collera con dei procedimenti abili, è l'Essere immutabile, contemporaneamente buono e giusto, che offre il perdono indicando i mezzi che soddisfano la sua giustizia».[16]

             La condizione per il perdono non è data da un animale, ma da un cuore rotto e contrito: Salmo 51:18-20.

             È importante comprendere la differenza di significato che si dà al verbo kipper: coprire o purificare.

             Se il peccato è solo coperto, ammettendo che Dio non lo veda, la posizione dell'uomo nei confronti di Dio non cambia: è un peccatore che conserva il suo peccato coperto. Per contro, il peccatore si pone davanti a Dio in una nuova relazione se il suo peccato viene allontanato ed egli è purificato. Dio non salva lasciando l'uomo nei suoi peccati, ma liberandolo da essi, cioè guarendolo dalla ribellione.

             B. Sesboüé dopo aver citato Levitico 17:11 osserva: «Pertanto il rito dell'espiazione non è affatto un'azione che cerca di provocare un cambiamento in Dio, facendo passare sotto il suo impero qualcosa che sarebbe stata primitivamente una proprietà dell'uomo. No, pure il sangue della vittima è un dono della creazione, che Dio permette all'uomo di utilizzare per espiare simbolicamente il proprio peccato. Non vi è scambio, e la legge del taglione è radicalmente superata. Dio donò all'uomo di poter fare qualcosa per ottenere il suo perdono. L'aspersione del sangue gli permette di vivere una riconsacrazione di tutto se stesso a Dio e di alimentare la sua fedeltà all'alleanza. Il "grande giorno dell'espiazione" è anche "il grande giorno del perdono", come suggeriscono le armoniche del verbo kipper.

Placare la collera di Dio non significa quindi offrirgli una compensazione, che scambierebbe realmente il suo atteggiamento verso di noi. Significa ritornare a lui, pentiti e convertiti, significa togliere l'ostacolo che gli impediva di manifestarci direttamente il suo amore».[17]

 

GRAZIA

 

             La parola "grazia" nel suo senso estetico significa: attrazione, fascino; in senso morale: "benevolenza, favore".[18]

             Una transizione tra il senso morale e il senso religioso è data dall'espressione: «Trovare grazia davanti a Dio» Genesi 6:8; Esodo 33:17; Numeri 11:11; 2 Samuele 15:25.

             L'espressione "rendere grazia, azioni di grazia", molto frequente nelle lettere di Paolo e che traduce qualche volta la soddisfazione, la riconoscenza, nei confronti degli uomini (Atti 24:33; 1 Corinzi 1:4; 2 Corinzi 1:11; Romani 1:8).

             In senso religioso la parola indica una disposizione di Dio nei confronti degli uomini, una maniera di essere e di agire che deriva dall'amore (Romani 3:24; 5:16,17; Efesi 1:6).

             Questa offerta - la grazia - dono di Dio, ha come conseguenza il rialzamento dell'uomo, il suo ritorno a Dio. Senza tenere conto delle prescrizioni della legge, delle esigenze della giustizia (Galati 2:21, Efesi 2:5,7; 1 Timoteo 1:13,14; 2 Timoteo 1:9), dell'indegnità umana, Dio perdona, libera dal peccato, fa dell'essere condannato un figlio che egli benedice. La grazia è la manifestazione della misericordia di Dio (1 Corinzi 15:10; Galati 1:15; Ebrei 2:9; 1 Pietro 1:10), e produce la pace fra l'uomo e Dio (1 Tessalonicesi 1:1; 2 Tessalonicesi 1:2; Galati 1:3; 1 Giovanni 1:3; 2 Corinzi 1:2; Romani 1:7; Efesi 1:2; Colossesi 1:2; Filippesi 1:2; ecc.).

             L'Antica Alleanza è basata sulla grazia. Non è a causa della sua grandezza che Israele è stato scelto da Yahvé, né a causa della sua giustizia che è entrato nel paese della promessa; è solamente la compassione che ha motivato la decisione di Dio e la sua realizzazione (Deuteronomio 7:7; 9:4; 10:14).

             I profeti ricordano che, malgrado le trasgressioni del popolo, l'Eterno gli ha conservato la sua benevolenza, e che la sua bontà ha sempre prevalso sul giusto castigo nel quale era incorso (Esodo 33:19; 34:6; Gioele 2:13; Geremia 31:34; Isaia 57:15).

             La pienezza della grazia si manifesta con la Nuova Alleanza. Tutta la redenzione dell'uomo è data dalla sua grazia, come già era detto nelle Scritture prima dell'incarnazione; la  salvezza per grazia è la sola salvezza reale, salvezza gratuita accordata da Dio, opposta alla vana salvezza cercata nelle opere, e alla salvezza nell'acquisizione della quale l'uomo potrebbe collaborare. Tutta intera l'opera della redenzione si può definire l'avvenimento e il compimento della grazia e della verità. È per questo che la grazia è diverse volte presentata come «la grazia del Signore Gesù Cristo» 1 Tessalonicesi 5:28; 2 Tessalonicesi 3:18; Galati 6:18; 1 Corinzi 16:23; 2 Corinzi 13:13; Romani 16:20; Filemone 25; Filippesi 4:23. Altre volte data come proveniente «da Dio e da Gesù Cristo» 1 Tessalonicesi 5:28; 2 Tessalonicesi 1:2; Galati 1:3; 1 Corinzi 1:3; 2 Corinzi 1:2; Romani 1:7; Efesi 1:2; Filemone 3; Filippesi 1:2; Tito 1:4.

             La grazia è di conseguenza per il credente il bene che riassume e racchiude tutti i beni; è la ragione per la quale, sulle 21 lettere apostoliche, 17 hanno incluso in questa parola le molteplici benedizioni augurate, e le lettere paoline la ripetono nel loro indirizzo e nella loro conclusione.

             La grazia riassume presso Paolo il contenuto di ciò che l'apostolo chiama il suo vangelo. Il Cristo, che per Giovanni personifica l'amore di Dio, incarna per Paolo la grazia divina. Poiché essa è una disposizione gratuita di Dio, un dono del suo amore, la grazia implica, da parte dell'uomo, la semplice e sola fede e, nella sua sovranità, essa domina, supera, ripudia le opere meritorie e l'osservanza della legge ai fini della salvezza (Romani 4:16; 11:6).

             Essa rende possibile la giustificazione, la quale non potrebbe essere ottenuta per un'altra via, per un altro mezzo; essa dona la pace con Dio, e apre così alla persona umana un accesso diretto presso il Padre (Romani 3:24; 5:2).

Essa pone nella vita terrena non soltanto la sicura promessa, ma il possesso presente della vita eterna Romani 5:21.

             Essa è la sorgente della gioia, delle liberazioni, dei poteri, delle vittorie che Dio accorda al credente e che sono adeguatamente chiamate carismi (1 Corinzi 1:4,7;12:4,9,28,30,31; 2 Corinzi 8:1; 1 Timoteo 4:14; 2 Timoteo 1:6).

             In particolare, la grazia è la spiegazione - se c'è una spiegazione - del dono supremo di Dio in Gesù Cristo, che ci libera dalla condanna e dalla morte, e che è la nostra salvezza  (2 Tessalonicesi 2:16; Galati 2:21; Romani 3:24;5:17,21; Efesi 1:6;2:5,7; Colossesi 1:6; Filippesi 1:7; 1 Timoteo 1:9).

             Essa è il nome dell'attività redentrice di Dio, che, tramite il Cristo, si è svolta nella storia (Efesi 2:5; Tito 2:11); essa è anche il nome dell'azione che Dio esercita su ogni credente individualmente  (Galati 1:15; 1 Corinzi 15:10; 2 Corinzi 12:9; Romani 12:3; Efesi 4:7).

             I vangeli, le lettere di Paolo, gli altri scritti apostolici non  conoscono e non indicano altri principi di salvezza che la libera grazia di Dio (Atti 13:43; 15:11; 20:24,32; 1 Pietro 1:13;5:12; Ebrei 12:15;13:9; ecc.).[19]

             «La grazia appare dunque come il fattore comune che si riscontra nei diversi atti del processo con il quale Dio eleva l'umanità a sé. Questa idea presenta un altro vantaggio: spogliare del loro prestigio le sedicenti teorie giuridiche della Redenzione».[20] In altre parole, se Dio salvasse per un qualsiasi altro motivo che non fosse l'espressione del suo dono, non dovuto, ma gratuito, senza vincolo impostogli da nessuno e da nulla, la sua salvezza non sarebbe più un'espressione di grazia, bensì l'estinzione di un debito contratto con qualcun altro.

             Noi siamo salvati «gratuitamente per la sua grazia» Romani 3:24.

 



[1]           Quest'ultimo pensiero ci è difficile d'accettare: lo sforzo del braccio dell'Eterno corrisponde  al pagamento dato da lui, lo troviamo anche in J. Stott che scrive: «E riguardo alla nazione? Certamente il vocabolo del riscatto era usato per descrivere la liberazione compiuta da Yahweh a favore d'Israele sia dalla schiavitù d'Egitto (Esodo 6:6; Deuteronomio 7:8 15:15; 2 Samuele 7:23) sia dall'esilio di Babilonia (Isaia 43:1-4; 48:20; 51:11; Geremia 31:11). Ma in questo caso, poiché chi riscatta non era un essere umano ma lo stesso Dio, possiamo ancora sostenere che "redimere" equivalga a "riscattare"? Quale prezzo ha pagato Dio per redimere il popolo? Il vescovo B.F. Westcott sembra essere stato il primo a suggerire una risposta: "l'idea di far uso di una forza possente, l'idea che la "redenzione" costi molto è presente dappertutto" WESTCOTT B.F., Episte to the Hebrews, Macmilla, London 1903, p. 298.  B.B. Warfield ha aggiunto "l'idea che la redenzione dall'Egitto sia stata l'effetto di un grande dispendio di potenza divina e in quel senso sia costata molto, è evidente in ogni allusione ad essa, e sembra costituire il concetto centrale di quanto ci cerca di comunicare". WARFIEL B.B., The Person and Work of Christ, Presbyterian & Reformed Publishing Company, Philadelphia 1950, p, 448. Stesso pensiero in MORRIS Leon, Apostolic Preaching of the Cross, Tyndale Press, London 1955,  pp. 14-17 e 19-20». STOTT John, La Croce di Cristo, edizioni GBU, Chieti Scalo 2001, p. 237. A parte il fatto che il Dio della creazione, a differenza delle altre divinità o demiurghi nel creare non si esaurisce, non si stanca, è potente e non si "sforza", diceva e la cosa si manifestava, Isaia  52:3 dice chiaramente che quest'opera di liberazione è gratuita.

[2]           JACOB Edmond, Théologie de l'Ancien Testament, éd. Delachaux et Niestlé, Paris 1955, p. 235.

[3]           DACQUINO Pietro, Redenzione, in Enciclopedia della Bibbia, vol. V, ed, ElleDiCi, Torino 1971, col. 1196.

[4]           VIARD André, S. Paul, épître aux Romains, Paris 1975, p. 101.

[5]           Vedere BONSIRVEN Giuseppe, Il Vangelo di Paolo, ed. Paoline, 3a ed., Roma 1963, pp. 212,214.

[6]           GALOT Jean, Gesù Liberatore, libreria ed. Fiorentina, Firenze 1983, p. 564.

      J. Stott nella sua prospettiva di giustificare il riscatto come prezzo pagato da Gesù per la nostra liberazione scrive: «Dato "il preciso e costante uso (di questo vocabolo) fattone dagli autori profani", e poiché questo vocabolo e i suoi derivati si riferiscono a "un procedimento comportante il  rilascio per mezzo di un prezzo di riscatto" L. Morris, o.c., p. 310, a volte assai alto, non abbiamo la libertà di attenuare il suo significato riducendolo a una liberazione dai contorni imprecisi e persino a buon mercato. Siamo stati "riscattati" da Cristo, non semplicemente "redenti" o "liberati" da lui. B.B. Warfield aveva ragione a sottolineare che "stiamo accanto al letto di morte di un vocabolo. È triste essere testimoni della morte di qualsiasi cosa che abbia valore - persino di una parola di valore. E le parole di valore muoiono, come ogni altra cosa di valore - se non ci prendiamo cura di loro". Ancora più triste è "la scomparsa dal cuore degli uomini delle cose che le parole rappresentano" WARFIEL B.B., Redemption, in The Princeton Theological Review, vol. XIV, 1916; The Person, o.c., pp. 345 e 347. Egli si riferiva alla sua generazione poiché essa stava perdendo il senso di gratitudine verso colui il quale aveva pagato il nostro riscatto.

Nell'A.T. i possedimenti, gli animali, le persone e la nazione venivano tutti "riscattati" tramite il pagamento di un prezzo. La facoltà e persino il dovere) di ricomprare una proprietà che era stata alienata, così da mantenerla nell'ambito di una famiglia o di una tribù, era ben illustrata dalle vicende riguardanti Boaz e Geremia (Levitico 25:25-28; Rut 3 e 4; Geremia 32:6-8, confr. Levitico 27 per la redenzione di un terreno che era stato dedicato al Signore con un voto speciale). Riguardo agli animali il primo nato di tutto il bestiame apparteneva di diritto a Yahvé; gli asini e gli animali impuri, comunque, potevano essere riscattati (cioè ricomprati) dal proprietario (Esodo 13:13; 34:20; Numeri 18:14-17). Nel caso degli individui israelitici, ognuno doveva pagare "il riscatto della propria vita" al momento del censimento nazionale; i figli primogeniti (i quali fin dall'epoca della prima Pasqua appartenevano a Dio) e specialmente quelli in eccesso sul numero dei leviti destinati a rimpiazzarli, dovevano essere riscattati In tutti questi casi (toro che ammazzava, un individuo che si vendeva come schiavo che più tardi si riscattava o si faceva riscattare da un parente (Esodo 30:12-16; 13:13; 34:20; Numeri 3:40-51; Esodo 21:28-32; Levitico 25:47-55)) di "riscatto" vi era un intervento decisivo e costoso; qualcuno pagava il prezzo necessario per la liberare la proprietà dall'ipoteca, gli animali dal macello, e le persone dalla schiavitù e persino dalla morte» o.c., pp. 235,236. 

Nel N.T. il pagamento «muta, è morale piuttosto che materiale, e il prezzo è la morte espiatoria del Figlio di Dio. È evidente in Matteo 10:45. Il linguaggio immaginoso ci porta a vederci con una condizione di prigionia dalla quale può liberarci solo il pagamento di un riscatto, e il riscatto è niente meno che la vita del Messia. La vita di noi tutti è perduta, la sua vita sarà sacrificata invece della nostra. F. Büchsel è certamente corretto nel ritenere che il detto "implica indubbiamente la sostituzione". Ciò è confermato dalla combinazione dei due aggettivi nell'espressione greca antilutron huper pollon (letteralmente: "un riscatto al posto di e per amore di molti"). "La morte di Gesù significa che accade a lui quanto dovrebbe accadere ai molti. Quindi egli prende il loro posto". F. Büchsel, Hilaskomai, o.c., p. 343. Il NT non forza mai il linguaggio immaginoso fino al punto di indicare a chi fosse stato pagato il riscatto, ma non lascia nel dubbio riguardo al prezzo Cristo stesso.  Oltre all'incarnazione, comunque, vi è l'espiazione; per adempierla egli dette "se stesso" (1 Timoteo 2:6; Tito 2:14) o la sua "vita" (la sua psuché, Marco 10:45) morendo sotto la maledizione delle legge per redimerci da essa (Galati 3:13)». o.c., pp., 239,240.

[7]           MICHAEL Frank, Vocabulaire biblique publié sous la direction de Jean Jacques VON ALLMEN, Paris 1954, p. 216 dice che l'uomo è salvato da Dio, mediante Cristo Gesù: dai suoi peccati (Matteo 1:21; Luca 1:77; Atti 5:31; Luca 7:50; Giacomo 4:12); dalla condanna (Giovanni 3:17; 12:47; Marco 16:16; 1 Corinzi 5:5; 3:15; 1 Pietro 4:18); dalla perdizione (Matteo 16:25; Marco 8:35; Luca 9:24; 1 Corinzi 1:18; 2 Corinzi 2:15; 2 Tessalonicesi 2:10; Matteo 18:11; Luca 19:20); dalla morte (Giacomo 5:20; Luca 6:9; 2 Corinzi 7:10), dalla collera di Dio (Romani 5:9; 1 Tessalonicesi 5:9 e seg.).

[8]           J. Galot, o.c., p. 33.

[9]           MARQUS Y MARTI A., Propiziazione, in Enciclopedia della Bibbia, vol. V,  ed. ElleDiCi, col. 987.

[10]          Crediamo che B. Sesboüé giustamente faccia osservare: «Nel termine espiazione sonnecchia sempre un'idea di vendetta». SESBOÜÉ Bernard, Gesù Cristo, l'unico mediatore, vol. 1, ed. Paoline, Cinisello Balsamo 1991, p. 332.

[11]          J. Stott, o.c., pp. 226,227.

[12]          Si è anche sostenuto di dare come traduzione: coprire, coprire l'offesa; cioè, tramite l'azione riparatrice espressa dal sacrificio, stendere un velo sul male fatto, di modo che l'offeso non la veda più e si comporti come se non la vedesse più. Si è contestato che espiare significhi coprire in quanto esso non «riflette il vero significato biblico, né l'ebraico post-biblico e neppure l'aramaico tardivo. Neppure la LXX traduce mai kipper per coprire». TREIYER Alberto, Le jour des expiations et la purification du sanctuaire, tesi di dottorato in scienze religiose, Université de science humaines de Strasbourg, maggio 1982, p. 29.

             Scrive il filologo Pierre Winandy: «Le parole ebraiche impiegate nel senso abituale di "coprire" non sono kafar (da kipper), ma, per esempio kafar kasah, nasak, e 'atah. Noi abbiamo esaminato le 139 occasioni in cui la radice kafar si presenta nell'A.T. Non una sola volta, ci sembra, che essa possa avere il senso di "coprire".- Dopo aver consultato ogni testo dei manoscritti del Mar Morto che portano la nostra radice siamo giunti alla conclusione che non un solo testo fra tutti da kafar il significato di coprire, ma tutti l'espiazione purificatrice di perdono dei peccati». P. Winandy, idem, p. 14,15

             Si è detto che il verbo kipper significa coprire per il fatto che il coperchio posto sopra l'arca del Santissimo nel santuario era chiamato kapporeth.

             «Questa etimologia (coprire) si appoggia sulla lingua araba.... detto che Dio "perdona" il peccato, che la guerra santa "espia" certi sbagli tramite il digiuno e l'offerta. C'è in particolare un parallelismo interessante tra l'ebraico kapporet e l'arabo kaffarat. Il kapporet presso gli ebrei è un termine tecnico che indica il coperchio dell'arca, quale mezzo di propiziazione, ilasterion. La kaffarat, per gli Arabi è un termine di diritto che significa mezzo di espiazione o di propiziazione: è ammesso per certi sbagli strettamente determinati, per esempio, in caso di omicidio involontario, o quando per negligenza si dimentica la realizzazione di un voto o di una promessa o violando il digiuno del Ramadam. Si sa che il verbo kafara, in arabo, significa propriamente: coprire, nascondere. È così che la nube copre (kafara) il cielo, il vento ricopre (kafarat) di polvere le tracce di un accampamento, che il contadino è chiamato kafir, colui che copre, perché copre la terra con la semenza. È così ugualmente che, sul piano spirituale, l'ingrato "nasconde" (kafara) il beneficio rifiutando di riconoscerlo, che l'infedele "copre" la verità negandola.

             Kafir indica spesso l'ingrato e l'incredulo... Il termine viene usato quando l'incredulo rifiuta di vedere la verità stendendo un velo  che lo sottrae alla sua vista, o anche quando il colpevole cerca con la sua riparazione di stendere sul suo errore un velo che impedisca all'offeso di vedere ciò che lo ha irritato. Tuttavia, se l'accostamento con l'arabo suggerisce l'idea di "coprire", non è più così quando si confronta l'ebraico con le altre lingue semitiche.

             In siriaco, kefar significa fondamentalmente: "detergere", "asciugare", "cancellare", da cui il pael kappar, "purificare", "assolvere", "distruggere"... e il suo derivato kupparà, "perdono", "purificazione". È interessante notare che kafar ha anche il significato molto frequente di "rinnegare", "abbandonare", dal quale i numerosi sostantivi e aggettivi: infedele, apostata, ingrato, infedeltà, apostasia, ecc.... Così da un punto di partenza diverso da quello arabo, il siriaco giunge allo stesso senso peggiorativo: in arabo, l'infedele è colui che "copre", che "nasconde" la sua fede; in siriaco, colui che la "cancella". Le due lingue arrivano così, per due strade diverse alla stessa idea di espiazione; una concepisce la riparazione come un velo steso sullo sbaglio, l'altra come uno strofinamento che tolga la macchia.

             È anche il senso di "asciugare" che l'aramaico dà al termine kafar, che significa nella forma semplice "rinnegare", "asciugare"; al pael: "asciugare, "cancellare", "espiare"; all'itpael: "essere cancellato", "distrutto", "espiato".

             In assiro il verbo kafar è spesso impiegato in senso rituale come in ebraico. Questo verbo significava in origine: "strofinare", "asciugare", "togliere strofinando"... La forma semplice la si trova solo tre volte in commentari o sillabari che la danno per sinonimo di "massasu", "purificare", "pulire".

             Presso i Babilonesi, ogni malattia era il risultato di un peccato, e aveva per causa immediata l'azione funesta di un demone entrato nel corpo del peccatore. W. Schrauk, ha dimostrato che all'origine kuppuru indicava un'operazione, contemporaneamente medica e magica, tramite la quale il sacerdote medico, l'asipu, sfregava la parte malata pronunciando certe preghiere o formule d'incantesimo, per espellere il demone e la malattia. Da sfregare, il senso passa a purificare e liberare, poiché la frizione purifica il corpo, contaminato dalla malattia e dal peccato, o libera dalla possessione degli spiriti Il termine kuppuru abbraccia l'insieme delle azioni rituali che servono a ristabilire l'uomo e le cose nello stato normale, cacciando malattia e demoni.-

             Da questi dati risulta che kuppuru e kipper hanno un'analogia molto più stretta che tra l'arabo e l'ebraico. Non c'è soltanto impiego della stessa forma verbale con significato generico simile; c'è anche lo stesso termine rituale applicato nelle stesse circostanze in vista di un risultato identico. Senza dubbio le cerimonie differiscono; la liturgia d'Israele esclude tutti i processi magici in vigore presso gli assiro-babilonesi. Ma nulla impedisce di ritenere un'espressione che indichi semplicemente l'insieme degli atti religiosi che ristabiliscono persone e cose nella loro purezza primitiva. Si è dunque portati a concludere che kipper è stato preso in prestito dalla lingua rituale accadica, e che gli Ebrei, parlando del peccato "espiato", pensavano come i Babilonesi al peccato cancellato e allontanato.

             L'uso della parola ebraica l'abbiamo ad esempio in Genesi 32:20. Giacobbe, rientrando in Palestina, si deve incontrare con il fratello Esaù, allora gli manda dei regali pensando: "Io lo placherò (kipper) col dono che mi precede, e, dopo vedrò la sua faccia; forse mi farà buona accoglienza". Il Targum di Samuele dice: «Io pulirò il suo viso». E nello stesso posto Raschi avverte che l'ebraico kipper, davanti alla parola "peccato", "iniquità" e davanti a "viso" deve tradursi con "asciugare", come in aramaico e nel Talmud La collera e i sentimenti sfavorevoli dipinti sul viso di Esaù spariranno per effetto del bel modo di procedere di Giacobbe (la traduzione ecumenica della Bibbia in nota al testo della Genesi dice: "Letteralmente, io strofinerò il suo viso (per addolcirlo) ndr)".

             In Isaia 6:7 il profeta riconosce l'impurità della sua bocca e l'angelo prende dall'altare un carbone acceso dicendo al profeta: "Ecco, questo t'ha toccato le labbra, la tua iniquità è tolta (sparita, allontanata) e il tuo peccato è espiato (kipper)". Queste due idee di allontanamento e di espiazione sono ancora associate in Isaia 27:9 e Proverbi 16:6. La stessa interpretazione: cancellare, togliere, la troviamo in 1 Samuele 3:14; Isaia 22:14.

             Kipper è dunque un'espressione stilizzata che vuole dire: compiere in favore di una persona o di una cosa gli atti rituali in virtù dei quali ogni impurità è cancellata, l'amicizia divina resa e la santità legale conferita o restaurata» MÉDÉBIELLE P.A., L'expiation dans l'A.T. et le N.T., Rome 1924, pp. 69-83; Expiation,  in Supplément Dictionnaire de la Bible, col. 48-55.

             In diverse occasioni citeremo questo teologo cattolico per il valore fondamentale della sua opera e la bellezza di molte sue pagine, ma non ne condividiamo la tesi della sostituzione penale. Di lui Léopold SABOURIN scrive: «A. Médébielle, l'autore, forse, che ha contribuito di più a mantenere in circolazione, presso i cattolici, delle tendenze che sarebbe preferibile fare sparire» Rédemption Sacrificielle, éd. Deschée de Brouwer, 1961, p. 152.

[13]          MORALDI Luigi, Per una corretta lettura della soteriologia biblica, in La Scuola Cattolica, 4-5, 1980, p. 316.

[14]          J. Stott, o.c., pp. 225,226 scrive: «Per quanto questo linguaggio (di propiziazione) fosse ben conosciuto dai nostri antenati, essi non si sentivano però necessariamente a loro agio nell'usarlo. "Propiziazione" per qualcuno significa pacificarlo, o placare la sua ira. E dunque, Dio si adira? Se questo avviene, possono delle offerte o dei rituali lenire la sua ira? Forse si fa corrompere accettando doni? Questi concetti hanno una risonanza più pagana che cristiana. Si può capire come i primitivi animisti considerassero essenziale placare l'ira degli dèi, degli spiriti o degli antenati, ma tali concetti sono degni del Dio cristiano?  Dobbiamo davvero credere che Gesù, con la sua morte, ha propiziato l'ira del padre, inducendolo a eliminarla e a guardarci invece con favore? I crudi concetti di ira, sacrificio e propiziazione vanno davvero rifiutati. Essi non appartengono alla religione del V.T. e tanto meno del N.T». Poi con il concetto che l'ira dell'Eterno è "santa", tutto cambia. «Quanto ci è rivelato nella Scrittura è una dottrina pura e semplice (purgata da tutte le trivialità pagane) della santa ira di Dio, del suo sacrificio di amore in Cristo e della sua iniziativa per prevenire la sua ira. È ovvio che ira e "propiziazione" il mezzo o il modo di placare l'ira) vadano insieme. Solo quando si eliminano dall'ira tutti i concetti spregevoli che l'accompagnano si ha una propiziazione purificata». Poi aggiunge alle pp. 231-235: «Se dobbiamo sviluppare una dottrina veramente biblica della propiziazione, sarà necessario distinguerla da idee pagane in tre punti cruciali.

Primo, la ragione per cui è necessaria la propiziazione (perché) il peccato suscita l'ira di Dio L'ira di Dio è il suo antagonismo fermo, inesorabile, costante e senza compromessi al male in tutte le sue forme e manifestazioni, in breve l'ira di Dio è agli antipodi della nostra; quanto provoca questa (la vanità offesa), non provoca mai la sua quanto provoca la sua ira (il male), raramente provoca la nostra.

Secondo, chi fa la propiziazione? In un contesto pagano sono sempre gli esseri umani i quali cercano di allontanare l'ira divina per il tramite di meticolose rappresentazioni rituali, o recitando formule magiche, oppure con l'offerta di sacrifici (vegetali, animali o perfino umani). Tramite tali pratiche si pensa di poter placare  la divinità offesa. Ma il vangelo inizia con la netta affermazione che nulla di quanto noi possiamo fare, dire, offrire o persino dare come contributo, può essere una compensazione per il nostro peccato, o può sviare l'ira di Dio. Non vi è alcuna possibilità di persuadere, blandire o corrompere Dio così che ci perdoni, perché da lui non possiamo meritare altro che il suo giudizio. E come abbiamo visto, nemmeno Cristo col suo sacrificio ha preteso di obbligare Dio a perdonarci. No, l'iniziativa è stata presa dallo stesso Dio, per la sua misericordia e la sua grazia senza limiti. Questo era già chiaro nel VT, i cui sacrifici erano considerati non come opere umane, ma come doni divini. O era per il loro tramite che Dio diventava misericordioso; essi erano provveduti da un Dio misericordioso così ch'egli potesse agire misericordiosamente nei confronti del suo popolo peccatore. "Per questo vi ho ordinato di porlo (il sangue del sacrificio) sull'altare per fare l'espiazione per le vostre persone" Levitico 17:11.E questa verità è ancor più distintamente riconosciuta nel NT, e specialmente nei testi più importanti sulla propiziazione. Fu lo stesso Dio a "presentare" (TILC) od a "prestabilire" (Riv. NR) Gesù Cristo come sacrificio propiziatorio (Romani 3:25). Non che siamo stati noi ad amare Dio, ma è stato lui ad amare noi e a mandare suo Figlio come propiziazione per i nostri peccati (1 Giovanni 4:10). Mai può essere sufficiente l'accento da porre al fatto che l'amore di Dio è la fonte e non la conseguenza dell'espiazione. Così si esprime P.T. Forsyth: "l'espiazione non ha procurato la grazia, è fluita dalla grazia" ORSYTH P.T.,Cruciality of the Cross, op.cit., p. 78. Già Calvino scriveva: "L'opera dell'espiazione è fluita dall'amore di Dio; quindi non l'ha stabilito", Istituzione, o.c., II,XVI.4.  Dio non ci ama perché Cristo è morto per noi; Cristo è morto per noi perché Dio ci ha amati. Era l'ira di Dio ad avere bisogno di essere propiziata, ed è stato l'amore di Dio a fare la propiziazione, Se è possibile dire che la propiziazione "ha cambiato" Dio, o che per via d'essa egli ha cambiato se stesso, si deve essere assolutamente chiari sul fatto che Dio non ha cambiato passando dall'ira all'amore, o dall'inimicizia alla misericordia, poiché il carattere di Dio è immutabile. Quanto la propiziazione ha cambiato è stato il suo modo di trattarci. "La distinzione che vi chiedo di esaminare" scriveva .T. Forsyth. "è tra un cambiamento di sentimenti e un cambiamento del rapporto I sentimenti di Dio verso di noi non hanno mai avuto bisogno di essere cambiati. Ma è il modo in cui Dio ci tratta, il rapporto pratico di Dio con noi - quello ha dovuto essere cambiato". FORSYTH P.T., The Work of Christ, Hodder & Stoughton, London 1910, p. 105. Egli ci ha perdonato e ci ha accolti alla sua presenza.

Terzo, che cosa è il sacrificio propiziatorio? La persona offerta da Dio non era qualcun altro, un essere umano, o un angelo o persino suo Figlio considerato come qualcuno distinto da o esterno a lui stesso. No, egli ha offerto se stesso. Dando suo Figlio, egli stava dando se stesso. Come ha ripetutamente scritto Karl Barth, "era il Figlio di Dio, cioè era Dio stesso". Per esempio, "il fatto che fosse il Figlio di Dio, che fosse Dio stesso, a prendere il nostro posto sul Golgota e perciò a liberarci dalla collera divina e dal divino giudizio, rivela per prima cosa quale fosse la logica e piena conseguenza dell'ira di Dio, della sua giustizia condannante e punitiva". E ancora, "poiché era il Figlio di Dio, cioè Dio stesso a prendere il nostro posto il Venerdì Santo, era quella costituzione ad avere efficacia e a procurarci la riconciliazione con il Dio giusto solamente Dio, il nostro Signore e Creatore, poteva farsi parante per noi, prendere il nostro posto, morire di una morte eterna in nostra vece come conseguenza del nostro peccato in modo tale da far sì che essa fosse definitivamente sofferta e vinta". BARTH Karl, Church Dogmatics,, vol. II Parte I, Edimmburg  1957, pp. 398 e 403.

Quindi è Dio stesso che sta al centro della nostra risposta a tutte e tre le domande. È Dio stesso che nella sua santa ira ha bisogno di essere propiziato, Dio stesso che nel suo santo amore si è assunto l'onore di fare propiziazione, ed è Dio stesso che nella persona di suo Figlio è morto per la propiziazione dei nostri peccati. Perciò Dio ha preso egli stesso l'amorevole iniziativa di placare la sua giusta collera portandola egli stesso sul suo proprio Figlio quando questi ha preso il nostro posto ed è morto per noi. Qui non vi è nessuna rozzezza che possa provocare il nostro scherno, vi è solo la profondità di un amore santo che suscita la nostra adorazione.

Era l'ira di Dio ad aver bisogno di essere propiziata, ed è stato l'amore di Dio a fare la propiziazione.

È Dio stesso che nella sua santa ira ha bisogno di essere propiziato, Dio stesso che nel suo santo amore si è assunto l'onere di fare propiziazione, ed è Dio stesso che nella persona di suo Figlio è morto per la propiziazione dei nostri peccati. Perciò Dio ha preso egli stesso l'amorevole iniziativa di placare la sua giusta collera portandola egli stesso sul suo proprio Figlio quando questi ha preso il nostro posto ed è morto per noi.

F. Büchsel, "hilasmos è l'azione con cui Dio è propiziato e il peccato espiato". F. BÜCHSEL, Hilaskomai,in The Theological Dictionary of the New Testament, vol. I, Grand Rapid, Eerdmans 1964, p. 317. D. Wells "nel pensiero paolino il peccato tiene l'uomo lontano da Dio e l'ira tiene Dio lontano dall'uomo. Con la morte sostitutiva di Cristo il peccato è sopraffatto e l'ira allontanata, così che Dio può volgere lo sguardo all'uomo senza corruccio e l'uomo può svolgere lo sguardo a Dio senza paura. Il peccato è espiato e Dio è propiziato". F WELLS David, he Search for Salvation, VP, Leicester 1978, p. 29». 

A p. 140 aveva scritto: « Ciò che hanno in comune i concetti biblici della santità e dell'ira di Dio è la verità secondo cui esse non possono coesistere col peccato. La santità di Dio smaschera il peccato; la sua ira lo combatte. Quindi il peccato non può accostarsi a Dio, e Dio non può tollerare il peccato».

             Del resto J. Stott, in   1 Giovanni 2:2,  preferisce l'espressione propiziazione, perché al v. 1 Gesù è "avvocato" presso il Padre, "il che implica il corruccio di colui davanti al quale egli perora la nostra causa". o.c., p. 230. Sul significato di Gesù avvocato vedere il nostro capitolo VII.

[15]          Vedere AA.VV., Espiazione, in  Schede Bibliche, vol. III,  ed. Dehoniane, Bologna 1983, col. 1179.

[16]          P.A. Médébielle, o.c., p. 88.

[17]          B. Sesboüé, o.c., pp. 335,337.

[18]          Senso estetico: Luca 2:52; 4:22; benevolenza  Atti 2:47; 7:10; 24:27; Efesi 4:29; Colossesi 4:6 .

[19]          Vedere per questa esposizione ARNAL André, grâce, in Dictionnaire Encyclopédique de la Bible, Alexandre Westphal, t. I, Paris 1932, pp. 485,486.

[20]          G. Bonsirven, o.c., p. 217.

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