INTRODUZIONE

 

 

             Se si chiede a un occidentale perché Gesù è morto, la risposta, nella quasi totalità dei casi, come risultato di reminiscenze catechistiche di un lontano passato, è: «per salvarci». Qualcuno, tuttalpiù, potrebbe aggiungere, con un certo sforzo: «dai nostri peccati». Ma se si  dovesse insistere e si chiedesse che cosa comporti questa salvezza nella vita quotidiana e che cosa sia il peccato, la risposta diventa di difficile formulazione, perché il presente non ha una vera relazione con quanto avvenuto al Golgota, e il peccato non si sa più che cosa sia. La nostra società pseudocristiana parla, celebra, ricorda, ripete, settimana dopo settimana, la tragedia del Calvario come qualcosa che non la riguarda e della quale non sa più che farsene. La croce è oggi come un vecchio costume  che si indossa, in certi momenti e per certe occasioni, del quale però si è perso il significato originario, ma lo si porta ugualmente quale maschera, a ricordo di un folklore del passato, al solo scopo di conservare una tradizione forse cara agli antenati.

             Per gli apostoli la croce, sebbene fosse considerata dai giudei motivo di scandalo e dai greci pazzia, costituiva la ragione della loro predicazione (1 Corinzi 1:21,23). Essa, per contro, è ora diventata un ornamento, anche sfarzoso, da mettersi al collo e da appendere nelle case, oppure serve da arredamento in qualche luogo pubblico e nelle  sale adibite al culto. Ha perso le sue funzioni di segno della "potenza" e della "sapienza" di Dio (1 Corinzi 1:24) per una umanità che ha sempre bisogno di un liberatore.

             Che cosa ha determinato questo cambiamento di mentalità? Sono diverse le cause alle quali, in questi ultimi tempi, si è aggiunta anche la teoria dell'evoluzione, generalmente creduta o, meglio, passivamente subita. Per chi l'accetta, Gesù non è più il Salvatore di una umanità caduta, ma è il prototipo, il tipo compiuto di una razza in marcia verso un radioso avvenire, termine ultimo di una evoluzione irreversibile. Ma la realtà  è ben diversa, perché invece di ascendere, malgrado le conquiste e gli splendori del nostro secolo, di evolvere di progresso in progresso, l'umanità involve, degenera da morte a morte, da sofferenza a sofferenza, da oppressione a oppressione, da miseria a miseria.

             Per la stragrande maggioranza degli uomini moderni la morte innocente di Gesù non ha un valore maggiore di quella di altri martiri o eroi della storia. Ora, sebbene la persona e l'insegnamento di Gesù di Nazaret emanino una forza spirituale senza pari in tutta la storia e nessuno ancora sia riuscito a  imbrigliarla e a orientarla a proprio piacere, nonostante che  alcuni tecnici dell'oratoria e dell'immaginazione da oltre due secoli si siano specializzati nel tentativo di negare la storicità del vangelo e, pur essendo la nostra società etichettata con l'appellativo  "cristiana", l'annuncio che reca la buona novella continua a essere sconosciuto. Cosi il sacrificio di Cristo Gesù non ha più valore per una società sempre più orientata verso l'elettronica. Eppure in Lui l'umanità si è incontrata a faccia a faccia con l'Iddio vivente, con il suo Creatore che, nella volontà di offrirle nuovamente la vita perduta, ha messo in gioco la propria eternità.

             Ma la natura del peccato è tanto forte che l'uomo è arrivato ad accettare, come elementi naturali, perfino la morte e la sofferenza: anzi, partendo dalla constatazione degli squilibri esistenti nella realtà umana, arriva a negare l'amore di Dio. Spesso ci si domanda: «Se, secondo il luogo comune, Dio è sommo bene, come può permettere l'esistenza del male? Il male esiste, quindi Dio non è buono perché non ha fatto nulla per cambiare tale situazione».

             Il male è un mistero di per se stesso,  una realtà che sfugge a qualsiasi ragionamento, a qualsiasi logica e, qualora potesse essere spiegato, trovando la sua ragione d'essere e quindi la sua giustificazione, cesserebbe di essere male. Sebbene la Sacra Scrittura proietti un fascio di luce sull'origine e l'artefice del male (Isaia 14:12-15; Ezechiele 28:12-19) pur tuttavia ci dice che si tratta di un «mistero» (1 Tessalonicesi 2;7). Dio stesso nella sua rivelazione non ha trovato nel linguaggio degli uomini le espressioni per spiegare il male, la sofferenza e il dilemma della morte. Il Signore non presenta nessuna espressione verbale come soluzione della tragedia che coinvolse la creazione, la sua sola risposta è: l'«Emanuele» cioè «Dio con noi», Gesù chiamato il Cristo. Dio non tiene nessuna conferenza dall'alto dei cieli e, più che dare delle spiegazioni, si presenta in prima persona su questa nostra terra non indossando semplicemente i nostri abiti, ma facendosi carne della nostra carne (Ebrei 2:14) definito dal tempo e dallo spazio, per subire il male con noi e come noi, per vincerlo e per offrirci la sua vittoria affinché essa diventi il nostro trionfo. Gesù di Nazaret, l'Eterno che scende tra gli uomini, viene a vincere la nostra sofferenza, la nostra morte, cioè il nostro peccato. E' questa la risposta di Dio alle nostre angosce. Egli non tiene nessuna lezione dalla cattedra dei cieli, non ci rivolge nessun discorso di sapienza, ma viene in mezzo a noi, si abbandona nelle nostre mani, sale sul Calvario e come noi grida: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» Matteo 27:46; Salmo 22:1.

             Al dramma della sofferenza dell'uomo, Dio risponde vivendo la croce. Paul Claudel scrive: «Gesù di fronte al male non dà delle spiegazioni, ma fa sentire la sua presenza. Non distrugge la croce, vi si distende sopra».[1]

             Leonard Boff da parte sua dice: «La croce deve essere intesa come solidarietà di Dio che ha  assunto il cammino del dolore umano, non per eternizzarlo, ma per sopprimerlo. Il modo in cui vuole sopprimerlo non è né la forza né la dominazione ma l'amore».[2]

             La croce rivela l'amore di Dio che mediante l'incarnazione dimostra di rendersi così solidale con l'umanità da non sottrarsi in nulla a tutto ciò che la forza devastante del male provoca agli uomini.

             Sì, il male è un problema, è un cancro che sconcerta. Ma in contrapposizione a questo mistero che causa desolazione ne abbiamo un altro, più grande, infinito, che più si approfondisce, più appare incommensurabile, dando un senso di vertigine e di stupore, tanto è eterno: è il mistero dell'amore di Dio, del Dio vivente e vero che scende sulla terra e sale sull'altare della croce.

             Se il mistero del male è grande, incomprensibile e porta diversi uomini ad accusare la divinità dello squilibrio che causa, la realtà storica del Dio fatto uomo e la sua crocifissione è un mistero ancora più profondo, più alto e senza confini. Più lo si approfondisce, più il nostro orizzonte si allarga e lascia scorgere la dimensione senza limiti di questo amore, che è volontà di vivere accanto a noi. L'Eterno è sceso tra gli uomini; questo vuol dire che Egli è entrato nella prigione che l'umanità si è scavata su questo granello dell'universo e si è messo a  camminare nel deserto infuocato di questo mondo per venire a manifestare  a tutte le creature dell'universo: «Ti amo di un amore eterno» Geremia 31:3. Non è venuto a occupare il nostro posto, ma è venuto a vivere con noi e accanto a noi, come uno di noi vive accanto all'altro. E affinché nessuno potesse dire che Egli era grandemente fortunato perché era il Figlio del Padrone, non è nato in un palazzo  sontuoso e non ha fatto una bella morte. Lui che avrebbe potuto disporre di tutto è venuto tra noi da povero,  non disponendo  di nulla e bisognoso di tutto e di tutti. Nato senza casa, è cresciuto sfamandosi con il lavoro delle sue mani e, dopo aver operato per il bene, punito ingiustamente, sul monte del teschio ha detto: «Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno» Luca 23:34. Il Dio onnipotente subisce tutto questo per vincere il male, il nostro peccato, non con la sua forza bensì con la sua debolezza, con la sua morte.

             La croce del Golgota è la manifestazione più completa per far comprendere all'umanità che è veramente amata da Lui.  Se su quella croce non scorgiamo niente altro che un innocente o un martire o un eroe che muore e non una persona della Divinità che è scesa tra di noi, vuol dire che viviamo ancora, come purtroppo la maggioranza vive, nel disorientamento esistenziale e continuiamo ad andare alla ricerca del perché della vita, perduti nel silenzio di Dio, essendo noi stessi un mistero per noi.

             In Gesù, l'Eterno, il Creatore (Ebrei 1:2; Colossesi 1:15-17; Giovanni 1:1-3) è sceso tra le sue creature «Il volto dell'inesplorabile Eterno, che nessun uomo ha visto né può vedere (1 Timoteo 6:16), in Gesù è reso accessibile all'uomo e gli parla  "a faccia a faccia, come un uomo parla col proprio amico"» Esodo 33:11.

             La filosofia può portare l'uomo a pensare che Dio esiste; il dio-idea di Platone; la natura può presentare all'uomo l'esistenza di un "creatore"; il dio primo motore di Aristotele, ma in tutte queste tesi il concetto che si può ricavare è sì quello di un dio potente, ma che rimane purtroppo silenzioso, impersonale, sperduto egli stesso nel suo universo. Ciò di cui l'umanità ha bisogno è il Dio di Abrahamo, di Isacco e di Giacobbe che esce dall'eternità e scende sulla nostra terra ed entra nel tempo. In Cristo Gesù l'umanità incontra l'Eterno sul terreno della propria storia così difficile, contraddittoria e così poco spiegabile. E in questo suo venire tra gli uomini come loro simile, l'umanità può scoprire l'amore stesso del Padre, vedere il Padre (Giovanni 14:9,10) e capire che l'Eterno vuole servire gli esseri creati e non essere da loro servito (Matteo 20:28). Il Signore dell'universo dimostra questo non facendo inginocchiare gli uomini davanti a sé, ma inginocchiandosi Lui davanti a loro per lavare e asciugare i loro piedi dopo una giornata di cammino sulle strade sporche di Gerusalemme (Giovanni 13:5). E nella camera alta, dove i discepoli sono attorno a Gesù, l'umanità può abbandonare le concezioni che si è fatta su Dio e scoprire che l'Eterno è Padre.

             La personalità di Cristo Gesù impone all'uomo razionale una scelta tra due posizioni opposte:

- ridere di Lui che, uomo, pretende di essere l'Eterno;

- inginocchiarsi davanti a Lui e adorarlo (Giovanni 20:28).[3]

             Non c'è alternativa. O Gesù è l'Eterno, o è il suo e nostro nemico; non c'è una terza possibilità per chi riflette. O Gesù è Dio, e quindi possiamo accettare la sua parola come verità (Giovanni 14:4), o è il suo oppositore, il padre della menzogna, il principe di questo mondo (Giovanni 14:30). Sì, o Gesù è Dio o è Satana travestito.

             Di fronte al fenomeno Gesù non si può restare neutrali, tanta è la forza che emana dalla sua figura. Si può rifiutarlo, ma non si può restare indifferenti.

             Ernest Renan, all'età di quarant'anni, nella sua Vita di Cristo scriveva: «Taluni vorrebbero fare di Gesù un saggio, tal altri un filosofo, qualcuno un patriota, qualcun altro un uomo dabbene; molti un moralista, altri un santo. Egli non fu niente di tutto questo. Fu un incantatore».[4]

             Ma alla fine della sua vita, Renan, contemplando il Gesù di Nazaret del quale aveva negato in precedenza la divinità e pur criticando l'autenticità dei miracoli come i vangeli li riportavano, prorompe in questa invocazione: «Quale prodigio! Colui che vuole tracciare l'ideale della virtù e del sublime non può che prendere in prestito i suoi tratti da Gesù... Il razionalismo più dichiarato retrocede davanti alla sua critica e io non posso guardarlo che in ginocchio... O Gesù illuminami, tu verità, tu vita.... Oh, dimmi chi tu sei!».[5]

             E ancora: «Io soffro, o Gesù, di aver sollevato il tuo problema  troppo pesante per me, poiché io non sono che un uomo e tu sei qualcosa di più. Dimmi dunque chi sei!».[6]

             L'illuminista Jean Jacques Rousseau così riconosceva: «Se la vita e la morte di Socrate sono di un saggio, la vita e la morte di Gesù Cristo sono di un Dio. Diremo che la storia del vangelo è inventata a piacere? Amico mio, non è così che si inventa; e i fatti di Socrate, di cui nessuno dubita, sono meno attestati di quelli di Gesù Cristo. In fondo è allontanare la realtà senza distruggerla. Sarebbe più inconcepibile che parecchi uomini insieme abbiano fabbricato questo libro piuttosto che uno solo ne abbia fornito il soggetto. Mai gli autori Giudei avrebbero trovato questo tono, questa morale; e il vangelo ha dei caratteri di verità così grandi, così sorprendenti cosi perfettamente inimitabili, che l'inventore sarebbe più straordinario dell'eroe».[7]

      Come l'idea di Dio - scrive il teologo Neander - non può essere un prodotto spontaneo della nostra intelligenza limitata, e non si spiega che tramite una rivelazione di Dio all'umanità, cosi l'immagine di Cristo non sarebbe potuta nascere nella coscienza dell'uomo peccatore, e suppone necessariamente una realtà corrispondente. Questa realtà è la vita, è la rivelazione di Gesù Cristo».[8]

             Da quale mente umana poteva essere generata la folle idea di un Dio che si inginocchia davanti agli uomini e li serve? Quale fervida immaginazione avrebbe saputo creare un Dio che si fa uccidere dalle sue creature? Quale indovino avrebbe potuto rivelare in anticipo decine di situazioni estremamente specifiche come quelle annunciate secoli prima nelle Scritture riguardo a Gesù?

Nel II millennio a.C. fu profetizzato:

-   discenderà da Abrahamo, Isacco e

     Giacobbe e    verrà dalla tribù di Giuda:

  Genesi 12:3; 22:18; 26:4; 29:14;

  Matteo 1:1-16

Nel X sec. a.C.

-    i re cospireranno per la sua morte:

  Salmo 2; Luca 23:12

-    risusciterà dai morti, l'Eterno non  per-

     metterà  la decomposizione del suo corpo    

  Salmo 16:10; Matteo 28:26; Atti 2:27,30-

  32

-   sarà elevato alla destra dell'Eterno:

  Atti 2:33,34

Nell'VIII a.C.

-    proviene dall'eternità:

  Michea 5:1; Giovanni 1:1

-    nascerà a Betlemme:

  Michea 5:1; Matteo 2:1

-    un precursore gli preparerà la strada:

  Isaia 40:3 Matteo 2:1

-    le popolazioni di Zabulon e di  Neftali

     vedranno una grande luce:

  Isaia 8:33; Matteo 4:12-16

-    nascerà dalla famiglia di Isai:

  Isaia 11:1; Atti 13:22,23

-    consolerà e annuncerà la  buona novella

  Isaia 61:1; Luca 4:17-21

-    sarà dolce ed umile di cuore:

  Isaia 42:1-3; Matteo 11:29

-          i ciechi vedranno, i sordi sentiranno,  gli

      zoppi salteranno:

  Isaia 35:5,6; Matteo 11:5

-    sarà maltrattato e messo a morte:

  Isaia 53; Matteo 27:11 e seg.

-    sarà picchiato e riceverà sputi:

  Isaia 50:6; Matteo 27:30

-    sarà nel sepolcro del ricco:

  Isaia 53:9; Matteo 27:57,60

Nel VII sec. a.C.

-   sarà un discendente di Davide:

  Geremia 23:5,6; Matteo1:6

Nel V sec. a.C.

-     l'Eterno abiterà in mezzo al popolo:

  Zaccaria 2:10; Matteo 1:23

-          entrerà in Gerusalemme cavalcando un

      puledro d'asina:          

  Zaccaria 9:9; Matteo 21:1,2

-    sarà venduto per trenta denari:

  Zaccaria 11:12,13; Matteo 27:3,7

-    i suoi discepoli si disperderanno:

  Zaccaria 13:7; Matteo 26:31.

             Affinché il momento della sua manifestazione tra gli uomini non si perdesse nel tempo mitico o fosse proiettato in un lontano futuro, Dio lo rivelò al profeta Daniele. Fu durante il suo soggiorno alla corte di Babilonia, nel 538 a.C., che gli fu predetto quando il Messia si sarebbe presentato, l'opera che avrebbe compiuto e il momento della sua morte. Il testo sacro trasmette:

             «Sappilo dunque e intendi. Dal momento in cui è uscito l'ordine di restaurare e riedificare Gerusalemme fino alla apparizione del Messia Capo, vi sono sette e sessantadue settimane di anni. Egli stabilirà un saldo patto con molti, durante una settimana di anni; e in mezzo alla settimana (settantesima) farà cessare sacrificio e oblazione. Dopo le sessantadue settimane di anni, il Messia sarà soppresso, nessuno sarà per lui. Egli (il Messia) farà cessare la trasgressione, metterà fine al peccato, espierà l'iniquità, stabilirà una giustizia eterna, suggellerà visione e profezia e ungerà un luogo santissimo» Daniele 9:25,27pp,26,24sp.

             Questo testo del VI sec. a.C. è la pietra angolare della profezia messianica. Per questo motivo il libro di Daniele era il più letto, consultato, studiato nel primo secolo avanti e dopo Cristo. Il brano citato indica il momento della «pienezza dei tempi» Galati 4:4, nel quale si sarebbe presentato Colui che fin dal giardino dell'Eden era stato annunciato come Chi venendo, avrebbe stritolato la testa del serpente sotto il proprio piede e avrebbe subìto la ferita che lo avrebbe fatto morire (Genesi 3:15).

             Nel 457 a.C. l'imperatore persiano Artaserse promulgò l'editto, «la parola», con la quale si autorizzava il popolo di Giuda, che era ritornato in Palestina al tempo di Ciro, a ricostruire la propria città conferendo all'autorità di eleggere dei magistrati con potere legislativo, giuridico ed esecutivo (Esdra 7:25). Dopo 483 anni (7+62 settimane di anni) dal 457 a.C., si giunge nel XV anno di regno dell'imperatore di Roma, Tiberio Cesare (Luca 3:1), che è l'anno 27 dell'èra volgare. In quella data Gesù di Nazaret è dichiarato Figlio di Dio e unto dall'Eterno in occasione del suo battesimo (Luca 3:20-22; Atti 10:38).

             Da quel momento, autunno 27 d.C., Gesù inizia il suo ministero pubblico e dopo tre anni e mezzo, nella primavera del 31 d.C., durante la sua ultima cena conferma il patto (Ezechiele 16:60) iscrivendo la legge di Dio nei cuori di coloro che lo accettano come Salvatore (Geremia 31:31-33). Il giorno dopo, fuori dalle mura delle città di Gerusalemme, egli viene soppresso, crocifisso; nessuno prenderà le sue difese e il suo sacrificio realizza e mette fine al cerimoniale che nel santuario annunciava la sua offerta di grazia e di amore.[9]

             Tutta la saggezza umana non sarebbe stata in grado di inventare una storia come quella di Gesù; la pazzia di Dio ne è stata capace e ha accettato l'indifferenza, la derisione, lo scherno, gli sputi, la croce e la morte, pur di dare la vita.

             Sì, la croce presenta Dio pazzo di amore per la famiglia umana; Dio disposto a rinunciare alla Sua eternità. La Sua angoscia, manifestata visibilmente nel passato, continua nel presente perché l'umanità gli resiste. Ma la tragedia del Golgota, questa pazzia di Dio, è un canto di speranza e di gioia: «La morte è stata sommersa nella vittoria. O morte, dov'è la tua vittoria? O morte, dov'è il tuo dardo?» 1 Corinzi 15:55,57

             Ma la cosa più contraddittoria, scrive Severino Dianch che la croce è il paradosso del cristianesimo. Colui che salva si presenta al mondo come Salvatore ucciso in croce, tra i tormenti che simile supplizio comportava. Questa realtà fa così parte del patrimonio genetico della cultura occidentale che nessuno reagisce con orrore a simile rappresentazione. La cosa più stupefacente è che, secondo la fede cristiana, da questa vicenda infamante della morte di Gesù deriverebbe per l'umanità la salvezza dal male e dalla morte. In altre parole, uno che non è riuscito a salvare se stesso sarebbe la sorgente della salvezza universale.

             Il cristianesimo è giunto a ostentare la fine ingloriosa del proprio Messia torturato in croce, a esaltarne i patimenti, le piaghe, il sangue e la morte. 

             La croce è scandalo perché: è la morte del giusto abbandonato nelle mani dei malvagi; esprime il grido di chi si sente abbandonato dal proprio Dio; del Dio che non dice nulla, del Dio che sta in silenzio, vede, tace e lascia fare. È segno di follia per chi la proclama come speranza e pretesa di salvezza. È ancora la croce che fa cambiare le idee che l'uomo ha su Dio, ed è ancora lei, nel suo mistero non compreso[10], che degli uomini, benché amino o meglio ancora, proprio perché adorano e rispettino il Signore, pervertono il volto del Padre, dipingendolo vendicativo, pur compiacendosi nel Figlio e amando gli uomini di un amore eterno (Geremia 31:3).

             Di fronte alla cultura greco-romana che esaltava la forza, la bellezza i primi cristiani pur annunciando il Cristo crocifisso non lo hanno raffigurato agonizzante in croce per non essere derisi e disprezzati.[11] Fu solo dopo che l'impero si fece cristiano e i templi pagani divennero i nuovi luoghi di adorazione che la croce, senza la figura del Cristo appeso, divenne il simbolo trionfale della chiesa. La croce divenne anche l'ornamento dei troni imperiali e per essere meglio accettata fu forgiata con l'oro e arricchita con perle e pietre preziose. Per il suo valore che aveva il patibolo diventava espressione di ricchezza, di ostentazione e il segno nel nome del quale si vince. Per la prima volta, nel V secolo, Gesù appare sulla croce su un pannello della porta di Santa Sabina in Roma. È dopo il 300 che il corpo martoriato del Cristo è inchiodato sulle croci.[12]   

             Nell'introduzione del nostro lavoro riteniamo utile riportare il pensiero trovato in diverse pagine dell'opera Il Dio crocifisso di J. Moltmann che ci offre di riflettere sul senso esistenziale della croce di Gesù.

             «La croce è il fatto del tutto incommensurabile nella rivelazione di Dio. Ormai ci siamo abituati fin troppo. Abbiamo adornato lo scandalo della croce di rose Hegel ha definito la croce con il suo "Dio è morto". E probabilmente ha visto con esattezza come qui noi ci troviamo davanti alla notte della reale, ultima, inesplicabile lontananza di Dio, come di fronte alla "parola della croce" non ci resti altra possibilità che quella di appellarci al sola fede, unico punto di riferimento di fronte al quale dilegua qualsiasi altro nel mondo. Qui non ritroviamo nessuna delle opera Dei, che rimandano a lui, il creatore eterno, e alla sua sapienza. Qui va in frantumo quella fede nella creazione dalla quale ha tratto origine ogni paganesimo. Qui tutta la filosofia e tutta la saggezza vengono condotte alla follia. Qui Dio è non-Dio. Qui trionfano la morte, il nemico, la non chiesa, lo stato del non-diritto, i bestemmiatori, i soldati: qui è Satana che trionfa su Dio. La nostra fede incomincia proprio colà dove gli atei ritengono che essa sia giunta alla fine. La nostra fede prende inizio da quella crudezza e potenza che è la notte della croce, deve nascere là dove tutti i dati di fatto l'abbandonano; dev'essere generata dal nulla, deve assaporare questo nulla, dev'essere capace di gustarlo, e in un modo che nessuna filosofia nichilista riesce ad immaginare».[13]

             «Se la fede del Crocifisso contraddice tutte le raffigurazioni di giustizia, bellezza e moralità dell'uomo, la fede del Dio crocifisso contraddice anche tutto ciò che gli uomini in genere, col termine "Dio", si rappresentano, desiderano e da cui vorrebbero ricavare le proprie sicurezze. Ben difficilmente ci si potrebbe attendere che "Dio", l'"essere supremo" e il "bene assoluto", debba manifestarsi e rendersi presente nell'abbandono di Dio  sofferto da Gesù sulla croce».[14]

             «La croce, come negazione di tutto ciò che è in qualche modo religioso, di ogni idolatria, di tutte le sicurezze, di ogni immagine e analogia e di ogni luogo sacrale, che assicuri stabilità e assistenza, non viene toccata dal conflitto tra religione e critica alla religione, tra teismo e ateismo. La fede che da essa deriva è un tertium genus».[15]

             «Fede cristiana radicale può significare soltanto affidarsi senza riserve al "Dio crocifisso" Non offre delle ricette che garantiscano il successo. Stabilisce invece un confronto con la verità».[16]

             «Il simbolo della croce, nella chiesa, volge la nostra attenzione a Dio, il quale non è stato crocifisso su un altare, tra due candelabri, ma sul calvario dei reietti, davanti alle porte della città, tra due ladroni. Non invita solo a pensare ma anche a mutare l'ordine dei nostri pensieri. Un simbolo dunque che, della chiesa e dalla brama religiosa, ci introduce nella comunione coi reietti e con gli abbandonati. E viceversa, è un simbolo che chiama queste persone emarginate e senza Dio nella chiesa e, per mezzo di essa, nella comunione col Dio crocifisso. Quando si dimenticano questa contraddizione della croce e l'inversione dei valori religiosi che essa comporta, la croce, da simbolo, diventa un idolo e non invita più a pensare in modo diverso ma soltanto a por fine ai nostri pensieri, per la conferma di noi stessi.

             La "religione delle croce" è in se stessa contraddittoria, perché qui il Dio crocifisso è contraddizione. Accettarla significa prendere congedo dalle proprie tradizioni religiose, liberarsi dai bisogni religiosi, rinunciare alla propria e altrui nota identità e acquistare l'identità con Cristo nella fede, rendersi anonimi nel proprio ambiente e ottenere un diritto di cittadinanza nella nuova creazione di Dio. Rendere presente la croce nella nostra cultura significa praticare quella libertà dalla paura di se stessi di cui abbiamo già fatto esperienza; significa non adattarsi più a questa società, ai suoi idoli e tabù, alle sue figure ostili e feticci, ma in nome di colui che la religione, la società e lo stato hanno sacrificato un tempo, solidarizzare oggi con le vittime della religione, della società e dello stato, e nello stesso modo con cui quel Crocifisso divenne loro fratello e liberatore.

             Fin dagli inizi l'ambiente religioso e umanistico, nel quale il cristianesimo condusse la sua esistenza, ha disprezzato la croce, perché questo Cristo dis-umanizzato contraddiceva tutti i concetti di Dio, di uomo e di uomo divino. La crudezza della croce svanì pure nel cristianesimo storico della memoria della fede e dell'attualizzazione ecclesiale».[17]

             «Abbiamo reso sopportabile la crudezza della croce, la rivelazione di Dio sulla croce di Gesù Cristo, perché abbiamo imparato a comprenderla nella necessità che essa assume per il processo di salvezza Per cui la croce perde il carattere di contingenza, il suo tratto di incomprensibilità».[18]

             «Erano anche i sacrifici di lode e di ringraziamento, coi quali s'intendeva esprimere l'accettazione dei diritti divini di proprietà Da un punto di vista storico-religioso, non si può sostenere che questi doni sacrificali fossero offerti dagli uomini per ottenere il favore delle divinità».[19]

             «Nella sua situazione di abbandonato da Dio, il Crocifisso porta Dio agli abbandonati da Dio. Con il suo patire porta la salute ai sofferenti, con la sia morte porta la vita eterna ai morenti. Il Cristo tentato, respinto, sofferente e morente viene così ad assumere un posto centrale nella religione degli oppressi e nella pietà dei disperati. Proprio in questa teologia della croce del tardo medio evo risuona l'atroce espressione del "Dio crocifisso" ripresa poi anche da Lutero».[20]

             D. Bonhoeffer scriveva: «Dio si lascia espellere dal mondo e appendere in croce. Dio è impotente e debole nel mondo, e proprio così, soltanto così, egli è vicino a noi e ci è di aiuto. Secondo Matteo 8:17, è assolutamente chiaro che Cristo non ci aiuta in forza della sua onnipotenza, ma mediante la sua debolezza, con la sua passione! soltanto il Dio sofferente è in grado di prestare aiuto Questa è l'inversione di tutto ciò che l'uomo religioso da Dio si attende. L'uomo è chiamato a partecipare alla passione di Dio di fronte ad un mondo senza Dio».[21]

             H. Lüning scrive: «Negli usi, costumi e pietà popolari dell'Europa, il Natale e la Pasqua sono i momenti più importanti dell'intero anno liturgico. Non però nell'America Latina. Qui gli indios e i meticci non possono ancora partecipare alle feste cristiane "della vita e della speranza". La loro festa è quella della settimana santa. Passione e morte di Gesù, dolore e afflizione: questo riescono a sentirlo. Qui si trovano a proprio agio: è la loro stessa vita. La rassegnazione alla sorte e la capacità di sofferenza degli aborigeni latino-americani da molto tempo sono state favorite da certe forme di pietà, tra le quali si ricordi la via crucis, questo ripercorrere le quattordici stazioni bibliche e leggendarie, di una passione di Gesù fissata in immagini».[22]

             «Certo la chiesa locale fin dagli inizi aveva redatto,  per lo svolgimento di questa via crucis, testi che proponevano alla riflessione dei fedeli soltanto i dolori sofferti da Cristo a causa dei loro peccati personali e della loro condotta immorale. I poveri scoprirono invece nel Crocifisso la propria e intera passione: la sofferenza del loro vivere sociale e la sofferenza del proprio destino. Analogamente, anche la pietà dei Black Spirituals degli schiavi, negli stati meridionali degli USA, s'incentrò sulla crocifissione e risurrezione di Gesù. La sua passione e morte costituirono per essi il simbolo della loro stessa passione, del disprezzo cui venivano sottoposti, delle tribolazioni che erano costretti a sopportare in un mondo ostile e disumano. Nella Sua sofferenza riscoprirono la propria sorte. D'altra parte potevano però anche dire: quando Gesù fu inchiodato sulla croce e i soldati romani gli trafissero il costato, lui non era solo. Gli schiavi negri soffrirono con lui e con lui morirono. "Where you there, when they crucified my Lord? - Dov'eri tu, quando crocefiggevano il mio Signore?". Con questo interrogativo si apre uno dei canti. E la risposta suona: "noi, gli schiavi negri, eravamo con lui durante l'agonia"».[23]

             «Nella sua passione e morte Gesù si identificò con gli schiavi e prese su di sé il loro tormento. E come lui non fu solo nella propria sofferenza, così, anch'essi non si sentivano abbandonati nello strazio della loro schiavitù. Gesù era con loro. Su questo si fondava anche la speranza nella liberazione, per mezzo di colui che fu richiamato in vita, nella libertà di Dio. Gesù significava la loro identità con Dio, in un mondo che aveva sottratto loro ogni speranza e distrutto la loro dignità umana, fino a renderla irriconoscibile

             La chiesa ha gravemente abusato della teologia della croce e della mistica della sofferenza, soddisfando così gli interessi di coloro che furono la causa di tante pene. Troppo spesso gli esponenti della religione ufficiale esortarono i contadini, gli indios e gli schiavi negri ad accettare la propria condizione come "la loro croce" e a non ribellarsi. Non c'era bisogno che Lutero raccomandasse ai contadini di sopportare l'oppressione cui erano sottoposti come la propria croce: essi portavano già sulle spalle i pesi imposti dai loro padroni. Sarebbe stato invece molto più opportuno predicare la croce ai prìncipi e ai borghesi, che su questa gente esercitavano il potere, per liberarli dalla loro superbia e spingerli alla solidarietà con le loro vittime».[24]

             «Quando diventa un "oppio per il popolo", somministrato da coloro che sono la causa di tante sofferenze, questa mistica della passione è una bestemmia, il frutto della crudeltà. Il Cristo dei poveri è sempre il Crocifisso. (I quali vedono) in quest'uomo di dolore un "povero diavolo", per il quale le cose non potevano andar meglio. In lui trovano piuttosto il fratello, che rinunciò alla sua forma divina ed assunte la forma di schiavo (Filippesi 2), per vivere assieme a loro, per amarlo. In lui scoprono un Dio che non li tormenta, come invece fanno i loro padroni, ma che si rivela loro fratello e confidente. Privati delle propria libertà nella comunione con lui trovano il rispetto, il riconoscimento, la dignità e la speranza. Trovano questa loro vera identità in un Cristo che con loro soffre e, con lui, in una "vita nascosta in Dio" (Colossesi 3:3): identità che nessuno potrà mai loro togliere. Trovano nel Crocifisso un cielo aperto, dal quale "nessuno mi potrà cacciare" - si legge in un Black Spiritual - come da un autobus riservato ai bianchi. Questa mistica della croce, tipica degli oppressi, in effetti è quindi "espressione della miseria" e implicatamente anche "protesta contro la miseria", come diceva Marx».[25]

             «Nei canti di quella mistica della croce risuona infatti una nuova esperienza della propria identità. Colui che nella propria passione incontra il Cristo sofferente ed esperimenta in se stesso il travaglio dell'amore di Dio, questi sa di non essere più quello che i dolori e le angosce di morte, gli schiavisti e i padroni di lui hanno fatto e di lui intendono fare L'aiuto e la libertà che da questa fede scaturiscono non permettono a coloro che soffrono di rassegnarsi abulicamente al proprio patire, di familiarizzare con la schiavitù, di sentirsi soltanto degli schiavi o forza-lavoro, o addirittura un niente, un nobody. La fede che si è acquisita in questa mistica della croce, nella contemplazione del Dio sofferente e crocifisso, impedisce lo sprofondamento nella miseria, la rinuncia a se stessi, il suicidio per disperazione».[26]

             «Annunciando la giustizia di Dio come diritto della grazia a coloro che spietatamente erano stati emarginati dalla società, egli provocò la dura reazione dei tutori della legge. Facendosi "amico dei peccatori e dei pubblicani", si rese nemici i loro nemici. Rivendicando un Dio che sta dalla parte dei senza Dio, s'attirò l'opposizione delle persone pie e venne cacciato nell'assenza di Dio del Golgota Egli patì a causa della parola liberante di Dio e morì a motivo della sua comunione liberante con gli schiavi. La sua passione e morte sono quindi la passione e morte messianiche del "Cristo di Dio". La sua morte è la morte di colui che ci ha redenti dalla morte malvagia».[27]

             H. Lüning scrive: «Nell'America Latina, la pia e prediletta pratica della via crucis è utilizzata con successo anche per la formazione sociale delle coscienze. Al centro dell'attenzione sta la colpa della società e il motivo dominante suona: Cristo è il prossimo sofferente, l'oppresso, lo sfruttato, l'indifeso. Si prende così alla lettera il detto di Gesù: "Ciò che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l'avete fatto a me". Classico esempio di questo nuovo tipo di imposizione e della sua rilevanza sociopolitica è la "via crucis del secolo ventesimo", elaborata nell'America centrale Rappresentata parecchie volte e trasmessa anche per radio, venne proibita nel 1964 del governo dei militari».[28]

             «Morire in croce significa patire e morire da reietti e ripudiati "La croce non è il dolore insito nella nostra normale esistenza, ma il dolore che dipende dal fatto di essere cristiani" diceva, D. Bonhoeffer».[29]

             «Si segue Gesù quando si traduce, nella propria responsabilità personale e nell'oggi, la sua missione, e si prende sulle spalle la propria croce. Come scriveva R. Bultmann: "Credere nella croce significa assumere la croce di Cristo come propria, lasciarci crocifiggere con Cristo"».[30]

             «Per Bultmann la croce di Cristo va considerata come un evento escatologico; "essa cioè non è un evento del passato al quale si guarda indietro, bensì l'evento escatologico nel tempo e oltre il tempo, in quanto esso, se compreso nella sua rilevanza, è cioè per la fede, è sempre il momento presente". Dopo aver addotto la testimonianza della teologia apostolica della croce di Paolo, Bultmann così prosegue: "In questo avvenimento di salvezza, la croce di Cristo non è dunque un evento mitico, bensì un avvenimento storico, che trae la sua origine dall'evento storico della crocifissione di Gesù di Nazareth. Nella sua rilevanza storica, questo è il giudizio sul mondo, il giudizio liberante proferito sugli uomini L'annuncio della croce chiede a colui che l'ascolta se egli sia disposto ad assumersi questo significato, a lasciarsi crocifiggere assieme a Cristo"».[31]

             «La fede cristiana sta e cade con la conoscenza del Crocifisso, con la conoscenza cioè di Dio nel Cristo crocifisso, od anche - se vogliamo esprimerci nei termini ancora più crudi di Lutero - con la conoscenza del "Dio crocifisso".».[32]

             «Socrate morì da saggio. Bevve sereno e rilassato la coppa di cicuta che gli porsero. Dimostrò così la sua magnanimità e rese testimonianza a quella dottrina dell'immortalità dell'anima che, stando a Platone, aveva insegnato in vita. Per lui la morte costituì un passaggio nella vita superiore, più pura. Per questo motivo non gli fu difficile accomiatarsi. Ordinò a Esculapio di sacrificare un gallo, come si fa quando si scampa da una grave malattia. La morte di Socrate è stata una festa della libertà.

             I martiri zeloti, crocifissi dai romani dopo il fallimento delle insurrezioni, morivano nella coscienza di essere giusti agli occhi di Dio ed attendevano di risorgere alla vita eterna; come si attendevano pure la risurrezione dei nemici senza legge e dei traditori della legge ad eterna vergogna. Essi morivano per la loro giusta causa, la causa della giustizia divina, consci che questa avrebbe infine trionfato sui nemici. Molti di essi riuscirono a maledire i nemici pochi momenti prima di esalare l'ultimo respiro. Rabbi Akiba trovò nella sua morte in croce l'agognata libertà della totale dedizione a Dio, il quale - secondo lo Sch'mah - può essere amato soltanto "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".

             Nell'arena, i saggi stoici dilaniati dalle fiere davano al tiranno la dimostrazione della loro libertà interiore e superiorità. "Senza paura e senza speranza", come si diceva, entravano nel luogo del supplizio da uomini liberi, dimostrando ai terribili sovrani e alla folla sbigottita la loro intrepidezza nell'affrontare la morte.

             Anche i martiri cristiani andavano incontro alla morte con fede e tranquillità; consci di venire crocifissi con Cristo e di ricevere il battesimo di sangue, e quindi di rimanere poi congiunti eternamente con lui, affrontavano la morte con una "spes contra spem". Le ultime parole che D. Bonhoeffer disse al compagno di carcere Payne Best, nel campo di concentramento di Flossenbürg, avviandosi al luogo dell'esecuzione, furono: "È la fine. Ora per me incomincia la vita". Egli era certo, come aveva scritto precedentemente in una lettera, "che nel partire si cela la nostra gioia, nel morire la nostra vita".

             Gesù invece è morto in maniera ben diversa. La sua non fu una "bella morte". I vangeli sinottici sono concordi nel riferire lo "sbigottimento e tremore" (Marco 14:34 e parall.) e la tristezza della sua anima fino alla morte. Morì "con forte grido e lacrime" Ebrei 5:7. Secondo Marco 15:34, prima di spirare, emise un alto, inarticolato grido. La storia cristiana della tradizione ha sempre più attenuato questo terribile grido del Gesù morente dei racconti della passione e lo ha sostituito con parole più consolanti e trionfali. Gesù è morto con tutti i sintomi dello spavento più atroce».[33]

Gesù aveva annunciato il regno e la grazia. «Si fa esperienza dell'abbandono di Dio quando si sa che Dio non è lontano ma vicino, e non per giudicare ma per manifestare la sua misericordia. È questo il tormento dell'inferno: la piena coscienza di trovarsi nella vicinanza misericordiosa di Dio e sapere di essere da lui abbandonati e condotti alla morte dei reietti».[34]

             «I due zeloti, assieme a lui crocifissi, possono essere "crollati" ed avere "fallito", ma la causa per la quale essi avevano vissuto e combattuto rimaneva inattaccabile: nessuna morte l'avrebbe mai potuta uccidere. La causa invece per cui Gesù visse e operò, stando all'intera predicazione, era così strettamente legata alla sua persona e vita che la morte della sua persona doveva essere anche la morte della sua causa. Solo questo fatto rende palese la peculiarità della sua morte di croce. Anche altri uomini sono stati fraintesi e sono andati in rovina per l'incomprensione umana. Pure dei profeti vennero maledetti dal loro popolo perché considerati spregiatori di Dio. Sono molte le persone di valore giustiziate con la crocifissione e con torture ancor peggiori. In tutto questo, la croce di Gesù non si differenzia dalle altre croci erette nella storia della sofferenza umana. Potremo comprendere il tratto singolare della sua agonia soltanto quando riusciamo a concepire l'abbandono del suo Dio e Padre, che egli aveva annunciato vicino proprio nella grazia e nella gioia. Quel Gesù, la cui vita e annuncio erano contrassegnati da una comunione così intima e tutta sua propria con Dio, morì nell'abbandono radicale e tutto suo proprio di Dio. Ed è qualcosa di più di diverso da un "crollo" o "fallimento".

             Di che "male" è morto Gesù? del suo stesso Dio e Padre. Il tormento nei suoi tormenti fu l'abbandono da Dio. E questo ci costringe a vedere già nel contesto della sua vita l'avvenimento della croce come un avvenimento che ha per protagonisti Gesù e il suo Dio, ed anche: suo Padre e Gesù. L'origine della cristologia, cui spetta di dirci chi sia in verità Gesù, non sta allora nella comprensione che egli ebbe di sé, nella sua coscienza messianica, nell'apprezzamento della sua persona da parte dei discepoli e nemmeno soltanto nel suo appello alla decisione, il quale potrebbe pur implicare una cristologia. Sta invece nella storia del rapporto tra Gesù e il suo Dio, tra quel "Padre" e Gesù, come essa venne a concentrarsi nella sua predicazione, attività e "abbandono fino alla morte", nel senso letterale dell'espressione».[35]

             «In ultima analisi, la ragione profonda della sua morte da "abbandonato da Dio" è stata il suo Dio e Padre. Nel contesto teologico della sua vita, questa terza dimensione è la più importante La croce del Figlio separa Dio da Dio, fino alla più totale ostilità e differenza. Il risuscitamento del Figlio abbandonato da Dio unisce Dio con Dio fin nella più intima comunione. Come dovremo pensare questa comunione di Dio con Dio nella croce del venerdì santo? Concepire Dio nel Crocifisso, da Dio abbandonato, comporta una "rivoluzione nel concetto di Dio"».[36]

             «Di fronte al grido divino del Gesù agonizzante, ogni schema teologico rivela ben presto la propria inadeguatezza. Come può una teologia cristiana parlare di Dio quando questo Gesù è un abbandonato da Dio? Come può una teologia cristiana non parlare di Dio quando ascolta questo grido divino che Gesù eleva dalla croce?».[37]

             «Mentre nell'apocalittica giudaica si attende "la risurrezione dai morti", nella fede pasquale si crede alla "risurrezione di Gesù dai morti"» con ciò si attesta che il mondo futuro è già iniziato. «Nella fede del Gesù risorto si vive già - in mezzo a un mondo di morte destinato a scomparire - delle forze del nuovo mondo della vita, che lui stesso ha fatto scaturire».[38]



[1]           CLAUDEL Paul cit. da ROULLET Yvan, Non Dieu n'est pas mort, éd. Vie et Santé 1986, p. 187.

[2]           BOFF Leonard, Passione di Cristo - passione del mondo, ed. Cittadella, Assisi 1978, p. 150.

[3]           Vogliamo riportare una pagina di DOUGLASS Klaus, Gioia di credere, ed. Claudiana, Torino 1999, pp.102,103: «A Gesù non interessava che noi credessimo come lui, interessava che credessimo in lui. A lui dobbiamo andare, quando siamo affaticati e oppressi (Matteo 11:28). Le nostre testimonianze, le nostre azioni, la nostra vita intera devono essere centrate su di lui: "Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io riconoscerò lui davanti al Padre mio che è nei cieli" (Matteo 10:32). "Chiunque riceve uno di questi bambini nel nome mio, riceve me" (Marco 9:37; confr. Matteo 25:40,45). "Chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà" (Matteo 10:39).

             Tale esigenza si accompagna a un'opinione estremamente critica che egli ha dei suoi contemporanei: "Voi siete figli del diavolo" (Giovanni 8:44). "Peccatori": ecco cosa sono gli altri esseri umani per Gesù; egli però non si ricomprende sotto tali affermazioni: "Chi di voi mi convince di peccato?"; "Io sono proceduto e vengo da Dio" (Giovanni 8:46,42).

             Ecco il problema: da una parte troviamo un'alta considerazione di Gesù ampiamente diffusa, dall'altra troviamo in Gesù una tendenza ad avere delle pretese che confinano con la megalomania. Qui non c'è assolutamente nessun collegamento tra il cristianesimo e le altre religioni, e non vi sono neppure paralleli. C.S. Lewis scrive: "Se foste andati dal Buddha e gli aveste chiesto : 'Sei tu il figlio di Brahma'?, egli avrebbe risposto: 'Figlio mio, tu vivi ancora nelle valle dell'illusione'. Se foste andati da Socrate e gli aveste chiesto: 'Sei tu Zeus?', egli avrebbe a sua volta domandato: 'Che cosa intendi per Zeus?'. Se foste andati da Maometto e gli aveste chiesto: 'Sei tu Allah?', egli si sarebbe come prima cosa stracciato le vesti e poi vi avrebbe tagliato  la testa. Se aveste domandato a Confucio: 'Sei tu il cielo?', probabilmente egli avrebbe risposto: 'Osservazioni che non sono in armonia con la natura sono di cattivo gusto' Gott auf der Anklagebank, p. 95".

             Nessuno dei grandi maestri di morale di questo mondo si è, anche solo lontanamente, attribuito qualcosa di simile a ciò che Gesù ha detto di se stesso. Siamo piuttosto abituati a sentire parole del genere dalla bocca di despoti come Ceaucescu o Adi Amin. Veramente solo un invasato o un impostore possono esprimersi così; a meno che non si tratti davvero di una persona che è effettivamente qualcosa di diverso dagli altri esseri umani, in quanto la sua esistenza può essere spiegata effettivamente solo a partire da Dio, e non partendo dalla realtà umana. Se noi prendiamo sul serio le parole di Gesù, ci troviamo davanti a una sconvolgente alternativa: o Gesù era un invasato o un impostore, oppure, come egli afferma di se stesso, era un "Dio disceso in terra".

             Le reazioni della gente del tempo corrispondevano a questa alternativa: odio o entusiasmo, spavento o ammirazione; non era possibile una neutrale benevolenza: di fronte a quella pretesa sarebbe stata semplicemente inadeguata. Un atteggiamento di benevolenza neutrale nei confronti di Gesù è completamente impraticabile. Di fronte alla sua pretesa, o si diventa discepoli che lo seguono e lo adorano, o ci si schiera con quelli che vogliono liquidarlo perché una simile pretesa è insopportabile.

             Ritengo impossibile vedere in Gesù semplicemente un uomo buono ed esemplare, un maestro di morale. Un simile giudizio è segno che non ci si è dato la pena di leggere la Bibbia per considerare attentamente ciò che quest'uomo ha affermato di se stesso. Malgrado tutto quello che si può rimproverare ai farisei, bisogno ammettere che essi almeno l'avevano capito, l'avevano preso sul serio nella sua pretesa, e l'avevano trovata insopportabile. Gesù è partito dal presupposto di essere qualcosa di diverso di un uomo normale.

             Quello che sviluppa tale pretesa di Gesù nel modo più impressionante e nello stesso tempo più doloroso è il Vangelo di Giovanni. Se lo leggete senza pregiudizi, vi accadrà una di queste due cose: o sarete terribilmente irritati di fronte a questa pretesa, che incontrerete quasi a ogni pagina, e vi accadrà quindi ciò che lo stesso Vangelo racconto  in 6:66-69: le persone si tirarono indietro, irritate o spaventate; oppure date ascolto a Gesù, come fanno i discepoli, e cominciate a credere in lui».

[4]           RENAN Ernest,  Vie de Jésus,  livre de poche, XIII ed. 1965, p. 27.

[5]           RENAN Ernest, Essai psycologique, in Revue de Paris, 15 sept. 1920.

[6]           cit. da CADIER A., Introduction au Nouveau Testament, p. 18.

[7]           ROUSSEAU Jean Jacques, Emile, p. 36.

[8]           NEANDER Johann-August-Wilheim, Vie de Jésus, t. I, pp.21,22.

[9]           Per una spiegazione più ampia delle LXX settimane di Daniele 9, vedere i nostri lavori,  Il Popolo di Dio e l'Anticristo attraverso i secoli, Scurzolengo Asti 1982, pp. 47-115; Quando la Profezia diventa Storia, Trento 1998, pp. 61-146.

[10]          Il Catechismo del Concilio di Trento diceva: «Il mistero della croce va sicuramente considerato come il più difficile di tutti».

[11]          La crocifissione era senz'altro il supplizio più terribile che veniva praticato. Era la forma di esecuzione più umiliante e i romani la riservarono agli stranieri e schiavi, non ai romani. Per Cicerone era «una punizione estremamente crudele e ripugnante». Per lui: «incatenare un cittadino romano è un crimine, fustigarlo è un'abominazione, ucciderlo è quasi un atto di omicidio: crocefiggerlo - cos'è? Non c'è nessuna parola adatta che possa descrivere un atto così orribile». Marco Tullio Cicerone, Secondo discorso d'accusa contro Gaio Verre, G. Bellardi,  ed. UTET, Torino 1996, II, v. 64, para 165; II, 66, para 170.

             Per gli ebrei, l'impiccagione e la crocifissione, era un simbolo di  maledizione da parte di Dio, Deuteronomio 21:23. 

             È forse anche per questi motivi che per Paolo l'annuncio della croce era motivo di scandalo e di pazzia (2 Corinzi 1:18,23).

[12]          DIANICH Severino, Il Messia Sconfitto, Piemme, Casale 1997, p. 10.

             Nel secondo secolo però già i cristiani disegnavano la croce come simbolo della loro fede. Tertulliano, alla fine del II secolo a proposito del segno della croce scriveva: «Ad ogni passo e movimento, ad ogni entrata ed uscita, quando indossiamo i vestiti e le scarpe, quando facciamo il bagno, quando ci sediamo a tavola, quando accendiamo le lampade, sdraiati, seduti, in tutte le azioni ordinarie della vita quotidiana tracciamo sulla fronte il segno (la croce)». Tertulliano, La corna, a cura di P.A. GRAMAGLIA, ed. Paoline, Roma 1980.

             Ippolito di Roma nella sua Tradizione cattolica, datata del 215 e Cipriano, vescovo di Cartagine, a metà del III secolo, confermano il segno della croce come espressione di consacrazione della propria mente ed azione al Signore.

[13]          IWAND H.J.,  cit. MOLTMANN Jürgen, Il Dio Crocifisso, Queriniana, Brescia 1973, p. 50.

[14]          Idem, p. 52.

[15]          Idem, p. 53.

[16]          Idem, p. 54.

[17]           Idem, p. 55.

[18]          Idem, p. 56.

[19]          Idem, p. 56,57.

[20]          Idem, p. 62.

[21]          Cit. Idem, p. 62.

[22]          Cit. Idem, p. 63.

[23]          Idem, p. 63.

[24]          Idem, pp. 64,65.

[25]          Idem, p. 65.

[26]          Idem, p. 66.

[27]          Idem, p. 67.

[28]          H. Lüning; cit. Idem, p. 69.

[29]          Idem, p. 71.

[30]          Idem, p. 78.               

[31]          Cit., Idem, pp. 78,79.

[32]          Idem, p. 83.

[33]          Idem, pp. 172,173.

[34]          Idem, p. 175.

[35]          Idem, pp.176,177.

[36]          Idem, pp. 179,180.

[37]          Idem, p. 182.

[38]          Idem, p. 197.

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