Capitolo I

 

IL PECCATO

 

 

             A parlare oggi di peccato c'è il rischio di essere considerati persone di altri tempi. Oggi tutti si considerano brava gente e credono che il loro non fare male a nessuno, non uccidere, non rubare, vivere la propria vita, fare i propri affari, lavorare, dormire, soffrire, allevare figli, e, se  possibile, quando costa poco, aiutare gli altri, siano tutte manifestazioni di giustizia che fanno meritare il paradiso. Si dice: non siamo santi perché fatti di carne e ossa, ma siamo comunque gente perbene.

             La nostra generazione occidentale è caratterizzata dalla mancanza del senso del peccato e dal ribaltamento dei valori. L'adulterio, per esempio, è divenuto una virtù; la frode è abilità negli affari, la menzogna è prudenza, la costruzione di armi micidiali e terrificanti è considerata utile allo sviluppo pacifico della società. Lasciare che decine di migliaia di persone al giorno muoiano di fame non è considerato da nessuno un crimine di guerra, perché nessun soldato dell'occidente preme il grilletto. Ma questo olocausto del nostro tempo è ancora più grave e orrendo di quello compiuto dalle generazioni passate, negli anni tra il 1939 e il 1945. Più grave perché quanto fu fatto ieri ha almeno suscitato sgomento, quello che si compie oggi, forse anche perché ci consideriamo più civili, più evoluti, più preparati, e migliori conoscitori delle leggi commerciali, ci lascia nell'indifferenza. Questa situazione non viene chiamata peccato perché siamo persone moderne. La definiamo squilibrio sociale del quarto mondo. Si tenta di soccorrere queste popolazioni con le briciole del «ricco epulone» nel tentativo di tenere buono il «povero Lazzaro» affinché, restando carponi, non possa, vedere la tavola riccamente imbandita e così non tiri la tovaglia privandoci della nostra abbondanza.

             Purtroppo il peccato è così integrato nella nostra natura che non lo distinguiamo più.

 

 

Che cosa è il peccato?

 

             L'apostolo Paolo definisce il peccato in questi termini: «Tutto quello che non viene da fede è peccato» Romani 14:23. L'apostolo ci presenta il peccato nella sua essenza. Esso è anche sbaglio, errore, trasgressione, disubbidienza, ingiuria, crimine, violenza.[1] Ma, come il frutto è il prodotto naturale dell'albero così questi frutti sono la conseguenza di una pianta le cui radici affondano in un terreno che non è più quello originale. Se vogliamo guarire l'albero, dobbiamo trapiantarlo in un'altra terra o seminarlo di nuovo.

             In realtà il peccato non è altro che la separazione da Dio, è la mancanza di fede nei Suoi confronti. I frutti menzionati sopra, e la lista si potrebbe allungare, non sono altro che la naturale conseguenza di questo nostro distacco da Lui che è amore, vita (1 Giovanni 4:8; Giovanni 14:6). Anche i frutti che in questa situazione di separazione possono sembrare buoni non corrispondono però al prodotto originale. «Tutto ciò che non viene dalla fede (cioè dalla fiducia, dall'unione con Dio) è peccato». Il peccato non è la negazione di Dio, è anche questo, ma essenzialmente è la mancanza di relazione con l'Eterno; è la nostra indipendenza da Lui. Scrive Lotz: «C'è un ateismo nei nostri giorni che non nega Dio, eppure forse è più lontano da Dio di quello che Lo nega. La negazione sparisce perché questi atei non si occupano più di Dio, non sono più interessati a Lui. Sembrano essere uomini non più toccati da Dio, nei quali non risuona più la chiamata silenziosa di Dio».

             Il teologo Emil Brunner così definisce il peccato: «Una defezione e una ribellione nei confronti di Dio... la rottura con ciò che Dio ha posto e dato... Il peccato ha la sua sorgente nella disubbidienza che nasce dalla sfiducia nei confronti di Dio. Il male, compreso come peccato, è costituito dal cambiamento nel rapporto con Dio, dalla rottura della comunione con Lui che provoca la sfiducia e la resistenza nei Suoi confronti. Il racconto della caduta ci rivela la causa più profonda di questa rottura di comunione: l'uomo vuole essere come Dio, vuole mettersi sullo stesso piano di Dio e così liberarsi dalla dipendenza nei Suoi confronti... Il peccato rappresenta l'emancipazione nei confronti di Dio, l'abolizione della dipendenza per ottenere una piena indipendenza, uguale a quella di Dio... L'uomo deve essere libero e simile a Dio, ma egli vuole queste prerogative al di fuori della dipendenza da Dio... Il peccato è lo sforzo dell'uomo per ottenere la sua autonomia; in questo c'è il rinnegamento di Dio e la deificazione dell'uomo. Il peccato è il rigetto del Signore-Dio e la proclamazione della gloria dell'uomo. Il theos pantokratos (Dio onnipotente) deve abdicare a profitto dell'ego autokratos (dell'io autonomo). Così il peccato è "inimicizia contro Dio" Romani 8:7».[2] Ecco perché il figlio prodigo ha detto: «Padre ho peccato contro il cielo e contro te» Luca 15:21, e Davide dopo il suo duplice crimine, adulterio e omicidio, nella sua confessione grida: «Io ho peccato contro  Te, contro Te solo» Salmo 51:4. L'uomo separato da Dio è visto da Isaia in questi termini: «Tutti quanti siamo diventati come l'uomo impuro e tutta la nostra giustizia come un panno da mestruo[3]; tutti quanti appassiamo come foglia, e le nostre iniquità ci portano via come il vento» Isaia 64:6.

             Il peccato è dunque rottura di relazione con Dio. In qualunque occasione i profeti rimproverino al popolo d'Israele i suoi peccati, incontriamo queste espressioni: voi vi siete staccati, vi siete allontanati, siete diventati infedeli, avete abbandonato l'Eterno, avete rotto l'alleanza (cioè la condizione della vostra unione con Dio), vi siete allontanati da Lui per andare dietro ad altri dèi, Gli avete voltato le spalle.

             Quindi il peccato è la sfiducia nei confronti di Dio e si manifesta nella trasgressione della legge divina (1 Giovanni 3:4). Tra la sfiducia e la trasgressione singola c'è un rapporto di causa effetto. È perché non si ha fiducia nella bontà di Dio che non si considerano i Suoi comandamenti come espressione della Sua natura: cioè santi, giusti e buoni (Romani 7:12) e quindi li si trasgrediscono.

 

 

Esempi illustrativi del peccato

 

             Vogliamo illustrare quanto definito sopra con alcuni episodi: una parabola sulla natura, una parabola tratta dal vangelo e un fatto storico.

 

 

La quercia e la volpe[4]

 

Una volta una quercia viveva felice in un giardino attraversato da un torrente ricco di acqua chiara. Le numerose radici affondavano nel terreno e assorbivano tutto ciò che serviva per il suo nutrimento, per la sua crescita e per la sua bellezza. Ogni giorno la quercia cresceva, il suo fogliame si distendeva e la sua ombra era piacevole. Come conseguenza era felice di vivere, di ospitare numerosi uccelli rinfrescando con la sua ombra coloro che, raggiungendola o passando per il giardino, si compiacevano di lei, ammirando i suoi rami e osservando con meraviglia la sua imponenza e maestà. Ma un giorno, un terribile giorno, una piccola volpe venne a farle visita e, dopo averla ammirata, le disse che era da compiangere perché anche se si considerava bella, solida, felice, era nondimeno nella più terribile disgrazia. La sua sventura consisteva nell'essere piantata nel suolo, incatenata alla terra, prigioniera dello spazio! Non aveva nessuna vera libertà di movimento e i suoi rami e le sue foglie ondeggiavano solo perché sospinte dal vento. «Sei schiava! - diceva la volpe. Il suolo che t'ha fatto germogliare e crescere, quel suolo che ti ha nutrito, lo ha fatto per approfittare della tua ombra. Se vuoi essere veramente felice, devi ribellarti, devi essere qualcosa d'altro che una bella quercia piantata. Per realizzarti veramente devi sradicarti dalla prigione del suolo che ti mantiene in una stabilità colpevole e condizionante! «Il maestoso albero allora si scosse e vacillò, volendo raggiungere la libertà completa senza più avere le sue radici sepolte nella terra come i morti. «Gli uccelli volano e io non posso!», si diceva l'imponente quercia. «Gli uomini camminano e si spostano, perché io devo invece rimanere fissa nello stesso posto e vedere sempre le stesse cose, lo stesso paesaggio? Si è vero; essi sono liberi, io no! Io sono legata al suolo, sono prigioniera, non sono felice!» Il maestoso albero, dopo ripetuti violenti scossoni, si sradicò dal suolo e il fiume che inumidiva il terreno che avvolgeva con cura  le sue radici l'accolse nel suo letto. Per un po' viaggiò libero verso altri orizzonti, portato dalla corrente, ma poi... in una curva sassosa del suo percorso, si arenò sulla riva. Le radici finalmente parvero godere i raggi del sole, affrancate dal paterno suolo. Ma in questa libertà, le risorse di vita della quercia si esaurirono rapidamente e a poco a poco essa morì. Era finalmente libera, sì autonoma, lontana dalla sua terra, ma secca per sempre.

             L'umanità creata da Dio per vivere in Lui e con Lui, ha voluto la sua autonomia, preferendo realizzarsi diversamente da come Dio voleva per lei. Così sradicata dal suo giardino dove «tutto era molto buono», ormai spenta, come un cadavere ambulante, sta navigando nell'oceano di questo universo verso la sua ultima spiaggia, in parte già  sepolta all'ombra di qualche cipresso, in parte alla ricerca di qualche utopistico atollo assolato dove l'esplosione atomica non la possa raggiungere, ma dove ugualmente esporrà le proprie ossa secche.

 

 

Il figlio prodigo

 

             La parabola del figlio prodigo, anche se solamente riportata nel vangelo di Luca 15:11-24, è tra le più conosciute dell'insegnamento pubblico di Gesù. Essa offre, in un linguaggio accessibile all'universale comprensione, uno schema di quasi tutta la rivelazione biblica. Una positiva comprensione di questa storia ci porta a stabilire nuovi rapporti con l'Eterno. Questo racconto di Gesù presenta diversi momenti della storia di un giovane: il suo vivere nella casa del padre, la sua partenza, il suo soggiorno nel paese lontano con la spensieratezza iniziale e le successive difficoltà per il pane quotidiano, il suo rientro in se stesso, il suo ritorno verso il genitore, l'incontro con il padre e il suo ristabilimento nella casa. In questo nostro paragrafo considereremo solamente i primi tre momenti, attingendo alle riflessioni del pastore riformato Roland de Pury.[5]

La storia di questo giovane che cerca al di fuori della casa paterna maggiore libertà e felicità, è la storia della prima coppia, come ce la racconta la prima pagina della Bibbia, quando ancora essa viveva nel giardino di Dio. Questo racconto, sebbene possa essere applicato ad ogni individuo, presenta l'allontanamento dalla casa del padre avvenuto anteriormente alla nostra nascita. Noi non abbiamo trascorso la nostra infanzia nella casa del padre, e non abbiamo goduto una naturale comunione con Dio. Siamo nel paese lontano, siamo nati dal figlio prodigo, siamo i figli di Adamo. Ogni nostro passo nel paese lontano conferma e manifesta l'avvenuta partenza. Ogni momento della nostra vita affonda le sue radici in questa lontana partenza. Essa è si avvenuta prima che noi nascessimo, ma noi la rivendichiamo, ce ne appropriamo, ripetendola ad ogni istante, misteriosamente; e dissipiamo i beni del padre.

             Il nostro progenitore, il figlio della parabola, lascia il padre non perché concupisce una donna, ma perché concupisce il posto del padre. Concupisce la libertà di essere se stesso, senza suo padre e lontano da lui. È questa concupiscenza della libertà senza Dio che l'umanità cerca di vivere. Il padre avverte il figlio dell'impossibilità di vivere in questo modo e gli dice: «Mangia pure liberamente del frutto di ogni albero del giardino; ma del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male, non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morrai» Genesi 2:17. Il padre, pur avendo avvertito il figlio del pericolo della sua richiesta, lo lascia andare con la sua parte di beni di eredità. Il fatto che il padre lasci che il figlio si allontani dalla sua casa con i suoi tesori suscita in noi stupore e tutte quelle innumerevoli proteste che si elevano da tutto il mondo e in tutti i tempi: «Se Dio esiste, perché ci lascia fare? E perché ci ha permesso di peccare e di partire? Perché lascia che tanto male si commetta nel mondo e che la sofferenza aumenti?» L'uomo non ha mai saputo dire altro. Da una parte non vuole fare la volontà del padre e dall'altra accusa il padre di non averlo obbligato a compierla. L'uomo è diventato schiavo del peccato a tal punto che ha perso il senso stesso della libertà e dell'amore; per cui non può più concepire Dio che come un tiranno che impone la Sua legge.

             Poteva il padre fare diversamente, obbligare il figlio a rimanere a casa? Forse. Ma come è possibile trattenere una persona libera senza privarla della sua libertà? Bisognava tenerla in catena? Far intervenire la polizia? Tagliarle i viveri? Chiuderla in qualche stanza sprangando le porte di uscita e perfino le finestre? Ucciderla? Bisognava forse fare mettere delle sentinelle alla porta e un esercito di soldati a sorvegliare le strade e i confini delle sue terre? Il padre avrebbe potuto trasformare il ragazzo in un albicocco o in una pietra, perché così mutato non avrebbe avuto né l'idea di restare, né quella di andare. O forse il padre poteva fare qualcosa d'altro? Possiamo forse suggerire a Dio qualche idea che a Lui non sia balenata alla mente!? Vogliamo forse che la casa del padre, il Regno di Dio assomigli a uno di quei sempre più numerosi stati le cui frontiere sono sorvegliate a vista da uomini con casco e tuta mimetici  e dove gli insoddisfatti vengono depositati in campi di concentramento, messi così al sicuro, al riparo da ogni evasione? No! Il padre non può obbligare nessuno a rimanere con lui. La casa del padre è quel regno ammirevole che si apre in ogni direzione verso l'infinito, le cui strade percorrono le campagne senza che si sappia in quale momento si sia lasciato il regno. L'Amore è l'unica legge della sua casa, è anche l'unica frontiera e l'unica sua forza di coesione. È impossibile per colui che se ne voglia andare, essere trattenuto. Il padre ha corso fino in fondo il rischio dell'amore che è il rischio stesso della libertà. Per definizione l'amore è ciò che nessun essere vivente può essere costretto a sentire o a fare. E la libertà non è niente altro che la possibilità di amare. Tale era la libertà di Adamo, il suo libero arbitrio nella casa del Padre. Questa libertà, unica condizione per la vita dell'amore, porta in se stessa il rischio di essere perduta. Il figlio, Adamo, perde questa libertà nel momento in cui la usa senza più amare. Infatti, è  nella libertà che fiorisce l'amore, e l'amore si rinnova solo dove c'è libertà.

             Il giovane, non amando più il padre, chiede altri spazi perché quella casa meravigliosa e quel giardino senza pari sono per lui una tomba e non un luogo di vita. Spentosi nel suo cuore l'amore per il padre, egli vive nell'ombra e cerca altri soli, altre luci. Non amando più non si sente più libero nella casa del padre, avendo smarrito la vera libertà, va in cerca di surrogati.

             Tutte le alienazioni della società contemporanea che Marx ha così ben analizzato: l'alienazione causata dalla situazione economica, quella causata dalla miseria, dallo sfruttamento, dalla religione - e noi potremmo aggiungere: l'ossessione sessuale, l'alcol, il tabacco, la droga - tutte queste alienazioni non sono che la conseguenza della sola e fondamentale alienazione, quella dell'uomo che ha lasciato la casa del padre e che non può fare altro che dissipare il suo bene e cadere nella depressione, nella disperazione, nella miseria. Tutti gli sforzi per la liberazione dell'uomo sfociano in altre alienazioni o in nuove servitù perché sono compiuti da un uomo che non è stato guarito da questa alienazione primaria.

             Nel paese lontano il giovane dimentica la casa del padre, vive la sua vita, la sua nuova libertà e offre il suo affetto agli idoli di quella nuova terra. Là conosce nuovi amici e ama altre donne. Ma nella sua nuova casa, dove il padre è assente, sperimenta che la miseria sostituisce l'abbondanza e che al posto della libertà c'è la schiavitù. La vita nel paese lontano, come risultato dell'autonomia, crea disgusto, rimorso, sensazione di isolamento. Vivendo nel paese lontano si ha fame, malattia, calamità e un cuore privato da ogni consolazione divina.

             In questa contrada il giovane si viene a trovare nel bisogno, cioè nella privazione completa, nel vuoto assoluto del cuore e, dopo aver tutto sacrificato al piacere, non trova più in sé, né attorno a sé, che motivo di dolore.

             Questa parabola riflette la realtà di tutti i tempi e particolarmente del nostro, poiché i suoi figli, nati nella terra di nessuno, fuori dalla casa del Padre, al di là dei confini del Regno di Dio, sono nell'abbondanza e sprecano, commerciano la distruzione del mondo e non si curano della fame del fratello. Così sempre più ricchi e poveri, avvertono, senza riuscire a individuarlo, il bisogno di qualcosa o di qualcuno che riempia il proprio animo. La nostra generazione, è tanto separata da Dio che, pur continuando a dire che Egli esiste, Lo ha relegato nel punto più lontano dell'universo e non Lo avverte più come l'Iddio vivente e vero. Ha così completamente dimenticato la realtà del Suo Regno che, se anche ne fa richiesta ogni qualvolta ripete  «Padre nostro... venga il tuo regno», non crede più che ciò sia possibile. Il Regno di Dio è diventato di una tale estraneità alla mente umana che il compito della Chiesa del Signore è simile a quello dello psichiatra che, con ogni mezzo, cerca di stimolare le cellule nervose del cervello del proprio paziente il quale, avendo perso la memoria della propria identità, non riesce più a ricordarsi chi è, perché è qui, da dove viene, dove va e quale sia il senso della sua vita.

             E per questo abbandono della casa del padre, sia che viva nell'abbondanza sia che pascoli i porci, ma comunque non camminando sulla strada del ritorno verso il Regno di Dio, che l'uomo è nella situazione di peccato.

 

Eden[6]

 

Il mondo che si offrì allo sguardo dell'uomo il settimo giorno della creazione, quando tutto riposava e respirava del soffio della perfezione e della bontà di Dio, era un mondo che non siamo capaci di immaginare e che non possiamo più contemplare, perché è stato distrutto dal diluvio. In quella realtà perduta Dio aveva posto il capolavoro del Suo pensiero creativo: la coppia, l'uomo da lui creato a Sua immagine e somiglianza. Tutto era a disposizione di questa coppia affinché di più non potesse né avere né desiderare e non potesse essere più di quello che già era: figlio del Creatore (Luca 3:38), signore della creazione.

             In quel giardino Dio aveva anche piantato l'albero del bene e del male. La presenza dell'albero della conoscenza del bene e del male nell'Eden è per alcuni motivo di rimprovero verso Dio. Dicono che se Egli non l'avesse messo  Adamo non avrebbe peccato. Altri giustificano la sua presenza dicendo che Dio voleva mettere alla prova la propria creatura. Così dicendo, attribuiscono a Dio il ruolo dell'Avversario che è quello di tentare. Giacomo dice espressamente che l'Eterno non può tentare nessuno; è contrario alla sua natura (Giacomo 1:13). Anche questo albero è segno della bontà divina. Dio ben conoscendo la defezione di Satana e ben sapendo che egli avrebbe utilizzato ogni astuzia pur di fare accoliti, ha voluto relegare il suo raggio di azione solo in un punto: nell'albero ed ha avvertito in anticipo l'uomo per fare in modo che se ne guardasse. Così facendo il Creatore ha delimitato il campo d'azione di Satana e gli ha impedito di agire ovunque.

             Ma era un albero vero, simile a quelli che noi possiamo vedere, o si trattava di una illustrazione che permettesse di comprendere come il male era entrato nel mondo? I teologi si dividono su questa doppia interpretazione, ma ciò che conta è l'insegnamento del racconto, comprensibile in tutti i tempi.

             Questo albero della conoscenza del bene e del male ricordava ad Adamo ed Eva che il bene era tutto ciò che ricevevano da Dio e che il male era andare oltre, rifiutare cioè la Sua offerta. Essi potevano così sapere ciò che per Dio era buono e ciò che non lo era, perché era stato loro proibito. In quel mondo essi non avevano nessuna conoscenza sperimentale di ciò che era bene o di ciò che era male. Non avevano altra conoscenza che la parola di Dio, il quale tutto aveva fatto per loro. Mangiare il frutto dell'albero significava mettersi al di sopra di ciò che Dio aveva detto; significava prendere il Suo posto e - come al Suo posto - credere di stabilire ciò che è bene e ciò che è male. Questo albero segna la differenza che c'è tra Dio e l'uomo; stabilisce il confine tra Adamo e il suo Creatore. L'uomo può continuare a vivere finché accetta di ricevere da Dio tutto quello che la sua grazia gli offre senza alcun limite. Egli esiste perché Dio lo ha creato e vive perché ha ricevuto la vita da Lui. Dio è tale perché non ha ricevuto alcunché da nessuno ed esiste in quanto Egli è. Accettare questa differente situazione, non è essere subordinati, ma amati, liberi e capaci di amare. L'eterna differenza tra Dio e la Sua creatura porta le seguenti caratteristiche:

- Dio ha la vita in Sé

- la creatura la riceve

- Dio non ha un creatore al di sopra di Sé

- l'uomo ha un Creatore

- Dio è necessario all'uomo

- l'uomo non è necessario a Dio

             Non nutrirsi del frutto di quest'albero significa quindi non sopprimere la differenza di natura che c'è tra Dio e Adamo. «Non toccare questa differenza, poiché essa è la tua vita. Tu non vivi che nella misura in cui Io sono il tuo Duo e tu la mia creatura; nella misura in cui, voltato verso di me, tu sei l'immagine della mia gloria, il riflesso della mia bontà: Non toccare questa differenza!»

             Dio, essendo (giustamente) un Dio d'amore, giustamente volendo la vita e il bene della Sua creatura, non può che proibire di mangiare il frutto di quell'albero. Altrimenti sarebbe come consentire a Sé di non essere più Dio, il Dio di Adamo; di non più essere la vita, la giustizia e la bontà dell'uomo. Significherebbe acconsentire alla morte della Sua creatura e perderla per sempre. Per questo motivo Dio può dare ad Adamo tutta la libertà, tranne quella di potere fare a meno di Lui. Tutti i posti del giardino sono suoi, dell'uomo, tranne il posto che è occupato da Dio. Poiché l'uomo non è Dio e quand'anche Dio facesse dell'uomo un dio, egli non sarebbe altro che ciò che Dio gli ha dato di essere. Più Dio innalza la sua creatura, più essa riceve, più dipende dalla grazia del suo Creatore. Più Dio le offre, più essa beneficia del Suo dono. Mai si potrà sopprimere questa differenza. Tutti i posti della nostra astronave spaziale che si muove nella sua orbita celeste sono a disposizione dell'uomo; egli può occupare e visitare qualsiasi posto, entrare nei misteri dell'infinitamente piccolo e dell'infinitamente grande, scoprire, comprendere e utilizzare le leggi che governano il tutto, ma, poiché creatura non può mutare le leggi esistenti, né stabilirne altre senza distruggere o alterare il bene esistente e non può occupare il posto di guida di questo universo senza follemente manomettere le leve dell'ordine, creando così il caos e alterando la rotta all'astronave sulla quale vive. Occupare il posto di Dio significa rovinare l'orchestra dell'universo. Ecco perché il solo pericolo, il pericolo assoluto, quello di morte, è quello che il Dio misericordioso gli ha indicato, cioè che l'uomo non può vivere da solo al di fuori della Sua grazia, nel silenzio della Sua parola. Per l'uomo diventare la propria ragione di essere, vivere autonomamente, diventare dio a se stesso è cessare di essere creatura:  morire.

             L'Avversario non suggerisce ad Adamo di mentire, di uccidere, di imprecare il santo nome del Padre o commettere adulterio, tutto questo non avrebbe avuto senso per lui. Queste tentazioni possono avere senso per noi che viviamo al di fuori dell'Eden:  in quel tempo la tentazione era su un altro piano. Satana, incontrandosi con l'uomo, non mette in dubbio il valore e la bontà della legge di Dio, ma la bontà stessa di Dio, il Suo amore, la Sua sincerità nei confronti delle Sue creature, il Suo disinteresse nell'aver desiderato e creato l'umanità. Non nega neppure la Sua esistenza, anzi la conferma: «Come Iddio v'ha detto: "Non mangiate del frutto di tutti gli alberi del giardino?" Genesi 3:1. Sì, Iddio esiste, ma il nemico inizia ad alterare la Sua Parola. Eva se ne accorge subito e risponde: «Del frutto degli alberi del giardino ne possiamo mangiare; ma del frutto dell'albero, che è in mezzo al giardino, Iddio ha detto: "Non ne mangiate e non lo toccate, ché non abbiate a morire". E il serpente alla donna: «No non morrete affatto; ma Iddio sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come Dio, avendo la conoscenza del bene e del male» Genesi 3:2-5. Il nemico, nel tentativo di farci perdere, insinua nella mente dei nostri progenitori che Dio è geloso e che la Sua Parola non è una Parola di verità detta per il nostro bene. Satana ci assicura che Dio ci proibisce qualcosa perché è geloso di noi; che egli con la Sua Parola di Padre ci tiranneggia, che ha paura che noi possiamo  diventare come lui e prendere il Suo posto. Dio ha bisogno di noi per essere Dio e ha quindi paura di perdere il Suo trono, la Sua autorità e teme di dividere il Suo regno con noi che, essendo creati a Sua immagine e somiglianza, quindi liberi, possiamo diventare come Lui ed essere un altro Lui, senza di Lui. L'Avversario ci invita a superare il confine di creatura ed entrare nella sfera di dèi creatori: «Voi siete intelligenti, potete accrescere la vostra capacità e in voi avete la potenza della vita. Se cercherete di essere come Dio è, non morrete. Dio vi ha parlato di morte per farvi paura perché non vuole che siate dèi. Come dèi, la vostra parola, il vostro pensare avrà lo stesso valore della parola e del pensiero di Dio. Non è meraviglioso, non è straordinario? Se accettate i limiti della parola di Dio non sarete mai alla Sua altezza, nella Sua posizione, ma continuerete e essere dei subordinati, degli esseri prigionieri dei confini che Dio vi impone. Se mangerete il frutto proibito vi staccherete da Dio e tra voi e Lui non ci sarà nessuna differenza».

             «Farsi Dio significa porre il proprio "io" al centro del proprio universo, piccolo o grande che sia, significa cercare la gloria personale piuttosto che la gloria di Dio; significa voler «vivere la propria vita", invece di riceverla dalle mani di Dio. In breve, significa voler appartenere al proprio "io" e non a Dio, dominare e non servire».[7]

Il racconto della Genesi ci spiega che cosa è il peccato. Esso consiste nel non aver fiducia nella parola di Dio o nel dubitare che ciò che Dio ci dice sia vero e sia per il nostro bene. È giudicare la Sua offerta e non ritenerla buona per noi. Il male che commettiamo tutti i giorni quando diciamo che non abbiamo tempo di ascoltare l'Eterno, quando riteniamo di non poter applicare nella nostra società condizionante  i principi che Egli ci dona nella Sua Parola, è un riflesso, è una ripetizione del peccato di Adamo perché, come lui, riteniamo che il bene per noi sia qualcosa d'altro che ascoltare Dio e seguirlo.

             Il peccato è dire, non solo con le parole, ma dimostrandolo con i fatti, che Dio ci mente, che la verità è nella bocca dell'Avversario e ora anche nella nostra perché è meglio fare le cose come le pensiamo noi che come Dio ce le rivela.

 

 

Conseguenze del peccato

 

             È perché l'uomo ha voluto essere qualcosa di diverso da ciò che Dio gli ha dato di essere che viviamo in uno stato di dipendenza dal male (Giovanni 8:34). Il fatto che siamo tutti schiavi del peccato è così reale che nessuna persona è capace da sola di ristabilire giusti rapporti sia con Dio, sia con l'umanità che la circonda, sia con se stesso e con l'ambiente.

             Scrive E. Brunner: «Con il peccato l'uomo non ha perduto la sua capacità di svilupparsi. Il peccato non impedisce, in alcun modo, di essere artista, uomo di scienza, legislatore e uomo di stato. Ma esso si manifesta in tutte queste attività e marca effettivamente con il suo suggello ogni manifestazione della mente, che si tratti di arte, di scienza, di diritto, di Stato... L'uomo ha ancora come peccatore la libertà, cioè la libertà di creare in sé un'opera di carattere culturale, ma non ha la libertà, una libertà veramente umana, per creare un'opera culturale che piaccia a Dio. È capace di essere un peccatore virtuoso, ma non è capace di non essere peccatore».[8]

 

Conseguenza del peccato nella dimensione spirituale

 

             La prima conseguenza del peccato è di natura spirituale: l'uomo ha paura di Dio, fraintende la Sua Parola.

             Il Padre si sente rispondere: «Ho udito la tua voce nel giardino, e ho avuto paura, perché ero ignudo, e mi sono nascosto» Genesi 3:10. A causa del peccato l'uomo non è più quella creatura spontanea nei confronti del suo Creatore. Non si pone più davanti a lui come il fanciullo, nella sua innocenza, che corre ad abbracciare le gambe del padre che rientra a casa dopo una giornata di lavoro. Il genitore Dio entra nel Suo Regno e il figlio, perché ha alterato l'armonia della casa, sfugge al Suo sguardo. Sa di aver spezzato il legame di sincerità e lealtà che lo univa a Lui e si nasconde. L'amore, la bontà del Padre, anche senza nessuna minaccia e rimprovero da parte Sua, sono per l'uomo motivo di paura. Non può più guardare a Dio con l'innocenza di prima, non perché il Padre sia cambiato nei suoi confronti, ma perché egli sa di aver giudicato il Padre come bugiardo, tiranno, ingiusto. L'uomo non sopporta più di essere osservato dall'occhio di Dio, non ricerca più il volto di Colui che gli aveva dato la vita e l'aveva creato a Sua immagine e somiglianza. La luce di Dio che avrebbe dovuto rallegrare l'uomo è ora come il fuoco che consuma: nessuno può vederlo, penetrare nel Suo mistero e restare in vita (Esodo 33:20).

             «La conseguenza più immediata del peccato è orientare in un modo sbagliato la propria vita... L'uomo, anziché essere colui che riceve la sua vita con gratitudine dalle mani di Dio e invece di amare Dio che lo ama per primo, è ormai nel suo essere più intimo "un cuore ripiegato su se stesso" (Lutero), un cuore falso e pervertito. La sua perversità si presenta sotto due aspetti: adoratore di se stesso e adoratore dell'universo, idolatra di se stesso e idolatra del mondo, concupisce il piacere che il mondo gli procura. Ma per il fatto stesso che l'uomo, pure come peccatore, non cessa d'essere destinato a Dio, il peccato si manifesta come una contraddizione che lo spinge, in ogni tempo, a sfuggire Dio e a ricercarlo, a rinnegarlo e a temerlo in una forma superstiziosa, a praticare l'iniquità e una pietà apparente, a secolarizzare la Sua esistenza e a darGli un aspetto sedicente sacro».[9]

L'uomo creato dal Padre ha fondamentalmente bisogno di Lui; si sente orfano e lo cerca, ma lo cerca lontano dalla Sua rivelazione, lo cerca partendo dal suo cuore ormai non più equilibrato. Ed ecco che questo dio che egli si forgia risulta essere quello dell'Olimpo al quale l'uomo sa anche sacrificare la propria vita, i propri figli e affetti perché ne ha paura, vedendolo come un dio tremendo e assetato di sangue che bisogna placare, rabbonire, accontentare con le messe e i propri doveri religiosi. Questo dio, nella nostra società occidentale, società di pseudo evoluti, viene chiamato Padre di Gesù Cristo, ma di fatto non è altro che il proprio idolo, frutto della propria immaginazione, della proiezione in lui dei nostri sentimenti, ideali, valori e concezioni, un dio che non dice altro se non ciò che noi pensiamo, crediamo e che ancora stabilisce il bene e il male a seconda della nostra visione; un dio, insomma, che dice ciò che noi gli facciamo dire; che pensa come noi pensiamo. Visto da vicino questo dio non è altro che il nostro «io» divinizzato. Gli dèi dell'antichità avevano le stesse concupiscenze degli uomini, gli stessi loro sentimenti di gelosia, invidia, odio (del resto erano stati creati dagli uomini a loro immagine e somiglianza) e avevano originato l'umanità per essere serviti da essa. Queste divinità protettrici continuano ancora a esistere oggi con nomi cambiati, come cambiati sono i tempi. 

             Il peccato ha talmente alterato la natura spirituale umana che, sebbene l'uomo razionalmente giunge ad affermare che Dio deve essere amore, fonte di ogni bene, e che è desiderabile la Sua vicinanza, vantaggiosa la Sua presenza nella vita e nella propria casa, di fatto però cancella con una spugna la sua relazione con Lui.  Visto come un problema da evitare, egli si nasconde da Lui e dice: «Non ho tempo per queste cose, non ho tempo di ascoltare, sono troppo impegnato a costruire la mia vita, la mia famiglia e la mia casa. Sarebbe meraviglioso vivere con Dio, ma questo privilegio non è per noi. Ciò che Dio dice è per il nostro bene, ma preferiamo non sapere quello che ha da comunicarci, altrimenti dovremmo cambiare il nostro modo di vivere. Sì, Dio è buono; con Lui la  vita potrebbe cambiare in meglio, ma sono gli anziani, sono i giovani, i vicini, i governanti, i potenti, il popolo, in una parola,  tutti gli altri che Lo devono ascoltare». Tutte queste comuni reazioni non sono niente altro che la manifestazione della paura che Dio, entrando nella nostra vita, venga a sconvolgerla.

             È perché l'umanità continua ad avere «paura» di Dio, la Sacra Scrittura ce Lo presenta continuamente, già fin dall'origine, che viene a cercare l'uomo, lo chiama, gli porge la mano, gli offre il Suo perdono e, altrettanto continuamente, l'uomo, come da quel giorno nell'Eden, si nasconde,  si sottrae alla Sua presenza,  Gli volta le spalle e  afferra  con le sue mani tutto ciò del quale possa dire: «È mio!», pur di non mettere le sue dita nella mano dell'Eterno esclamando con gioia: «Ecco mio Padre».

             Questa separazione da Dio ha portato l'uomo a dividere la sua vita in cose secolari e in cose spirituali, relegando queste ultime solo a qualche ora nei giorni di festa e considerandole privilegio di pochi eletti.

             La paura di Dio è così radicata nel nostro cuore che, per reagire a essa, quando rievochiamo il racconto della Genesi, fraintendendo i capitoli 2 e 3, ci sentiamo posti di fronte a un Dio geloso e autoritario che, invece di proteggere le Sue creature, le tenta, cerca di far loro lo sgambetto e, una volta cadute, afferma: «Te l'avevo detto! Adesso le buschi».

             La Parola di Dio che ci avrebbe dovuto conservare la vita, a causa delle menzogne dell'Avversario, è da noi considerata come la causa della nostra morte. Noi moriamo e diciamo: «È Dio che ci ha tolto la vita», confondendo così la Sua parola di protezione: «Tu per certo morrai» se ti separerai da me, con: «Io ti farò morire!». Così il nostro cuore sedotto si ribella di fronte a un Dio che, per una birichinata del Suo figlio gli toglie la vita perché gliel'aveva detto.

             «Ma: "Tu morrai certamente" non vuol dire: "Io ti farò morire!" Le parole di Dio volevano esprimere: "Tu ti farai morire!". "Se mangi il frutto di questo albero, tu ti darai la morte"».

             La morte è, in effetti, la sola cosa che Dio non dà. Essa è la sola cosa che l'uomo possa dare a se stesso. È il salario del peccato (Romani 6:23). Essa è il segreto di un mondo nel quale Dio non è più colui che dà tutto; è lo stato di un uomo che cerca di farsi vivere dandosi la vita. Che ci si pensi bene: quale è la sola cosa che effettivamente noi possiamo dare a noi stessi, se non la morte?... Ora Dio non ha creatore. E in questo consiste la sua divinità. In Adamo, noi siamo delle creature senza Creatore. Ora, per una creatura, non avere Creatore, è appunto morire. La morte non ha creatore. Dio non ha creato la morte. Dio non è il Dio dei morti. I morti non hanno creatori, essi sono dunque veramente "come Dio". Questo è l'incredibile imbroglio del serpente... La morte è veramente l'esclusivo dominio dell'uomo senza Dio, di Adamo, il piccolo signore».[10]

             Quando l'Eterno viene in mezzo a noi non dice mai di essere la vita e la sua negazione, la morte, bensì afferma: «Io sono la vita» e, per chi è morto: «La risurrezione e la vita» Giovanni 14:6; 11:25. Giovanni dice: «In Lui era la vita» 1:3.

             La credenza nella continuazione della vita dopo la morte, l'immortalità dell'anima, la reincarnazione, l'inferno è tutto quel che l'uomo è riuscito a inventare perché ha creduto al nemico quando gli ha detto «Non morrete affatto» Genesi 3:4.

             Oltre alla separazione con il suo prossimo, l'uomo avverte la divisione in se stesso e con l'Invisibile. Ha bisogno dell'Assoluto nelle sue varie espressioni e non può essere soddisfatto del relativo. Nel cuore dell'uomo c'è un vuoto che solo la persona di Cristo Gesù può colmare.

             Pascal  diceva: «l'uomo è grande in questo: che si riconosce miserabile: un albero non sa di essere miserabile».[11] Questo sentire esprime il bisogno della salvezza.

             Creato a immagine e somiglianza di Dio ha una vocazione genetica: conoscere Dio.

Ireneo, nel secondo secolo, scriveva: «La gloria di Dio è l'uomo vivente; ma la vita dell'uomo sta nel vedere Dio».[12]

             L'umanità non è nelle condizioni di realizzare la propria salvezza, il suo bisogno di religione, di speranza orienta l'uomo all'attesa della salvezza. La voce udita dai pastori in una lontana notte sulle colline di Betlemme che diceva: «Non tenete, ecco vi reco il buon annuncio  di una grande allegrezza che tutto il popolo avrà: "Oggi nella città di Davide, v'è nato un salvatore, che è Cristo il Signore"» Luca 2:10,11; è la risposta di Dio a questo bisogno.

             B. Sesboüè riportando come qualcuno ha parafrasato la celebre frase di Dèscartes possiamo dire: «In Gesù, morto e risuscitato, mi rendo conto che non solo che Dio esiste, ma che io esisto per lui, che vuole essere il mio liberatore e darmi la sua propria vita. Amor ergo sum. Dio mi ama, sono amato, perciò esisto e tutta la mia vita acquista un senso e un valore eterno. Inoltre scopro che l'atto salvatore, che Dio compie per me, è anche l'atto d'un uomo come me, il quale impegna liberamente la propria vita in una missione salvifica, strappandoci tutti alle forze del male e attuando in se stesso per noi il passaggio a Dio Padre suo. Infatti quegli che ci riconcilia con Dio e ci comunica l'adozione filiale è l'unico mediatore fra Dio e gli uomini (confr. 1 Timoteo 2:5), perché egli è veramente Dio e veramente uomo».[13]

 

Conseguenza del peccato nella dimensione morale

 

             Separati da Dio, avendo interrotto il legame spirituale con il Padre che dava luce alla loro vita, Adamo ed Eva si guardano e si scoprono «nudi». La prima manifestazione del male sembra che avvenga nei loro rapporti reciproci, perdono la primitiva innocenza. Staccandosi da Dio volevano essere veramente liberi, padroni di sé, non dipendenti da nessuno, invece essi «si nascondono l'uno all'altra e la vergogna entra nella loro vita. Non possono più essere semplici e naturali, non possono più dirsi tutto. Hanno perduto l'innocenza gioiosa del loro dono reciproco».[14]

«Le creature hanno perso la loro trasparenza; si vergognano di rendere manifesta la nudità del loro essere (corpo, cuore e spirito); ecco perché l'umanità si avvia a vivere nella menzogna. Gli uomini così non si limiteranno a mentire gli uni agli altri; giungeranno a mentire anche a se stessi».[15]

Quando Dio li interroga e ci interroga, noi, come i nostri progenitori, ci accusiamo a vicenda e tentiamo di scaricare la nostra responsabilità sugli altri o su Dio. Sentiamo il bisogno di discolparci, vediamo nell'altro l'inferno, la causa del nostro male; vediamo nel prossimo il nemico e la causa della nostra disgrazia. Alla domanda di Dio: «Chi ti ha mostrato che eri ignudo? Hai tu mangiato il frutto dell'albero del quale io t'avevo detto di non mangiare?» Genesi 3:11. L'uomo non risponde direttamente con un sì o con un no, accusa la donna e, attraverso lei, lo stesso Creatore: «La donna che Tu mi hai messo accanto, è lei che m'ha dato del frutto dell'albero, e io ne ho mangiato» v. 12. E la donna, a sua volta interrogata, elude la sua responsabilità e accusa il serpente e quindi, come ha fatto l'uomo, Dio che gli ha permesso di entrare nel giardino (v. 13). «Entrambi si sottraggono alla propria responsabilità. Le relazioni libere e schiette sono spezzate: ognuno nutre pensieri segreti che non confessa. Nasce nella donna il desiderio, nell'uomo l'istinto dominatore. L'una vuole sedurre, l'altro dominare. È scomparso il libero dono di sé, scevro di secondi fini. Avevano voluto essere i padroni del mondo, ed ecco non sono più neppure padroni di se stessi. La sofferenza, la lotta per l'esistenza, la solitudine, diventano il loro retaggio quotidiano... Dio aveva creato l'uomo affinché  fosse il Suo collaboratore responsabile. Aveva creato la donna perché fosse la compagna, la collaboratrice dell'uomo. A entrambi aveva affidato la custodia della Sua creazione. Rifiutando il destino stabilito per loro da Dio, tentando di rendersi indipendenti, gli esseri umani si sono separati non solamente da Dio, ma anche tra di loro. Sono diventati simili a tante trottole che girano su se stesse: girano, girano e cozzano l'una contro l'altra. L'intera umanità, nient'altro che un mondo di trottole che impediscono ogni vera comunione; grosse trottole di tribù contro tribù, di potenze contro potenze. E ognuna gira solo su se stessa.

             Separandoci da Dio, abbiamo distrutto l'amore; abbiamo distrutto qualsiasi forma di vera libertà nelle relazioni umane».[16]

Tutta la storia dell'uomo non fa altro che presentare una lunga lista di autogiustificazioni per sé e di accuse rivolte a Dio e agli altri. L'uomo gioca alla guerra fin da bambino, costruisce le armi da giovane, cova dentro di sé rancori e odi, si diverte e trova il suo svago negli spettacoli di violenza e, dopo aver rifiutato il Sermone sul monte, va a finire che va in guerra. Ma poiché in guerra si resta mutilati, si muore, i sopravvissuti si chiedono: «Se Dio esiste, perché non interviene? Non è vero che Dio ama gli uomini, con tutti questi crimini che si compiono!» Ed è come se dicessero: «Sì, Signore, la colpa del mio male è Tua perché non hai impedito che l'altro mi facesse quello che io avrei voluto fare a lui!».

             La storia dell'uomo testimonia del suo percorso nel tempo. I popoli felici si dice che siano senza storia. Quelli che la ricordano rievocano violenza, guerre, schiavitù, genocidi, torture, imperialismi nelle variegate espressioni.

 

Conseguenze del peccato nella dimensione fisica

 

             L'uomo, creato per le stelle, svanisce nella polvere, ma prima di concludere il suo ciclo nella terra, malattie e sofferenza riempiono la sua vita. Perfino il momento più sublime per la coppia: il parto, è il momento del dolore più acuto. Fiorire alla vita un nuovo essere, avviene nella pena e nel travaglio.

             Tutte le nostre malattie, così come, gli ospedali e i lazzaretti sono la conseguenza naturale di un processo involutivo della vita. Allo stesso modo un ramo destinato a portare frutto, staccato dall'albero, diventa secco e muore, prima di marcire nella terra. Pur con il desiderio di continuare vivere è assurdamente destinato alla morte e gli causa angoscia. Le malattie che lo colpiscono annunciano la morte.

Il lavoro che avrebbe dovuto esprimere la creatività dell'uomo è segnato dalla negatività dell'affaticamento, dalla pericolosità. Signore della natura, è da lei dipendente e subisce la sua violenza manifestando la propria vulnerabilità e fragilità.

 

Conseguenza del peccato nella dimensione cosmica

 

             L'uomo, ammaestrato da Dio, accettando le sue direttive, comprendendo le leggi della natura, avrebbe dovuto trasformare la terra secondo il modello datogli nel giardino dell'Eden. Ma il suo vivere lontano dalla casa del Padre gli fa credere che la terra sia sua e che sia suo inalienabile diritto beneficiare dei suoi prodotti senza amarla e conoscerla. Quella terra pertanto che gli avrebbe dovuto offrire abbondanti prodotti, gli presenterà il suo pane come conseguenza del sudore della fronte e gli offrirà i suoi fiori, ma con le spine. Non sarà più uno scambio uomo-ambiente, ma un usufruire dell'ambiente solo per avere e accumulare. L'uomo, non collocandosi più nella giusta prospettiva, saccheggia  e depaupera la terra; e credendola eterna, la offende e la distrugge. Presume di conoscerla, perché l'abita da secoli e millenni, ma l'inquina. Gli era stata detto di assoggettarsela (Genesi 1:28), ma egli cerca di spadroneggiarla. I disastri ecologici del nostro tempo testimoniano del rapporto sbagliato che l'uomo senza Dio ha stabilito con il suo habitat.

 

 



[1]           Generalmente i libri di teologia spiegano a tale proposito che il N.T. ha cinque espressioni greche per definire il peccato nelle sue varie dimensioni: hamartia, cioè mancare il bersaglio, fallire nel raggiungere l'obiettivo; alikia, cioè iniquità, ingiustizia; soneria, il male quale vizio e depravazione; parabasis che come paraptoma indica la trasgressione o l'infrazione, superare quanto era stato indicato come limite; anomia, illegalità, vivere al di fuori della legge.

[2]           BRUNNER Emil, Dogmatique, t. II, La doctrine chrétienne de la creation et de la rédemption, éd. Labor et Fides, Genève 1965, pp. 105,106.

[3]           Traduzione letterale.

[4]           Questa parabola è presentata da FLORI Jean, Cristiano o evoluzionista, ed. Araldo della Verità, Firenze.

[5]           PURY Roland de, La joie du Père - l'enfant prodigue, éd, Labor et Fides, Genève s.d., pp. 11-26.

[6]           Seguiamo in questa sezione le riflessioni di PURY Roland de, Présence de l'Éternité - L'ennemi et les deux arbres, ed. Delachaux & Niestlé, Neuchâtel 1946, pp. 29-38.

[7]           DIÈTRICH Suzanne de, Il piano di Dio, ed. Borla, Torino 1963, p. 28.

[8]           E. Brunner, o.c., pp. 140, 141, 142.

[9]           Idem, p. 143.

[10]          R. de Pury, o.c., pp. 36,37.

[11]          PASCAL B., Pensées, n. 114.

[12]          Ireneo, Contro le eresie, IV,20,7, Cerf, Paris 1984, p. 474.

[13]          SESBOÜÈ Bernard, Gesù Cristo l'unico mediatore, saggio sulla redenzione e la salvezza, vol. I, ed. Paoline, Cinisello 1991, p. 30.

[14]          DIÉTRICH Suzanne de, La libertà dei figli di Dio, ed. Borla, Torino 1967, p. 18.

[15]          S. de Diétrich, Il piano..., p. 28.

[16]          S. de Diétrich, La libertà..., pp. 18-20.

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