Capitolo II

 

LA CROCE

 

 

             «La storia della salvezza, nella Bibbia, è compresa tra due visioni che costituiscono il prologo e l'epilogo umano: la visione del Paradiso perduto e quella della Città di Dio. Sono due finestre aperte sull'eternità: la rivelazione di ciò che l'uomo sarebbe potuto essere se non si fosse separato da Dio; e la visione di ciò che sarà, allorché il Signore avrà compiuto la sua opera di redenzione e l'umanità pacificata risorgerà a nuova vita, felice di possedere la gioia divina.

             Per il pensiero indù e per una parte del pensiero greco, il mondo è in un eterno ritorno: la ruota della storia gira come la ruota delle stagioni, le civiltà nascono e muoiono. La rivelazione biblica ci dice che il nostro mondo ha un senso, uno scopo, e una meta: è stato creato da Dio e per la gloria di Dio. La storia biblica è a senso unico: va dalla prima creazione alla nuova creazione in Cristo; e il suo episodio centrale è costituito dal dramma dell'incarnazione. Ecco perché le prime pagine della Bibbia non si comprendono se non alla luce delle ultime. Le une e le altre costituiscono, rispettivamente, il prologo e l'epilogo del dramma del Calvario, della storia della nostra redenzione».[1]

             «Il centro del tempo è un fatto storico, già compiuto nel passato: la vita e l'opera del Cristo».[2]

 

 

Importanza della croce  

 

             L'inglese Isaac Watts, nel XVIII secolo, compose 600 canti; uno dei più belli, scritto nel 1707, è stato ispirato dalle parole che l'apostolo Paolo scrive ai Galati 6:14. Il suo titolo è: «Quando io contemplo lo splendore della croce». Charles Wesley, che aveva scritto 6500 inni, diceva che li avrebbe cambiati tutti volentieri con questo canto di Isaac Watts. Anche se ieri come oggi molti, troppi, non sanno che farsene della croce di Cristo Gesù, essa rimane il centro della storia e dell'universo.

             Per la Sacra Scrittura la collina che domina il tempo e l'eternità, il punto attorno al quale gravitano i mondi, anche se sarà solo nel futuro che Dio vi porrà il Suo trono, è il Golgota, il monte del teschio (Zaccaria 14:4; Apocalisse 21:1,2; 22:3).

             Il mandato evangelico consiste proprio nel presentare agli uomini ciò che è avvenuto fuori dalle mura di Gerusalemme, su quel monte la cui croce collega la terra al cielo e abbraccia l'universo.

             La croce manifesta il sacrificio che si è compiuto nell'eternità nel cuore dell'Iddio vivente e mostra alle Sue creature celesti, nel tempo e nello spazio, la realtà e la veridicità del Suo amore senza confini. Essa offre all'umanità separatasi da Lui la pienezza della Sua volontà di perdono e la possibilità di vita. Sul Golgota, sul fare della sera, in un luogo preciso e puntuale all'incontro, l'umanità, pur non comprendendo l'intera portata della dimensione dell'amore di Dio, può scorgere nel crocifisso la sofferenza che ha affranto il cuore dell'Eterno nel giorno in cui l'uomo ha creduto alla voce dell'Avversario e ha dichiarato con la sua scelta che il Padre era bugiardo.

             «Con la croce si situa nell'universo il "luogo" in cui viene rotta nell'uomo la potenza del peccato e in cui può nascere la comunione perfetta tra Dio e l'uomo. Colui che raggiunge questo "luogo" è liberato dall'accusa della legge e dalla sua maledizione, ma liberato ugualmente da ciò che nel più profondo di se stesso resiste a Dio: il suo orgoglioso egoismo. Al di fuori di questo "luogo", non ci può essere che allontanamento ... dell'uomo nei confronti di Dio. Questo "luogo" è il punto di incontro fra Dio e l'uomo. Qui l'incontro si realizza effettivamente... fino al punto che Dio si deve abbassare per obbligare l'uomo a discendere dal trono del suo io e vivere dell'amore di Dio».[3] La croce dimostra la distanza incolmabile che separa l'uomo da Dio. Più Dio tende ad avvicinarsi alla Sua creatura, più questa innalza una barriera impenetrabile, un muro di protezione, di difesa, di riparo dalla Sua grazia. Quando il Creatore si presenta nelle vesti di creatura, quando il Figlio incontaminato dal male fiorisce tra l'umanità, essa prende le proprie difese affinché sia tolto di mezzo. Più Dio si avvicina e cerca l'incontro con gli uomini, più questi reagiscono con violenza nei Suoi confronti. Ed è proprio nel momento in cui Dio si avvicina in forma più diretta e intima all'uomo che si manifesta l'infinita distanza che li separa. Così, più Dio si approssima all'uomo, più il peccato manifesta la sua vera natura, il suo volto. L'uomo non sopporta la vicinanza di Dio, e lo dimostra alla croce.

             L'Eterno, pur conoscendo le macchinazioni del cuore umano, ugualmente scende nell'abisso, nel pozzo nero, nell'inferno, nel deserto di questo mondo per farci risalire a nuova vita e per non lasciare le Sue creature eternamente sole, abbandonate a se stesse, sperdute in un universo privato della vera vita.

             Pur sapendo che cosa l'uomo avrebbe fatto di Lui, della Sua misericordia, della Sua pazienza, della Sua bontà, Egli gli corre incontro, gli tende le braccia, le allarga per stringere a Sé il mondo intero e morire d'amore. Il Suo amore è eterno ed è disposto a rinunciare alla Sua eternità, pur di vivere con le Sue creature che desidera servire.

             Di fronte alla ribellione dell'umanità, l'Eterno poteva dimostrare noncuranza, ma ciò avrebbe comportato che per sempre e per tutti gli esseri che sarebbero nati su questo pianeta dell'universo, la morte sarebbe stata eterna e la vita sarebbe finita in polvere.

             Quando si considera l'universo nella sua immensità e il nostro mondo simile a un granello di sabbia su una spiaggia che si estende per chilometri e chilometri, si avverte un senso di vertigine al pensiero che il Creatore sia sceso in mezzo a noi. Considerando che la luce si propaga alla velocità di 300 mila chilometri al secondo e che noi possiamo vedere lo scintillio di stelle già spente; pensando che l'uomo salendo sulla luna e inviando le sue sonde spaziali verso altri pianeti del sistema solare, non ha compiuto nessuna vera conquista dell'universo, ma si è solamente affacciato su questo infinito, e ricordando che il Creatore ha accettato di morire su questo granello di sabbia e di non più essere il Dio eterno, allora,  con più stupore di Davide, che contemplava le meraviglie di una notte stellata, possiamo e dobbiamo chiederci: "Che cosa è l'uomo che tu ne prenda cura?" Salmo 8:4. La vera conoscenza che possiamo avere dell'uomo proviene dalla conoscenza che abbiamo di Dio. Dio non  ricorda l'uomo, come facciamo noi che se ci ricordiamo di qualcosa o di qualcuno dopo averlo dimenticato, ne siamo vagamente coscienti; Dio si "ricorda" di noi nel senso che l'uomo è nel punto focale della sua coscienza, e si "prende cura" di lui mostrandogli sollecitudine, sorvegliandolo e visitandolo».[4]

             È straordinario che l'Eterno rivolga la sua attenzione per  qualcuno e, per compiere la salvezza dell'uomo, realizzi la più straordinaria meraviglia: l'incarnazione.

 

Dimensione universale della croce

 

             Il male non ha solamente una dimensione umana, esso si è manifestato per la prima volta tra gli esseri celesti prima che l'uomo venisse creato. Il piano della salvezza per la famiglia umana, nel manifestare l'amore che Dio ha per le Sue creature, si ripercuote sull'universo intero (Colossesi 2:15; Efesi 3:10). Nella misura in cui noi passiamo dalla dimensione terrestre a quella celeste e viceversa, prendiamo coscienza che è stato il peccato a dividere queste due creazioni e al centro dell'eternità la croce di Cristo. In questa prospettiva si può avere un'idea  di cosa sia il male, ma anche di quale Amore sia capace il Dio della creazione.

             Per cercare di capire il gesto incomprensibile dell'incarnazione in mezzo a una umanità corrotta, ci è utile fare una riflessione sul carattere di Dio e sul come Egli ami manifestarsi alle Sue creature.

             Nelle Scritture prima e dopo di Gesù si parla di un essere speciale: l'arcangelo Micael (Giuda 9), il cui nome significa: "Chi è come Dio?". Chi è Micael? Chi solo può essere simile all'Eterno?

             La divinità, per avere una relazione completa con gli esseri celesti, gli angeli, si presenta come "angelo", arcangelo "il principale capo" degli angeli (Daniele 10:13), per essere la loro guida, il modello verso il quale essi devono tendere. Dio si adatta alla natura delle Sue creature per potersi rivelare a loro, rendersi accessibile per essere amato e per meglio manifestare il suo amore. Affinché le creature celesti o terrestri possano amare Dio e svilupparsi a Sua somiglianza, bisogna che esse si possano identificare  con Lui; da qui il Suo presentarsi come "angelo" o come "figlio dell'uomo". Le Scritture ci insegnano che oltre ad essere il capo degli angeli, l'arcangelo Micael è anche il difensore del popolo che Dio ha sulla terra (Daniele 12:1) ed è anche Colui che, mediante la Sua vittoria sulla croce, quale capo degli angeli, ha scacciato Satana dal cielo e i suoi seguaci (Apocalisse 12:7-9).

             Questa manifestazione di Dio, angelo fra gli angeli, ci può essere di aiuto nel comprendere perché Lucifero nutrisse dei sentimenti di concupiscenza nei Suoi confronti. L'Emmanuele, Dio con noi-angeli, diviene oggetto di gelosia da parte di Lucifero, perché vede in Micael, uno simile a lui come angelo, ma a lui superiore, in quanto partecipe del consiglio divino, consiglio dal quale egli, creatura, era escluso. Lucifero, ricoperto di ogni sorta di pietre preziose e con il compito di mettere il suggello alla perfezione (Ezechiele 28:12,13), vedeva perciò in Micael un usurpatore della sua posizione di preminenza nei confronti degli angeli. Non invidiava Micael nella sua posizione di Dio, ma Dio nella sua manifestazione di angelo. Nasceva quindi in lui il sentimento contro natura che lo portò a dire: «Sarò simile all'Altissimo» Isaia 14:13.

             Alla rivolta di Satana, con tutte le sue accuse nel confronti di Dio, segue un conflitto in cielo che non si conclude in breve tempo, perché Dio non ama dimostrare di essere il più forte (un solo suo soffio avrebbe annientato per sempre il nemico), ma il migliore. Per capire ciò le creature hanno bisogno di tempo. Il bene e il male devono produrre i loro frutti.

             E, dal cielo, il conflitto si sposta sulla terra.

Le tappe che portano alla croce

Incarnazione e battesimo

 

             L'uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio, avrebbe dovuto, nella sua innocenza, manifestare fiducia all'Eterno sottraendosi all'avversario e smentendo la sua voce. Il peccato lo ha però sedotto e separato da Dio.

             Dopo secoli e millenni si manifesta l'Emanuele tra gli uomini per vincere il suo e nostro nemico nel suo regno. Pur venendo come il primo Adamo in una posizione di purezza e innocenza, come l'aveva l'uomo prima della caduta, l'ambiente che lo circonda non è più quello dell'Eden, e nella sua stessa persona fisica sente il peso della decadenza millenaria dell'umanità e della creazione. Mediante una vita di comunione con il Padre non solo vincerà il nemico, il quale farà l'impossibile per interrompere questo legame, ma potrebbe anche ricondurre l'umanità al Padre.

             L'incarnazione suscita presso gli angeli adorazione e lode nei confronti del loro Creatore, come è espresso dalle parole che con esultanza annunciano: «Oggi nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo il Signore» Luca 2:11, ma in loro c'è anche una grande attesa per quanto gli avvenimenti avrebbero prodotto.

             Gli eventi incalzano e affinché il Salvatore possa vincere Satana non come Dio, ma nella posizione di creatura, bisognerà che Gesù si identifichi totalmente con essa. Dopo aver compiuto trent'anni, nel pieno della sua maturità, chiedendo il battesimo a Giovanni Battista, dimostra non il suo bisogno di pentimento - era senza peccato -, ma la sua fiducia nel regno messianico e il suo impegno a portare le conseguenze del peccato e a vincerlo nel cuore dell'uomo. Il Cristo fa della sua consacrazione interiore una testimonianza pubblica, universale. Uscito dall'acqua, sulle rive del Giordano, mentre è in preghiera, i cieli si aprono, lo Spirito Santo scende su di lui e una voce dal cielo dice: «Tu sei il mio diletto figlio, in te mi sono compiaciuto» Luca 3:22. Quando Giovanni che lo ha battezzato lo rivedrà, dirà di lui: «Ecco l'agnello di Dio che toglie i peccati del mondo» Giovanni 1:29.

La tentazione nel deserto

 

             La sfida è cominciata: il conflitto entra nel vivo. Gesù si ritira nel deserto per riflettere su come ricondurre l'umanità a Dio e come realizzare davanti all'universo la sua opera di redenzione. Il male si presenta a lui in tutta la sua seduzione e astuzia. Egli aveva fame come tanti milioni di esseri umani. Avrebbe conquistato gli uomini al Padre offrendo loro il soddisfacimento dei bisogni primari e quotidiani, provvedendo a tutte le loro necessità fisiche? Un simile dio avrebbe fatto comodo all'umanità, ma il cuore degli uomini per chi sarebbe ancora stato? «L'uomo non ha bisogno di solo pane, ma di ogni parola che scaturisce dalla bocca dell'Eterno» Matteo 4:4; Deuteronomio 6:13. Se l'uomo non torna a gioire della comunione con il Padre, l'avere soddisfatto tutte le sue esigenze non fa ancora di lui un essere creato a immagine di Dio. Se l'uomo ritorna a Dio per mangiare non c'è un rapporto di amore con il Creatore.

             Il male Gli suggerisce di riavere il controllo di  questo mondo alla maniera degli uomini anche con la sua collaborazione dandogli tutto il suo appoggio. Tutti i regni della terra sono tuoi se tu mi adori, gli aveva suggerito. In questo caso il Signore avrebbe sì regnato senza che  nessuno trovasse più la forza per ribellarsi, ma ancora in questo modo, sebbene rispettato perché temuto, ossequiato perché potente, il cuore dell'uomo sarebbe stato senza calore nei suoi confronti.

             E ancora: avrebbe potuto conquistare l'umanità con il religioso, abbagliandola con miracoli e portenti, facendo dei segni che avrebbero esaltato l'immaginazione e sedotto i cuori. L'atto di buttarsi giù dal tempio e così far vedere che gli angeli sarebbero venuti in soccorso per impedire che il suo piede picchiasse contro le rocce, avrebbe suscitato ammirazione. Il cuore dell'uomo è affascinato dallo straordinario, è attratto dalle cose eccezionali, ma l'amore non lo si conquista con lo scintillio delle luci e con ciò che può sbalordire.

             F. Varonne fa notare che "al momento fissato" la tentazione ritorna nella sua triplice forma. Sulla croce noi abbiamo le tre tentazioni in senso opposte a quella avuta nel deserto: 1,2,3-3,2,1. I capi d'Israele constatano la sconfitta totale di colui che si presentava come "il Messia di Dio, l'eletto" (vedere 23:35). La seconda tentazione: i soldati romani si prendono gioco di lui (vedere 23:36-38). Avendo rigettato la potenza e le ricchezze dei regni viste dalla montagna, non avendo la loro protezione, Gesù si trova abbandonato e suppliziato. La prima tentazione del deserto, la necessità di vivere, la si ode  nella voce degli stessi condannati con Gesù che lo invitano alla salvezza sua e loro (vedere 23:39-43).[5]

             C'è un'altra strada da seguire: quella del perdono, della grazia, quella dell'amore; amare le sue creature per la sola gioia di amarle.

             Facendosi uomo, Gesù è diventato vangelo per noi; la sua predicazione, i suoi insegnamenti, le sue azioni lo rivelano. Ma tutto ciò che ha manifestato nella sua vita non è altro che il frutto della rinuncia avvenuta ancora prima che noi ce ne rendessimo conto. Nella sua incarnazione Gesù rinuncia a ciò che noi non possiamo cogliere completamente né con la nostra mente né col nostro cuore. Che cosa sia il paradiso noi non lo sappiamo esattamente, tuttavia possiamo dire che egli ha rinunciato all'eternità, alla sua onnipotenza, alla sua onniscienza, all'adorazione degli esseri celesti, in una parola, alla sua posizione di Dio, con tutto ciò che questo poteva comportargli. Venendo sulla terra, in seguito alla sua incarnazione e prima della sua morte, per una seconda volta, Dio che si è fatto carne come noi, ha rinunciato per noi a ritornare a vivere secondo la propria natura divina.

La trasfigurazione

 

             L'uomo, creato in uno stato di innocenza, doveva raggiungere uno scopo: grazie a una relazione continua con Dio, avrebbe dovuto subire uno sviluppo morale. All'origine Dio gli aveva tracciato una strada regale che egli avrebbe dovuto percorrere: dall'innocenza doveva giungere alla santità - era la prima tappa -, e in seguito, mediante una trasformazione gloriosa, fisica e spirituale, dalla santità alla gloria.

             Questa trasformazione, questo passaggio dalla santità alla glorificazione possiamo immaginarla come la trasformazione che avviene nella natura: dal bruco alla farfalla. Purtroppo per l'uomo, questo progresso morale non si è realizzato e noi ne vediamo le conseguenze: dall'innocenza si è passati all'animalità.

             Gesù, pur nascendo in un mondo corrotto da millenni di degenerazione e venendo in una «carne simile a carne di peccato» Romani 8:3, perché generato dallo Spirito Santo, come il primo uomo che usciva dalle sue mani di Creatore, aveva una natura innocente, cioè priva della tendenza naturale al peccato. Da questa situazione di innocenza s'iniziò per Gesù quel processo di sviluppo morale che lo avrebbe portato alla santità e dalla santità alla glorificazione.

             Dopo la meravigliosa confessione di Pietro fatta nella città di  Cesarea di Filippi: «Tu sei il Cristo, il figlio dell'Iddio vivente» Matteo 16:18, Gesù fa conoscere ai suoi discepoli come si sarebbe conclusa la sua vita: nella sofferenza e nella morte causatagli dagli anziani di Gerusalemme.

             Salito su un monte per pregare con Pietro, Giacomo e Giovanni, avviene per lui il passaggio dalla santificazione alla glorificazione in occasione della trasfigurazione (vedere Matteo 17:1-13; Marco 9:2-13: Luca 9:28-36).

             Prima di questo episodio della trasfigurazione, i vangeli narrano di miracoli che provano come Gesù crescesse nella sua santificazione, fonte di vita. La relazione stretta con Dio gli aveva fatto raggiungere l'apogeo del suo sviluppo interiore. Giunto a questo stadio della santità quale avrebbe dovuto essere il passo successivo? Egli poteva o avanzare o indietreggiare.

             «L'esistenza terrestre diventava dunque in questo momento un quadro troppo stretto per questa personalità compiuta. Non gli restava che la morte; ma la morte è l'uscita del peccatore, o, come dice Paolo, "il salario del peccato" Romani 6:23. Per l'uomo senza peccato, l'uscita dalla vita non è il passaggio oscuro del sepolcro; è la via regale della trasfigurazione gloriosa. La trasfigurazione, dice Gess, "indica che Gesù era maturo per l'entrata immediata nell'esistenza eterna"...  Marco scrive che "fu metamorfizzato", Matteo, all'espressione di Marco aggiunge: "Il suo viso risplendeva come il sole, e i suoi vestiti divennero candidi come la luce", Luca ne descrive l'effetto in una forma più semplice: "l'aspetto del suo volto fu mutato". Questo fenomeno luminoso, proveniente dal di dentro, penetra talmente il corpo di Gesù, che diventa percettibile attraverso i suoi vestiti. La sua veste diventa candida, sfolgorante. Gesù aveva superato il primo di quei due stadi. Era normale, razionale, naturale, si può dire, che fosse da quel momento ammesso a superare il secondo. La trasfigurazione è il primo passo di questa elevazione nella gloria, l'inizio della trasfigurazione del corpo psichico e morale in un corpo spirituale ed imperituro... Se Gesù non avesse volontariamente arrestato la trasfigurazione che cominciava ad operarsi in lui, questo cambiamento sarebbe senza dubbio diventato la sua ascensione... Per la porta che già si intravede per lui, il cielo e la terra comunicano... Il cielo discende o, è la stessa cosa, la terra si eleva... Ma Gesù fa comprendere ai due uomini (che stavano parlando con lui: Mosè ed Elia; il primo che morì e risuscitò è il rappresentante di tutti coloro che passeranno all'eternità attraversando il sepolcro, il secondo, è il prototipo di coloro che saranno viventi al ritorno di Gesù e passeranno dalla vita all'eternità, rapiti sulle nuvole del cielo, trasformati in un batter d'occhio senza passare per la morte (1 Tessalonicesi 4:16,17; 1 Corinzi 15:51-54 nda) che questa sua ascensione in gloria lo porterebbe a rinunciare alla sua missione e che il suo compito lo chiama ad una uscita dalla vita tutta diversa... Il termine exodos, uscita, è notevole: Luca sceglie con intenzione un'espressione che racchiude contemporaneamente le due nozioni di morte e risurrezione. L'ascensione era per Gesù la via naturale per uscire dalla vita, come lo è la morte per un peccatore. Egli poteva dunque optare in questo momento per questo modo di "uscire" che gli era dovuto. Poteva risalire con i suoi due interlocutori celesti. Ma salire in quel momento, sarebbe equivalso a salire senza di noi. Là in basso, nella pianura, Gesù vide una umanità curva sotto il peso del peccato e della morte. L'abbandonerà al suo destino? No, non salirà che quando egli potrà ricondurla con sé. E, per questo, bisogna che affronti l'altro modo di uscire, l'uscita che si consuma a Gerusalemme».[6]   Se Gesù fosse salito in cielo dal monte della trasfigurazione, la sua incarnazione avrebbe semplicemente dimostrato all'universo intero che l'uomo, Adamo, poteva raggiungere la gloria, che era possibile all'uomo vivere ubbidendo alla Parola di Dio e che il peccato non fa parte della natura dell'uomo ma è una sua scelta. Per salire con noi, occorreva che Gesù passasse attraverso l'altare che sarebbe stato innalzato a Gerusalemme. Se Gesù non avesse scelto questa "uscita" per entrare nell'eternità, l'uomo, che già era lontano da Dio, non avrebbe mai compreso che veramente Dio lo ama e le stesse creature celesti non avrebbero compreso la natura di Dio, sebbene avessero fiducia in Lui.

             Luca racconta: «Venne una nuvola che li coperse della sua ombra... E una voce venne dalla nuvola, dicendo: "Questo è il mio figlio, l'eletto mio; ascoltatelo"» 9:34,35.

             «Ad ogni atto di abbassamento volontario da parte di Gesù, corrisponde un atto di glorificazione di cui egli diviene oggetto da parte del Padre. Discende nell'acqua del Giordano, consacrandosi a morire: Dio lo saluta chiamandolo suo figlio benamato. In mezzo al turbamento della sua anima (Giovanni 12), rinnova il suo impegno di fedeltà fino alla morte: la voce dal cielo gli risponde con la più magnifica promessa per il suo cuore di figlio. La stessa cosa qui. La trasfigurazione segna nei tre sinottici, da una parte la fine del ministero in  Galilea, dall'altra il preambolo della Passione»[7] e il primo passo verso la gloria.

             Con l'incarnazione Gesù rinuncia al cielo e a tutto ciò che esso comporta; alla trasfigurazione vi rinuncia per la seconda volta e a differenza della prima, dopo aver sperimentato nella propria carne la durezza, la brutalità, la miseria umana. Tale seconda rinuncia esprime in modo più completo ancora il suo impegno per la nostra salvezza.

Gesù e i greci

 

             A Gerusalemme, dopo la sua entrata trionfale, prima che egli lasciasse definitivamente la città, alcuni greci convertiti al Dio d'Israele e venuti nella capitale, in occasione della Pasqua per adorare l'Eterno, chiesero a Filippo di potere vedere Gesù. Probabilmente animati dalla loro speranza messianica, avrebbero desiderato avere con lui un incontro su argomenti religiosi. Forse, a conoscenza dell'opposizione fattagli dai capi d'Israele, essi desideravano invitarlo a recarsi nei loro paesi pagani i quali, meglio dei rigorosi giudei, avrebbero saputo apprezzare un saggio, un dottore come lui. Lo storico ecclesiastico Eusebio ha conservato il ricordo di un'ambasciata inviata a Gesù da Abgarus V, re di Edessa in Siria, che lo invitava ad andare a fissare la sua dimora presso di lui promettendogli una regale accoglienza che lo avrebbe ripagato dell'ostilità dei suoi connazionali.[8] In questa richiesta possiamo scorgere una prima simpatia del mondo pagano per il vangelo.

             A questa richiesta del mondo dei Greci, Gesù risponde con un esempio tratto dalla natura: «Se il granello di frumento non cade a terra e muore non può portare frutto». Così sarà della sua persona. Se vuole restare integro e conservare la propria vita, perderà quella degli altri. E allora, pur con molto turbamento, ribadisce la necessità della sua morte. A questa ulteriore rinuncia affinché il nome del Padre sia glorificato, Dio risponde dal cielo: «L'ho glorificato e lo glorificherò di nuovo» Giovanni 12:28.

             «Ogni volta che il Figlio compie un grande atto di abbassamento e di consacrazione personale, il Padre risponde con una manifestazione sensibile di approvazione. Ciò che avvenne al battesimo e alla trasfigurazione si rinnova adesso. Questa ora, in cui si chiude il ministero di Gesù e nella quale egli si vota alla morte, è il momento unico, per il Padre, di apporre pubblicamente sulla persona e sull'opera del Figlio il suggello della sua soddisfazione».[9]

             Salomone scriveva: «Le grandi acque non potrebbero spegnere l'amore, e dei fiumi non potrebbero sommergerlo. Se uno desse tutti i beni di casa sua in cambio dell'amore, sarebbe del tutto disprezzato» Cantico dei cantici 8:7.      L'amore non ha prezzo, non si compra, lo si offre gratuitamente; lo si riceve perché si è amati.

             Il problema del male è risolto dall'amore. Dio ama le sue creature, ma non è contraccambiato da tutte. Come può farsi capire ed essere accettato da loro? La croce è l'ultima strada che Dio percorre per raggiungerci.

 

Calvario

 

             Il libro dell'Apocalisse ci dice che «vi fu battaglia in cielo: Micael ed i suoi angeli combatterono con il dragone, e il dragone e i suoi angeli combatterono, ma non vinsero, e il luogo loro non fu più trovato in cielo. E il gran dragone, il serpente antico, che è chiamato Diavolo e Satana, il seduttore di tutto il mondo, fu gettato giù; fu gettato sulla terra, e con lui furono gettati gli angeli suoi. E io (Giovanni) udii una gran voce nel cielo che diceva: "Ora è venuta la salvezza e la potenza ed il regno dell'Iddio nostro, e la potestà del suo Cristo, perché è stato gettato giù l'accusatore dei nostri fratelli, che li accusava dinanzi all'Iddio nostro, giorno e notte. Ma essi l'hanno vinto a cagione del sangue dell'agnello e a cagione della parola della loro testimonianza; e non hanno amato la loro vita, anzi l'hanno esposta alla morte"» 12:7-11.

             Quale battaglia viene qui menzionata? Alcuni pensano a quella originale presentata da Isaia 14:12-15 ed Ezechiele 20:12-19, quando Satana venne allontanato dal cielo. Ma se teniamo conto del contesto: la storia della Chiesa, dobbiamo dire che essa è avvenuta in occasione della morte o meglio ancora a seguito della ascensione di Gesù. In occasione della sua ascensione Gesù dirà ai suoi discepoli, anche come conseguenza di questa battaglia: «Ogni potestà mi è stata data in cielo e sulla terra» Matteo 28:18, ed il testo di Apocalisse dice: «Ora è venuta la salvezza... e la potestà di Cristo». Questo allontanamento di Lucifero dal cielo è la diretta conseguenza del ministero di Gesù sulla terra dalla quale viene «rapito presso Dio e al suo trono», come aveva già detto Giovanni (Apocalisse 12:5).

             Cacciato dal cielo, Satana non vi ha più avuto accesso come accadeva in precedenza. Che cosa gli ha causato questa espulsione definitiva?

             La Sacra Scrittura insegna che, dopo la ribellione di Lucifero nei confronti di Dio, egli è stato sì allontanato dal cielo, però ha continuato ad avere la possibilità di presentarsi davanti al trono della gloria. Ogni qualvolta lo faceva compiva la sua opera di «accusatore dei fratelli». Chi accusava Satana? Coloro che amano Dio.

             Per capire meglio l'opera di questo personaggio nel cielo e la vittoria di Cristo uomo su di lui, la Bibbia presenta un esempio grandemente illuminante nella persona di Giobbe. Seguire il parallelismo tra la vita di Giobbe e quella di Cristo è relativamente facile.

             Giobbe era un uomo integro e retto. Gesù lo sarebbe stato in modo più completo. Dio è consapevole della giustizia di Giobbe-Gesù, ma Satana fa una insinuazione estremamente sottile: «Forse per nulla che Giobbe tema Iddio?» Giobbe 1:9. Tutta l'accusa di Satana è concentrata nell'espressione "per nulla". Giobbe era un grande possidente: undicimila cinquecento capi di grosso bestiame, innumerevole, quello minuto, terreni di grande estensione, e servitori in gran numero. Quando entrava dalle porte della città i giovani al vederlo, per rispetto, si ritiravano, i vecchi si alzavano e rimanevano in piedi, e i capi  del popolo facevano silenzio (Giobbe 29:7-10). Per Satana che non concepisce l'amore quale sentimento disinteressato, Giobbe è solo un cortigiano che serve Dio perché ne riceve dei vantaggi, e così suggerisce a Dio: «Toccalo nei suoi interessi, nella sua famiglia, nella sua salute e vedrai se lui, come tutte le altre tue creature, continuerà ad amarTi per quello che sei e non per le benedizioni che dai» (Giobbe 1:10,11).

             La sfida che Satana lancia non è tanto rivolta a Giobbe quanto a Dio. In pratica è come se dicesse: «Tu dici di aver creato l'uomo a tua immagine, ma l'uomo è incapace di amarTi per quello che sei. Tu stesso sei incapace di amare le tue creature senza ricevere in cambio nulla. Cioè come Tu hai creato gli uomini per essere servito e trarne lode, così l'uomo Ti ama per interesse!» A questa sfida Dio non può rispondere con la sua forza perché a vincere l'Accusatore sarà Giobbe nella sua debolezza e privato di tutto. Dio crede nell'amore che Giobbe ha per lui più di quanto forse Giobbe creda nell'amore di Dio e Dio abbandona la sua reputazione - di Dio d'amore e non di Dio tiranno - nelle fragili mani della sua creatura. Se Giobbe non vincesse, proverebbe che l'amore non può trionfare.[10] La stessa cosa si è realizzata, ma in una dimensione più completa, fino alla morte, nella vita di Cristo, il cui dramma è il dramma della Divinità. Per mettere a tacere definitivamente la voce di Satana, Dio inventa la follia del Natale, Egli stesso viene a prendere il posto di Giobbe, spogliato di ogni splendore divino. Gode dell'autorità del suo insegnamento, della potenza della sua azione sui malati, sui poveri e sui peccatori. Può dire come Giobbe: «Ero l'occhio del cieco, il piede dello zoppo; ero il padre dei poveri» Giobbe 29:15,16. In questo periodo Satana può ancora dire: «Forse per nulla che ti serve?». Intendendo con questo «per nulla» non tanto i beni materiali, che possono soddisfare l'animo materialistico, ma il potere, la gloria, l'onore. Gesù dovrà dimostrare di amare e servire sia Dio sia gli uomini anche senza il Suo appoggio, nel Suo silenzio, e senza il loro osanna. Satana quindi si accanisce contro di lui per cercare di carpirgli nella sofferenza quanto non ha potuto ottenere in tempi più felici, calcolando che non potrà servire fino alla fine un Padre che lo abbandona all'oppressione ingiusta.

             Più si avvicina a Gerusalemme, più acuto si fa il combattimento. La stessa voce dell'amico Pietro, dopo averlo riconosciuto sulla via di Cesarea, quale figlio di Dio, diventa quella dell'avvocato del Diavolo che esprime il pensiero dell'avversario: «Se tu sei il figlio di Dio, se sei il Servitore fedele, la tua vita non può finire male: per te c'è tutto da guadagnare nell'essere fedele a Dio» (Matteo 16:16,21-23).

             «La prova continua; e Gesù conoscerà durante la settimana santa l'avvilimento, l'abbandono e l'angoscia di Giobbe. Potrà a sua volta dire: "Iddio mi dà in balia degli empi, eppure le mie mani non commisero mai violenza". Tutta  l'abominazione del mondo si riversa sul Servitore sfigurato. Inchiodato alla croce, ode ancora per l'ultima volta la voce del Tentatore: "Se tu sei il figlio di Dio, scendi giù di croce, affinché noi vediamo e crediamo". Se no perché sarebbe figlio di Dio e perché avrebbe servito Dio? Se Dio non lo libera, evidentemente non è il Giusto; è un peccatore perciò, un impostore. Oppure il suo Dio non esiste.

             I farisei con soddisfazione, gli apostoli con disperazione giungono a queste tristi considerazioni, mentre Satana opera ancora, finché Gesù respira. E fin quando l'agonia si prolunga egli può sempre apostrofare Dio: "Aspetta, non resisterà fino alla fine. Sta pensando che, grazie a Te, tutto può cambiare ancora a suo vantaggio; per questo resiste. Ma se lo lasci andare fino in fondo se lo lasci morire come l'ultimo dei malviventi, allora cederà. Non potrà restarti fedele fino alla morte. Per nulla. Una tale fede, una tale speranza, un tale amore nella disperazione non sono possibili sulla terra. Il suo ultimo pensiero sarà per me, con esso scenderà dalla croce esaudendo il desiderio di tutti i suoi e dei miei amici. Così - vedrai - mi darà ragione".

             E fintanto che Gesù non è spirato, fintanto che la prova non è stata totale, l'accusa è continuata. Finché Gesù respira anche Satana respira. Può mantenere la verità della sua requisitoria e può affermare che non un solo uomo può preferire Dio alla sua propria vita. Fino a quando Gesù respira, Satana può vincere, può avere ragione. La prova deve continuare, più incomprensibile, più dura e più radicale di quanto non lo sia stata con Giobbe. E mentre Dio tace, mentre trionfano la menzogna, l'ingiustizia, la malvagità, Gesù dal fondo dell'abisso e delle tenebre grida: "Dio mio, perché mi hai abbandonato?"».[11] Il grido: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Matteo 27:46, «non dovremmo intenderlo - come purtroppo spesso accade - quale espressione di disperazione. In realtà Gesù muore pregando con le parole del Salmo 22, guardando al Padre, pur nell'estrema sofferenza, e portando a compimento la missione già preannunciata dai profeti muore come ha vissuto e cioè con la Parola di Dio sulle labbra, con fede incrollabile in Colui che solo e sempre è il vero aiuto... Questi due elementi - la fede nel Padre e la consapevolezza dell'abbandono (Dio che non agisce per liberarlo n.d.a.) - presi assieme, ci mostrano come Matteo intendeva la croce: il figlio conserva ancora la fede anche quando essa non sembra aver più alcun senso e quando la realtà terrena proclama che Dio è assente. Non a caso ne parlano sia il primo ladrone, sia la folla schernitrice».[12] Danieli Giuseppe nella sua relazione alla XXVII settimana Biblica dice: «Nell'invocazione iniziale del Salmo 22 "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" l'autore manifesta di esprimere una inattesa, prolungata e dolorosissima assenza di Dio. Sente di soffrire da parte di lui un abbandono, di cui non comprende la ragione. Egli si sente fedele al suo Dio; e il suo animo si manifesta soprattutto adesso: il Salmista non abbandona la preghiera, tanto meno abbandona il suo Dio. Nessuna tentazione si avverte di passare ad altre divinità, nessun sentimento d'avversione, di risentimento contro Dio. Non cede alla stanchezza, né alla disperazione, anzi proprio da qui, da queste parole, inizia la sua grande preghiera. L'invocazione "Elì, Elì, lamà sabactani?" non è la fine, ma l'inizio della supplica. Se Dio l'ha abbandonato (diremo), egli non abbandona il suo Dio. Lo chiama ancora "Dio mio, Dio mio", infatti. E se la domanda "Perché mi hai abbandonato?" è anche un lamento, essa è soprattutto una richiesta di aiuto, pronunciata con il linguaggio di chi è familiare con Dio... L'invocazione non ha il tono di una rassegnata sconfitta... né interrompe di fatto il dialogo con il suo Dio. Anzi, il dialogo diventa ora più stringente. Ciò significa, se penetriamo nel suo animo di credente, che egli è sicuro del suo Dio. Anche se gli grida "perché mi hai abbandonato?" egli è certo che Dio non lo ignora, che lo ascolta...  certo, dunque che in un qualche modo Dio è vicino, non lo ha abbandonato».[13]     Sebbene Davide esprima la sua distretta con le parole menzionate, dopo aver descritto la sua passione (vv. 12-18) e le beffe perché «si rimette nell'Eterno» v. 7,8,  canta la sua allegrezza nell'Eterno: «Io annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, Ti loderò in mezzo all'assemblea. O voi che temete l'Eterno lodatelo! Glorificatelo... Tu sei l'argomento della mia lode nella grande assemblea...» vv. 22,23,25. Che il Padre non abbia abbandonato, rigettato Cristo Gesù  a causa del peccato degli uomini, lo possiamo dedurre da due testi biblici. Il primo: «Si fecero tenebre per tutto il paese» Marco 15:33. Ermenegildo Manicardi nella sua conferenza, Gesù e la sua morte secondo Marco 15:33-37, appoggiandosi anche sulle considerazioni di altri studiosi, ricorda che le tenebre sono segno della presenza di Dio. Le tenebre, il buio, «la densa nuvola» di Esodo 19:9,  ha la funzione di rendere percettibile per il popolo (e indiscutibile) il fatto che Dio sia presente a parlare con Mosè. In Esodo 20:21 viene fatto un riferimento globale alla teofania (apparizione di Dio) del Sinai: «Mosè avanzò verso la nube oscura, nella quale era Dio» (vers. CEI). La stessa esperienza è ricordata in Deuteronomio 4:11,12; «... e il monte era tutto in fiamme... e v'erano tenebre, nuvole ed oscurità».

             Un testo interessante è costituito da Deuteronomio 5:23: «Udiste la voce (dell'Eterno) che usciva dalla tenebre». Salomone in occasione dell'inaugurazione del tempio disse: «L'Eterno ha dichiarato che abiterebbe nell'oscurità!» 1 Re 8:12. Anche i Salmi 18:11; 97:2 parlano di Dio che si rende presente nell'oscurità. Questi passi delle Scritture rilevano che oscurità e tenebre possono, in determinati contesti, indicare la presenza di Dio... Se le tenebre di Marco 15:33 sono un segno della presenza di Dio, tenendo presente il sistema orario peculiare al racconto marciano della crocifissione, che distingue due periodi di tempo di tre ore, troveremo un interessante modello narrativo. Dall'ora terza all'ora sesta Marco mette in scena, davanti al crocifisso, gli uomini con la loro incomprensione e le loro derisioni (Marco 15:25-32). Dall'ora sesta all'ora nona Dio stesso si fa presente silenziosamente nell'oscurità (15:33).[14] Nelle tenebre si ha così la presenza dell'Eterno, del Padre accanto al figlio.[15] Il secondo passo è più esplicito. Secondo l'apostolo Paolo il Padre era più che presente: «Dio era in Cristo riconciliando il mondo con sé» 2 Corinzi 5:19. «Egli (Gesù) era venuto a portare nel mondo il regno di Dio; per questo era vissuto, aveva operato e parlato. Ma il suo annuncio non era stato accolto dagli uomini. Regno di Dio significa la distruzione dell'egoismo e dell'odio, della freddezza e del disprezzo verso Dio e il fratello. Significa portare fra gli uomini il volto stesso del Padre, che fa scendere la pioggia anche per i cattivi e fa alzare il suo sole anche per chi bestemmia. Fisicamente annientato e prossimo a morire Gesù contempla dalla sua croce il trionfo dell'odio e di Satana, il principe di questo mondo perverso. Davanti a questo spettacolo della sconfitta di Dio e del suo Regno, Gesù non crea una preghiera propria. Non ripete nemmeno quello che aveva insegnato un tempo: "Venga il tuo Regno". Si rifugia nelle parole del Salmo, apprese fin da bambino, quasi incapace di formulare pensieri suoi, tanto l'angoscia lo stringe. Di fronte alla propria morte e al trionfo orgoglioso dell'ingiustizia, egli afferra l'unica mano forte, la mano di Dio. L'afferra con angosciato amore, ricordandogli quanto solo e inerme egli sia senza di Lui».[16]  Gesù sulla croce dichiara all'universo che Dio esiste e in Lui pone tutta la sua fiducia. Il suo grido di fede e di dolore pone una domanda all'umanità: «Ha ragione lui o coloro che davanti alla sua croce dicono: Si è confidato in Dio, lo liberi ora (Matteo 27:43), "Dov'è il tuo Dio?" Salmo 42:10. La croce ci libera da un'illusione: Dio non è assente perché non si manifesta con potenza, con segni visibili e con azioni liberatrici. La croce ci ricorda che viviamo ancora nel tempo della pazienza di Dio, nel tempo in cui Dio sopporta la nostra indifferenza, i nostri scherni, le nostre violenze e i nostri egoismi pur di concederci ancora il tempo per ravvederci (2 Pietro 3:9). Come la risurrezione di Pasqua è il trionfo di Dio su un mondo malvagio, così il ritorno di Cristo Gesù manifesterà il suo giudizio su un mondo che non potrà più continuare.

             Gesù sulla croce si mette nelle mani di Colui che lo abbandona. "Io so che il mio Redentore  vive - il mio Testimone è in cielo, il mio Garante è nei luoghi altissimi" (diceva Giobbe 19:25; 16:19); - "Padre nelle tue mani rimetto lo spirito mio (rimetto la mia causa)" (diceva Gesù Luca 23:46). Nessuna risposta. Nulla avviene e Gesù muore... Dio tace e Gesù muore. Si compie l'irreparabile... per l'Accusatore, che stavolta non ha più niente da dire. La dimostrazione è fatta: tutto il ministero di Gesù, tutta l'obbedienza del Salvatore sono stati vissuti per niente».[17]

             Gesù muore gridando all'universo che il Padre esiste, - e quindi come tale Dio è buono -; che Dio ama, e che l'uomo creato a sua immagine e somiglianza può amare Dio, contro ogni silenzio, ogni oblio, ogni disperazione.

             «Il grido del Salvatore morente fu il rintocco funebre di Satana».[18] «Nell'istante in cui Gesù spira, nel momento in cui annienta se stesso, l'Accusatore è precipitato, poiché la sua requisitoria è falsa».[19]

             Alla morte di Gesù Satana viene smascherato, viene conosciuto da tutti gli esseri celesti per quello che è: l'Accusatore, il nemico, il male, l'autore della sofferenza e della morte...

             «Questa grande voce che noi ascoltiamo nell'Apocalisse: "Ora è venuta la salvezza e la potenza ed il regno dell'Iddio nostro, e la potestà del suo Cristo", non è che l'eco nell'eternità del grido che Gesù emette morendo: "È compiuto!" Giovanni 19:30. J. Stott precisa: «Il forte grido di vittoria è espresso nel testo evangelico da una singola parola, tetelestai, che essendo al perfetto, significa: "È stato e sarà per sempre compiuto!"».[20] Satana è vinto mediante il sangue dell'agnello. Con la sua morte Gesù smentisce l'Accusatore. È venuto per questo, per smentire Satana... Gesù ha convinto l'Accusatore di essere il padre della menzogna e lo ha precipitato; ed è per questo che noi stessi possiamo, mediante la fede nel suo sangue, convincerlo di menzogna. Satana ci accusa ma non può più dire la verità, se noi crediamo in Cristo Gesù».[21]

             Il giorno prima della crocifissione Gesù, nel consacrarsi al Padre, dice: «Padre, glorifica il tuo nome» e, a seguito della sua risposta, Gesù dichiara alla folla: «Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me» Giovanni 12:31,32. A seguito della missione dei settanta, Gesù, prevedendo il suo trionfo sull'Accusatore, annuncia ai discepoli: «Io miravo Satana cadere dal cielo a guisa di folgore» Luca 10:18.   Ora davanti al trono della grazia non c'è più l'Accusatore. Cristo, avendo smentito il principe di questo mondo, può stare solo davanti al Padre ed avere lui solo diritto di parola. La vittoria di Cristo è diventata la nostra vittoria: «Essi l'hanno vinto a cagione del sangue dell'Agnello e a cagione della parola della loro testimonianza».

             «Se noi confessiamo che il nostro Dio non è un distributore di medaglie d'oro e di privilegi, ma che egli è sulla croce, spogliato di tutto, al limite della sua debolezza, incapace di accordarci qualcosa; se il nostro Signore non è altro che un agnello immolato, un condannato a morte, non è più possibile che sia il suo denaro, la sua potenza che noi vogliamo. L'agnello immolato, Gesù sulla croce, solamente a lui noi andiamo. Non è che lui stesso e nient'altro. Ed è per niente, cioè per l'amore di lui che noi lo serviamo, e non per dei vantaggi. Coloro che rendono testimonianza al crocefisso, coloro che affermano sinceramente di appartenere a questo miserabile, Satana non può pretendere che lo facciano per avere una bella situazione e ricevere dei favori».[22]      «Chi potrà servire un Dio crocifisso? A che cosa può servire un Dio crocifisso? Non diventa forse un Dio inutile e inutilizzabile? Il modo migliore di allontanare gli uomini dall'Iddio di Giobbe (e di Gesù) non è quello di provarli con la croce?... Dio non ci lascia più nulla. Quando siamo davanti alla croce, davanti a un Signore spogliato di tutto come Giobbe e noi stessi siamo spogliati di tutto  come lui, non può nascere ed esistere tra lui e noi che un rapporto puro da persona a persona, quella relazione assolutamente gratuita che è l'amore. Sulla croce Dio non ci dà altro che Se stesso e non ci domanda altro che noi stessi».[23]

             «Che affare si fa nel compromettersi con colui che muore come un criminale? (Satana non può pretendere che essi lo facciano per qualche interesse). L'Accusatore è confuso dalla testimonianza che gli uomini rendono all'Agnello. Non può più dire nulla, non ha nessun potere su di loro. Essi hanno vinto Satana, non solamente per il sangue dell'Agnello, perché sanno che Gesù l'ha vinto, ma l'hanno vinto doppiamente, osando testimoniare che il Dio di ogni grazia e di ogni benedizione era per loro in questo uomo agonizzante e maledetto».[24]

 

 

Conclusione  

 

             Quanto avviene al Golgota interessa l'universo intero. Il piano della salvezza dell'uomo coinvolge tutta la creazione di Dio. L'incarnazione non è solamente un affare privato tra Dio e l'uomo, essa è un spettacolo per gli esseri celesti e un soggetto di riflessione e investigazione. Gli angeli, sebbene contemplino la faccia dell'Eterno (Matteo 18:10) e si pongano al suo servizio (Ebrei 1:14), hanno manifestato la loro presenza in occasione degli avvenimenti più significativi della vita di Cristo Gesù sulla terra: al momento della sua incarnazione (Luca 2:13), in occasione della tentazione nel deserto (Matteo 4:11), durante la sua angoscia nel Getsemani (Luca 22:43), dopo la sua risurrezione (Luca 24:4) e in occasione della sua ascensione (Atti 1:10,11)[25].

             Nel corso dei secoli, man mano che il piano della salvezza veniva annunciato dai profeti e si concretizzava, essi stessi erano attenti alle parole dette e ne facevano motivo di indagine al fine di comprenderne tutta la portata (1Pietro 1:12). Si sono interessati alla redenzione per amore di un mondo perduto, ma anche perché questa redenzione avrebbe glorificato per l'eternità il Dio nel quale avevano posto tutta la loro fiducia fin dalla loro esistenza. Ciò che Dio ha fatto per gli uomini è l'espressione del suo Essere e per questa ragione più essi comprendono, vedono, partecipano, come l'Eterno che essi adorano si dà a conoscere, più passano dalla fiducia alla constatazione. L'apostolo Paolo scrive che Gesù «avendo spogliato i principati e le podestà ne ha fatto un pubblico spettacolo, trionfando su di loro per mezzo della croce» Colossesi 1:15. La sua morte, che è un'apparente sconfitta, gli ha permesso  di vincere tutte le potenze delle tenebre che si oppongono al Regno di Dio. Ha spogliato queste potenze e le ha esposte come dei vinti alla vergogna e alla ignominia. Gli angeli, contemplando per l'eternità questo spettacolo della vittoria dell'amore sul male, avranno una dimostrazione vivente di ciò che Dio è e può fare per le sue creature.

             «Ogni cosa m'è stata data in mano dal Padre mio» Matteo 11:27. «E durante la cena quando il diavolo aveva già messo in cuore di Giuda Iscariot... di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani... si levò da tavola» Giovanni 13:2-4. Il Padre mette tutto nelle mani del figlio. Queste dichiarazioni di Gesù sono da capogiro, ci danno un senso di oppressione, ci sgomentano nella nostra comprensione della Parola di Dio.   

             Che cosa è questo "tutto" che il Padre ha posto nella mani del figlio?  .Senz'altro la realizzazione della salvezza facendo capire agli uomini che Dio li ama e di riavere ciò che hanno perduto; ma questa opera per la salvezza dell'uomo crediamo sia anche quella della salvezza stessa di Dio. In questo "tutto" ci sono tutta la redenzione, tutta la santità, tutta la giustizia di Dio, tutta la persona di Dio «poiché in lui (Gesù) abita corporalmente tutta la pienezza della Deità» Colossesi 2:9. «Chi ha veduto me (Gesù), ha veduto il Padre. Io sono nel Padre e il Padre è in me» Giovanni 14:9,10,11; «Io e il Padre siamo uno» 10:30.   Se Gesù, per un motivo che ci causa un senso di vertigine al solo pensarci, avesse fallito nella sua vita, avesse dato ragione alla voce dell'Avversario, il Padre stesso ne sarebbe stato pienamente e direttamente coinvolto, il Padre stesso avrebbe subito nella sconfitta del figlio la propria disfatta; nella caduta del figlio c'è il precipizio, la perdizione del Padre. Nel figlio il Padre si identifica pienamente e completamente e tutto ciò che fa il Padre lo fa anche il Figlio (Giovanni 5:19). «Dio era in Cristo riconciliando il mondo con Sé» 2 Corinzi 5:19. La vittoria di Gesù è quindi la vittoria di Dio, la morte spirituale del Figlio sarebbe stata la morte morale del Padre. Il Padre ha scelto come suo campione, come colui che avrebbe vinto il suo e il nostro nemico, il Figlio dell'uomo e tra le sue mani si è consegnato alle sue creature affinché queste, nella umiliazione, nell'abbassamento della persona della Divinità, abbiano della natura di Dio la manifestazione più completa, per quanto possa essere accessibile a degli esseri creati.  Se Gesù avesse peccato, l'Accusatore avrebbe avuto ragione nei confronti di Dio. L'Eterno sarebbe stato ciò che Satana lo accusava di essere. Sarebbe stato spodestato dal suo trono di giustizia e di amore. Dio avrebbe potuto vincere, annientando il suo nemico con la forza della sua onnipotenza, ma la voce dell'Accusatore, così vinto, sarebbe risuonata eternamente e sempre più  forte nell'universo e la potenza di Dio sarebbe sempre stata vista come forza dispotica. Gli esseri Lo avrebbero adorato sì, ma per paura delle conseguenze. Se Dio non avesse dato "tutto" nella mani del Cristo, non fosse stato "uno" con lui e non avesse vinto in questo unico modo Satana, Satana avrebbe occupato il trono di Dio e da principe e usurpatore di questo mondo sarebbe diventato principe dell'universo. Ma questo universo di vita senza il Dio della vita sarebbe diventato un universo di morte.

             Al Golgota non avviene nessun regolamento di conti, ma la tragedia di Dio che rende manifesto alla luce dell'universo ciò che ha risentito nel segreto del suo cuore quando per la prima volta le sue creature hanno creduto che il bene fosse altra cosa di ciò che Egli offriva loro, la sua Parola, la sua presenza, il suo amore, il suo servizio, la sua vita, la sua eternità. Al Golgota l'Eterno mette a repentaglio Se stesso, rischia il suo annullamento, paga in prima persona ciò che l'uomo si è causato, manifesta così l'assenza più profonda della sua natura: per lui il cielo sarebbe stato vuoto senza l'umanità. Il male è grande, ma tutto ciò che l'uomo ha subìto come conseguenza del peccato miseria, sofferenza, fame, ingiustizia, violenza, Dio stesso, su un piano diverso, ma più completo e profondo, lo ha sentito, subìto, vissuto. «In tutte le loro distrette Egli stesso è stato in distretta» Isaia 63:9. In Cristo Gesù tutte le espressioni della solidarietà di Dio per la sofferenza dell'uomo, annunciate dai profeti, diventano realtà perché Dio stesso è venuto con noi nella nostra prigione, nel deserto del nostro mondo.

             «L'espressione "secondo le Scritture", che troviamo spesso nel N.T., "significa semplicemente che la Scrittura non ha né senso, né verità al di fuori di Gesù Cristo. L'esistenza di Gesù di Nazaret, la sua vita, la sua morte, la sua risurrezione, sono il senso di ogni frase della Bibbia, sono la verità di tutto ciò che la Bibbia ci annuncia. La Scrittura non esiste per se stessa... Senza di lui essa è vuota, totalmente vuota. Senza di lui è falsa. Rigorosamente parlando, essa esiste solo perché compiuta da lui, ricevendo il suo senso e la sua verità da lui... La Bibbia senza Gesù Cristo non sarebbe che "formule de politesse" divina, linguaggio convenevole per persone religiose».[26]

             La Parola di Dio, la quale ha operato nel passato, che incarnandosi è venuta a vivere quello che ha detto. Nell'Emanuele diventa vero che "Dio soffre con noi". Sulla croce l'Eterno, con le parole del figlio, dice: «È compiuto!» Giovanni 19:30 cioè, tutto è stato dimostrato: «Dio è amore» 1 Giovanni 4:8.  Dio ha avuto bisogno di tempo per dimostrare in Cristo Gesù la sua bontà, ma ora ha bisogno della Chiesa per dimostrare all'universo come, per mezzo della sua grazia, la sua Sposa, la Chiesa, che accetta la guarigione dal peccato possa riflettere nuovamente l'immagine di Dio e «comparire dinanzi a Lui, gloriosa senza macchia, senza ruga o cosa alcuna simile, ma santa e irreprensibile» Efesi 5:27.

 

 

 

 

 

 



[1]           DIÉTRICH Suzanne de, Il piano di Dio, ed. Borla, Torino 1963, pp.12,13,22,23.

[2]           CULLMANN Oscar, Christ et le temps, éd. Delachaux & Niestlé, Neuchâtel 1966, p. 57.

[3]           BRUNNER Emil, Dogmatique, t. II, La Doctrine Chrétienne de la Création et de la Rédemption, éd. Labor et Fides, Genève 1965, p. 408.

[4]           MIEGGE Giovanni, Salmi scelti, ciclostilato Facoltà teologica Valdese, Roma 1963, pp. 47,48.

[5]           VARONNE François, Ce Dieu censé aimer la souffrance, éd. Cerf, Paris 1986, pp. 56,57

[6]           GODET Frédéric, Commentaire sur l'Evangile de s. Luc, 4 ed., éd. Monnier, Neuchâtel 1966, pp. 596-601,609.

[7]           Idem, p. 605.

[8]           FARRAR, Jésus-Christ, p. 383; cit. GODET Frédéric, Commentaire sur l'Evangile de S. Jean, 3a ed., t. III, Attinger, Neuchâtel 1885, p. 290.

[9]           F. Godet, idem, p. 343.

[10]          Vedere MAILLOT Alphonse, Pour rien - Job, éd. S.N.P.P. et Cahiers de Réveil, Lyon 1966, pp. 19,20.

[11]          PURY Roland de, Giobbe, l'uomo in rivolta, ed. Claudiana, Torino 1962, pp. 67.

[12]          KASEMANN Ernest, Cristo fra noi, ed. Claudiana, Torino 1970, p. 8 (n.d.a. siamo noi che abbiamo aggiunto quanto scritto tra parentesi).

[13]          DANIELI Giuseppe, Elì, Elì, Lamà sabactani?, in AA.VV., Gesù e la sua morte, ed. Paideia, Brescia 1984, pp. 48,49.

             A critica di questa spiegazione più che appropriata ripotiamo le considerazione di J. Stott  a conclusione di tre ipotesi: «La quarta spiegazione è semplice e chiara. Essa consiste nel prendere le parole nel loro senso letterale ed intenderle come un grido di reale abbandono. Sono d'accordo con Dale che scrisse: "Rifiuto di accettare qualsiasi spiegazione di queste parole con l'implicazione che esse non esprimano la verità effettiva della posizione del nostro Signore?" DALE E.W., The Atonement, ongregational Union, Hodder & Stoughton, London 1894, p. 61. Gesù non aveva bisogno di pronunciare un grido falso. Fino a quel momento, anche se abbandonato dagli uomini, egli aveva potuto dire: "Ma io non sono solo, perché il Padre è con me" Giovanni 16:32. Tuttavia nell'oscurità egli fu completamente solo, essendo ora abbandonato anche dal Padre. Come scrisse Calvino: "Se Cristo avesse sperimentato solo la morte fisica, essa sarebbe stata inefficace Se la sua anima non avesse partecipato alla punizione, egli sarebbe stato Redentore solo dei corpi". Di conseguenza, "egli pagò un prezzo maggiore e più eccellente soffrendo nella sua anima il tormento terribile di un uomo condannato e abbandonato" CALVINO Giovanni, Istituzione della Religione Cristiana, a cura di G. Tourn, UTET, Torino 1971, 1983, II, XVI, 10 e 12. Ebbe luogo dunque una separazione effettiva e tremenda tra il Padre e il Figlio; essa fu dovuta ai nostri peccati e alla loro giusta retribuzione; Gesù espresse questo spavento suscitato dalla grande oscurità, e questo abbandono da parte di Dio, citando l'unico versetto della Scrittura che lo descrivesse con precisione e che egli aveva sperimentato perfettamente, cioè: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?"». STOTT John, La Croce di Cristo, edizioni GBU, Chiesti Scalo 2001, pp. 105,106.

[14]          Idem, pp. 21,22.

[15]          J. Stott che è un sostenitore e difensore della morte vicaria fa le seguenti osservazione che potrebbero essere considerate come delle critiche a quanto abbiamo detto: « Nel simbolismo biblico, cos'è l'oscurità se non la separazione da Dio che è luce e nel quale "non ci sono tenebre" 1 Giovanni 1:5? "Le tenebre di fuori" è una delle espressioni usate da Gesù per descrivere l'inferno, che rappresenta l'assoluta esclusione dalla luce solare del volto del Padre. Possiamo persino osare di affermare che i nostri peccati mandarono Cristo all'inferno - non "all'inferno" nel significato di ades, il soggiorno dei morti, nel quale egli "discese" dopo la morte secondo il Credo, ma "all'inferno" nel senso di geenna, il luogo di punizione, al quale i nostri peccati lo condannarono prima della sua morte». o.c., p. 103.

[16]          Idem, p. 49.

[17]          PURY Roland de, Giobbe, pp. 67,68.

[18]          WHITE Ellen, Il gran conflitto, ed. Araldo della Verità, Firenze 1977, p. 367.

[19]          PURY Roland de, Ton Dieu règne, ed. Delachaux & Niestlé, Neuchâtel 1946, pp. 22,23.

[20]          J. Stott, o.c., p. 107.

[21]          Idem.

[22]          Idem, p. 24.

[23]          R. de Pury, Giobbe..., pp. 69,70.

[24]          R. de Pury, Ton Dieu..., p. 24.

[25]          Non si dovrebbe escludere il pensiero che questi due uomini in vesti bianche siano ancora Mosè ed Elia.  Essi si rallegrano per la conversione di un peccatore (Luca 15:10) e uniscono i loro canti di lode a quelli dei riscattati (Apocalisse 5:11; 7:11,12).

[26]          PURY Roland de, Présence de l'éternité, éd. Delachaux & Niestlé, s.d., pp. 16,17.

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