Capitolo IV

 

SIGNIFICATO DELLA COMMEDIA

 

 

Come abbiamo già ricordato, Dante scrivendo a Can Grande della Scala, signore di Verona, al quale dedicò il Paradiso, gli diceva che la sua opera non è semplice perché dovrebbe essere letta in più modi: il primo letterale, il secondo allegorico. Nella forma letterale si può vedere lo stato delle anime dopo la morte, ma nella forma allegorica il poeta tratta l'Inferno nel quale stiamo tutti pellegrinando e dal nostro modo di procedere possiamo meritare e demeritare il premio o la punizione.[1]  

Questo stile del Poeta ha creato fin dall'origine delle difficoltà sia perché i Fedeli d'Amore si guardarono bene da spiegarlo per quello che voleva dire, dopo essersi giurati fedeltà, sia perché il potere ecclesiastico li avrebbe distrutti, se apertamente avessero espresso il loro pensiero, sia anche perché, qualora il potere ecclesiastico l'avesse capito, avrebbe ostacolato la sua diffusione non fosse altro per evitare che il popolo traesse da quel poema la condanna che esprime su di lui.

Nel nostro tempo siamo quotidianamente immersi nello spettacolo: la scatola magica, la TV, svolge questa funzione, non sempre in modo intelligente, e si scambia l'informazione con la cultura. Ieri, i ceti meno abbienti e impossibilitati a studiare esprimevano la loro voglia di conoscere, di partecipare alla cultura recitando romanze, cantando brani lirici, memorizzando brani di letteratura.

Nel 1827, Quirico Vivianim editore ed amministratore del Codice Bartolimiano, dichiarava: «Per isvolgere la tela delle dantesche allegorie converrebbe affatto dimenticare noi stessi e la società a cui apparteniamo; immedesimarsi col secolo dell'autore; farsi per passione di parte or guelfo ed ora ghibellino; accendersi di amore ed odio, a secondo delle varie vicissitudini del poeta; investire la fantasia di tutte le sue immaginazioni anche le più esagerate; informar la mente di tutte le sue dottrine ecc. Finché non giunge un uomo di questa tempra, io non nutro speranza che si squarci 'l velame delli versi strani; in conseguenza noi dobbiamo confessare in questa parte la nostra ignoranza, e contentarcene».[2]

Ugo Foscolo, in esilio in Inghilterra per lo stesso spirito che lo accumulava al Poeta fiorentino, dopo aver chiamato arte incognita quella di Dante, diceva che nonostante i tanti rimaneggiamenti di coloro che hanno battuto le tracce dell'Alighieri attraverso le regioni che ei calcò, spaventevoli per tenebre e laberinti, la strada è restata pur sempre la stessa; talché la più gran parte di questa immensa foresta rimane dopo le fatiche di cinque secoli, involta nella piena oscurità.[3]

            I pensieri riportati sono parecchio datati, risalgono all'inizio del secolo scorso, ma Dante continua, a parere nostro, a non essere compreso.

            Vorremmo in questa sezione del lavoro fare un excursus ad alta quota sul percorso che l'Alighieri ci presenta nel suo scritto.

            Le parole del Poeta espresse solo nel canto IX dell'Inferno, da noi già rilevate,  crediamo valgano da introduzione a qualsiasi studio del Poema:

«O voi ch' avete li 'ntelletti sani,

mirate la dottrina che s'asconde

sotto 'l velame delli versi strani».[4]

Tutti sono d'accordo nel dire che il viaggio nell'oltretomba è tipico delle iniziazioni.

Apuleio narra che la sua iniziazione ai misteri consistette nello scendere nell'Inferno e poi risalire nei campi Elisi. I libri che parlano della massoneria descrivono il viaggio oltre tomba di Enea e la sua iniziazione.

M. Ragon, autore di un Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes et modernes, parlando del proselito degli antichi misteri, dice che egli avanza in una foresta che lo spaventa ancor più dei suoi sinistri pensieri. Ma riesce ad attraversare i deserti dei Plutoni popolati da spettri. Quando arriva sulla riva del fiume vi trova Caronte, il nocchiero degli inferi che lo trasporta fin davanti al palazzo di Plutone. Ben presto però davanti ai suoi occhi si apre la bellezza dei campi Elisi e si riposa beatamente della sua fatica.[5]

            Dante ha scritto qualcosa di molto più arguto di quello che hanno fatto Esopo e La Fontaine attribuendo agli animali i vizi degli uomini; egli ha preso dei veri uomini vissuti in ogni parte del mondo e li ha messi in relazione alla vita di Firenze indicando con i loro vizi e le loro virtù i vizi e le virtù dei suoi contemporanei.

Dante come i grandi poeti dell'antichità percorre lui stesso la strada degli inferi, prendendo Virgilio a sua guida e facendo del suo viaggio una parodia del potere religioso del suo tempo che ha condizionato la storia di Firenze e dell'Italia.

Riteniamo importante ricordare le parole del Buonaiuti che ci permettono di inquadrare, crediamo correttamente, l'atmosfera religiosa nella quale dovrebbe essere inserito il poema. Lo storico cattolico scriveva: «I suoi versi sono l'eco delle lezioni di Pietro Olivi» e nella pagina seguente della sua opera si chiedeva se non avesse ascoltato queste lezioni sull'Apocalisse in Santa Croce a Firenze.[6]

Come sostiene il poeta Gabriele Rossetti, il papato era colpevole di intrighi temporali, a danno dell'Italia tutta e anche delle corti degli altri Paesi. La sua corte rigurgitava vizi d'ogni genere e come conseguenza  uno spirito di opposizione nei suoi confronti era largamente diffuso nella cristianità medioevale. Un linguaggio apertamente ostile alla Curia romana, giudicata, secondo il passo dell'Apocalisse, «Babilonia la grande, madre delle meretrici e delle abominazioni della terra»[7], lo si ritrova facilmente e con una certa frequenza negli scritti del tempo, nei quali il vescovo di Roma era visto come Satana o/e l'Anticristo[8]. Per evitare la violenta reazione della Chiesa, i suoi oppositori cercarono di essere più cauti e meno aperti, creando per tutti i loro iniziati un linguaggio segreto, allegorico e analogico, cioè con doppio senso.[9]

Come abbiamo già detto, un linguaggio convenzionale univa fra di loro, in tutta l'Europa, i partigiani del dolce stil novo che sognavano una Chiesa rinnovata e un Impero non condizionato dal potere ecclesiastico. I Fedeli d'Amore, così erano chiamati in Italia in gergo amatorio, fingevano di sospirare per una donna che racchiudeva in sé il simbolo dei propri ideali politico-religiosi, espresso, fin dall'origine, mediante quell'amor platonico, del quale molti dotti furono presi.

La Commedia è il Poema con il quale l'Alighieri, spirito libero, oppresso da un potere che domina le coscienze e i princìpi, non potendosi ribellare apertamente pone in questo scritto, la cui chiave di lettura è nella Vita Nova e nel Convivio, la sua condanna alle ambizioni sfrenate dei papi preoccupati del loro potere temporale a danno di tutta la Penisola Italia, l'Inferno, bagnata da tre fiumi del tempo: Acheronte, Stige e Flegetonte, che pur avendo nomi diversi, è sempre lo stesso. Scaturisce dalla stessa sorgente, la statua tetrametallica con il piede d'argilla, conservata nella grotta di Creta, che «Roma guarda come suo speglio - specchio»[10], cambia nome durante il suo percorso per poi stagnarsi nel lago Cocito, nell'Abisso, dove risiede seduto Satana, il cui pozzo è cinto da mura la cui circonferenza indica quella di Roma.

In forma evidente il Poema presenta un continuo passare dalle ombre che sono nell'Inferno, Purgatorio e Paradiso alla realtà di coloro che vivono sulla terra. Le due situazioni: oltretomba e vita italiana sono tra loro collegate, perché il passato è legato al presente e il presente lo si comprende bene se si conoscono le sue radici.

Dante esprime la sua veemente lotta al potere ecclesiastico, attaccandolo e minandolo con illustrazioni bibliche, con personaggi della mitologia e figure storiche del suo tempo. Allegoricamente si riscontra quindi una corrispondenza dei demoni dell'Inferno con figure romane e papali.[11] 

L'Inferno dantesco è quindi l'Italia piegata sotto la dominazione pontificia del tempo di Dante, riproposta in tutti gli episodi in esso descritti. La discesa nel tormentoso abisso raffigura il suo penoso errare per l'Italia, simile in tutto ad un Inferno. In quel tempo si credeva che i condannati all'esilio in Italia fossero nell'Inferno.

 

Possiamo riassumere in qualche riga la trilogia dantesca:

-   l'Inferno è il tempo presente, nostra vita, è l'Italia  con le sue miserie intollerabili sotto il giogo sacerdotale di Roma.

Raffigura la società contemporanea. Ciò ci sembra dimostrato anche dalle descrizioni della città di Dite, che tanto assomiglia alla Firenze guelfa e quanto è detto è in relazione agli eventi avvenuti passati e presenti della città.

Il piccolo Dizionario ad uso delle Scuole, Padova 1821, diceva: «Inquisizione appellavasi con altro nome: Discesa all'Inferno».

- Il Purgatorio, è la via della liberazione, cioè l'antagonismo tra verità ed errore, raffigurati della donna santa Beatrice e della chiesa prostituta; è il periodo delle prove indispensabili da attraversare, affinché la città celeste, la chiesa dell'amore, donna Maria, abbia a manifestarsi gloriosa perché agli antipodi della città terrestre, della chiesa di odio, destinata a cancellarsi sotto dei raggi di luce, assorbita da donna Lucia,[12] da Lux, luce, è rivelazione dall'alto, guida, protezione dell'iniziato.

-   Il Paradiso infine, è il trionfo dopo la lotta e le sue angosce; è donna Maria vittoriosa della sua formidabile rivale. Si costituirà una specie di  «Atene celeste dove, grazie alle tre virtù teologali e alla Gaia scienza, le tre virtù e l'arte della verità eterna, filosoficheranno d'accordo, animate d'uno stesso volere, concordevolmente, le tre scuole insegnando uno stesso credo, scuole designate sotto i nomi di stoici, di pitagorici, di epicurei».[13] Atene, città del sapere, della filosofia, della comprensione delle cose, è in opposizione a Roma dove regna l'ignoranza e l'autoritarismo.

 

Ma la Commedia è anche una parafrasi mascherata dell'Apocalisse[14], dove le immagini tengono il posto delle esposizioni. L'Apocalisse si divide in tre scene principali:

-         prima pittura: il mondo pervertito da Babilonia;

-         seconda pittura: il giudizio e la punizione di Babilonia;

-         terza pittura: la Nuova Gerusalemme che succede a Babilonia.

Queste tre parti sono pure presentate da Dante: l'Inferno corrisponde alla prima, il Purgatorio alla seconda, il Paradiso alla terza.[15]

            Prima di entrare nell'esposizione di diversi canti vorremmo ribadire che la comprensione delle Commedia è a due livelli, come già precisava il Poeta. Il primo livello, quello letterale è generalmente presentato in tutti i lavori recenti e del passato per i quali è stata fatta una ricerca precisa, meticolosa per l'identificazione dei diversi nomi presentati e altrettanto accurata per comprendere il pensiero religioso, filosofico, morale di Dante. Quella che cercheremo di presentare è la comprensione nascosta, velata, che il Poeta ha voluto esprimere, per la quale ci sono pochi lavori. A diverse riprese gli studiosi hanno compreso che Dante volesse dire qualcosa di più, di diverso da quanto generalmente è spiegato. È in questa prospettiva che noi vogliamo condurre il nostro lettore, consapevoli anche di esporci al malcontento e a critiche di chi per anni e forse anche per una vita, ha compreso, scritto e insegnato diversamente. È probabile che qualche particolare di quanto da noi detto, susciti perplessità, ma riteniamo anche che l'evidenza del testo sia tale che quanto da noi riportato abbia buon motivo di essere accettato e condiviso.

            Ci auguriamo anche, nel rispetto delle proprie scelte, che qualche cataro, che ancora oggi esiste in Italia e nel sud della Francia, pur mantenendo il proprio anonimato, possa far sentire la propria voce su questo argomento, e contribuire agli studi letterari del nostro Paese e rivisitare il passato da una prospettiva fino ad oggi quasi ignorata, affinché si possano cogliere quelle problematiche e valori rimasti da troppi secoli sconosciuti. Riteniamo che ci siano motivi per credere che un simile contributo possa essere utile in un tempo in cui si assiste ad un appiattimento sui valori religiosi. Dare al patrimonio culturale del nostro Paese quella conoscenza del tempo passato che solo il tramandarsi da padre in figlio ha conservato, riteniamo che sia di grande ricchezza, non fosse altro per permettere ad altri di essere illuminati su ciò che per loro è chiaro ed importante e del quale attendono la realizzazione. Un tale messaggio potrebbe permettere ad altre persone di comprendere la nature della cose e guardare al futuro nella prospettiva della speranza. 

 

 

INFERNO

CANTO I

           

Nel mezzo del cammin di nostra vita

 

            Nell'Italia dominata dal potere papale che causa regioni e città contrapposte e impedisce l'unità del Paese, il padre della lingua italiana perde l'orientamento della sua vita e scrive quei primi versi della Commedia che ogni studente liceale ha imparato a memoria:

                               «Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura».

            Dante era nato nel 1265,[16] (in considerazione del Salmo di Mosè[17] che presenta la vita media  di 70 anni), abbiamo motivi per pensare che la finzione di questo viaggio può essere stabilita nell'anno del primo Giubileo: 1300.[18] Siamo nella notte del venerdì santo del 1300, 8 aprile. Tempo di rinnovamento dell'anno, inizio di secolo, tempo di redenzione, nel dolce della primavera quando la natura riprende vita. Per i Gioachimiti in quel tempo doveva iniziare la nuova èra, la terza età del mondo, e allora la Chiesa sarebbe passata da Ecclesia carnalis a Ecclesia spiritualis, quella nella forza dello Spirito Santo. Ma non era ancora apparsa, la Chiesa era ancora politicizzata e corrotta in un impero in miseria. L'aurora si doveva manifestare a breve. R.L. John scrive che il 1300 non era dunque solo il presunto momento centrale della vita di Dante[19], ma anche punto centrale della storia della Chiesa e della cristianità, dei quali il Poeta deve essere considerato il rappresentante. Nel mezzo del cammin di nostra vita, si tratta del pellegrinaggio terrestre di Dante e al tempo stesso dell'intera cristianità.[20] Ciò inizia quando il sole saliva sull'orizzonte con la costellazione d'Ariete.[21]

All'estremità della «valle» c'era un «colle»[22], che si contrappone alla selva, un «dilettoso monte» lo definisce Virgilio, che nel secondo canto chiamerà «bel monte».[23] È il "monte" di liberazione, di speranza, di vita. Le varie espressioni richiamano i testi dell'Antico Testamento che indicano Sion, il monte della dimora dell'Eterno, sul quale il tempio d'Israele era luogo d'incontro dell'uomo con Dio.[24] L'Ordine Templare risiedeva in Gerusalemme sul colle Moria, punta orientale del monte Sion. I profeti Isaia e Michea avevano scritto «Avverrà, negli ultimi tempi, che il monte della casa dell'Eterno, si ergerà sopra la sommità dei monti, e s'innalzerà al di sopra delle colline, e i popoli affluiranno ad esso. Verranno delle nazioni in gran numero e diranno: "Venite saliamo al monte dell'Eterno e alla casa dell'Iddio di Giacobbe; egli c'insegnerà le sue vie e noi cammineremo nei suoi sentieri. Egli sarà giudice fra molti popoli, e sederà come arbitro tra le nazioni potenti e lontane. Delle loro spade fabbricheranno vomeri, delle loro lance, roncole; una nazione non leverà più la spada contro l'altra, e non impareranno più la guerra."».[25] Questa visione richiama quella della Nuova Gerusalemme.[26]

 

La selva oscura

 

            La «selva oscura» nella quale il Poeta ha smarrito «la dritta via» è il luogo, la «valle» dello smarrimento:

-         Brunetto Latini indicherà Firenze con la «valle» nella quale «là su di sopra (nel mondo dei vivi) mi smarri' , aventi che l'età mia fosse piena».[27]

-         Nel Purgatorio, «'l nome di tal valle pera - perisca» indica la Toscana, di cui la «misera valle» è il Casentino, e in quella regione si trovano: i «porci» casentini, i «botoli» aretini, i  «lupi» fiorentini e le «volpi» che sono i pisani.[28]

-         In Purgatorio, Firenze, nido di lupi, è chiamata «trista selva».[29]

-         Nel penultimo canto del Purgatorio Dante profetizza che l'amante francese «trassel per la selva»[30] la corrotta e prostituta chiesa di Roma, cioè: essa «attraverso la selva, verrà trascinata fuori d'Italia»[31] sarà portata in Francia: 

-         Cacciaguida dirà a Dante: in «compagnia malvagia e scempia tu cadrai in questa valla».[32]

-         Nel Vulgare Eloquio 1:18 rappresenterebbe l'Italia.[33]

-         Nel Convivio è «la selva erronea di questa vita»,[34] e nel nostro poema leggiamo: «non lasciò già mai persona viva (e)  nel pensier rinova la paura».[35] 

«Nel senso politico  (conosciuto il modo di pensare dell'Alighieri, si può aggiungere quello morale, che indicherebbe i vizi, e teologico) figura la Toscana, e più estesamente l'Italia, sconvolta dalle fazioni e versata da una multiforme tirannia, sicché sarebbesi potuto dire il regno di Satana», scriveva nel secolo scorso Brunone Bianchi ampliando il lavoro di Paolo Costa.[36]

Questa "selva-valle" dantesca è il luogo dello smarrimento ideologico del Poeta. Ciò potrebbe essere avvenuto nel tempo in cui, ambasciatore di Firenze presso Bonifacio VIII, gli furono dichiarate le persecuzioni che lo fecero diventare ghibellino fuggiasco, mutare il cammino politico, seguire Virgilio per attraversare l'Inferno, Roma e il Purgatorio per giungere nella realtà del Paradiso. Il prof. R.L. John dice che Dante in questa selva si smarrì quando lui si impegnò nell'arena della vita politica cittadina; la cristianità invece, ancora giovane, vi si smarrì quando, per effetto della donazione costantiniana, compì con l'illecita mescolanza Impero e Sacerdotium la prima discesa verso quella Ecclesia carnalis che per Dante, gioachimita e templare, pervenne con Clemente V al suo punto più basso.[37]

Nei versi 106-108 Dante, ad inciso della guerra che muoverà il "veltro" alla "lupa", crediamo che menzioni in modo esplicito il bel Paese come terra nella quale si vive questa tragedia dell'Inferno:

       « umile Italia fia salute

per cui morì la vergine Cammilla,

Eurialo e  Turno e Niso».[38]

               Nel Purgatorio Dante presenta l'Italia quale luogo dove alberga il "dolore", ed è simile a una nave lasciata a se stessa in mezzo alla tempesta, perché ha perduto i punti di riferimento ed è in balia delle onde:

       «Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave senza nocchiere in gran tempesta,

non donna di provincie, ma bordello!».[39]

 

Tre fiere

 

            Alighieri viene ostacolato nel salire al «bel monte il corto andar»[40] dal raggiungere la liberazione perché tre fiere lo vogliono fare ripiegare «là dove 'l sol tace»[41]. Le tre bestie sono[42]:

      -     «una lonza di pel macolato era coverta»;[43]

-         «un leone con la test'alta»;[44]

-         «una lupa, che di tutte brame      

                         sembiava carca nella sua magrezza,

                        e molte genti fe' già viver grame».

         E di lei ancora dice:

                               «ha natura sì malvagia e ria,

                        che mai non empie la bramosa voglia,

                        e dopo 'l pasto ha più fame che pria.

                               Molti son li animali a cui s'ammoglia

                        e più saranno ancora».[45]

            Era nello stile dei profeti biblici[46] e costume dei popoli raffigurare le nazioni con le loro caratteristiche mediante degli animali che esprimono e rievocano la forza, l'arroganza, l'astuzia e la potenza.

 

La lonza

 

La lonza è un felino simile al leopardo e alla pantera. È un animale crudele e feroce. Dante non dice nulla del mantello del leone e della lupa perché non indicavano nessuna caratteristica, ma precisa che quello della lonza è macchiato.

È conseguente vedere in queste macchie quelle bianche dei guelfi-ghibellini, e quelle nere dei guelfi.[47] Questa lonza raffigura «politicamente Firenze»[48], la cui Repubblica è instabile e irrequieta che continuamente cambia governo, «città, ch'è piena / d'invidia, sì che già trabocca il sacco».[49]

 

Il leone

 

«Questo superbo animale è lo stemma della casa di Francia»[50] ed esprime: fierezza, superbia e arroganza. «Così per il leone, e la regia superbia e la superba Francia».[51] «Nel senso politico, la casa reale di Francia».[52] Era alleata del papa. La Francia viene presentata nella storia come la figlia di primo letto della Chiesa.

Raffigura Carlo di Valois quando scese a Firenze e provocò l'esilio di Dante. Nel canto I del Paradiso è chiamato Leone.[53]

Quando Carlo d'Angiò fece decapitare Corradino di Svevia, sulla sua tomba nella Chiesa di Napoli veniva scolpito: «Asturis imgue leo pullum rapiens aquuilinum / Hic deplumavit, acephalonque debit - Il leone di Austria ghermendo con gli artigli l'acquilotto, - qui lo spennacchiò, e lo gittò senza testa».[54]

 

La lupa

 

La lupa è figura dell'avara curia di Roma, che nonostante la sua voracità nel mangiare è sempre magra e a causa sua molta gente vive in un modo «gramo». «S'intende dunque per la lupa e l'avarizia e la corte di Roma sozzante, secondo lui, avida di beni temporali».[55] «Nel senso politico, il potere temporale dei papi».[56] «La curia romana, e la dominazione temporale dei papi».[57]

Degli antichi Fiorentini era detto: «La piccola Roma, e figlia e immagine di Roma» e tale si mostrò, che Dante, della madre disse: «Eleggi ormai se la fraterna pace / Fa più per te, ostar Lupa rapace».[58]

            Nel Paradiso, in una forma esplicita, di Firenze è detto che è la «pianta» di Lucifero, il quale ha il suo trono a Roma, e ha per radice l'invidia. È l'opposto di Lucia ed hanno in comune la stessa radice: Lux, luce. È la personificazione di ogni male, anima lo spirito dei Pontefici ed è la causa prima dei mali che affliggono l'umanità. Dante scriverà:

       «La tua città, che di colui è pianta        

che pria volse le spalle al suo fattore
e di cui è la 'nvidia tanto pianta,     

       produce e spande il maladetto fiore
c'ha disvïate le pecore e li agni,       

 però che fatto ha lupo del pastore».[59]

            Firenze, pianta di Lucifero, nido di ogni vizio e di ogni corruzione,[60] produce il fiorino[61], cioè la ricchezza, che ha traviato il gregge dei fedeli e ha trasformato il pastore in lupo.

            Nell'egloga III di Boccaccio, viene rievocato il regno di Federico II, i cui discendenti, Manfredi e Corradino, sono sgozzati da una lupa rabbiosa in un selva infestata da leoni, ossia dai principi della Casa di Francia, che poi concessero in grazioso omaggio la selva alla Lupa.[62]

            Come Dante chiama «Leone» il re francese Carlo, così chiama «Lupo» Bonifacio VIII.[63]

            «Senza dubbio la lupa  significa per Dante la cupidigia e l'avidità della politica territoriale della Chiesa, che secondo lui dopo la donazione costantiniana inevitabilmente impigliò sempre più la Chiesa nei conflitti della politica: per potere resistere, essa dovette di continuo tendere all'ampliamento del proprio territorio. Per il nostro poeta tutto ciò non era che l'effetto dell'avidità, l'opera dell'insaziabile lupa, la cui fame, la cui malvagità, prelude fatalmente la via alla beatitudine terrena».[64]

La curia romana è il centro del partito guelfo, ha sempre fame. Dante pone nel cerchio degli avari Papi e Cardinali. Lotario Wolf fu il gran funesto del guelfismo. Wolf, latinizzato, dà Guelfo; nel vecchio sassone, nel moderno tedesco e nell'inglese vuol dire Lupo.

            Con la lupa «molti sono gli animali a cui s'ammoglia» e quelle profetiche «e più saranno ancora »[65] sono parole che non possono che richiamare quelle di Giovanni nell'Apocalisse quando scrive: «la gran meretrice con la quale hanno fornicato i re della terra».[66]

            Questa triade perversa Dante la riproporrà nelle Erine che presenta al canto IX.

 

Il veltro che uccide la lupa

 

A causa dell'influenza che Roma ha su Firenze, sede del partito guelfo, nel XIV canto del Purgatorio la città toscana è chiamata «maladetta e sventurata fossa» dove  i «can» si fanno «lupi».[67] Contro questa lupa

« 'l veltro   

 verrà, la farà morir con doglia

                               Questi la caccerà per ogni villa,            

                        fin che l'avrà rimessa nello 'nferno,

                        là onde invidia prima dipartilla».[68]

         La lupa, dopo essere stata cacciata di città in città, uccisa con sofferenza, viene gettata nell'Inferno là dove era prima di essere stata mandata sulla terra dall'invidioso Lucifero affinché  corrompesse e perdesse l'umanità, così come lui è perduto.  Il veltro, secondo B. Bianchi, «distruggerà la sua (della lupa) influenza politica dappertutto. Riformato il papa, a modo del Poeta, toltogli cioè il temporale dominio, che nel linguaggio ardito di lui, lo costituisce lupa, sarebbe tornata la cattedra romana alla primitiva santità, e cessava anche il principale impedimento alla istituzione della monarchia. Forse in questo luogo si vuole anche accennare l'abolizione dell'autorità secolare degli ecclesiastici in ogni altra terra d'Italia. La lupa è la madre dei lupi. I lupi sono i guelfi».[69]

            Il «Veltro»[70], cane da caccia veloce e ben addestrato, i commentatori lo hanno identificato con Can Grande della Scala, signore di Verona, capo dei ghibellini dell'Italia del Nord. La sua azione liberatrice avrebbe dovuto portare la salvezza in Italia[71], e non solo nel Lazio e nelle regioni del Sud per le quali già morirono nel lontano passato Camilla e Turno, Enrico e Nico.

            I ghibellini e i guelfi sono quindi "can" (cane) e "lupo".

            Generalmente i commentatori identificano il «veltro» dell'Inferno e che «verrà» per far morire la lupa «di doglie» con l'inviato, il «messo di Dio» che nel Purgatorio «anciderà la fuja - ucciderà la bestia»[72]. Due predizioni che si riducono a una sola, la speranza che Can della Scala annientasse la potenza della curia romana e de' guelfi. Indipendentemente dall'identificazione di questo veltro, come dice B. Bianchi, esso indica un capitano che, guidato dal suo amore per la giustizia e per la salvezza dell'Italia, rivendicherà i diritti imperiali su Roma facendo ritornare il Paese, come dice il Petrarca, "Aureo tutto e pien dell'opre antiche".[73]

            Dante presenta così un quadro in cui l'influenza dell'avara Roma, della superba Francia e della grande invidia di Firenze fanno di questa città un campo di discordia.[74] Villani scrive che «quest'avversità e pericoli della città nostra fu per molti peccati commessi, per la superbia, invidia  ed avarizia dei nostri cittadini».[75]

Un'altra spiegazione rileva che la liberazione non apparterrà né agli spirituali francescani gioachimiti né ai conventuali, anche se la sua origine è nell'umiltà: la «sua nazion sarà tra feltro e feltro»[76]. Infatti San Bonaventura in Paradiso dirà che la salvezza non verrà né «da Casal, né d'Aquasparta»,[77] cioè dagli intransigenti seguaci spirituali d'Ubertino di Casale, né da Matteo d'Acquasparta, generale dell'ordine dal 1287 e cardinale nel 1288 che favoriva la posizione più liberale sul concetto di povertà. Strumento della politica subdola di Bonifacio VIII, era stato l'asservitore di Firenze al papa, firmando l'atto notarile dell'esilio dei Bianchi fiorentini faceva parte dei francescani falsificatori della Scrittura divina.

Il veltro 

«non ciberà terra né peltro

 ma sapienza, amore e virtute».[78]

            Dante fa dire a Virgilio che un giorno apparirà un liberatore che purificherà la cristianità dai suoi vizi; caccerà la lupa «in tutte le città» e dopo averla uccisa la getterò nell'inferno. Questo liberatore non si nutrirà "della terra e del suo vile metallo". Il suo solo alimento sarà la saggezza, l'amore della virtù. Avrà per patria due pezzi di grezza lana tra le quali si riposerà. Erede dell'"aquila", cioè della corona imperiale, libererà "la povera Italia" dai cattivi tiranni che l'opprimono annientando la Babilonia impura e i principi che intrigano con lei contro l'impero.[79]

Questa figura è stata identificata con Can Grande della Scala, con il papa del rinnovamento spirituale della Chiesa, con l'imperatore, ma in nessuna rappresentazione fatta trova piena soddisfazione. Ci chiediamo se non rappresenti il Signore stesso, che la Sacra Scrittura presenta al suo ritorno con potenza e gloria e compirà un giudizio di condanna e morte su Roma. Dante descrive la sua venuta non nel linguaggio trionfale che troviamo in Apocalisse XIX, ma con quello dell'umiliazione che abbiamo in Isaia LIII. Ciò che può disturbare in questa ottica è paragonare il Signore al veltro.

 

Virgilio

 

            Virgilio, inviato da Beatrice per aiutare Dante in difficoltà nella selva oscura, come il Poeta scrive nel canto II:53-74,  si presenta come segue:

                               « omo già fui,                         

                        e li parenti miei furon Lombardi,

                        mantovani per patria ambedue.       

                               Nacqui sub Julio

                        e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto

                        nel tempo delli dei falsi e bugiardi».[80]

Il poeta latino nacque nel 70 a.C., non proprio sotto la giurisdizione di Giulio Cesare che aveva 30 anni e non gestiva ancora il potere. Questa espressione sub Julio cominciò ad usarsi dopo che Cesare divenne imperatore e Virgilio, pur non essendo ancora noto a Cesare, che verrà ucciso nel 44 a.C., è stato apprezzato e messo in onore da Augusto, è comunque riconosciuto da tutti come il simbolo della filosofia politica,[81] esaltando la funzione dell'imperatore. Dante non prende Aristotele a simbolo della filosofia speculativa anche se lo definisce «il sommo filosofo, e il maestro dei filosofi» nel Convivio, o

«'l maestro di coloro che sanno

seder tra filosofica famiglia»

quando lo vede nel Limbo.[82] Il poeta latino è nel limbo per non aver avuto il battesimo. I genitori di Virgilio sono presentati come lombardi, mantovani, perché al tempo di Dante la Lombardia era talmente piena di ghibellini che questa fazione politica era sinonimo del nome della regione, e Mantova ne era la principale fortezza che desiderava riscrivere la forza e l'autorità dell'impero. Il signore di Verona viene chiamato da Dante

«gran Lombardo

che 'n su la scala porta il santo uccello»[83],

ma era lombardo solo perché «elevava l'Aquila Stemma di sua famiglia e dell'Impero insieme».[84]

Due sole le guide del Poeta: Virgilio, nell'Inferno e Purgatorio, figura dell'ideologia temporale che produce un buon governo rettificando i costumi; Beatrice, la religione del vangelo, che esprime la sapienza che guida l'uomo purificato al suo Fattore dopo una vita virtuosa.

Questo concetto è espresso chiaramente da Dante nel De Monarchia dove dice che si raggiunge la beatitudine di questa vita «per philosophica documenta»; mentre si raggiunge la beatitudine della vita eterna «secundum virtutes theologicas».[85] Dante riprenderà questo discorso nel XVI canto del Purgatorio.

 

Porta S. Pietro

 

Il primo canto si conclude con le parole di Dante in risposta a quelle di Virgilio:

                               «che tu mi meni là dove or dicesti,        

                        si ch'io veggia la porta di San Pietro

            e color cui  tu fai cotanto mesti».[86]

I commentatori generalmente pensano che questa «porta di S. Pietro» sia quella del Purgatorio, guardata da un angelo che è «vicario di Pietro»[87], quale ingresso del secondo Regno, dove ancora lo guiderà Virgilio; per altri, questa è la porta del Paradiso.

Il Rossetti, rifacendosi a Giovanni Villani, scriveva che «la città nuova di Firenze si cominciò a riedificare e cominciassi della parte di levante alla Porta di San Pietro e poi oltre seguendo dietro alla badia di Firenze si ricongiungevano le mura alla Porta di S. Pietro. E di così picciolo cerchio e giro si rifece la città nostra con buone mura e grosse, e spesse le torri con quattro porte maestre dette Porta San Pietro e Porta del Duomo e Porta San Pancrazio, e Porta Santa Maria».[88] Poi aggiunge che sotto questo primato di S. Pietro vi erano le chiavi. La famiglia Alighieri ebbe ab antico la sua casa quasi in sul canto di Porta S. Pietro[89]; e che il Poeta là era nato. E aggiunge: «Dante fu un onorevole e antico cittadino di Firenze, di Porta San Pietro».[90]

Quindi Dante non solo chiede di essere condotto nella sua città, ma anche nella stessa casa dove era nato.[91]

 

CANTO III

 

A porta dell'Inferno

 

Dante introduce il canto riportando la scritta sul portale dell'Inferno, la cui porta è stata divelta, e che non si chiude più dal giorno in cui Cristo Gesù ha vinto il male, la morte con la propria.

«PER ME SI VA NELLA CITTA' DOLENTE / PER ME SI VA NELL'ETERNO DOLORE /  

PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE.

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE: / FECEMI LA DIVINA POTESTATE.

LA SOMMA SAPIENZA E 'L PRIMO AMORE. 

 DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE / SE NON ETTERNE, E IO ETTERNO DURO.  LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CH'ENTRATE».[92]

            Questa «città dolente» è Dite, che il Poeta presenterà nel canto VIII e nomina nei canti successivi[93] e che è opposta alla città di Dio, il Paradiso.[94] La scritta: «Per me si va nella città dolente» richiama quanto già Dante aveva detto di Firenze nella Vita Nova dove scrive: «Non piangete quando voi passate / per lo suo mezzo la città dolente?».

            È la città i cui abitanti «hanno perduto il ben dell'intelletto».[95] Questi non sono quelli che hanno subito il giudizio e quindi, per la legge del contrappasso, vivono la sofferenza della loro pena, ci sembra piuttosto l'atteggiamento di coloro che nella città toscana, nel seguire la loro ideologia politico-religiosa, non possono avere l'intelletto appagato nel vedere la Somma Verità di Dio, come Dante si esprime nel Convivio.[96]

 

Gli ignavi           

 

Nel III canto viene presentata la pena di

«coloro

che visser senza 'nfamia e senza lodo»[97]

cioè senza le opere proprie dell'essere "uomini", gli ignavi. Anche l'Apocalisse li pone come i primi ad essere esclusi dal Regno di Dio, li chiama codardi[98]. Non stanno in cielo né nel profondo inferno e si lamentano continuamente perché

       « non hanno speranza di morte,

e la lor cieca vita è tanto bassa,

che 'nvidiosi son d'ogni altra sorte.

       Fama di loro il mondo essere non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa».[99]  

 

Celestino V

 

            Nel luogo degli ignavi, ancora prima di attraversare il fiume Acheronte, Dante riconosce

                        « l'ombra di colui                         

                        che fece per viltà il gran rifiuto».[100]

            Questa espressione dantesca viene messa in relazione con il papa Celestino V, eletto nel 1294. I suoi contemporanei gli diedero fama di santità e il 5 maggio 1313 egli fu canonizzato. Fra' Pietro Morrone, che Boccaccio definisce «uomo idioto», eremita presso Sulmona in Abruzzo, per «viltà», cinque mesi dopo la sua nomina a seguito della quale ci fu gran pompa per il suo ingresso, tanta gente a salutarlo e grandi speranze per la cristianità, abdicò al seggio papale, giudicandosi privo di quelle capacità che gli avrebbero permesso di gestire la Chiesa, lasciando il seggio papale alla contestata figura di Bonifacio VIII, che prima lo aveva intimorito e costretto ad abdicare e poi lo perseguitò fino a quando, sopraffatto dagli stenti, morì forse anche avvelenato. Boccaccio scrive che Bonifacio lo fece «in una piccola chiesicciuola senza alcun onore funebre seppellire, in una fossa profondissima, acciocché alcuno non curasse di trarnelo giammai». [101]

            «Sulla trista riviera d'Acheronte» o Rubicone dell'Inferno, che segna il passaggio da un mondo all'altro, dalla vita alla morte, Dante sente il demone Caronte dagli «occhi di bragia venir per nave». Michelangelo lo dipingerà nel suo giudizio universale. Questo vecchio bianco è il figlio di Ezebo e della Notte, del buio, cioè dei Neri che sono in Firenze, porta le anime vicine al «nobile castello, sette volte cerchiato d'alte mura, difeso intorno d'un bel fiumicello» che viene superato come se fosse terra solida.[102] È il palazzo di Plutone, o di Dite, sinonimo di Lucifero,[103] figlio di Saturno e signore dell'Averno, cioè degli inferi.

«Un vecchio bianco per antico pelo,

gridando: "Guai a voi, anime prave!

       Non isperate mai di veder lo cielo:

io vegno per menarvi all'altra riva  

nelle tenebre eterne, in caldo e in gelo"».[104] 

 

CANTO IV  

 

Il limbo

 

Nel IV canto, Dante presenta il primo cerchio dell'Inferno, il Limbo. Presenta la pena dei non battezzati e di coloro che morirono prima dell'incarnazione del Figlio di Dio, Gesù Cristo, e non conobbero l'Eterno, il Dio della creazione. Presenta anche come Gesù trasse da questo luogo molte persone, a seguito della sua morte e resurrezione, credenti del passato che hanno sperato nella sua venuta.

            L'Acheronte, come gli altri fiumi dell'Inferno, è formato dalle lacrime della storia, che indicano, come diceva Boccaccio, la vita presente, la quale simile a un fiume corre continuamente verso la foce, cioè alla morte, e non pensa mai a tornare indietro: «omnes morimur, et quasi acquæ  delabimur in terram quæ non revertuntur».

 

CANTO V  

 

            Nel secondo cerchio dell'Inferno ci sono coloro che soffrono per le conseguenze del loro amore.

 

Minosse

 

I due pellegrini incontrano Minosse che orribilmente ringhiando esamina le colpe dei dannati e, secondo il numero delle volte che avvolge la sua coda, manda nei vari cerchi sottostanti i colpevoli.[105] Questo demone è l'antico re di Creta, figlio di Giove.

Boccaccio parlando di questa figura mitologica, diceva che imitava: «la coscienza di ciascuno, la quale giudicatrice delle nostre operazioni col morso suo ci affligge e tormenta».[106] Anche Landino vede in Minosse la coscienza dei peccatori: «Non è altro Minosse che il giudicio della coscienza».

Il demonio Minosse raffigurerebbe quei figli della Chiesa che attribuiscono la pena per il male commesso a seguito della confessione. Rappresenterebbe il capo degli inquisitori, l'"inquisitore generale", nominato da Innocenzo III nel 1215. Questo demone ringhia, cioè digrigna i denti, arringa la gente, come avviene nei tribunali. Ha una predicazione terrificante che vuole colpire di terrore chi non lo accetta. È quanto faceva San Domenico che giudicava e condannava chi non si convertiva. Come il dragone di Apocalisse XII, aveva una coda che trascinava nella perdizione la terza parte degli angeli, qui nell'Inferno dell'Italia i domenicani avevano la loro «coda»[107] maledetta con la quale trascinavano nella distruzione coloro che li ascoltavano e si confessavano. Infatti, nel verso 15 Dante scrive: «Dicono e odono, e poi son giù volte». I confessati dai domenicani sotto tortura "dicono" e "ascoltano" la condanna che il braccio secolare dovrebbe eseguire e dopo la sentenza, il baratro, la morte «son giù gettati». L'inquisitore Minosse avverte Dante: «Guarda com' entri e di cui tu ti fide».[108] Nell'Inferno dove Roma regna non ti devi fidare di nessuno, neppure del papa. Voltaire non è stato il primo a mettere il fondatore dell'Ordine dei Predicatori all'Inferno.

 

La ruina

 

In questo cerchio si fa riferimento «alla ruina»[109] i luoghi franosi, mediante i quali Dante e Virgilio più volte discesero nei cerchi sottostanti. È stata prodotta dal terremoto che ha scardinato, come abbiamo detto, la porta dell'Inferno, al momento della morte di Gesù, come spiegherà Virgilio.[110] Questa "rovina-frana" è ancora la testimonianza della forza della grazia che ha vinto e può vincere ancora.

Nell'Inferno, anche se tutto dovrebbe essere determinato per sempre, a differenza del Purgatorio dove si espiano le colpe nella prospettiva del Paradiso, riteniamo che questo luogo di sofferenza dantesca, indica, come abbiamo detto, lo scorrere della vita nel bel Paese e c'è ancora, grazie all'intervento di Dio nella storia e a seguito della vittoria di Cristo Gesù sul Golgota, ricordata dalla «frana» la possibilità di cambiare vita, vincere.

 

Il significato di donna

 

In questo cerchio i due Poeti incontrano donne pagane e mitologiche che, come la Chiesa Romana, sono malate di lussuria, i «peccator carnali».

            La donna, come abbiamo presentato nella parte finale del nostro terzo capitolo, raffigura la Chiesa nella sua perfezione. I Fedeli d'Amore hanno dato a questa figura un nome, che li accomunava nel loro ideale, nella speranza, nel bisogno di libertà. I diversi nomi indicavano sempre lo stesso personaggio, mettendo però in risalto una caratteristica particolare: la sapienza, la dolcezza, la virtù, la luce, la speranza, ecc. Il sostantivo donna, come abbiamo detto, è ambivalente. È figura positiva della stessa ideologia, compagna d'avventura, espressione di fede; ma anche figura di chi a lei si contrappone negativamente, che le è nemica, avversaria, ed è corrotta. Ciò ci sembra evidente nel Purgatorio e nel Paradiso dove la Chiesa, raffigurata nella sua degenerazione, è una puttana, ed è contrapposta a Beatrice, e per estensione alle altre figure femminili, come Lucia e la Madonna, cioè alla donna fedele, quindi pura.

In questa sezione riportiamo il pensiero dell'abate E. Aroux, L'hérésie de Dante démontrée par Francesca de Rimini, che, scardinando i commenti tradizionali del V canto dell'Inferno, offre una spiegazione affascinante.

Nel XIII secolo l'Italia era inondata di albigesi che, scappando dalla Provenza, si rifugiavano presso i loro fratelli che vivevano al di qua delle Alpi, in Lombardia, in Romagna e in Toscana, dove l'eresia, pur dissimulandosi nell'ombra, come abbiamo detto nel secondo capitolo, aveva le sue principali chiese. L'eresia risentiva dello gnosticismo neoplatonico della scuola d'Alessandria e dell'influenza dei templari.

In un modo chiaro, nel mezzo dello splendore del trionfo, l'apoteosi della chiesa settaria era la Rosa mistica, la regina degli angeli, dei Perfetti, che aveva nome Maria. Un monaco greco, anteriore d'un secolo a Dante e un inquisitore milanese, che scriveva più di cinquanta anni prima di lui, attestavano, d'accordo con lo storico dei catari, Mons. Schmidt, che i settari, allo scopo di poter affermare, senza spergiurare, che credevano alla Vergine, Madre del Redentore, designavano simbolicamente la loro chiesa con il nome venerato di Maria, «che diventava così una metafora».[111]

La tesi dell'Aroux, già abbozzata dal Rossetti, è molto interessante anche se dobbiamo riconoscere che non ha un'esegesi precisa, proprio perché nessuna chiave di lettura è stata trasmessa. L'Aroux arriva alle sue conclusioni con queste parole: «Cercate di utilizzare un po' il nostro metodo di interpretazione, che consiste semplicemente nello studiare la storia contemporanea e nel cercare il senso delle parole, vi sarà facile allora applicare il loro venerabile nome ai personaggi che figurano nei romanzi di cui questi cavalieri sono gli eroi. Voi inviterete allora gli eruditi a studiare da un altro punto di vista le opere che commentano, cercando solo il senso letterale».[112] 

È piuttosto giustificabile che le donne dal nome biblico siano abbinate a chiese, come pure i nomi che rappresentano donne che non hanno conosciuto la luce dell'evangelo ma per la loro integrità sono simbolo di fedeltà. Ma ci sembra criticabile assimilare il nome delle donne dei miti e di quelle pagane, che nella storia non hanno brillato per la loro purezza, sia assimilato a dei gruppi ecclesiali quando non sia per la loro apostasia.

Sembra che l'Aroux riesca a tener conto di questa problematica nella sua esposizione.

L'abate francese vede in Dante un simpatizzante dei catari o uno di loro ma, anche se non fosse vero, non è importante per la comprensione della sua poesia. Dante poteva far proprio il linguaggio dei trovatori uniti attorno a colei che chiamavano Maria, nostra signora, madonna, allegoria della chiesa catara di Mantova, madonna in cattedra. Le chiese eretiche che erano collegate a lei diventavano  madri o figlie, e venivano personificate con dei nomi biblici.

Con questa chiave allegorica di lettura, Eva, ai piedi di Maria, indica la chiesa di Firenze della quale il poeta teologo si prende cura rappresentandosi nella Commedia nella figura di Adamo, quale suo pastore. Le donne con i nomi biblici raffigurerebbero: Rachele, la chiesa gnostica dell'Oriente Sara, la Chiesa piemontese o valdese; quella dei Poveri di Lione, Rebecca; Giuditta, quella di Tolosa, glorificata per aver ucciso il suo Oloferne, Simon di Monforte; Ruth, quella di Ferrara; e il Tempio raffigurato da Giovanni Battista, patrono dei massoni e dei templari moderni.[113]

 

Un elenco di donne

 

Semiramide regina di Babilonia, simboleggia la prostituta babilonese, figura della Chiesa che Roma spinge alla rovina. Si presenta come colei «che succedette a Nino», abbreviazione di bambino e di lui «fu sua sposa».[114]

È ciò che la chiesa papale dice di se stessa: si è costituita, succedendo alla venuta del Figlio di Dio, e si presenta come la sposa di lui. L'abate commenta: «Sua degna sposa al tempo di Pio e di Sisto, prima di Silvestro, il primo ricco padre; ma non più al tempo di Gregorio VII, dei Bonifacio e dei Clemente. Noi ricordiamo qui che il Bambino Gesù nelle braccia della Madonna si chiama il bambino, di cui Nino è un abbreviativo». La Semiramide dell'antica Mesopotamia, dalle sponde dell'Eufrate, dominava l'Oriente. In Occidente, si ripresenta rinnovata nella nuova Babilonia, che dalle rive del Tevere soggioga il mondo intero.

L'Aroux spiega che i peccatori carnali sono quelli che si sono commessi esteriormente, cioè esprimono l'apostasia per motivi temporali, perché hanno sottomesso la loro ragione alla volontà, al capriccio del papa. Nicola I diceva che la sua volontà è la ragione. In un luogo dove la ragione è ridotta al silenzio e segue un cieco perché il Poeta andò «in loco d'ogne luce muto», dove gli infelici sono battuti dalla burrasca guelfa, bufera del principe dell'Inferno «che mugghia come fa mar per tempesta,» e scarica contro loro la cupidigia e il fanatismo.

«Didone,[115] che si uccise o si abbandonò alla morte, votata di cuore alla legge d'Amore, "s'ancise amorosa". È la chiesa catara lombarda di Brescia, restata "vedova" di Sicheo, cioè d'Arnaldo da Brescia, che fu messo a morte sul rogo nel 1155, a seguito degli ordini di Adriano IV, il Pigmalione romano, fratello empio, omicida dei suoi fratelli, per sete d'oro, auri sacra fames. La Didone bresciana si lascia poi sviare dalle manovre del Capaneo Tabaldo Brissato[116], fatto principe da Arrigo VII, nei confronti del quale poi si ribellò, peccato carnale di cui il Poeta conserva il rancore. Brescia fu nei confronti del Signore come l'antica Tebe in rivolta contro Giove. Nel 1223, settanta anni dopo il supplizio d'Arnaldo, ci fu a Brescia un combattimento tra i catari e i cattolici. Questi ultimi furono vinti e diverse loro chiese incendiate. Gli eretici di questa città, protetti da una parte della nobiltà, erano così potenti, che senza alcun rispetto per il clero, attorniarono di venerazione il loro Guy di Lacha, nel quale molti di loro vedevano un successore di san Giovanni. Alla sua morte fu sepolto, senza opposizione del clero cattolico e la sua memoria restò in onore nella città. Solo nel 1233, l'Inquisizione lo fece riesumare e bruciare.

Cleopatra,[117] figlia, moglie e sorella di Tolomeo, è la raffigurazione della Chiesa di Siena, personificata nella Pia, della famiglia dei Tolomei. Aveva sposato Nello, signore di la Pietra. Come la chiesa di Siena si era data a Roma, Madonna Pietra e non al suo Signore sovrano. La Cleopatra senese è lussuriosa, per allusione agli abiti sontuosi e al loro lusso, divenuti così partigiani delle vanità cattoliche, altra vanità, che i francesi stessi dicevano che non ci «fu già mai / gente sì vana come la Sanese?».[118]

Elena visse in tempi a lei difficili. Come gli anziani e gli abitanti di Troia ammiravano la sua bellezza "Perfetta", così i Fedeli d'Amore avevano lo stesso apprezzamento per la Chiesa di Tolosa. Come Paride rapì Elena, così Simone di Monfort fu il rapitore adultero dell'Elena linguadocena e anche lui finì per perire miseramente lasciandosi sfuggire la sua bella conquista. Il grande Achille è l'imperatore Federico II che, dopo aver servito contro l'eresia sotto la pressione di Innocenzo III, suo Chiron, finì per prendere le difese della fede dissidente, di quella che divenne la sua dama, Madonna, della quale si fece campione e combattente, assieme  con i Fedeli d'Amore, «con amore al fine combattèo».[119]

Tristano, il cavaliere Perfetto, ci appare in modo diverso dall'orgoglioso Paride, Simone di Monfort, il favorito di Venus Pandemos o della prostituta! Fedele amante della bella Isotta, la piccola Isis albigese, l'umile Griselide di Boccaccio, di cui il Petrarca faceva tanto caso, Tristano, tutto schietto, il suo nome lo avrebbe dovuto tradire da molto tempo, era il rappresentante dei Poveri di Lione, di quella chiesa fusa più tardi con quella di Tolosa, alla quale Monfort fece passare dei tristi giorni.  In Tristano di Leonessa o del Leone (di Lione) riconosceva i parenti più prossimi del Povero Guérin, o Guerrino Meschino, le cui avventure ebbero, in quell'epoca, tanto successo in Italia. «La città di Lione si nominava allora Leona in latino, e i valdesi si chiamavano Leonisti o lionisti"».[120]

Nel canto XXXII del Paradiso si vedono le Didone, le Elene, le Cleopatra apostate per debolezza e nell'Inferno terrestre sono diventate delle vere pagane, a causa del loro ritorno all'idolatria cattolica. Le chiese restate totalmente, o in parte, fedeli alla religione dell'amore, sono: l'Eva fiorentina, la Rachele gnostica, la Sara piemontese, la Rebecca lionese, la Giuditta linguadociana, la Ruth ferrarese, e la siriaca Anna, che assaporano le gioie del cielo come ricompensa d'una fede incrollabile. Si noti che sono tutte israelitiche e non hanno molto della santità romana. Lucia, la vergine siciliana, in questa prospettiva simbolica, personificherebbe la chiesa di Siracusa, la cui costituzione risalirebbe a Federico II.

           

Paolo e Francesca da Rimini

 

Riteniamo importante riproporre le considerazioni dell'abate Aroux sui personaggi di Paolo e Francesca consapevoli delle reazioni a quanto esporremo. Auspichiamo che quanto verrà detto sarà anche apprezzato nella sua bellezza.

Lo stesso Aroux era consapevole che quanto sosteneva avrebbe causato una reazione e l'introduce con le seguenti parole: «Un eminente e popolare pittore ha saputo trasferire magistralmente sulla tela, la tragica avventura dei due amanti di Rimini, magistralmente poetizzata da Dante. Ognuno applaude. Ma azzardarsi a dire che il grande Ghibellino sia stato ancora più poeta di quanto lo si pensi, poiché, in un pensiero contemporaneamente religioso e politico, avrebbe simboleggiato due personaggi reali, e mettersi a spiegare i simboli, è un crimine di lesa poesia e di lesa pittura agli occhi dei fanatici di Dante e del Sig. Scheffer. Queste persone, come si vede, sono dei potenti nella logica. Per loro, il simbolo cessa d'essere poetico dal momento che è riportato alla verità sottintesa, è quasi con le lacrime agli occhi che vanno ripetendo su tutti i toni: "Lasciateci il nostro errore"».[121]

Ora, se è incontestabile la testimonianza dell'inquisitore Ranieri Saccone, di Vaissette, corroborata dai monumenti conservati negli archivi dell'Inquisizione, che c'era a Rimini una chiesa albigese o catara, mezzo secolo prima di Dante; se è incontestabile che il poeta fiorentino abbia utilizzato tutti i tesori del suo genio per impietosire le tenere anime sulle sorti della povera Francesca; se è dimostrato, d'altra parte, che Francesca, personaggio reale e contemporaneo, si riduca definitivamente, sotto la potenza del genio, a una figura allegorica, a una metafora abilmente elaborata per presentare una congregazione eretica, bisognerebbe ben concludere che Dante, così profondamente toccato dalla sorte di questa sfortunata, al punto di cadere lui stesso "come corpo morto cade"[122], perché professava le stesse dottrine di questa chiesa perseguitata, annientata dalla ferocia del Malatesta; che aveva abbracciato la stessa fede, ed anche lui eretico».[123]

Dante introduce il dramma che descriverà con le seguenti parole:

       «Ora incomincia le dolenti note                  

a farmisi sentire; or son venuto

là dove molto pianto mi percuote//

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento».[124]

«Non si dovrebbe essere stupiti se Dante, in una metafora così complessa, abbia voluto, cercando l'effetto fin dall'inizio, personificare la chiesa settaria di Rimini sotto il nome di Francesca, e più tardi quella di Siena, Cleopatra lussuriosa, sotto quello della Pia dei Tolomei, per similitudine di nome e di costumi».[125]

Nel canto V dell'Inferno e del Purgatorio ci sono due episodi: quello della Francesca di Rimini e della Pia dei Tolomei che sono figura di due chiese catare. Sembra che l'interpretazione del canto V dell'Inferno con quello del XXXII del Paradiso, con la stessa chiave di lettura, offra un reciproco appoggio, a un grado d'evidenza che lascia poca presa al dubbio.     

Dante s'inquieta di due ombre, che la burrasca guelfa distrusse senza grande difficoltà,

«'nsieme vanno,

e paion sì al vento esser leggeri».[126]   

Certamente sono dei correligionari, dei credenti della religione d'amore, così diversa dalla religione dei papi, perché «amore li mena»[127]. Il Poeta li prega di venire a parlargli, se ciò non nuocerà alla causa imperiale, al suo caro Arrigo, templare, re, imperatore, «s'A.L.T.R.I. nol niega!».[128] Le due anime sofferenti vengono a lui come «colombe dal disio chiamate», uccelli dell'amore, e simboleggiano la resurrezione, avendo voglia di rientrare «al dolce nido», tempio di Rimini, dove «vegnon dal voler portate».[129]

Da notare che è una di esse a prendere la parola e, pur essendo sola a parlare, si esprime generalmente al plurale, come fa un essere collettivo:

«Noi che tingemmo - tingemmo - 'l mondo di sanguigno,

noi pregheremmo

 noi udiremo e parleremo a voi»[130]

Rivolgendosi al Poeta lo chiama «animal grazioso e benigno»[131], per indicare che la sua anima, a differenza di quella dei bruti cattolici, è illuminata dalla grazia[132]. Le dichiara che se il monarca universale, l'imperatore, gli era favorevole, "amico", lei pregherebbe devotamente "lui", L.VI, il Lussemburghese VI di nome Enrico, per fargli ottenere il trionfo della sua religione d'amore e di pace, per la "tua pace".[133] Lei non gli dice che il suo nome è Francesca, cioè la francese, la valdese, neppure quello del suo fedele Polo (Paolo), contrazione di Popolo, lascia questo all'intelligenza di Dante. Lei gli insegna che è nativa delle rive dell'Adriatico,

                               «Siede la terra dove nata fui

sulla marina dove 'l Po discende».[134]

Ravenna aveva in effetti la sua chiesa valdese (Rimini), costituita sotto gli auspici di Guido di Polenta, presso il quale Dante finì i suoi giorni in un ambiente in cui la sua opera era apprezzata e sosteneva la fede; su questa spiaggia in cui il Po, di cui ci si ricorda che l'eresia ha seguito il «corso»[135], per ottenere la pace per sé e per i poveri valdesi che hanno seguito il suo corso, «per aver pace co' SEGUACI  SUI».[136]

La ragione per la quale s'infiammano facilmente i nobili cuori, che li nobilita ancora, è l'

«Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,»

fece che il buon popolo di Rimini s'invaghisse della bella busta o del bel tempio,

«prese costui della bella persona

 che mi fu tolta; »,

perché fu eliminata con tradimento e violenze sanguinose la bella confraternita valdese.[137] La causa di questo modo di agire tutto guelfo, di cui la povera Francesca geme ancora perché:

«'l modo ancor m'offende»[138],

in quanto i Malatesta continuano a trattarla molto brutalmente colpendo i membri che potevano raggiungere. «I catari di Rimini intrattenevano ancora, nel 1267, delle relazioni con quelli delle città lombarde».[139] L'amore, di una giusta reciprocità,

       «Amor, ch'a nullo amato amar perdona»,

mi fece amare il mio fedele popolo (estensione di Polo, Paolo) di Rimini 

«che, come vedi, ancor non m'abbandona»

nelle tribolazioni che Roma mi fa subire. La religione d'amore ci è stata causa di morte nello stesso momento in cui la Chiesa e i suoi membri erano una sola persona,

       «amor condusse noi ad una morte:

Caina,

luogo dell'Inferno che indica il soggiorno dei guelfi, degli apostati, dei traditori dei vecchi fratelli, dove

attende chi a vita ci spense»

lo zoppicante Gianciotto Malatesta, uno dei dogi di Verrucchio, il cui uncino non cessa d'inzupparsi nel sangue valdese,

«fan de' denti succhio»[140],

feroce tiranno, che si è mostrato così implacabile nei confronti della chiesa settaria come lo fu per i due amanti di cui uno era suo fratello.

Dante

                               «Quand'io intesi quell'anime offense,

china' il viso e tanto il tenni basso,

fin che 'l poeta - Virgilio - mi disse: "Che pense?"

Profondamente afflitto del disastro della Chiesa di Rimini

       Quando rispuosi, cominciai: "Oh lasso,

quanti dolci pensieri, quanto disio

di pace e di carità evangelica, quanta speranza di un miglior avvenire nutrono i nostri fratelli! Ed ecco, pur tuttavia hanno avuto un trattamento crudele,

menò costoro al doloroso passo!».[141]

Poi indirizzandosi alla Chiesa perseguitata: la povera Francesca sazia di dolore e di angoscia, umile chiesa così crudelmente provata, i cui martiri ispirano a Dante la più profonda pietà, il Poeta chiede:

« "Francesca, i tuoi martiri

a lacrimar mi fanno tristo e pio (seguendo madonna Pietà).

       Ma dimmi: al tempo de' dolci sospiri,

nel tempo in cui tu eri timidamente desiderata dai nobili cuori di Rimini, come le loro disposizioni timorose hanno abbracciato la religione dell'amore,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi desiri - si manifestavano per te?"   

Francesca risponde dicendo che non c'è

       "Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice.

Chiede a Dante se desidera

       conoscer la prima radice

del nostro amore,

                        dirò come colui che piange e dice.

Rievoca, come faceva un valdese o un cataro, l'evangelizzazione e l'attaccare l'ortodossia della Chiesa romana. La loro azione veniva sostenuta mediante l'aiuto di poemi e di romanze settarie dei provenzali. Or dunque,

       un giorno per diletto

leggevamo una predica, cioè una istruzione, il cui testo era preso dal romanzo albigese dell'Ancillotto, e come il cavaliere del Santo Graal abbraccia la religione dell'amore e,

come amor lo strinse.

Non c'erano dei profani con noi e non eravamo spiati,

soli eravamo e senza alcun sospetto.

Più d'una volta "quella lettura", quell'insegnamento attirò la nostra attenzione,

              li occhi ci sospinse

e nello stesso tempo ci spaventò,

scolorirci il viso;

un passo del libro trionfò sulla nostra esitazione,

ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Giungemmo al brano in cui Ginevra gli dava l'osculum fraternitatis e riceveva da lei, in cambio, il consolamentum: parola per parola: baciava il suo sorriso o adorava le sue persuasioni (Convivio),

       Quando leggemmo il disiato riso[142]

esser baciato da cotanto amante,

allora questo popolo di Rimini, personaggio collettivo, COTANTO amante, che nonostante il nostro disastro e la spoliazione alla quale siamo ridotti,

questi, che mai da me non fia diviso,

non si separò mai da me, restando fedele alla fede,

       la bocca mi baciò tutto tremante.

M'adora e ricevette da me la consolazione, pur tremando d'avere a che fare con Roma. Mi diede il bacio della pace. Il libro settario fu il nostro intermediario, e così Arnaldo Daniele, fu il "galeotto", il mascalzone albigese che lo scrisse. Non abbiamo avuto bisogno di ascoltare oltre. La nostra conversione alla religione dell'amore era da quel momento un fatto compiuto. Da

quel giorno più non vi leggemmo avante».[143]

 

CANTI   VI-VII

 

            Nel canto VI, terzo cerchio dell'Inferno, sono puniti i golosi. Dante s'incontra con un fiorentino, Ciacco. Cerbero è il demone di questo cerchio che noi presenteremo al termine del canto IX.

            Il VII canto ci porta nel quinto cerchio dove vengono puniti l'avarizia, la prodigalità senza ragione e la fortuna.

 

Pluto

 

All'inizio del canto troviamo Pluto, nome sotto il quale il pontefice era designato negli scritti settari e Virgilio lo tratta come «maledetto lupo». Questi, vedendo i due poeti, grida:

«Pape Satàn, Pape Satàn aleppe».

Per molti questo verso è misteriosissimo, e «cercar di capire il senso di questo strano linguaggio è fatica sprecata», scriveva Gian Dàuli[144], viene paragonato a quello del gigante Nimbrod[145] che si esprime in una sconosciuta lingua del lontano passato. Il Boccaccio diceva che niuno in Italia la intendeva, ma di fatto è sufficientemente chiaro. G. Villaroel scrive: «I commentatori si sono sbizzarriti. Non faremo l'elenco di tutte queste ricerche. Plausibile, ci sembra l'ipotesi di lettura: "il papa è Satana, il papa è Satana, ahime" (con papae intercettivo latino, e aleph, prima lettera dell'alfabeto ebraico)».[146]

L'abate Aroux diceva che basta cambiare l'ortografia per avere: «Pap' è Satan, Pap' è Satan, Aleppe!», cioè principe (dall'ebraico aleph) di questo Inferno. Oppure, se con il Rossetti «premettiamo che nel dì di que' rozzi tempi eran soppressi tutt'i dittonghi: e da conferma riporteremo il principio e 'l fine di quella sentenza, barbara in doppio senso, con cui Dante e altri bianchi eran da Firenze condannati ad essere bruciati vivi: e nella quale si leggono curie nostre, predictorum, porte, hec, ecc[147], potremo anche interpretare il verso come segue: «"Satana (è) il principe del papa, per contrapposizione a Cristo che è il principe dei credenti fedeli". O meglio: "Colui che sembra essere il papa sulla terra, è Satana stesso che regola la sua Chiesa. Colui che pare Satana nell'abisso, è il papa medesimo che diviene luogotenente del suo signore. Corpo di papa con spirito di Satana quassù; spirito di papa con forma di Satana, laggiù"».[148]

            Questo lupo maledetto è la figura di Gregorio VII, il grande papa, del quale Giovanni Paolo II sembra abbia realizzato il sogno.[149] Ildebrando fu il primo a proclamare la doppia supremazia (spirituale e temporale) dei pontefici e qui nell'Inferno, dopo il giudizio di Minasse, è il primo personaggio infernale a proclamare il sacerdote papa come re, principe, come già Satana nella sua ribellione antecedente alla creazione aveva desiderato realizzare, lui ministro dell'Eterno, l'essere uguale al suo Signore, cioè imperatore dell'universo.

            È il caso di chiederci se questo rapporto papa-Satana/Satana-papa abbia la sua ispirazione teologica nelle parole dell'apostolo Paolo quando parla della «venuta di quell'empio», che la storia identificherà con il potere papale, del quale l'apostolo precisa: «avrà luogo (si realizzerà), per l'azione efficace di Satana».[150]

            In questo cerchio c'è abbondanza di

«cerci,  che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio - soverchio».[151]

G. Rossetti scrive: «Non la finirei mai più se volessi citare i passaggi che sono sparsi lungo il poema contro l'avarizia sacerdotale di que' tempi. Mi limiterò al solo Inferno, perché se volessi oltrepassar questi limiti, mi converrebbe qui trascrivere buona parte della Commedia».[152]

 

CANTI VIII-IX

 

            Nell'VIII canto si è ancora nel quinto cerchio e si passa al sesto dove si assiste alle pene dell'ira.

I poeti s'imbattono nel cavaliere fiorentino messer Filippo Argenti, con il demonio Flegias il nocchiere, che la mitologia presenta come figlio di Marte e di Crise che incendiò il tempio di Delfo per vendicarsi di Apollo che gli aveva sedotto la figlia.

 

La città di Dite

 

Dante e Virgilio devono attraversare la palude dello Stige per entrare nella città di Dite, città infernale, che ha il nome di Plutone, il re dell'universo secondo il nome pagano[153], che è Satana, Lucifero, nel mondo cristiano. Questo luogo

       « è 'l punto

cioè "il 'centro' della terra e dell'universo, secondo il sistema tolemaico, e dove sta Lucifero (Dite)"[154]

 dell'universo in su che Dite siede».[155]

Lucifero è chiamato con il nome della città infernale di Dite, e questa città è Firenze nel bel mondo dei vivi.

Quando venne

«colui - Cristo - che la gran preda

levò a Dite del cerchio superno

rapì a Lucifero, togliendogli dal cerchio più alto, dal limbo, tante anime per portarsele con sé nel cielo

       da tutte parti l'alta valle feda»[156]

fu scossa facendo tremare l'abisso infernale.

                I due visitatori dell'Inferno avanzano verso lo Stige, da lontano vedono un'alta torre e sulla sua cima accendersi improvvisamente due fuochi, "fiammelle", e a questo, che doveva essere un segnale, c'è una risposta che viene da tanto lontano percependo a fatica il chiarore della fiamma. Questi segnali ottici esprimevano una forma di comunicazione da castello a castello ed erano cosa consueta in quel tempo. Questa caratteristica introduzione, che rievoca il clima militare, preannuncia pericolo e situazione di tensione.

            È facile identificare l'alta torre con il forte dell'Ancisa, sull'Arno, e le alte mura con le torri merlate che la difendevano, i fuochi telegrafici accesi sui bastioni corrispondevano alle due montagne.

Che Dite sia la città di Firenze è detto in forma evidente nel Paradiso dove Dante si fa dire da Falchetto di Marsiglia:

                   «La tua città, che di colui è pianta

            che pria volse le spalle al suo fattore

            e di cui è la 'nvidia tanto pianta,

                   produce e spande il maladetto fiore

            c'ha disvïate le pecore e li agni,

            però che fatto ha lupo del pastore».[157]

            L'Inferno dantesco, come abbiamo detto sopra, raffigura l'Italia del tempo di Dante, che è riproposta in tutti gli episodi nei vari canti. Firenze, a causa del suo fiore-fiorino, che i banchieri guelfi gestiscono, ha stravolto la funzione dei pastori che son diventati lupi.

            Mentre i due poeti attraversano la palude dello Stige piena di gente furiosa, uno emerge e chiede a Dante:

« "Chi sei tu che vieni anzi ora?",

cioè forse prima che arrivi Arrigo che era ancora in Lombardia al quale Dante aveva scritto per sollecitarlo a scendere a Firenze. Chi gli parla è Filippo Argenti, persona grande e nerboruta, del quale si dice che era così ricco che fece ferrare il suo cavallo con argento, e anche per questo è

'l fiorentin spirito bizzarro                       

in sé medesimo si volvea co' denti»[158] 

cioè si mordeva o si rodeva in se stesso nell'aver visto il Poeta. Argenti era un guelfo nero, come il colore dei demoni rinchiusi nelle mura di Dite che hanno fatto esiliare Dante, bianco. Era la personificazione dello spirito fiorentino, degli uomini d'argento, che gestivano il denaro. 

Lo Stige,

«Questa palude che 'l gran puzzo spira

cigne dintorno la città dolente».[159]

Dite, città resa forte dalle acque/gente che la circondano, è luogo di dolore. È abitata da

« gravi cittadin, col grande stuolo»[160]

gravati di pene, sono seri e pensosi, con uno stuolo, cioè esercito di diavoli.

Nella città Dante vede le «meschite», le  moschee, cioè gli edifici delle chiese cristiane, dove si dovrebbe adorare il Signore, ma vi si trovano i pagani, cioè i cristiani infedeli. Hanno le mura

«vermiglie come se di foco uscite

fossero»

cioè arroventate, incandescenti, come se fossero uscite dal fuoco il cui colore rosso è in relazione con i guelfi.

« terra sconsolata:

quella della città di Firenze, le cui

mura mi paream che ferro fosse»,[161]

sono attorniate da grandi valloni che gli girano attorno.

           

Le tre Erinne

 

In un modo violento, imprevedibile e improvviso i due poeti, Virgilio seguito da Dante, vengono assaliti da tre Erinne.

                        «Tre furie infernal di sangue tinte,

                        che membra femminine avíeno e atto

                               e con idre verdissime eran cinte;

                        serpentelli e ceraste avien per crine,

                        onde le fiere tempie erano avvinte.

                               E quei, che ben conobbe le meschine

                        della regina dell'etterno pianto

                        "Guarda" mi disse "le feroci Erine"».[162]

È in questa occasione che Dante scrive quanto dovrebbe essere messo ad introduzione a tutta la Commedia: sotto il velame dei versi si nasconde una dottrina che è riservata a coloro che sono intelligenti.[163] È evidente che il Poeta, chiudendo la descrizione delle Erinne esorta con forza a saper leggere tra le righe cosa voglia dire.

            Le Erinne sono esseri infernali, il loro rosso richiama colori e ideologie politiche del tempo, hanno un portamento femminile, si presentano come nemiche del bene e del vero, hanno a che fare con la religione o la sapienza, sono cinte da idre verdi, (una specie di serpenti (simbolo del male che hanno in corpo) che Plinio considerava velenosissime), e sulla loro testa avevano altri serpenti che premevano le tempie, dando il senso d'una mente distorta e malignamente pericolosa. C'è da chiedersi se queste figure non raffigurino gli ordini religiosi femminili. Per Virgilio, che le conosceva, erano le «meschine», cioè le schiave «dalla regina dell'etterno pianto», la luna[164] che è chiamata Ecate o Proserpina, moglie di Plutone, cioè di Satana, «la donna che qui regge»[165]. Ironia della poesia, questa donna non appare in questo Inferno dantesco. Essa è la raffigurazione della Chiesa non solo corrotta, perversa ma anche diabolica. Dante, così facendo, riproduce al femminile ciò che Pluto diceva al maschile quando dichiarava che il papa è il principe dell'Inferno e Satana il sovrano della Chiesa sulla terra.

            Virgilio indica a Dante:

       «"Quest'è Megera dal sinistro canto;

qualla che piange dal destro è Aletto; 

Tesifone è nel mezzo"; e tacque a tanto».

E tutte dicevano:

       «"Vegna Medusa: sì 'l farem di smalto"- di pietra -

dicevan tutte riguardando in giuso.  / /

       "Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso;

ché se il Gorgon si mostra e tu 'l vedessi,

nulla sarebbe del tornar mai suso - sopra sulla terra -"».[166]

            Queste tre Erinne rievocano le bestie che hanno bloccato Dante nella selva oscura quando cercava di andare al monte, all'inizio del poema.

            La prima è Megera, caratterizzata dall'invidia, parla per sé con un sinistro canto;

la seconda è Aletto, che suona senza pace e dipinge l'irrequietissima superbia;

la terza è Tesifone, che è nel mezzo, ed è seminatrice di zizzania,  che i poeti fanno figlia dell'avarizia. Virgilio, nel sentire il suo nome che significa uccidere, «tacque».

Queste tre funeste passioni infiammano i cuori di Firenze, città dipinta dal fuoco e della quale Dante aveva già scritto:

«Superbia, invidia e avarizia sono   

le tre faville c'hanno i cuori accesi»,

«e molte genti fe' già viver grame».[167]

Erano le principali cause delle lotte che insanguinarono quella città.

            Le tre Erinne esprimerebbero le tre passioni, le tre fiere, che per eccitazione della curia romana, della corte francese e della Repubblica fiorentina insorsero contro l'imperatore.

            Queste Erinne sono le tre figlie del dio marino Forco, che domina sulle acque, simbolo di popoli e nazioni.

            Si avrebbe così:

                        Megera            - Invidia           - Firenze          già rappresentata dalla pantera

Aletto              - Superbia        - Francia          già rappresentata dal                leone

Tesifone           - Avarizia         - Roma            già rappresentata dalla  lupa

            A queste tre Erinne se ne aggiunge una quarta. La Gorgone Medusa, la minore delle sorelle che aveva il potere di smaltare, cioè impietrare, chi la guardava. La sua pericolosità è tale, non tanto perché il suo sguardo può far diventare una pietra chi la guarda, ma pietra per quale costruzione? Dante nell'Inferno, nel suo procedere verso l'abisso, il centro della terra, fa continuamente riferimento a sassi, pietre, rocce. Le Malebolge hanno pareti di pietra. In contrapposizione a queste pietre dell'Inferno l'apostolo Pietro, scrivendo alla diaspora dell'Asia Minore, diceva: «Accostiamoci a lui (al Signore), pietra vivente, (affinché) anche voi, come pietre viventi, siate edificati qual casa spirituale, per essere un sacerdozio santo per offrire sacrifici spirituali, accettevoli a Dio per mezzo di Gesù Cristo».[168] Queste pietre prodotte dalla Medusa sono quelle infernali della Chiesa papale costruita solo su Cefa, "tu sei Pietro" e non su Cristo Gesù, la vera «pietra angolare, sulla quale l'edificio intero (della Chiesa del Signore), ben collegate insieme, si va innalzando per essere un tempio santo nel Signore».[169]    Le Erine dominano sulla terra, in Firenze e, nell'Inferno, in Dite.

            A seguito della manifestazione delle Erine Dante scrive, crediamo come conseguenza della loro presenza:

       «E già venia su per le torbide onde 

un fracasso d'un suon, pien di spavento, 

per che tremavano amendue le sponde - dello Stige -,

       un vento

impetuoso per li avversi ardori,       

che fier - ferisce - la selva - Italia - e senz'alcun rattento - ostacolo che lo impedisca- 

       li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori».[170]

            Dante non crediamo che descriva un fenomeno meteorologico del mondo delle ombre, quanto, come già troviamo nel linguaggio biblico, i "venti" annunciano eserciti e la polvere che viene sollevata è figura di invasioni, guerre, deportazioni.[171] È quanto Dante prevede e annuncia per la sua città di Firenze. Potrebbe essere un richiamo al fallito assalto dell'imperatore Arrigo VII.

            Dante storicamente non rientrò a Firenze ma, per proseguire il suo viaggio e attraversare la città di Dite, crea una licenza poetica che gli permette di entrare mediante l'intervento d'un messo celeste. 

Infatti, questa visione drammatica, carica di tensione, di venti di guerra, continua con le parole:

       «Vid'io più di mille anime  distrutte

fuggir così dinanzi ad un ch'al passo

passava Stige con le piante asciutte.

       Dal volto rimovea quell'aere grasso. //

       Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo. //

       Ahi quanto mi pareva pien di disdegno!

Venne alla porta, e con una verghetta - un piccolo scettro -,

l'aperse, che non vebbe alcun ritegno - senza nessun impedimento -».[172]

Il «messo celeste» è stato identificato con il re Arrigo VII che scese a Firenze per sistemare militarmente la situazione in favore dei ghibellini. Dopo un assedio, lasciò il campo per motivi di salute, e quindi mal si accosta a questa figura. Il messo celeste è una parafrasi di un angelo, i cui modi richiamano quelli degli angeli del Purgatorio, ma il Foscolo, il Gaetani e il Valli respingono decisamente l'idea che sia un messo dal cielo. È stato identificato con diversi personaggi, da Ercole o Mercurio a Mosè, da Gesù a Cesare, a Enea, padre dell'impero romano che raffigura la potenza dell'Imperium, simboleggiato dal suo primo progenitore.[173]

 Questo inviato con autorità disse:

       «"O cacciati del ciel, gente dispetta - spregiate -",

cominciò elli in su l'orribil soglia,  

"ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?

       Perché recalcitrate a quella voglia - volontà divina -

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che più volte v'ha cresciuta doglia?

       Che giova nelle fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancora pelato il mento e 'l gozzo».[174]

            Come conseguenza di questo intervento, Dante può dire:

       «Dentro li entrammo senz'alcuna guerra;

e io, ch'avea il riguardar desio

la condizion che tal fortezza - città - serra,

       com'io fui dentro, l'occhio intorno invio - tutto osserva -;

e veggio ad ogne man - in ogni parte, sinistra e destra - grande campagna

piena di duolo e di tormento rio».[175]

 

Cerbero

 

            Cerbero, mostro tricipite, vinto da Ercole nella mitologia, è dipinto nel canto VI, nel cerchio dei golosi, nel modo seguente:

                               «Cerbero, fiera crudele e diversa,         

con tre gole caninamente latra

sopra la gente che quivi è sommersa.

       Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra - nera-,

e 'l ventre largo - grasso -, e unghiate le mani - non le zampe -;

graffia li spiriti, iscoia ed isquatra.

       Urlar li fa la pioggia come cani:

dell'un de' lati fanno all'altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.       

       Quando ci (Dante e Virgilio) scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne - zanne -;

non avea membro che tenesse fermo.

       E 'l duca mio distese le sue spanne - mani -,

prese la terra, e con piene le pugna 

la gittò dentro alle bramose canne.  

       Qual è quel cane ch'abbaiando agugna,

 e si racqueta poi che 'l pasto morde,

ché solo a divorarlo intende e pugna

       cotai si fecer quelle facce lorde             

dello demonio Cerbero, che 'ntrona  

l'anime sì, ch'esser vorrebber sorde».[176]

            Cerbero «mostro codato, mezzo cane e mezzo dragone, non somiglia punto al Cerbero di Virgilio».[177] Con questo brano dell'Alighieri siamo catapultati indietro nel tempo, quando la contesa anticlericale era aspra, violenta, irriverente ed offensiva. Non si può non scorgere in questo demone, la rappresentazione più irriverente e pungente nei confronti di quei religiosi, che hanno fatto del loro ministero il mezzo per soddisfare la loro brama, la cui golosità tiene in movimento ogni membro, che solo mangiando si acquietano, che con il collare si distinguono dalle altre persone, scuoiano, graffiano e squartano le anime, i miseri profani, che da loro cercano aiuto, e in chiesa fanno sentire il loro canto, e coloro che li ascoltano vorrebbero che facessero silenzio. B. Bianchi fa notare che questo demonio viene chiamato "il gran vermo", verme, come anche era chiamato Lucifero, scrive E. Camerini,[178] essere che vive sottoterra ed è una figura che la Sacra Scrittura mette in relazione che il supplizio dei dannati, il cui verme non muore. Cerbero, significa divoratore, è il verme destinato con ragione al tormento dei ghiotti.[179]  Ci domandiamo se il Poeta, nel presentare questo divoratore, pensasse alle parole del profeta Michea e a quelle di Gesù nei confronti dei sacerdoti del loro tempo: «Costoro divorano la carne del mio popolo», «divorano le case delle vedove»[180], i cui latrati osserva ancora E. Camerini sono «simbolo della rea coscienza».   

            Ciò che ha tratto subito l'attenzione di questo cane sono state le tre teste, figura di altrettanti Ordini religiosi: Francescani, Domenicani, forse anche Benedettini, che insieme, o di volta in volta, sono stati incaricati di svolgere il ministero dell'Inquisizione.  

 

 

CANTO X

 

            Siamo nel VI cerchio dove ci sono gli eretici.

 

Farinata e Cavalcanti

 

Nella città di Dite Dante s'incontra con il ghibellino Farinata, il guelfo Cavalcante dei Cavalcanti e prima di lasciare la città, viene a sapere che lì, assieme a tanti altri morti, c'è l'imperatore Federico II di Svevia, che il poeta ha ammirato come grande Cesare,[181] e Ottaviano degli Ubaldini, vescovo di Bologna dal 1240 al 1244 e cardinale dal 1245 fino alla morte, 1273, anche lui di illustre famiglia ghibellina. Uomo di mondo senza speranza per un'altra vita.

            Nel suo camminare per attraversare la Firenze infernale Dante viene chiamato da un'ombra che si espone dal sepolcro, nel quale si era alzato in piedi in modo statuario, mostrandosi dalla cintola in su. Virgilio lo riconosce: è Farinata, forse il più famoso rappresentante della casta dei ghibellini. Dal 1239 capo della consorteria ghibellina contribuì alla cacciata dei guelfi da Firenze nel 1248. Ma dopo tre anni essi  ritornarono e, a seguito di varie lotte, fu lui ad essere esiliato nel 1258. Andò a Siena, dove, grazie al re Manfredi, riorganizzò le forze ghibelline nella Toscana vincendo i guelfi a Montaperti nel 1260, evento che lasciò un seguito di profondi rancori, e riconquistò il governo del comune di Firenze.

            Mentre discorrevano delle passate imprese degli avi di Dante, che erano guelfi, contro il Farinata, compare l'«ombra» di Cavalcante dei Cavalcanti, padre di Guido, gran cavaliere, che non credeva alla vita dell'anima dopo la morte e quindi voleva godere del presente, era guelfo. Nel suo sepolcro s'era messo in ginocchio, mostrandosi dal mento in su, per parlare con il poeta e chiedere informazioni del figlio.[182]

            Un bel quadro satirico. Due grandi uomini. Il guelfo inginocchiato ai piedi del ghibellino che in alto s'era elevato, fiero «com'avesse l'inferno in gran dispetto».[183] Si fa rilevare: «Farinata è una statua, Cavalcante un'ombra».[184]

            Dante, ripresa la conversazione con il Farinata, gli esprime la sua passione per la politica che gli è causa di tormento.  Il ghibellino gli dice:

                   « non cinquanta volte fia raccesa

            la faccia della donna che qui regge,

            che tu saprai quanto quell'arte pesa».[185]

In meno di quattro anni, cinquanta lune piene, Dante avrebbe conosciuto come le sue speranze si sarebbero realizzate. Si è forse nel maggio del 1304 e Dante, esiliato da Firenze nel 1302, fino al 1304 partecipò, come Bianco, a tutti i tentativi fatti con la forza per rientrare in città.

            Farinata si chiede: «Perché quel popolo è sì empio?» e poi, esprimendosi in forma meno dura, con trasporto sentimentale rievoca quando al concilio di Empoli «fu' io solo» a difendere «a viso aperto» contro tutti di non «tòrre  - togliere - via Fiorenza».[186]  E come riporta il Villani, si levò a combattere contro tale proposta, affermando che «s'altri ch'egli non fosse, mentre ch'egli avesse vita in corpo, con la spada in mano la difenderebbe».[187]

 

La Luna

 

            Ritornando sull'espressione dantesca «la faccia della donna che qui regge»[188], è quella della luna quale raffigurazione del papato, la donna-Chiesa che domina nell'Inferno, cioè nell'Italia, nell'Europa. Virgilio ha avuto l'accortezza di osservare che la Luna era nel suo pieno splendore quando Dante si trovava nella selva oscura:

       «e già iernotte fu la luna tonda:            

ben ten de' ricordar, ché non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda».[189]

            Riteniamo che qui sia importante fare un accostamento con il testo biblico che Dante conosceva molto bene. Nel profeta Daniele il potere papale viene presentato da un piccolo corno che compie opere nefande contro Dio e i suoi fedeli. Questo potere viene ripreso da Giovanni nell'Apocalisse. È interessante osservare che entrambi i profeti presentano la durata del suo dominio per oltre un millennio, facendolo giungere, però, fino alla fine dei tempi. Il testo biblico presenta questo periodo di dominio con tre termini: 1260 giorni, tre anni e mezzo e 42 mesi,[190] periodi di tempo che Dante doveva conoscere perché Gioachino da Fiore indicava il tempo di Dante come quello della fine, perché nel 1260 terminavano i 1260 giorni-anni di Daniele e di Giovanni. Considerando quanto dice la Bibbia, come è già stato fatto notare da W. Digby, si ha: quando il soggetto è il popolo di Dio, la Chiesa fedele, l'espressione profetica del tempo è messa in relazione con la rivoluzione del sole che rievoca quello «di giustizia»[191] e quindi si parla di "giorno" o di "anno"; quando il soggetto è il papato, la Chiesa infedele, l'espressione del tempo è messa in relazione con il buio della notte nella quale splende la luna, e si usa la parola "mese". La  cristianità camminando nelle tenebre della notte adora, come mediatrice tra Dio e l'uomo, la Vergine Maria, regina del cielo, rappresentata dalla luna, o Astarte,[192] Venere, Iside, la Grande Madre. Scrive W. Digby: «Noi abbiamo qui un tipo esatto dell'apostasia del Medio Evo: fu un ritorno virtuale alla religione del paganesimo, nascosto sotto la maschera d'una professione cristiana».[193]

Dante, quale conoscitore del testo biblico, non poteva non riprodurre nel suo lavoro questo pensiero. Riteniamo che quanto ha detto confermi questo accostamento con la Bibbia.

 

CANTO XII

 

Virgilio e Dante giungono nel settimo cerchio dell'Inferno, dove sopravvivono i tiranni che fecero violenza.

 

Minotauro

 

Sull'orlo dell'avvallamento «l'infamia di Creti era distesa». Il mostro è il minotaurio, metà uomo e metà toro. È la vergogna di Creta, nato da amori colpevoli contro natura. La moglie di Minosse, Pasife, s'era fatta ingravidare da un toro, e per godere dei suoi favori si era introdotta in una «falsa vacca» di legno.[194]

Nella letteratura del tempo di Dante «le confraternite dei cavalieri erranti, detti anche selvaggi, erano una associazione di missionari idealisti e d'iniziati che condannavano la scandalosa immoralità del clero romano, dipinto nei romanzi satirici come un Minotauro vorace, come il Morolt di Tristano, che esigeva il suo tributo di giovinezza per i suoi antri monastici e che si alleava con i baroni predatori, come Renart con Isengrin, per spogliare gli umili La poesia non era che il pretesto della comunione degli eretici Questo mondo di poesia è stato fondato su una dissidenza religiosa e sull'utopia simbolica della cavalleria amorosa che non è mai esistita di fatto. La finzione dei galanti cavalieri e delle corti d'amore dissimula l'opposizione del Mezzogiorno francese, ben presto esteso a tutta l'Europa, a un papato detestato, e così si è preparato il Protestantesimo».[195]

In questo quadro letterario ci domandiamo se la figura del Minotauro non sia una evidente allusione alle conseguenze delle alleanze con la Chiesa, la donna che si prostituisce con il potere temporale.  Il Minotauro ricorda il tauro, il TORO e quindi potrebbe indicare Torino, la quale con Filippo di Savoia; è stata una delle prime città a staccarsi dall'imperatore per unirsi al papa. Un'alleanza contro natura che ha prodotto un mostro.

Il Poeta di questo mostro che non ha più una sua identità precisa, né uomo, né bestia, scrive: come

       «Qual è quel toro

c'ha ricevuto già 'l colpo mortale,»

 senza sapere dove va

« qua e là saltella,»

 così

       «vid'io lo Minotauro far cotale»[196]

fare la stessa cosa.

          Il Minotauro ha la funzione di controllare la «frana». Questa espressione non vuole anche forse indicare la sua natura? Nella storia l'unione del trono e dell'altare è sempre stata una "frana", una calamità per la società. Del resto Benito Mussolini conosceva bene cosa nella storia questa alleanza contro natura ha creato, e per questo, nel 1913 scriveva: «Quando Cesare porge la mano a Pietro / da quella stretta sangue umano stilla».[197] Poi se ne è dimenticato e lui stesso ha stretto la mano al papa, ha firmato i Patti Lateranensi, è entrato in guerra al fianco di un altro, che dopo di lui aveva firmato un Concordato con la Chiesa di Roma e ne è seguita la distruzione dell'Europa.

 

 

CANTO XIII

 

            Nel canto XIII, i due pellegrini erano nel secondo girone del VII cerchio e s'incontrarono con chi ha fatto violenza su se stesso.

           

Centauro

 

Passato a guado il Flegetonte, cavalcando la personificazione guelfa che ha dell'uomo e della bestia, raffigurata dal centauro Nesso, come riporta il canto XIII, i due poeti sono ancora nel VII cerchio e nel secondo girone, dove ci sono gli scialacquatori e gli omicidi.

 

Le Arpie

 

Vedono le arpie, che la mitologia conosceva come figlie di Taumante e di Elettra. Sporche e sgraziate, deformi, «brutte», precisa Dante, mostri alati, «lor nidi fanno», hanno

       « colli e visi umani», di donna,

«piè con artigli, e pennuto il gran ventre»,

hanno d'uccello rapace le larghe ali e

«fanno lamenti in su li alberi».

Sono

«fiere selvagge che in odio hanno

 tra Cecina e Corneto i luoghi colti - coltivati».[198]

            Queste arpie dovrebbero rappresentare, in chiave polemica e satirica, gli ordini femminili della Toscana e del Lazio.

 

CANTO XIV

           

Con il XIV canto i poeti sono ancora nel terzo girone del VII cerchio e, camminando sull'argine di un ruscello di sangue bollente del Flagetonte, si confrontano con un atroce spettacolo.

 

Il veglio di Creta

 

                               «Come di neve in alpe sanza vento

sovra tutto 'l sabbion - immenso deserto -, d'un cader lento,         

piovean di foco dilatate falde».[199]

            I due visitatori dell'inferno vedono delle fiammelle di fuoco cadere dal cielo come avviene ai fiocchi di neve in montagna e colpiscono i sodomiti e gli usurai.

            Poi Virgilio spiega al Poeta l'origine dei fiumi dell'Inferno.

                               «In mezzo (al) mar siede un paese guasto - caduto in rovina -

che s'appella Creta,

sotto 'l cui rege - regno - fu già il mondo casto

       Una montagna v'è che già fu lieta       

d'acqua e di fronde, che si chiamò Ida:

or è diserta come cosa vieta - vetusta.

       Dentro dal monte sta dritto un gran veglio - un vecchio di colossale statura -

che tiene volte le spalle inver Damiata[200]

e Roma guarda come suo speglio - specchio».[201]

            La descrizione che segue, ricorda e ricalca quella che è riportata nel libro del profeta Daniele quando, nel 603-602 a.C., il giudeo in esilio la spiegò all'imperatore di Babilonia. N. Sapegno precisa: «Dante s'è ispirato alla statua sognata dal re Nabuccodonosor».[202] Metteremo questi due testi a confronto.

Dante Inferno: canto XIV:106-120

 

Daniele 2: 31-36,44,46

 

 

 

 

 

Tu, o re, guardavi, ed ecco una grande statua; questa statua ch'era immensa e d'uno splendore straordinario, si ergeva d'innanzi a te, e il suo aspetto era terribile.

       «La sua testa è di fino oro formata,

 

La testa di questa statua era d'oro fino;

e puro argento son le braccia e il petto,

 

il suo petto e le sue braccia eran d'argento;

poi è di rame infino alla forcata;

 

il suo ventre e le sue cosce, di rame;

     da indi in giuso è tutto ferro eletto,

 

e le sue gambe, di ferro;

salvo che 'l destro piede è terra cotta;

e sta 'n su quel più che 'n su l'altro eretto.

 

i suoi piedi in parte di ferro e in parte d'argilla.

       Ciascuna parte, fuor de l'oro, è rotta

d'una fessura che lacrime goccia,

le quali, accolte, foran quella grotta.

       Lor corso in questa valle si diroccia:

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giù per questa stretta doccia(canale)

       infin là ove più non si dismonta (scende):

fanno Cocito; e qual sia quello stagno,

tu lo vedrai; però qui non si conta (parla)».

 

Tu stavi guardando quand'ecco una pietra si staccò, senz'opera di mano, e colpì i piedi di ferro e di argilla della statua, e li frantumò. Allora il ferro, l'argilla, il rame, l'argento e l'oro furono frantumati insieme, e divennero come la pula sulle aie d'estate; il vento li portò via, e non se ne trovò più traccia; ma la pietra che aveva colpito la statua diventò un grande monte, che riempì tutta la terra.

L'Iddio del cielo farà sorgere un regno che non sarà mai distrutto, e che non passerà sotto la dominazione di un altro popolo (e) sussisterà in perpetuo. Il grande Iddio ha fatto conoscere al re ciò che deve avvenire d'ora innanzi.

            Questa statua in Daniele rappresenta la storia nel suo divenire fino alla realizzazione del regno di Dio. Nella spiegazione, Daniele dice al re di Babilonia: «La testa d'oro sei tu»[203] e poi, discendendo con i diversi metalli, giunge alle gambe di ferro, che ai tempi di Gesù e nei secoli successivi, tutti: ebrei e cristiani, identificavano con l'impero dei romani, dopo aver spiegato che i vari metalli raffiguravano i regni di Babilonia (testa d'oro), Persia (petto e braccia d'argento), Grecia (bacino di rame), poi le gambe di ferro, i piedi in parte di ferro e in parte di argilla, e le dita, che indicano la divisione dell'impero di Roma, che nella storia si realizza a seguito delle invasioni barbariche, anche loro in parte di ferro e in parte di argilla.[204]

La testa, come abbiamo riportato, è Babilonia, la quale anche dopo continuerà ad essere l'essenza che caratterizzerà la storia fino alla sua fine, anche se, attraverso i secoli, le potenze che si sono succedute si sono presentate con nomi diversi: Persia, Grecia, Roma imperiale, Roma medioevale, Roma dopo la Rivoluzione francese e Roma della Federazione degli stati europei. Questa unità intrinseca di natura viene confermata dal testo biblico quando, parlando del tempo della fine, l'ultima fase della storia che precede il giudizio di Dio, è indicata in Apocalisse con lo stesso nome del suo inizio: Babilonia.[205] Dante pensiamo che confermi questo pensiero straordinario quando scrive che questo colosso, figura del tempo e della storia, volta le spalle all'Oriente (culla della vera religione, ma anche dell'idolatria) a «Damiata, / e Roma guarda sì come suo speglio - specchio».[206]

            Il pensiero di Dante è profondo, acuto, stupisce, affascina per la sua saggezza quando dice che la statua si appoggia sul «destro piede (che) è terra cotta».  Il colosso presenta gli imperi universali con dei metalli, per finire con un potere che è "diverso", per la sua natura[207], da tutti gli altri. È d'argilla e richiama quello della pietra, il regno futuro di Dio, il monte che riempirà tutta la terra, che si realizzerà con il ritorno glorioso del Signore. Quest'ultimo potere terrestre, nella sua follia di dominio, raffigurato dall'argilla di vasaio, è anche contemporaneo con quello del ferro; nella statua di Daniele è mischiato con il ferro al tempo del piede, prima dello smembramento dell'Impero romano raffigurato dalle dita. Gesù aveva detto a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo».[208] Qualcuno ha voluto smentire il Signore, e nella storia è presentato con ciò, che sulla terra, meno vale, con l'argilla, anche se i popoli sono ieri e oggi nella sua ammirazione.

Il Sapegno così commenta lo stico di Dante, che nel testo del profeta Daniele corrisponde a ai piedi e alle dita di ferro e d'argilla: «Gli antichi commentatori vedevano nei due piedi i simboli delle due autorità: in quello di ferro, l'impero (su cui la statua meno poggia, per indicare la diminuzione del suo prestigio); in quello di terracotta, il potere spirituale corrotto e giunto all'estremo della sua decadenza».[209]

Questo pensiero di corruzione e di degrado della Chiesa il Poeta l'esprimerà anche in Purgatorio quando scrive:

                   «Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,

            due soli aver, che l'una e l'altra strada

            facean vedere, e del mondo e di Deo.

                   L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada

            col pastorale, e l'una con l'altro insieme

            per viva forza mal convien che vada

                   Però che, giunti, l'un la'ltro non teme:

            e non mi credi, pon mente alla spiga,

            ch'ogn'erba si conosce per lo seme».[210]

Roma aveva due soli, cioè due poteri che potevano illuminare a giorno la vita degli uomini, quello della Chiesa, con il papa e quello dell'Impero con il suo cesare. Entrambi avevano la funzione di guidare l'umanità sui due livelli che caratterizzano l'esistenza: la strada della beatitudine spirituale che porta all'eternità e quella dell'esistenza temporale da vivere nella serena felicità, come aveva anche espresso nel de Monarchia.[211] Questa visione dantesca nella quale la vita sociale e quella religiosa sono distinte e pur dipendenti ognuna di queste componenti opera nell'ambito della propria autorità. Essa però corrisponde «a una situazione assai più ideale che storica».[212] Questi due soli sono stati dal papa spenti perché ha voluto unire la spada con il pastorale, cioè fondere nella propria autorità il potere civile e quello religioso, azione questa che non poteva che produrre male. Come confusione dell'unione di questi due poteri, Dante richiama un testo dell'evangelo: «Ogni albero lo si riconosce dal suo proprio frutto».[213]

Il profeta d'Israele in esilio in Mesopotamia aveva detto al monarca di Babilonia che la statua era «immensa e di uno splendore straordinario» e a questo abbaglio, gli uomini per la conquista del trono, della gloria, dell'avere hanno sempre sacrificato tutto, (E. Fromm direbbe l'"essere"), per questo Daniele aggiunge: «il suo aspetto era terribile» rievocando: ingiustizia, violenza, guerre, crimini e l'elenco potrebbe continuare. Le lacrime[214] che escono dalle screpolature, dalle ferite del colosso, come riporta Dante, sono i fatti del tempo, Chronos, che la storia racconta narrando le lacerazioni e le piaghe che l'umanità si è fatta. Queste lacrime costituiscono un unico fiume che percorre tutto il declinare dell'inferno di questo mondo e, a seconda che il suo defluire sia acqua, fango, sangue bollente o ghiaccio, prende nome di Acheronte, Stige, Flegetonte e Cocito.[215]

La differenza di spiegazione tra le due statue è nell'inizio. Per Dante la testa d'oro raffigura l'«antica innocenza e il primitivo splendore» come scrive il Sapegno, pensiero condiviso dai commentatori; mentre per Daniele la testa d'oro è Babilonia. Entrambi mettono l'accento sulla parte finale della statua: i piedi di ferro e d'argilla e una comprensione corretta del profeta Daniele si ha la stessa conclusione di Dante. La statua guarda a Roma come in uno specchio. La statua di Dante, nel suo scorrere del tempo, dopo la Roma dei Cesari raffigurata dalle gambe di ferro, giunge alla Roma medioevale, dove i piedi di ferro e argilla indicano i due poteri che si contendono il dominio. La conclusione di Dante e del profeta Daniele è la stessa. Per questo crediamo di avere motivi per pensare che la babilonica Roma corrompa la società a causa della religione che altera la verità con l'errore, e manda nell'abisso, dal creatore della menzogna, la gente che ha fede nel suo insegnamento. L'antica Babilonia è il riflesso della babilonica Roma.

Roma è il luogo dove la creatura, non nel nome di una inesistente divinità pagana, ma nel nome dell'Eterno, di Gesù Cristo, viene adorata, quale rappresentante di Dio e come lui infallibile. È lo specchio del quale si vuole riflettere l'immagine. La Sacra Scrittura chiama Babilonia la società finale della storia e questo nome fin dall'antichità caratterizza il divenire del tempo - il Chronos, la storia.

In altre parole, la parte finale della storia universale, dopo che la ribellione dell'uomo nei confronti dell'Eterno ha raggiunto la sua perfezione, è il riferimento per l'inizio. L'antica Babilonia di Nimrod, Semiramide con il culto alla persona, ha creato un sistema a imitazione della Roma papale. Il modello nel quale rispecchiarsi non è l'antica Babilonia, ma la Roma dei "vicari di Cristo", della quale Babilonia è solo una copia, un riflesso di ciò che ha visto alla fine del tempo. Questo pensiero ci spaventa.

La statua babilonica guarda a Roma come a uno specchio, perché questa statua raffigura il potere dell'uomo che nella sua follia, malato dal germe dell'avversario, si considera come Dio ed esprime il suo dominio sugli uomini e sulla terra, ha in Roma il suo modello originale. Gli imperatori, dai faraoni d'Egitto a Nabuccodonosor[216], da Ciro[217] ad Alessandro Magno, i Cesari di Roma, eredi di un patrimonio orientale, si consideravano espressioni della divinità e come tali venivano adorati. Così il culto alla persona, nella visione biblica, da Babilonia si sposta a Pergamo, dove Giovanni nell'Apocalisse dice: là «dove è il trono di Satana»[218] si trasferisce poi a Roma dove, nel 12 a.C., Augusto viene nominato sommo Pontefice e, nell'8 a.C., si ha la prima manifestazione del culto all'imperatore. Alla fine del primo secolo i cristiani che non accettavano di dire all'imperatore di Roma Kyrios Kaisar (Signore Cesare) subivano d'ufficio la condanna a morte.[219] Poi la Roma pagana lascerà il suo trono a quella cristiana, come aveva già scritto Giovanni nell'Apocalisse.[220]

            A ciò si deve aggiungere, come scrive lo storico L. Home: «La... religione solare rinforzava il carattere divino dell'autorità imperiale... Le religioni solari e le teorie astrologiche orientali tendevano a fare del sovrano l'emanazione e il rappresentante sulla terra del Sole... Il sincretismo religioso ha il suo centro nella capitale».[221] Questo culto lo si manifesta nella cristianità con l'osservanza della domenica, quale giorno del dio sole, e con l'ostia dell'eucarestia e con la raggiera dell'ostensorio che lo riproducono.

            Quando gli imperatori dopo Costantino divennero cristiani, non rinunceranno al titolo di Pontefice Massimo. «Il Principe è rimasto Pontefice Massimo, cioè capo religioso della città di Roma».[222]

            «Esattamente come il Pontefice Massimo del passato, egli si sentì chiamato, nella sua qualità di Imperatore divino, a essere sulla terra l'organo visibile della divinità».[223]

            «La conversione[224] di Costantino avrebbe dovuto comportare l'abolizione del culto imperiale»[225] ma, scrivono Brehier e Batiffol: «Non solamente Costantino non ha abolito il culto all'imperatore, ma lo ha messo in onore con il cristianesimo ed è riuscito a farlo accettare dalla Chiesa... Costantino ha mantenuto, sembra, quasi tutte le pratiche e gli usi dell'antico culto imperiale». È lui il primo Sommo Pontefice della Chiesa. «Non rifiuta il nimbo, simbolo della divinità che appare sulle monete imperiali sotto gli Antonini. Il rifiuto all'adorazione della immagine imperiale, offesa di Lesa Maestà, aveva causato molti martiri. Nel 328 Costantino fece innalzare la sua statua nel Foro: in una mano tiene la lancia, nell'altra il globo sormontato dalla croce. L'inaugurazione di questa statua dette origine a delle feste solenni, e, molto tempo dopo la morte di Costantino, essa era ancora in grande venerazione».[226]

            «Gli imperatori cristiani... hanno in realtà posseduto un carattere sacro ben più importante di quello degli imperatori pagani, candidati alla divinità, dopo la morte. La migliore prova è fornita dalla persistenza, nell'impero cristiano, del culto imperiale. Durante più di un secolo, l'adorazione resta la regola assoluta, che consiste nel prostrarsi davanti alla Maestà imperiale, baciare il panno della sua porpora, vestia regis, la stoffa sacra, inginocchiarsi davanti al trono».[227]

            «A Costantino morto si rende l'omaggio piegando il ginocchio... è il rito di adorazione che era d'etichetta alla corte imperiale dal tempo di Diocleziano».[228] Per i pagani, l'imperatore dopo la sua morte diventava divus (divino), questo status corrisponde per i cristiani a quello di beato.[229] Per questo motivo in Oriente Costantino è elevato al rango dei santi. La Chiesa greca, il 21 maggio, celebra la festa del «glorioso sovrano, coronato da Dio...».[230]

            Il cattolico F. Mourret dichiara che, quando Costantino trasferì la sede dell'impero da Roma a Costantinopoli, nel 329: «Qualunque sia stata la sua intenzione personale, lasciò che il Papa occupasse più liberamente e più manifestamente il primo posto nella città di Roma... Il Pontefice (allora vescovo) era ormai incaricato della gestione e manutenzione degli acquedotti, ponti e mura; era il protettore legale di chiunque ricevesse vessazioni dai giudici; il giorno del combattimento, egli deve essere il primo sulle roccheforti. "Il Papa, dice Ernest Lavisse, è fin da quel momento il vero padrone di Roma"».[231]

            Nel 378 l'imperatore Graziano rinunciò al titolo di Pontefice Massimo, nello stesso tempo, mentre in Oriente lo Stato cerca di assorbire la Chiesa, in Occidente, Roma, dal 382, affermava il primato della sua sede mettendo le basi della teocrazia pontificia.

            Hans Kueng scrive: «L'insigne vescovo giurista Leone, per primo si fregiò del titolo spettante al sommo sacerdote pagano, Pontifex Maximus»[232], e Nino Lo Bello precisa che «nell'anno 440 il titolo di Pontifex Maximus fu trasferito al papa Leone I».[233]

            Nel 533 l'imperatore Giustiniano, per motivi politici, riconosceva al vescovo di Roma il primo posto nella cristianità e al vescovo di Costantinopoli, Nuova Roma, quello di secondo.

            Il teologo protestante Harnack scriveva: «La Chiesa romana scivolò insediandosi al posto dell'Impero romano, in effetti, questo continuò in essa; non è sparito, si è solo trasformato».[234] Lo storico Ferdinando Lot, riportando una dichiarazione di Harnack, scrive: «Il papa - Pontefice Massimo - è succeduto a Cesare, il Papa è l'Imperatore».[235] Il cattolico Wladimir d'Ormesson, accademico francese e ambasciatore per otto anni presso la Santa Sede, scrive: «Sul piano storico il Papa è l'erede dei Pontefici Romani e questo titolo interessa sia l'antico Impero di Roma sia l'èra cristiana».[236]

            Purtroppo oggi, come confessano Bréhier e Batiffol: «Nessuno è stupito nel vedere il titolo di Pontefice Massimo dato ai successori di S. Pietro».[237]

            «Una forma di governo, ispirata dall'assolutismo più brutale mai esistito, s'impose ad una istituzione (la Chiesa) che aveva avuto per privilegio e per scopo la libertà e la denominazione pagana restò attaccata con ironia al frontespizio dell'edificio cristiano: Pontifex Maximus[238]

            Con il papato il culto all'uomo, all'imperatore, «il mistero dell'iniquità», come scriveva l'apostolo Paolo, raggiunge la sua pienezza e la religione viene impiegata per fini temporali.

Dante dice che la statua guarda a Roma come ad uno specchio. In altre parole tutto ciò che ha caratterizzato lo spirito di Babilonia, la sua religione, non solo la si ritroverà realizzata nella sua pienezza in Roma (l'adorazione dell'imperatore, il culto solare, l'osservanza del primo giorno della settimana, l'ostensorio con la raggiera del sole e l'ostia suo simbolo, la venerazione della Vergine a ricordo della Grande Madre e di tutti i santi, il culto ai morti, ecc.)[239], ma Babilonia, germoglio di questa follia, è presentata da Dante come colei che ha cercato di imitare imperfettamente, perché gli specchi dell'antichità non riproducevano perfettamente le immagini, ciò che Roma, dopo secoli di storia, alla sua fine, ha coronato nel nome di Gesù Cristo e dell'Eterno, la propria esaltazione e ribellione al Signore della gloria.

Questo è quanto il pensiero del padre della lingua italiana voleva dire? Forse. Questo è quanto il critico dice di un capolavoro che il genio Dante ha scritto.

 

CANTO XV

 

La sodomia di Brunetto Latini

 

            I due poeti sono osservati

« come suol di séra

       guardare uno altro sotto nuova luna;

e sì ver noi aguzzavan le ciglia

come 'l vecchio sartor fa nella cruna».[240]

Da una schiera di sodomiti che corrono lungo l'argine del ruscello, stupiti di vedere queste due figure di cui una ombra (defunto) non è, l'Alighieri riconosce Brunetto Latini (1220-1294), suo maestro. Partecipò alla vita politica del comune come guelfo. Dopo la battaglia di Montaperti, di ritorno da una ambasciata al re Alfonso X di Castiglia, andò in esilio in Francia fino al 1266 quando le sorti cambiarono a seguito della battaglia di Benevento.

Dante è sull'argine, il maestro gli sta sotto:

       «I' non osava scender della strada

 per andar par di lui; ma 'l capo chino

tenea com'uom che reverente vada».[241]

Bel quadro che presenta il guelfo in basso, in posizione di sottomissione, nei confronti del ghibellino che sta sull'argine.

Latini ha parole di ammirazione per il suo allievo e di rancore per la sua città.

       « "Se tu segui la tua stella,

non puoi fallire a glorioso porto,

se ben m'accorsi nella vita bella;

       e s'io non fossi sì per tempo morto,

veggendo il cielo a te così benigno,

dato t'avrei all'opera conforto.

       Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ad antico,

e tiene ancor del monte e del macigno

       ti si farà, per tuo ben far, nemico:

ed è ragion, ché tra i lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.

       Vecchia fama  nel mondo li chiama orbi;

gent'è avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.

       La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l'una parte e l'altra  avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l'erba.

       Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesime, e non tocchin la pianta,

s'alcuna surge ancora in lor letame,

       in cui riviva la sementa santa

di que' Roman che vi rimaser quando 

fu fatto il nido di malizia tanta"».

Sollecitato da Virgilio a lasciare il vecchio Maestro, Dante gli chiede chi sono i suoi compagni più importanti. Latini risponde:

       « Cherci - chierici -

e litterati grandi e di gran fama»

e menzionò diversi nomi.[242]

Brunetto Latini è nella schiera dei sodomiti, «d'un peccato al mondo lerci»[243]. L'abate Aroux scriveva: «La sua sodomia consiste nell'essere stato un buon cattolico, nell'essersi fatto, ai suoi (di Dante) occhi, adoratore di un uomo, fino a baciargli i piedi e a considerarlo il Vicario di Dio sulla terra».[244] L'Aroux aggiunge che i peccati carnali non sempre indicano quelli che hanno a che fare con il sesso, essi indicano anche quelli che si commettono con il modo di agire, con la propria esteriorità, ed esprimono l'apostasia per motivi temporali, perché hanno sottomesso la loro ragione alla volontà e al capriccio del papa.

Questo può anche spiegare perché il maestro sia frettoloso di lasciare il suo antico allievo prima che arrivino le persone che formano un gruppo che non ha piacere di incontrare e del quale dice:

«Gente vien con la quale esser non deggio».[245]

 

 

CANTO XVII

 

Gerione

 

Durante il XVII canto si scende nel luogo detto Malebolge, che è l'ottavo cerchio. Sull'orlo del settimo cerchio, s'ode il fragore del Flegetonte le cui acque, come quelle di un ruscello, scendono a cascata nell'abisso. Virgilio riceve da Dante una «corda»[246] che gli serviva da cintura e, buttatala nel baratro, ha come risposta il salire dall'abisso di una bestia mostruosa, è il demone Gerione, che dagli scritti di Virgilio e Ovidio è presentato come un grande re occidentale, con tre corpi e altrettante teste, ucciso da Ercole[247]:

       «" Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti, e rompe i muri e l'armi;

ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!"

       E quella sozza imagine di froda

sen venne, ed arrivò la testa e 'l busto,

ma 'n su la riva non trasse la coda.

       La faccia sua era faccia d'uom giusto, 

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d'un serpente tutto l'altro fusto;

       due branche avea pilose infin l'ascelle;

lo dosso e 'l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle:

       con più color, sommesse e sovraposte 

non fer mai drappi Tartari né Turchi,

né fuor tai tele per Aragne imposte».

Dante descrive come s'apposta questo mostro:

       «Come tal volta stanno a riva i burchi - le barche,

che parte sono in acqua e parte in terra, / /

così la fiera pessima si stava

                        sull'orlo che, di pietra, il sabbion serra.

       Nel vano tutta sua coda guizzava - penzolava,

torcendo in su la venenosa forca

ch'a guisa di scorpion la punta armava».[248]

Se la presentazione di Cerbero è stata provocatoriamente violenta, questa di Gerione esprime la volontà del Poeta di colpire il potere papale che avrà nell'ultimo canto l'attacco più potente e completo.

«Gerione simbolo della frode. È il nome di un figlio di Crisaore e di un'oceanina, Callirole, ricco possessore d'armenti nell'isola Eurythia. Simboleggia l'abbondanza, la fertilità, e tuttavia si figurava in forma di mostro, con tre corpi, tergeminus, tre teste, con sei mani, sei piedi, gigante e armato di tutto punto, terribilmente forte e con ali possenti. Nella commedia ateniese figurava un essere grasso bracato e goloso».[249] Ovidio dice che Gerione era triplice in uno «in tribus unus», già Cerbero offriva questa figura, tre teste, tre bocche, tre gole, ma la descrizione era di una figura grossolana, rozza, zozza e volgare. Gerione invece è raffinato, elegante, non ha confronti nell'abbigliarsi. Tessuti unici, nessuno ha indossato capi come i suoi, neppure i re. Però Dante dice che è zozzo, nella sua natura, nell'intimo. «I poeti antichi che Dante aveva presenti, non gli davano un'idea precisa della sua figura di gigante con tre teste, sei braccia e sei gambe bensì soltanto l'idea alquanto indefinita di una natura tricorporea.[250] Dante immaginò il mostro, anziché con tre corpi, con uno solo ma di tre nature: uomo nel volto, leone nelle zampe artigliate, serpente nelle rimanenti parti, con una coda biforcuta simile alle pinze dello scorpione».[251] Il suo essere in tribus unus crediamo sia un'allusione alla corona papale[252] con la quale viene incoronato e forse indica la triplice alleanza: Roma, Francia, Firenze. Il mostro presenta un viso non solo umano, ma è «d'uom giusto», che il Porena sostiene, come riporta il Sapegno, anche se non lo condivide: «vero e proprio uomo»[253], uomo giusto, dalla pelle delicata, in contrapposizione a quella del serpente ch'era ruvida,[254] o l'aspetto esteriore delicato ma ha la coda di serpente velenoso e «il mondo apuzza» ammorba. La sua potenza «passa i monti», supera i confini naturali. I suoi fianchi, il torace, la schiena sono ricchi di colori e «di nodi e di rotelle» che rievocano gli ornamenti degli ecclesiastici. Il corpo di Gerione è del colore del piombo, «di color ferrigno»[255], colore degli ipocriti, e custodisce e domina le Malebolge, che sono collegate tra loro mediante tanti ponti, allusione alla funzione del Pontifex Maximus. L'abate Aroux, senza tergiversare, scrive che «Gerione è l'emblema del pontificato, come Satana è la figura del pontefice stesso».[256] È il simbolo della politica pontificia realizzata con azioni fraudolenti, armato con la punta velenosa della sua coda.

            Se alcuni tratti di questo mostro, come hanno fatto rilevare dei commentatori, rievocano le immagine dell'Apocalisse, dove nel descrivere quanto avviene sotto la quinta tromba l'apostolo si legge: «Avevano delle code come quelle degli scorpioni, e degli aculei; e nella coda stava il loro potere di danneggiare»,[257] crediamo però che Dante, si ispiri alle parole con le quali Giovanni conclude il capitolo XII del suo scritto profetico, dove parlando del gran dragone, che è «il serpente antico», dopo aver detto che con «la sua coda - che Dante presentava velenosa e che in Purgatorio  definisce «coda maligna»[258] - trascinava (dopo aver avvelenato con la sua seducente dottrina) la terza parte delle stelle (cioè degli angeli) del cielo che gettò sulla terra», conclude: «E si fermò sulla riva del mare»,[259] tra il sabbione e l'acqua. Di Gerione è detto, come le barche tratte a riva sono in parte in acqua e in parte sulla terra, così questo essere con sfarzosi paramenti vestito, si trova sull'orlo di pietra, che delimita la sabbia del girone e il vuoto dell'abisso, dalle cui acque era salito, e ora nell'abisso penzola la sua coda velenosa. Inoltre ci sembra anche che la precisazione che «la faccia sua era faccia d'uomo» rievochi un'altra espressione dell'evangelista quando dice: «Chi ha intendimento conti il numero della bestia, poiché è un numero d'uomo».[260]

           

Le rendite ecclesiastiche peggiori dell'usura

 

In questo cerchio dell'Inferno ci sono gli usurai, cioè i banchieri di Firenze, di Padova e di altre città italiane, dalle cui casse si prelevava quanto i guelfi, alleati con Roma, avevano bisogno per combattere l'imperatore Arrigo VII e per mantenere i loro avvelenatori. Di questa figura così ignobile se ne parla anche in Paradiso XXII:79-84,88-93, sotto lo sguardo della Chiesa che non fa nulla, perché i suoi religiosi fanno di peggio con le rendite ecclesiastiche:

       «Ma grave usura tanto non si tolle
contra 'l piacer di Dio, quanto quel frutto
che fa il cor de' monaci sì folle;

       ché quantunque la Chiesa guarda, tutto
è della gente che per Dio dimanda;
non di parenti né d'altro più brutto. //

       Pier cominciò sanz'oro e sanz'argento,
e io con orazione e con digiuno,

e Francesco umilmente il suo convento.

       E se guardi il principio di ciascuno,
poscia riguardi là dov'è trascorso,

tu vederai del bianco fatto bruno».

            Al di sopra di ogni sospetto, il Sapegno così spiega: «L'usura anche nei suoi aspetti più gravi, non si erge (tolle) tanto, non offende così profondamente la volontà di Dio,[261] quanto l'abuso di quel frutto, le rendite ecclesiastiche, a possedere le quali, frodandole ai fedeli, si protendono i cuori dei monaci, resi folli dalla cupidigia.[262] I commentatori citano un passo di una decretale di Alessandro III: "quod monachi, abbates et priores accipiunt, gravius est usura". Infatti tutto ciò che la Chiesa custodisce non appartiene ai chierici, bensì ai poveri che invocano la carità per amor di Dio, e non può essere rivolto a beneficio dei parenti o peggio (concubine, figli naturali). I beni della Chiesa sono patrimonio dei poveri, e il chierico, a cominciare dal papa, li detiene, "non tamquam possessor, sed tam quam fructuum pro Christi pauperibus dispensator".[263] Era la dottrina canonica, che Dante esprime nei suoi termini più rigidi, senza consentire nessun margine a possibili distinzioni e attenuazioni».[264]

 

CANTO XVIII

 

Roma la malabolgia

 

            Con il canto XVIII si è nell'VIII cerchio e Dante conia l'espressione "Malebolge", un luogo dell'Inferno «tutto di pietra di color ferrigno»[265] perché «tanto vuol dire questo male sacco». Sono dieci e in ognuna di queste fosse concentriche ci sono altrettanti tipi di ombre che rappresentano il ventaglio dei ruffiani, ingannatori, seduttori, lusinghieri, ecc.

Come i castelli medioevali avevano tutt'attorno, per  loro protezione, dei fossati e dei ponti, generalmente di legno, che permettevano di attraversarli, così qui nell'Inferno, partendo dalla «stagliata rocca - parete di roccia tagliata a picco»,[266] mediante dei ponti, tutti in pietra, si uniscono uno dopo l'altro gli argini divisi da cavità murate. Queste fosse, separate una dall'altra, come quelle dei castelli intorno alle mura, fanno di questo ottavo cerchio una raggiera al cui centro c'è la grande pietra, roccia portante nella quale si apre il grande pozzo, l'abisso nel cui fondo, il nono cerchio, l'ultimo, c'è Satana. Passando «di ponte in ponte»[267] i due pellegrini potevano visitare ogni bolgia.

                                  «Come i Roman per l'essercito molto,

l'anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,

          che dall'un lato tutti hanno la fronte

verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;

dall'altra sponda vanno verso il monte.

       Di qua, di là, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

che li battìen crudelmente di retro.

       Ahi com facean lor levar le berze - calcagni

alle prime percosse! già nessuno

le seconde aspettava né le terze».[268]

Naturalmente la storia non riporta nulla di questo vedere di Dante perché nessuno si è sentito colpito, ma tutti i pellegrini, senza saperlo, erano asserviti e dominati, come gli ebrei in Egitto, schiavi di un potere.        

            Quest'opera architettonica delle Malebolge, dove intenzionalmente si menziona continuamente la "pietra", la "roccia", i "ponti", esprimeva il pensiero di Dante che ha ispirato la costruzione di questa parte dell'Inferno. Considerando anche che da tutti coloro che scesero negli inferi prima di lui una costruzione simile mai fu osservata. Si ha motivo di pensare che il Poeta con quanto scrive miri a colpire la struttura papale potente nella seduzione.

Come abbiamo detto le Malebolge sono tutte in pietra e nel mezzo vi è un pozzo dal quale si scende da Satana. I ponti uniscono i due lati del fossato e così Dante ci offre la misura della circonferenza interna ed esterna.

Dante, nel cercare una persona «tra questa gente sconcia», dice:

«con tutto ch'ella - la malabolgia  - volge - gira - undici miglia,

e men d'un mezzo»,

cioè ha una circonferenza di 11 miglia e mezzo,[269] e il Sapegno rileva: «la metà esatta della precedente»[270]. Virgilio gli fa notare che non aveva mai avuto una curiosità simile per quanto aveva già visto e gli dice che, se intende contarle ad una a una, esse girano intorno per 22 miglia.[271]

Fazio degli Uberti, contemporaneo di Dante, parlando delle mura di Roma nel libro II, capitolo 31, dice: «Noi ce n'andiamo senz'alcun sermone, / in fin ch'io vidi il muro con un fosso / e perché sappi il ver di sua misura, / per poi notarlo a gente peregrina, / venti due miglia certamente dura». Il Nibbi nel suo libro Mura di Roma, Roma 1820, a p. 235 dice che, dopo aver misurato le mura, le ha trovate da undici a dodici miglia. Quindi le misure che Dante presenta, precisa l'Aroux, indicherebbero la parte interna ed esterna delle mura di Roma.[272]

            La volontà di presentare la realtà della città di Roma, al di là delle misure che Dante ha voluto con precisione e intenzionalmente dare, è propria della coreografia delle bolge stesse, dove la "pietra", la "roccia", il "sasso" richiamano costantemente l'apostolo Pietro al quale il Signore, nella spiegazione del potere papale, sarebbe stato la pietra sulla quale Gesù avrebbe edificato la sua Chiesa. I ponti che permettono di andare da una fossa all'altra esprimono il ministero di pontifex che i successori di Pietro hanno svolto e continuano a svolgere nel tempo. Lì in Roma c'è il "maximus" dei ponti.

Dante tiene a ricordare che

«mille dugento con sessanta sei

anni compié che qui la via fu rotta».[273]

Cioè sono passati 1266 da quando la potenza del Signore, che ha espresso nella sua morte, vincendo il principe dell'inferno, ha anche segnato la sua vittoria su questo sistema corrotto e seduttore di ponti e pietre, della cui vita sulla terra l'Inferno è dimostrazione. Con la sua vittoria il Signore ha rotto le tradizionali vie di comunicazione tra la terra e il cielo. Per questo il Paradiso lo si può vedere e l'autore della lettera agli Ebrei scrive che in Gesù possiamo accostarci «con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per essere soccorsi al momento opportuno».[274] E l'apostolo Pietro stesso, scrivendo la sua prima lettera, ricordava che ogni credente fa parte della «generazione eletta, un real sacerdozio, una gente santa, un popolo che Dio s'è acquistato, affinché proclamiate le virtù di Colui che vi ha chiamaci dalle tenebre alla sua meravigliosa luce».[275] Il credente non ha più bisogno di mediatori, sacerdoti, pontefici per presentarsi al Signore, chi propone un insegnamento diverso compie un'opera che conduce i fedeli su ponti che pongono in relazione il mondo con il centro dell'Inferno.

 

CANTO XIX

 

La simonia di Roma

 

            Con il canto XIX siamo sempre nell'VIII cerchio e nella III bolgia, e Dante sferza con la sua lingua i simoniaci, iniziando da Simone il Mago. Questi, al tempo di Pietro, esercitava l'arte magica in Samaria e, vedendo i miracoli dell'apostolo gli propose, da buon commerciante, l'acquisto di questa sua formula affinché anche lui potesse fare opere straordinarie e incrementare le sue entrate. Pietro lo rimproverò duramente e da quel momento la "simonia" fu l'espressione con la quale, nella cristianità, si indica il comprare e il vendere le cose sacre, e tutto quello che è in relazione con i beni spirituali, le funzioni e le attività ecclesiastiche. Queste operazioni hanno caratterizzato la storia della Chiesa, il cui cancro, dopo secoli, continua in forme camuffate, ancora oggi a caratterizzare la vita ecclesiale di Roma, di cui il Giubileo di fine millennio è prova e testimone. Al tempo di Dante la simonia era una delle più gravi ed estese manifestazioni della corruzione di Roma, che le bolge, al centro dell'"Inferno" Italia, rappresentavano chiaramente.

Scrive il Sapegno: «La lotta contro la simonia, una delle manifestazioni più gravi e diffuse della corruzione della Chiesa, e quindi del disordine di tutto l'assetto sociale e politico, ha un posto importantissimo nella generale concezione riformatrice di Dante e costituisce uno dei momenti essenziali della missione che egli si propone di compiere con il suo poema. Né soltanto per obbedire alla norma (che si è prefissa e che annuncerà nel Paradiso XVII:133-142) di porgere sempre esempi famosi, sì anche per rilievo a questa connessione immediata fra l'episodio singolo e l'argomento generale dell'opera, il poeta considera, tra i molteplici aspetti della simonia, quasi esclusivamente quello più recente e grave di importanti riflessi politici: il nepotismo degli ultimi pontefici[276] e, più generalmente, la loro condotta tutta tesa all'acquisto della potenza e della ricchezza terrena e dimentica del compito, che le è stato assegnato, di supremo magistero spirituale. Così inteso, il canto dei simoniaci si colloca accanto alle più eloquenti pagine di satira antipapale della Commedia e ha lo stesso tono che caratterizza quelle, di sarcasmo violento e al tempo stesso accorato e pur commosso di profezia biblica. Ma qui più che altrove forse l'estro polemico riesce a tradursi immediatamente in rappresentazione, e il furore dell'invettiva s'innesta spontaneamente nel racconto, ponendosi al vertice di una sorta di commedia tra beffarda e grottesca, nella quale proprio il personaggio Dante, con le sue ragioni ideali e anche personali e la sua volontà di "allegra vendetta" nei riguardi dei potenti antagonisti, Bonifacio VIII e Clemente V, acquista un rilievo preminente. Anche l'apertura ex abrupto del canto (che qui insolitamente interrompe il filo della narrazione dell'argomento) sottolinea fin da principio questa violenta e prepotente intrusione di un elemento soggettivo e polemico».[277]

Infatti in questa bolgia, si trovano dei papi infilati uno sopra l'altro e a testa in giù in dei buchi ardenti.

       «O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci

       per oro e per argento avolterate;

or convien che per voi suoni la tromba. //

       Io vidi per le coste - pareti - e per il fondo

 piena la pietra livida - color grigio nerastro - di fori,

d'un largo tutti e ciascun era tondo». [278]

I condannati avevano il corpo nascosto dalla pietra, ma le gambe uscivano dai fori. I piedi bruciavano, come fa il fuoco quando avvolge esternamente qualcosa di unto, così la fiamma scorreva sulla pelle della pianta dei piedi, dalle dita al calcagno.

Ad un dannato a «cui più roggia fiamma succia» al quale la fiamma, dal colore più acceso, lambisce i piedi, incuriosisce Dante che gli si avvicina e questi lo scambia per qualcuno che sarebbe dovuto venire a prendere il suo posto.

        «Ed el gridò:

Se' tu già costì ritto, Bonifazio?       //

       Se' tu sí tosto di quell'aver sazio

per lo qual non temesti tòrre a 'nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?"».[279]

Sei già arrivato qui, Bonifacio? Così presto ti sei già saziato dell'avere, per il quale non temesti di trarre in inganno la bella donna-Chiesa per poi prostituirla con la simonia?

Su suggerimento di Virgilio, Dante chiarisce subito il malinteso rispondendo:

«" Non son colui che credi"».

Chi s'era rivolto a Dante e aveva pensato che Bonifacio VIII fosse sceso così presto nell'Inferno, quando era in vita dice di sé:

«" i' fui vestito del gran manto;

       e veramente fui figliuol dell'orsa,

cupido sí per avanzar lì orsatti,

che su l'avere, e qui me misi in borsa.

       Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure della pietra piatti».[280]

Dopo che il papa Nicolò III ha detto che anche il suo successore sarebbe andato li dentro, aggiunge che Bonifacio VIII non è l'ultimo perché:

     « dopo lui verrà di più laid'opra

di ver ponente un pastor senza legge,

tal che convien che lui e me ricopra».[281]

Riteniamo utile osservare che l'espressione dantesca, di cui il Sapegno, su suggerimento del Petrarca[282], ha fatto un ottimo commento, «un pastor senza legge,» non può che richiamare e fare riferimento a due testi, il primo nell'Antico Testamento, nel libro del profeta Daniele VII:25 dove si legge che l'Anticristo «penserà di mutare i tempi e la legge» e l'apostolo Paolo, che lui pure fa riferimento alla profezia dei capitoli VII, VIII e XI di Daniel. Il testo dice che l'avversario è «l'uomo del peccato - in greco: l'uomo senza la legge».[283] Clemente V, «un pastor senza legge», è stato un anello rappresentativo di questa catena.[284]

 Dante esprime delle sue considerazioni e, dopo aver ricordato ciò che è riportato nel libro degli Atti degli Apostoli sulla nomina di Mattia alla funzione di apostolo, in sostituzione di Giuda il traditore, che si era impiccato, inveisce contro il papato dicendo:

       «"E se fosse ch'ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti nella vita lieta,

       io userei parole ancor più gravi;

ché la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.

       Di voi pastor s'accorse il Vangelista,

quando colei[285] che siede sopra l'acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;

        quella che con le sette teste nacque,

e dalle dieci corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.

       Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento:

e che altro è da voi all'idolatre,

se non ch'elli uno, e voi n'orate cento?

       Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!"

       E mentr'io li cantava cotai note,

o ira o coscienza che 'l mordesse,  

forte spingava con ambo le piote».[286]

I versi 107-112 riprendono le parole di Apocalisse XVII:1-6,15.

            Una tradizione popolare nel Medio Evo non faceva che esprimere il sentimento della cristianità su questo punto, racconta che quando il papa Silvestro ricevette da Costantino la donazione del Laterano, gettando le fondamenta del potere terrestre della Santa Sede, si sentì nell'aria la voce lamentevole degli angeli che dicevano: «Oggi il veleno è stato sparso nella Chiesa!».[287]

 

CANTI XXIV-XXV

 

            Con i canti XXIV-XXV si è nella VII bolgia dove i ladri sono visti dai poeti legati con le mani dietro alla schiena e i serpenti che strisciano sui corpi delle ombre.

 

La metamorfosi

 

Nel canto XXV Dante descrive la complicata metamorfosi nella quale avviene lo scambio fra serpente e ombra dell'uomo e come l'ombra a sua volta viene metamorfizzata in serpente, per poi tornare ad essere ombra. Due esempi menziona il Sapegno nell'introduzione del XXV canto e dice: «Un drago s'avventa a un dannato e lo morde nelle guance, e subito i due esseri si mescolano e si fondono tramutandosi in un unico mostro, uomo e rettile ad un tempo, che si allontana strisciando; un altro iroso serpentello trafigge un altro dannato all'ombelico, e d'un tratto le due forme si scambiano, trasfigurandosi a poco a poco l'uomo in serpe e la serpe in uomo».[288]

Dante così descrive quanto vede:

       «Ché due nature mai a fronte a fronte

non trasmutò sì ch' amendue le forme

a cambiar lor matera fosser pronte.

       Insieme si rispuosero a tai norme,

che 'l serpente la coda in forca fesse,

e il ferutto ristrinse insieme l'orme.

       Le gambe con le cosce seco stesse

s'appiccar sì, che 'n poco la giuntura

non facea segno alcun che si paresse.

       Togliea la coda fessa la figura

che si perdeva là, e la sua pelle

si facea molle, e quella di là dura.

       Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,

e i due piè della fiera, ch'eran corti,

tanto allungar quanto accorciavan quelle.

       Poscia il piè di retro, insieme attorti,

diventaron lo membro che l'uom cela,

e 'l misero del suo n'avea due porti.

       Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela

di color novo, e genera il pel suso

per l'una parte e dall'altra il dipela,

       l'un si levò e l'altro cadde giuso

non torcendo però le lucerne empie,

sotto le quai ciascun cambiava muso.

       Quel ch'era dritto, il trasse ver le tempie,

e di troppa materia ch'in là venne

uscir li orecchi delle gote scempie:

       ciò che non corse in dietro e si ritenne

di quel soverchio, fe' naso alla faccia,

e le labbra ingrossò quanto convenne.

       Quel che giacea, il muso innanzi caccia,

e li orecchi ritira per la testa

come face le corna la lumaccia;

       e la lingua, ch'avea unita e presta

prima a parlar, si fende, e la forcuta

nell'altro si richiude; e 'l fummo resta.

       L'anima ch'era fiera divenuta,

suffolando si fugge per la valle,

e l'altro dietro a lui parlando sputa.

       Poscia li volse le novelle spalle,

e disse all'altro: "I' vo' che Buoso corra,

com'ho fatt'io, carpon per questo calle".

       Così vid'io la settima zavorra

mutare e trasmutare; e qui mi scusi

la novità se fior la penna abborra».[289]

 

            Riteniamo che il motivo per il quale Dante ha presentato questa immagine non sia quello di fare mostra del suo genio poetico superiore a quello che già avevano espresso Taccia Lucano e Ovidio, o/e anticipare Kafka con le sue Metamorfosi, ma sia per spiegare quanto aveva già riportato delle parole di Pluto, nell'indicare la relazione tra Satana e il papa, e per quanto dirà alla fine quando presenterà Satana nell'abisso e come i demoni Gerione e Cerbero siano la risposta di quanto abbiamo innanzi detto.

 

CANTO XXVI

 

Il canto XXVI e XXVII ci pongono nell'VIII bolgia dove gli artefici dei fraudolenti consigli, l'astuzia politica, subiscono la legge del contrappasso della loro azione.

Nel canto XXVI Virgilio si rivolge ad Ulisse che anche nell'Inferno è con il suo inseparabile Diomede.

Crediamo che ci siano motivi per pensare che Ulisse sia una maschera di Dante con la quale il Poeta presenta se stesso, quale anima inseparabile dall'imperatore Arrigo VII, come Ulisse lo era da Diomede, tanto era la loro unione che bruciavano nella stessa fiamma, ardevano dello stesso amore, avendo lo stesso zelo politico e religioso. Dante ghibellino, come il re d'Itaca, che aveva lasciato la sua isola, lui la sua amata Firenze, per altri motivi, viveva una vita errabonda. Anche lui sfuggito agli incantesimi della maga Circe romana, che trasformava in «porci» tutti coloro che erano da lei ospitati; diventerà sordo alla «sirena»[290] papale sfuggendo così ai neri guelfi, ingannando il Polifemo francese e lui pure «sol con un legno - piccola barca - e con quella compagna picciola - Chiesa, i Fedeli d'Amore, i templari, ecc. - dalla qual non fui diserto» ha cercato di condurre i suoi «frati» fratelli, alla libertà, alla pace, dando a loro la visione di un mondo diverso al di là del «sol», per il quale vale il vivere da uomini ed acquisire nella verità «virtute e conoscenza».  

 

CANTO XXVII

 

«Maledetto l'uomo che confida nell'uomo»[291]

 

Con il canto XXVII siamo ancora nella VII bolgia e Dante incontra Guido da Montefeltro che il Villani definisce come «"il più sagace e il più sottile uomo di guerra che al suo tempo fosse in Italia". Nato verso il 1220; vicario di Corradino nel 1268; capo dei ghibellini di Romagna, che condusse più volte alla vittoria contro gli eserciti guelfi e papali fra il 1274 e l'82, fu scomunicato e poi confinato ad Asti dalla Chiesa; ma nel "90 "ruppe i confini e partitosi dal Piemonte venne a Pisa". Come capitano della guerra sostenuta da Pisa contro i guelfi toscani, mostrò grande energia ed astuzia; tanto che, conclusasi la pace nel '92, ebbe onorevoli accoglienze nella stessa Firenze. S'impadronì in seguito di Urbino fondandovi una stabile signoria. Nel 1296 si riconciliò con la chiesa ed entrò nell'ordine francescano; morì nel '98 in un convento di Minori forse ad Assisi».[292]

Guido da Montefeltro esprime la sua amarezza perché quando

«di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier  le sarte - corde,

       ciò che pria mi piacea, allor m'increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei - mi feci frate».[293]

Questa decisione di farsi frate ed ammainare le sue velleità, segue il pentimento per il suo passato, e gli avrebbe fatto del bene «giovato sarebbe», ma, il grande condottiero in guerra, erompe in una espressione di dolore:

«" Ahi miser lasso!"»

a causa del

« principe de' novi Farisei,»[294]

i "nuovi" farisei sono i prelati e i chierici, che sono come gli ipocriti, che Gesù condannava nel suo tempo, perché hanno nascosta sotto la veste della religiosità la loro malizia e una condotta fraudolenta. Infatti Bonifacio VIII, il principe di questa religione, era in guerra non con gli infedeli, i nemici della fede, ma con i cristiani, i Colonna i loro seguaci, che nel 1297 si rifiutarono di accettare l'abdicazione di Celestino V e quindi la sua elezione a nuovo papa. Per questo motivo furono scomunicati e si sarebbero dovuti sottomettere all'autorità del papa entro dieci giorni. Per un anno e mezzo i Colonna rimasero assediati nei loro castelli a Zagarolo e a Palestrina.

Il papa, dice il Montefeltro, non tenne conto della sua alta funzione, né la sacralità degli ordini, né il fatto che io mi fossi dato alla vita monastica:

       «né sommo officio né ordini sacri

guardò in sé, né in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti più macri».[295]

Bonifacio VIII, racconta Montefeltro, lo mandò a chiamare con un preciso scopo:

«domandommi consiglio, e io tacetti

perché le sue parole parver ebbre.

     E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;

finor t'assolvo, e tu m'insegna fare

sì come Penestrino in terra getti.

     Lo ciel poss'io serrare e disertare,

come tu sai; però son due le chiavi

Che 'l mio antecessor  non ebbe care"».[296]

            Soggiogato dall'autorità di chi pronunciava queste sconsiderate parole, di chi nel nome della sua teologia poteva dare la soluzione dei crimini e aprire e chiudere il cielo a suo piacimento, il già ghibellino dice:

     «Allor mi pinser li argomenti gravi

Là 've 'l tacer mi fu avviso il peggio,

e dissi: "Padre, da che tu mi lavi

     di quel peccato ov'io mo cader deggio,

lunga promessa con l'attender corto

ti farà triunfar nell'alto seggio».[297]

Il consiglio, per trionfare sui nemici e godere del trono papale che non sarà più contestato, consisteva nel promettere molto e nel mantenere nulla. Il Villani racconta che il papa indusse i Colonna ad arrendersi, «promettendo loro di ristabilirli in loro stato e dignità; la qual cosa non attenne loro».[298]

Guido continua e narrare quello che avvenne dopo la sua morte:

       «Francesco venne poi, com'io fu' morto,         

 per me; ma un de' neri - il colore ricorda i guelfi - cherubini

li disse. "Non portar: non mi far torto.

       Venir se ne dee giù tra' miei meschini

 perché diede il consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a' crini,

       ch'assolver non si può chi non si pente,

né pentére e volere insieme puossi».[299]

Per Dante, la dannazione, il ghibellino se l'è meritata; ha creduto al «principe dei novi farisei» che si diceva portatore delle due chiavi e che trattava ogni cristiano vero come nemico. Il papa diceva che poteva «serrare e disserrare» le porte del Paradiso e quindi fin da quel momento si poteva considerare assolto, ma Guido di Montefeltro andò ugualmente all'Inferno perché non si era pentito.

La dottrina penitenziale della Chiesa ha portato alla dimissione della propria responsabilità. C'è sempre qualcuno, il religioso, il prete, il vescovo, il papa che può dispensare dai propri obblighi morali. Si autorizza o si dispensa a fare o a non fare ciò che è giusto e che per opportunità può essere fatto o non fatto. Non è l'individuo che si assume le proprie responsabilità davanti a Dio e agli uomini, ma ciò è demandato all'autorità ecclesiastica.  La Chiesa ha creato la cultura della morte della coscienza e purtroppo ha caratterizzato uno stile di vita nel bel Paese. Si ottiene il perdono senza il pentimento, anche se si recitano le preghiere come atto di dolore, e senza la riparazione.

 

 

CANTI XXIX - XXX

 

Nel XXIX canto Dante fa dire a Virgilio che la valle misura ventidue miglia e nel XXX un dannato dice che le bolgie si estendono per un circuito non inferiore a undici miglia e mezzo. [300]

 

CANTO XXXI

 

Nimrod gigante di Babilonia in Roma

 

            Dante sente

« sonare un alto corno,    

 tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco».[301]

Questo suono richiama alla mente le gesta di Carlo Magno e di Orlando, poesia di cavalier ied'altri tempi che veniva utilizzata dai provenzali, per esprimere, mediante figure epiche, la lotta dei loro Fedeli d'Amore contro la tirannia della Chiesa. Il suono del corno è da mettersi in relazione al richiamo per una convocazione del popolo, ad una situazione di pericolo, alla minaccia di una invasione.

            Dopo essere stato per qualche momento con la testa rivolta verso la direzione da cui veniva quel suono, e a causa della caligine del luogo, Dante scrive:

« me parve veder molte alte torri;

ond'io: "Maestro, di', che terra è questa?"

       Ed elli a me:   //

       "sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno dalla ripa    

dall'umbilico in giuso tutti quanti"».[302] 

            Questi giganti, come «Montereggion - castello innalzato dai Senesi nel 1213, nella Valdelsa, per difendere la libertà del comune contro gli assalti dei fiorentini, e munito di mura turrite fra il 1260 e il 1270. Oggi le quattordici grosse torri sono quasi ovunque ridotte al livello di cinta».[303]      

«di torri si corona,                        

così

torreggiavan

li orribili giganti,   //                  

       La faccia sua mi parea lunga e grossa 

come la pina di San Pietro a Roma, 

e a sua - e in - proporzione eran l'altre  ossa».[304]

Un gigante parla, ma dalle sue parole incomprensibili, chiare nella lingua di un tempo che non è più, Dante capisce che si tratta di Nimrod, il costruttore della torre di Babele, colui che ha abbandonato l'alleanza con l'Eterno.[305] Raffigura Guido della Torre, membro influente di una famiglia molto potente a Milano. È il primo a rompere l'alleanza con l'Imperatore e si rifugia in Babilonia (cioè a Roma). Come al tempo di Babilonia, questi comportamenti creano confusione.

            Nimrod evoca il lontano passato, Babilonia, che nel suo orgoglio si ribella a Dio e perde il suo sano parlare. Il suono del corno è di avvertimento ai visitatori e Dante con un linguaggio velato esprime il suo anelito di libertà facendo riferimento a Montereggiano. Il muro che cinge l'abisso è coronato da visibili torri. I giganti non sono torri ma essi «torreggiavan di mezza la persona»[306]. Hanno i piedi nelle acque ghiacciate del Cocito, ultimo cerchio dell'Inferno, e sono attorniate dalle persone di quel luogo e da quelle che sul ponte del Castel Sant Angelo andavano e ritornavano dalla basilica di San Pietro. Torreggiano sul muro di 11 miglia e mezzo.

Plinio riporta nei suoi scritti che l'antica Roma contava 734 torri, ma al tempo di Dante la metà erano cadute. Roma con le sue torri, riprendendo un verso del veglio di Creta,[307] fa da specchio all'antica Babilonia.

La testa di Nimrod gli parve come la «pina di San Pietro» in Roma, di bronzo che un tempo ornava il mausoleo di Adriano (Castel Sant Angelo) che all'inizio del sesto secolo fu collocata in Piazza San Silvestro, davanti all'antica San Pietro per essere poi messa nel giardino Belvedere o della pina, dopo la costruzione della più grande basilica del mondo cristiano.

Questi continui richiami a Roma ci permettono di concludere come aveva già fatto il Rossetti che:

1.      la fossa che cinge il pozzo dell'Abisso ha l'estensione del fossato di Roma;

2.      il muro che cinge l'Abisso, dov'è Satanno, ha la circonferenza delle mura di Roma, e là, il demonio dell'avarizia grida: Pap'è Satan, Pap'è Satan, Aleppe;

3.      il Tempo, quale testimone della corruzione e della sofferenza che causa Babilonia, quella storica, delle rive dell'Eufrate che voleva riflettere la Babilonia futura,  quella delle rive del Tevere, Roma, manda nell'Abisso la gente. L'Abisso, la perdizione è lo scopo finale di Babilonia;

4.      i dannati che vanno nell'Abisso sono come quelli che vanno a San Pietro. Il primo gigante che s'incontra sul muro dell'Abisso è l'edificatore della Torre di Babele. Petrarca, parlando della corte di Roma, la chiamava sia Inferno che Babilonia. Scriveva: «Hic terrificus simul et errificus Nemroth turres in novissima Babylone costruen».[308]

 

 

CANTI XXXII-XXXIII

 

Il mare di ghiaccio dell'inferno è la controimmagine del mare di vetro dell'Apocalisse

 

I due poeti scendono dalle Malebogie al IX cerchio, l'ultimo, mediante il gigante Anteo.

« giù nel pozzo scuro

 sotto i piedi del gigante assai più bassi».

Dante è meravigliato di aver così facilmente superato un grande ostacolo. Si trovano nella zona Caina e Dante comincia a parlare «non senza tema» perché si trova «nel luogo» della «mal creata plebe» dove «parlare è duro» perché dovrebbe raccontare cosa costituisce il fondamento e la base sulla quale poggia tutto l'edificio dell'Inferno. Per i dannati sarebbe stato

«mei foste state qui pecore o zebe!»,[309]

cioè meglio se quelli che erano lì fossero stati, nella vita sulla terra, come pecore o capri anziché essere di quella plebe «mal creata» che ora occupa il posto più basso dell'Inferno.[310]

Una voce avverte:

       «"Guarda come passi;

va sì, che tu non calchi con le piante

le teste de' fratei miseri lassi".

       Per ch'io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d'acqua sembiante.

       E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor dell'acqua, quando sogna   //

       livide, insin là dove appar vergogna

eran l'ombre dolenti nella ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.

     Ognuna in giù tenea volta la faccia:

da bocca il freddo, e dalli occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia».[311]

Nell'ultimo cerchio, i due maestri di poesia incontrano i dannati, che hanno tradito i fratelli, la patria, gli ospiti e i benefattori, immersi in piedi più o meno completamente nel lago Cocito, formato, come per gli altri fiumi, dalle lacrime ghiacciate della storia.

« che per gelo                                            

avea di vetro e non d'acqua sembiante».

La descrizione di questo luogo è stata suggerita dal capitolo XV dell'Apocalisse.

L'apostolo aveva scritto: «Vidi come un mare di vetro e di fuoco e quelli che aveano ottenuto vittoria sulla bestia e sulla sua immagine e sul numero del suo nome, i quali stavano in piè sul mare di vetro avendo delle arpe di Dio. E cantavano il canto di Mosè, servitore di Dio, e il canto dell'Agnello, dicendo: "Grandi e meravigliose sono le tue opere, o Signore Iddio onnipotente; giuste e veraci sono le tue vie, o Re delle nazioni. Chi non temerà, o Signore, e chi non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo; e tutte le nazioni verranno e adoreranno nel tuo cospetto, poiché i tuoi giudizi sono stati manifestati"».[312]

Abbiamo così due immagini contrapposte.

Nella Commedia, nell'Inferno, gli adoratori del papa vinti dal male, sono inglobati nel ghiaccio, che, come vedremo, è prodotto dal freddo causato dal ventilare delle ali di Satana; nell'Apocalisse, in cielo, i servitori dell'Eterno, vittoriosi sulla bestia, sono sul mare di vetro, nella serenità dell'equilibrio cosmico.

Dopo che Dante si è vendicato della Chiesa romana, nella persona dei singoli individui, nell'ultimo canto dell'Inferno attacca la Chiesa nella sua globalità.

 

CANTO XXXIV

 

Al centro del pozzo infernale, cioè della terra, che nella visione tolemaica è anche il centro dell'universo, nel luogo estremo e più tremendamente lontano da Dio c'è Satana.

 

La natura della curia romana

 

Dante e Virgilio videro l'immensità del mostro Lucifero con il quale il Padre della lingua italiana corona il suo attacco alla Chiesa romana, prima di uscire dall'Inferno «a rivedere le stelle».[313]

«Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; però dinanzi mira».[314]

            Questa introduzione che è tra le più violente dell'intero Poema, si conclude con le parole di Virgilio che, rivolto a Dante, dice: «Se tu 'l discerni», cioè riesci a vedere in questo buio ciò che c'è davanti a noi, ma anche se lo "discerni", capisci che cosa significa? 

            Le prime tre parole del canto, come ricorda il Sapegno, ripetono l'inizio di un inno famoso di Venanzio Fortunato, vescovo di Poitiers del VI secolo; inno che è entrato a far parte della liturgia cattolica, del rito del Venerdì Santo, delle feste dell'Invenzione e dell'Esaltazione della Croce. I vexilla regis che nell'inno latino stanno ad indicare appunto la Croce, qui sono la sua parodia, le sei ali di Lucifero descritte ai versi 46-52.[315]

            Dante inizia l'ultimo canto con l'ironia elevata alla massima solennità, sottolineata dall'uso del latino.

L'inno liturgico di lode al Signore, cantato nella chiesa, è solenne: «Si avvicinano i vessilli del Re». Dante lo stravolge aggiungendovi la parola inferni. Da un inno di gloria al Cristo si passa al suo avversario, come il papa, anziché rappresentare il Cristo, incarna il suo e nostro nemico, Satana, divenendo così sulla terra è l'Anti-Cristo.

«Vexilla regis prodeunt inferni - Si avvicinano i vessilli del re dell'Inferno».

Dante, non volendo colpire soltanto le persone singole dei papi, già poco o nulla stimati nel suo tempo, e altri personaggi fedeli a Roma, come ha fatto in tutto l'Inferno, ma volendo attaccare e abbattere l'intera struttura, tutto il sistema della curia romana, l'"edificio", come lo chiama e nel dipingerlo, fa un paragone, e scrive:

«Par di lungi un molin che 'l vento gira,

       veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio; ché non li era altra grotta».[316]

            Riteniamo sia opportuno rilevare che la parola "edificio" che il Poeta utilizza nel Purgatorio per indicare  «'l dificio santo»[317], cioè il «carro» sul quale c'era la donna-Chiesa prostituta, di cui il dragone-Satana, che ha sette teste e dieci corna, come aveva già presentato Giovanni in Apocalisse XII[318], si impossessa mettendo le sue teste «tre sovra 'l temo - timone per dirigerla - e una in ciascun canto».[319] Le due espressioni e l'insieme della figura dell'Inferno e del Purgatorio dicono la stessa cosa. Questo insegnamento ci spaventa, ma non è tutto. Satana, il dragone stesso, esprime la realtà del papato. Il «maledetto lupo», Pluto aveva già detto, che colui che è giù nell'inferno, è rappresentato sulla terra dal papa, il quale a sua volta è rappresentato nell'inferno da Satana. Questo pensiero viene ribadito alla conclusione del viaggio.

            Nel pensiero di Dante c'è una identificazione, una sovrapposizione tra Lucifero, il papa e la prostituta di Babilonia, da essere considerati come una sola identità. Il papa si presenta, nelle sembianze della prostituta ed è controfigura di Satana. La spiegazione di come avviene questa metamorfosi dove l'uno è l'espressione dell'altro e viceversa, Dante l'ha dipinta nella settima bolgia quando presenta i ladri. È al canto XXV che rinviamo il lettore.

Il motore, l'asse attorno al quale gravita tutto l'Inferno è chiamato dal poeta «lo 'mperador del doloroso regno», «il Re dell'Inferno», là è «la Donna che qui regge». [320]

Scrive l'abate E. Aroux: «Avendo così riunito in un solo simbolo la divinità, l'idolo e il sacerdote, ossia Satana, la Chiesa e il Pontefice, egli arriva a poter attribuire a suo piacimento l'uno o l'altro sesso a questo insieme colossale. Di qui questi modi differenti di chiamare la Regina dei pianti eterni, l'imperator del doloroso regno, il re dell'inferno, della donna sovrana, che regge, secondo che parlando del cattolicesimo il suo pensiero si porta sulla Chiesa o sul suo capo».[321]

     «Già era, e con paura il metto in metro,

là dove l'ombre tutte eran coperte,

e trasparíen come festuca in vetro.  //

al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch'ebbe il bel sembiante,

     d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi,

"Ecco Dite[322]" dicendo, "ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t'armi".  //

     Lo 'mperador del dolorose regno

da mezzo il petto uscía fuor dalla ghiaccia.

     S'el fu sì bel com'elli è ora brutto,

e contra 'l suo fattor alzò le ciglia,

ben dee da lui procedere ogni lutto.

     Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand'io vidi tre facce alla sua testa!

L'una dinanzi, e quella era vermiglia;

        l'altr'eran due, che s'aggiugnìeno a questa

Sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,

e sé giugníeno al luogo della cresta:

       e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di là onde 'l Nilo s'avvalla.

       Sotto ciascuna usciva due grand'ali,

quanto si convenía a tanto uccello:

vele di mar non vid'io mai cotali.

       Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

sì che tre venti si movean da ello:

       quindi Cocito tutto s'aggelava.

Con sei occhi piangea, e per tre menti

Gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.

       Da ogni bocca dirompea co' denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

sì che tre ne facea così dolenti.

     A quel dinanzi il mordere era nulla

Verso 'l graffiar, che tal volta la schiena

rimanea della pelle tutta brulla.

      "Quell'anima là su c'ha maggior pena"

Disse 'l maestro, "è Giuda Scariotto,

che 'l capo ha dentro e fuori le gambe mena.

       Delli altri due c'hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo è Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto;

       e l'altro è Cassio che par sì membruto.

Ma la notte risurge, e ormai

è da partir, ché tutto avem veduto"».[323]

Il profeta Isaia e l'apostolo Giovanni prestano a Dante le più forti tinte per colorire il gran nemico.

È spiegazione comune che il profeta Isaia, parlando della caduta del re di Babilonia, descriva il precipitare dal cielo di Lucifero poiché si era inorgoglito a tal punto da «voler essere simile all'Altissimo»; allo stesso personaggio il profeta Ezechiele attribuisce le parole: «Io sono un dio».[324] Questo atteggiamento di folle ambizione è alla base del peccato, della rivolta della creatura nei confronti del suo Creatore, l'irresponsabile esaltazione di sé.

Dante ha un'intuizione geniale quando fa precipitare dall'alto in basso nel seno di Lucifero, «principe di questo mondo», «padre della menzogna»,[325] come aveva dipinto Gesù coloro che, intossicati e corrosi dal suo tarlo dell'esaltazione di sé, si fanno chiamare ed acclamare: «Santissimus Pater», «nostro Signore il Papa», «nostro santissimo Signore», «Santissimus Dominus noster divina provvidenza Papa», «Vicario di Gesù Cristo», «Vicario di Dio», «Vicario generale di Dio», «Vicario di Dio sulla terra», tutto riassunto nel manuale Canonico De Curia Romana che dice: «Così grandi sono la dignità, l'eccellenza del Pontefice romano che esse superano l'intelligenza umana, e ch'egli non può essere semplicemente un uomo, ma in qualche modo Dio (quasi Dio) e il Vicario di Dio»[326] arrivando a farsi dichiarare, dal Concilio Vaticano I, "infallibile"[327] come è detto di Dio o, secondo i versi di monsignor Meunier, vescovo di Evreux, dedicati a Pio X: «O papa ben amato / voi al quale noi diciamo, come a Dio: "Padre Nostro!"».[328]

«Il poeta considerò il papa non solo come traditore di Cristo quando dice "là dove Cristo tutto dì si merca - mercifica",[329] e perciò gli mise Giuda nella bocca di mezzo (perché aveva mercanteggiato il Cristo con i sacerdoti del tempio per trarne vantaggio personale, n.d.a.); ma lo riguardò anche come traditore e ribelle di Cesare, e perciò gli pose Bruto e Cassio nelle due bocche laterali».[330] R. L. John osserva: «A Giuda, il distruttore della vita contemplativa, è tolto il vedere: infatti sta con la testa nella bocca del demonio. Gli altri due, in quanto criminali della vita attiva, sono essi pure scorticati dai denti di Satana; ma sono infissi nelle sue fauci con la testa in fuori, sì che sono loro impediti i movimenti, ma non il vedere».[331] Il papato, come traditore di Cristo, si presenta nella figura di Vicario, come traditore di Cesare si presenta come usurpatore della capitale dell'Impero e detentore dell'autorità suprema.

Il Satana dell'Inferno non è solo il capo della sua religione, ma anche del partito guelfo i cui caratteri si trovano riuniti nella stessa persona e non erano da Dante confusi. Del primo aveva già scritto nel De Monarchia, era pius in Ecclesiam, pius in Pasorem, mentre dal secondo era perseguitato, a causa del grande affetto che portava all'Italia grama. Roma era la causa della divisione tra i vari governanti d'Italia e dei disordini che lo riducevano ad un vero Inferno, e Dante sperava fortemente di vederla un Paradiso. Il capo della cristianità fu sempre il principale ostacolo che impedì che la patria comune risorgesse una volta a vita, a gloria e a unità.[332]

Dante conclude il XXXIII canto rievocando il frate gaudente Alberigio di Ugolino dei Manfredi, uno dei capi guelfi di Faenza che, dovendo eliminare i suoi parenti Alfredo e Alberghetto, li invitò, il 2 maggio 1285, a banchettare nella propria villa di Cesate, per celebrare la riappacificazione delle famiglie e, come il Buti racconta: «Quando essi ebbero desinato tutte le vivande, elli comandò che venessono le frutta, et allora venne la sua famiglia armata, com'elli aveva ordinato, et uccisero tutti costoro alle mense, com'erano a sedere».[333] Alberigo dice che  questo guelfo era il «peggiore spirito di Romagna» e che a causa di questo tradimento, per questa

« sua opera                                               

in anima in Cocito già si bagna,

ed in corpo par vivo ancor di sopra».[334]

A causa della sua azione di tradimento, l'anima si sta già bagnando nel lago Cocito, immersa nell'acqua ghiacciata, mentre il suo corpo vivo è ancora sulla terra.

Questo modo di credere corrisponde alla spiritualità del tempo che considerava l'anima di chi tradiva un amico già precipitata giù, nell'Inferno, appena commessa questa azione empia. Il corpo rimasto sulla terra ha solo l'apparenza d'essere vivo, perché un demone vi è entrato al posto dell'anima. Questa credenza si sosteneva con l'evangelo quando dice dell'Iscariota, dopo che uscì dalla camera alta per andare a confermare quanto tramato con i sacerdoti: «Satana entrò in Giuda».[335]

Da qui l'antitesi ingegnosissima: Satana entra in ogni nuovo Giuda che è sulla terra, come è avvenuto nel capo di Roma, a seguito del suo tradimento. Ma anche Giuda entra in Satana ch'è nell'abisso.

Infatti due espressioni parallele dell'evangelo e di Dante dicono:

                        Intravit Satanas in Juda: Giovanni XIII:27

                        Intravit Judas in Satana: Dante, Inferno, XXXIV:63

            Oltre a questo Dante, presenta la triade satanica che Giovanni nell'Apocalisse[336] esprime mediante le figure del dragone, della bestia e del falso profeta, che potrebbero essere raffigurate dai tre volti di Satana. I tre colori delle facce: una rossa (colore della porpora), l'altra nera (dei guelfi di Firenze) e l'ultima bianca e gialla (come i gigli dipinti sulle bandiere francesi) raffigurano l'alleanza in atto ai tempi di Dante.

            Scrive il Rossetti: ecco realizzato, per espressione poetica, il regno visibile di Lucifero fra gli uomini:

-         la manifestazione di Lucifero nella persona del papa;

-         lo pseudo profeta che, con mentito aspetto dell'Agnello divino, insegna le dottrine del Drago infernale che lo informa;

-         la bestia, di cui è adorata l'immagine e il cui nome, «è un numero d'uomo, e il numero è 666»[337], esattamente contato nella parola LATEINOS, uomo latino, capo della Chiesa latina, come poteva essere compresa nel XIII secolo;

-         finalmente il regolatore della religione demoniaca detto Anti-Cristo.

            Concludiamo con l'inizio del canto.

            «Vexilla regis prodeunt» si canta della croce di Cristo, re celeste, mentre Dante per l'Anti-Cristo fa cantare: «Vexilla regis prodeunt Inferni».

I vessilli di Cristo sono la sua croce, come è espresso nel seguito del canto, ma quali sono i vessilli dell'Anti-Cristo?

«Un mulin che 'l vento gira,

 veder mi parve»

riporta subito dopo Dante. Le pale del mulino a vento, che sono tra loro crociate, sono la caricatura della croce di Cristo, sono i vessilli del nemico di Cristo e della sua Chiesa.

Il papa, a causa della sua politica, e forse più chiaramente ancora, della sua dottrina, dei suoi insegnamenti religiosi, lo rendono più pericoloso sia perché in contrasto con la rivelazione di Dio, che è verità, sia perché il mondo affascinato da lui, anche quando non crede, è portato ad adeguarsi ai suoi insegnamenti quali: l'anima immortale, la vita che continua dopo la morte facendo credere che i santi e le madonne operano in favore dei vivi i quali rivolgono a loro con preghiere; il battesimo ai bambini; il cambiamento dei dieci Comandamenti; le indulgenze; la messa; l'eucarestia; l'inferno e il purgatorio; la figura stessa del papa, quale Pontifex  Maximus i cui paramenti ricordano quelli dell'antica Babilonia, pur mascherandoli con il simbolo della Croce. Nella realtà, Roma, secondo Dante, propone agli uomini le "pale" di un mulino a vento  mosse dalle spalle di Satana che a causa dell'aria che provocano ibernizzano le coscienze e i corpi nel lago di ghiaccio. Questo "vento" che investe la terra fa ricordare al lettore di Dante quanto l'apostolo Paolo scriveva ai cristiani di Efeso per evitare che fossero sedotti: «Non siamo più dei bambini, sballottati e portati qua e là da ogni "vento" di dottrina, per la frode degli uomini, per l'astuzia loro nelle arti seduttrici dell'errore».[338]

Sono queste dottrine che, al di là dei bei discorsi che il vescovo di Roma fa sulla persona del Cristo, sull'etica, sull'economia del terzo millennio, sui valori a guida della nostra società che tanto affascinano nel nostro tempo anche i laici, che hanno perso la dimensione della storia quale maestra di vita, qualificano la Chiesa di Roma per quello che realmente è. È solamente amando la Parola di Dio, i suoi insegnamenti, che il credente può adorare «il Padre in spirito e verità».[339] Questa verità corrisponde alla persona stessa di Gesù, alla sua parola, ai comandamenti di Dio, che la Chiesa del Signore ha il dovere di conservare ed elevare[340] affinché risplenda davanti ai popoli e non di alterarla, come Roma da sempre ha fatto e persevera per mantenere il suo dominio sui corpi e sulle anime.

L'adorazione stessa della croce fu introdotta nella Chiesa dall'azione lenta e prolungata nel tempo del vescovo di Roma. Anche gli iconoclasti anticamente e Claudio di Torino prima del Mille, e altri, numerosi dopo di lui, ebbero questa opinione. Crediamo che abbiamo dei motivi per pensare che Dante, nello spirito preriformatore del tempo, volesse indicare la stessa cosa.

            Prima di fermarci anche noi per uscire «a vedere le stelle», concludiamo con un pensiero di Gabriele Rossetti: «Satira pari a questa non fu mai immaginata».[341]

 

 

PURGATORIO

 

 

CANTO VI

 

Italia campo di battaglia

 

            Come già abbiamo avuto modo di dire all'inizio di questo capitolo, il Purgatorio, come l'Inferno, raffigura l'Italia dove, anziché festeggiare

« al cittadino suo quivi»,

si constata purtroppo ancora al fatto che 

       «in te non stanno senza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode - si combattono -

di quei ch'un muro ed una fossa serra»,

anche tra quelli che convivono nella stessa città, malgrado siano uniti e legati dalle cerchia delle mura e protetti dal fosso che le circonda. Non solo:

       «Cerca,   intorno dalle prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s'alcuna parte in te di pace gode.

     Che val perché ti racconciasse il freno
Iustiniano se la sella è vota?

Sanz'esso fora la vergogna meno.

     Ahi gente che dovresti essere devota,

e lasciar sedere Cesare in la sella,
se bene intende ciò che Dio ti nota,

       guarda come esta fiera è fatta fella

                        per non essere corretta dalli sproni,

poi che ponesti mano alla predella».[342]

            Malgrado questa situazione di continue contese, gelosie ed invidie per il potere, come già è stato detto nell'Inferno, nel Purgatorio si intravede la via della liberazione perché, malgrado la Chiesa romana continui ad operare per gestire il potere terreno, e proprio perché vuole esercitare questa funzione, amoreggia con i suoi amanti, i potenti della terra, causando disordine in Italia. In contrapposizione a questa situazione, c'è l'altra Donna-Chiesa, la Beatrice che vive la sua purezza.

            A causa di questa mancanza di vera autorità politica, del governo dell'imperatore, Dante aveva detto del nostro Paese:

                               «Ahi serva Italia, di dolore ostello,

                        nave senza nocchiere e in gran tempesta,

                        non donna di province, ma bordello!»[343]

 

 

CANTO VIII

 

Il peccato di Eva

 

            Dante rievoca il peccato che Eva commise nell'Eden quando

«una biscia

diede ad Eva il cibo amaro». [344] 

Eva, la madre dell'umanità, con quel frutto dell'albero voleva diventare come Dio, come del resto il serpente le aveva anche suggerito.[345] Il ghibellino Bordello, nell'avvicinare a sé il Poeta, gli indica la «biscia» che era «tra l'erba e' fior venia», come «'l nostro avversario».[346]

            Dante presenta il peccato della donna simbolo della Chiesa, nella volontà di avere il potere temporale, causa di ogni male.

 

 

 

CANTO XIX

 

Il peccato di Dante

 

Nel canto XIX possiamo comprendere quale sia stato il crimine di Dante per il quale ha subito un giudizio e deve confessare la sua colpa.[347] Nella presentazione di questo male commesso dal poeta seguiremo quanto già il Rossetti ha rilevato.[348]

Come generalmente succede, si commettono degli errori perché si percorre una «via non vera» che porta a seguire «immagini di ben false» che non «rendono intera» la realizzazione di qualsiasi promessa.[349] Nel percorrere questa strada ci si svia dal giusto indirizzo.

In questo canto sono puniti gli avari e Dante presenta il suo peccato.

       «Io m'era inginocchiato   //

per vostra dignitate

mia coscienza  dritto mi rimorse.[350]

In Purgatorio Dante, quale figlio della Chiesa, da buon cattolico, sente la coscienza rimproverargli di rimanere dritto davanti al papa e s'inginocchia, in atto di «reverire», nei confronti dell'alta «dignitate» di papa Adriano V (11.7-18.8.1276), il genovese Ottobuono dei Fieschi, conte di Lavagna. Il servilismo del Poeta viene richiamato con forza dallo stesso Adriano V che avrebbe accettato questo atto d'omaggio e di fedeltà nell'altra vita, ma per il presente gli dice:

       «Drizza le gambe, levati su, frate! - fratello -

Non errar: conservo sono

 teco e con li altri ad una podestate».[351]

Il Sapegno commenta: «Bada di non commettere l'errore di onorarmi in questo mondo (il Purgatorio) come avresti fatto nell'altro; qui siamo tutti ugualmente servi di una sola autorità».[352] Poi il papa racconta a Dante:

       «La mia conversione, ohimè!, fu tarda;

ma come fatto fui roman pastore,

così scopersi la vita bugiarda.          

       Vidi che lì non si quetava il core,

né più salir potìesi in quella vita;[353]

per che di questa (vita eterna) in me s'accese amore.

       Fino a quel punto misera e partita        

da Dio anima fui, del tutto avara:

                        or, come vedi, qui ne son punita.      

       Quel ch'avarizia fu, qui si dichiara

in purgazion dell'anime converse;    

e nulla pena il monte ha più amara».[354]

Qui si sconta la pena, a seguito del pentimento, di essere stati avari, o l'amara pena è nel riconoscere e confessare la propria colpa.

Che cosa ha condizionato Dante per aver avuto questo atteggiamento così deferente verso un papa che non aveva neppure onorato il suo ministero? L'Alighieri inizia il canto ricordando che si era addormentato e durante il sonno vide

       « in sogno una femmina balba - balbuziente -,

nelli occhi guercia, e sovra i piè distorta,

con le man monche, e di colore scialba.

       Io la mirava; e come 'l sol conforta      

le fredde membra che la notte aggrava,

così lo sguardo mio le facea scorta»;

cioè, più questa donna era osservata dal Poeta più il suo «sguardo trasfigurava quell'immagine deforme, cancellandone ad uno ad uno i difetti e restituendole bellezza».[355]

       «La lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d'ora, e lo smarrito volto,

com'amor vuol, così le colorava.     

       Poi ch'ell'avea il parlar così disciolto,

 cominciava a cantar sì, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.

       "Io son" cantava, "io son dolce serena,

che' marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!».

Per questo motivo

« una donna apparve santa e presta

lunghesso me - accanto a me - per far colei confusa.

       "O Virgilio, o Virgilio, chi è questa?"»,

e la guida di Dante andò da lui

«con li occhi fitti pur in quella onesta.         

       L'altra prendea, e dinanzi l'apria

fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre:

quel mi svegliò col puzzo che n'uscìa».

A causa del puzzo delle viscere della donna sventrata, Dante si svegliò e sentì:

« "Surgi e vieni":                          

       Su mi levai, e tutti eran già pieni 

dell'alto dì -  del sole già alto sull'orizzonte».[356]

Beatrice intervenne all'inizio del poema per inviare Virgilio ad aiutare «l'amico» suo ad abbandonare la selva oscura nella quale s'era perso, dove una lupa l'insidiava, mentre ora, in un sogno, dopo essere passato dalla realtà all'illusione, è pure lui attratto dalla voce della "sirena", che nel penultimo canto è presentata nei tratti apocalittici della donna che, seducendo, puttaneggia. Ella guarda ora il Poeta per adescarlo con il suo «occhio cupido».[357] Anche della lupa, come abbiamo già detto, altra raffigurazione della Chiesa di Roma, dice la stessa cosa «molti son gli animali a cui s'ammoglia»[358], forse per farci comprendere che anche lui nel passato, quand'era guelfo, aveva avuto a che fare con lei, e forse per questo Dante si fa chiamare «animal» nel V canto dell'Inferno.[359] Dante in sogno ha visto la Chiesa di Roma nella sua reale natura ma, a causa della continua osservazione, essa si propone come una "sirena" si propone per essere vista per quello che non è.

Come Gesù aveva invitato l'amico Lazzaro, svegliato dal sonno della morte, ad uscire dalla tomba, così Dante, al suo risveglio dal sonno, sente l'invito di alzarsi e d'andare a cercare l'apertura per entrarvi e salire

« i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo alle reni».

 Trovatala, vi entrarono «tra due pareti del duro macigno».[360]

Camminando tra queste pietre mistiche, alla domanda di Virgilio che chiede a Dante perché sempre guarda la terra:

«"Che hai che pur inver la terra guati?"

il fiorentino risponde:

       "Con tanta sospeccion fa irmi

novella visione ch'a sé mi piega,  

sì ch'io non posso dal pensar partirmi».

Virgilio replica:

       «Vedesti quell'antica strega

che sola sovra noi omai si piagne;

vedesti come l'uom da lei si slega.

       Bastiti e batti a terra le calcagne:

li occhi rivolgi al logoro che gira».[361]

Dante proromperà più avanti con queste parole di disprezzo:

       «Maledetta sie tu, antica lupa,

che più di tutte l'altre bestie hai preda

per la tua fame senza fine cupa!».[362]            

Fino alla fine del Purgatorio, Beatrice rimprovera Dante per il suo peccato, che è in relazione con la Pietra, col papato. Nel canto XXXIII ricorda che, se i suoi pensieri fossero come le acque dell'affluente dell'Arno, l'Elsa, che incrostano con uno strato di calcare, rendendo di pietra gli oggetti che vengono lasciati a bagno, gli renderebbero di pietra il cervello e glielo avrebbero colorato di vermiglio, sangue, colore dei guelfi.

       « Perch'io veggio te nello 'intelletto

fatto di pietra, ed impetrato, tinto,

sì che t'abbaglia il lume del mio detto».[363]

Beatrice gli raccomanda poi di stare più attento alle voci della "sirena" perché il suo desiderio è di sedurlo, come già fu per Ulisse, legato al palo della nave, per poter ascoltare senza gettarsi in mare:

       «Tuttavia, perché mo vergogna porte

del tuo errore, e perché altra volta,

udendo le serene, sie più forte».[364]

Il canto XXXI apre con Beatrice che invita Dante a confessare il suo peccato, perché senza il pentimento non ci può essere perdono:

                               «"O tu che se' di là dal fiume sacro

di', di' se questo è vero: a tanta accusa

tua confession conviene esser congiunta».[365]

Beatrice si identifica con i membri della Chiesa perseguitata, lacerata, come del resto il Signore Gesù aveva fatto quando si era incontrato con Saulo sulla via di Damasco, e dice:

« le belle membra in ch'io

rinchiusa fui, e che sono in terra sparte».[366]

Invita poi Dante a sollevare la barba:

       « "Quando

per udir se' dolente, alza la barba,

e prenderai più doglia riguardando"».

A seguito di questo invito, Dante scrive: 

«ben conobbi il velen dell'argomento».[367]

Seguendo il pensiero di R.L. John, le parole non hanno tanto il senso di sottolineare l'età matura del poeta, anche se non porta la barba, ma la rampogna di Beatrice ha un significato per gli iniziati: diversamente, Dante non avrebbe certo preteso di essere l'unico a comprendere quell'espressione "velenosa". La barba era segno di maturità, non di età. Un templare senza barba esprimeva un atto di infedeltà verso la vita contemplativa. Infatti, coloro che volevano attestare davanti agli inquisitori la loro rottura con l'Ordine si presentavano alla sbarra del tribunale senza mantello e senza barba.[368] Dante alza la "barba" e incrocia lo sguardo di Beatrice posato sul Grifone,

« su la fera

ch'è sola una persona in due nature».[369]

Beatrice vista da Dante al di là del fiume «sotto 'l suo velo», più bella forse quando era sulla terra, ha però lo svelamento, la rivelazione della sua natura. Vinto dal rimorso, Dante cade svenuto e, quando si riprende, Matelda lo immerge nel Lete, di cui inghiotte l'acqua; poi viene tratto fuori dal fiume e offerto alla danza delle quattro ninfe, ognuna delle quali lo circonda col braccio. È un rito di iniziazione e di purificazione che inaugura o ufficializza l'inizio del cambiamento di vita del Poeta. Leggiamo:

«La donna ch'io avea trovata sola

sopra me vidi, e dicea: "Tiemmi, tiemmi!"

       Tratto m'avea nel fiume infin la gola,

e tirandosi me dietro sen giva

sovresso l'acqua lieve come scola - barca -.

       Quando fui presso alla beata riva,

'Asperges me'[370]  sì dolcemente udissi,  //

       La bella donna nelle braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.

       Indi mi tolse, e bagnato m'offerse

dentro alla danza delle quattro belle;

e ciascuno del braccio mi coperse».[371]

«Ogni gesto e particolare della scena ha una sua funzionalità figurativa e insieme un valore rituale» scrive N. Sapegno.[372]

L'immersione nell'acqua può richiama il battesimo cristiano, espressione della conversione segno della seconda nascita e inizio di una nuova vita nel Signore. Quanto viene fatto ha valore di purificazione esterna ed interna.

C'è da chiedersi se ci sia qui la conclusione di un modo di pensare e credere del Padre della lingua italiana per iniziare un nuovo percorso. Da fedele al papa, come era quasi ogni uomo del suo tempo, Dante riemerge dal suo passato dopo essere simbolicamente morto e risuscitato, come  significa il rito battesimale.[373]

Dante ha confessato lo smarrimento che impedisce la pace tra gli uomini. Nelle acque del Lete dimentica completamente la strada sbagliata seguita nel passato che ha generato la Ecclesia carnalis. A seguito di questo abbandono, anche lui potrà danzare con le quatto virtù morali.

Per Dante «il pieno potere papale è limitato solo a ciò che è puramente ecclesiastico. Non dobbiamo meravigliarci che proprio questo problema abbia tanta importanza in Dante: non esisteva alcun altro problema che fosse di pari peso per la sua dottrina della beatitudine. Come già sappiamo, era in gioco per lui la salvezza terrena e celeste dell'umanità».[374]

 

 

CANTI XXIX, XXX, XXXII

 

La Processione trionfale

 

       «Cantando come donna innamorata,   //

"Beati quorum tecta sunt peccata!"».[375]

            È l'introduzione del Salmo XXXII: «Beati quelli a cui sono state perdonate le iniquità e rimessi i peccati». Matelda,[376] figura femminile, anche lei simbolo di un aspetto della Chiesa, si muove con passi di danza risalendo il fiume, raggiungendo la sua curva che li fa volgere verso levante,[377] mentre Dante la segue tenendosi a un centinaio di passi.

 

Il Candelabro

 

                                «Di sopra fiammeggiava il bello arnese

più chiaro assai che luna per sereno

di mezza notte nel suo mezzo mese».[378]

            Il candelabro a sette braccia del Tempio di Salomone, era figura della presenza dello Spirito Santo e della testimonianza che il popolo d'Israele prima e la Chiesa poi avrebbero dovuto dare al proprio Dio. Giovanni in Apocalisse lo presenta in cielo davanti al trono dell'Altissimo.[379] Questo arredo sacro che riempie di luce la notte più della luna piena, apre la processione ricca di figure simboliche che sintetizzano la storia della Chiesa che avrebbe dovuto illuminare l'umanità con la sua testimonianza. La processione mette anche in risalto il suo momento centrale, l'incarnazione. Dei fasci di luce luminosi, i colori dell'arcobaleno,[380] coprono tutte le figure della processione, la cui ampiezza è di dieci passi.[381] Le figure utilizzate da Dante sono prese dal testo biblico.

 

I ventiquattro anziani, gli autori dell'Antico Testamento

 

            Seguendo il candelabro cantano

       «Sotto così bel ciel com'io diviso,

ventiquattro seniori, a due a due

coronati venien di fiordaliso».[382]

            Questi seniori, che Giovanni chiama anziani, Girolamo nel prologo della Vulgata latina, come anche sostengono dei teologi moderni, sono identificati con gli autori dell'Antico Testamento.

 

Gli autori del Nuovo Testamento e la Chiesa

Matteo, Marco, Luca e Giovanni

 

                        «Vennero appresso lo' quattro animali,

coronati ciascun di verde fronda.

       Ognuno era pennuto di sei ali;

le penne piene d'occhi;»[383]

I quattro animali la tradizione li considera come la raffigurazione degli autori dei quattro evangeli: Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Essi annunciano la costituzione della Chiesa santa ma, nella prospettiva di Dante, crediamo che sia un'allusione alla Chiesa santa che si dovrà ancora manifestare. Al centro di questo imponente e glorioso corteo c'è il carro della Chiesa rinnovata.

 

Il carro trainato dal Grifone

 

       «Lo spazio dentro a lor quattro contenne

un carro, in su due rote, trionfale,

ch'al collo d'un grifon tirato venne.

       Esso tendeva in su l'una e l'altra ale

tra la mezzana e le tre e tre liste,

sì ch'  a nulla, fendendo, facea male.

       Tanto salivan che non eran viste;

le membra d'oro avea quand'era uccello,

e bianche l'altre, di vermiglio miste».[384]

            Che il carro sia simbolo della Chiesa, è riconosciuto da tutti. Sul significato delle due ruote si sono fatte diverse supposizioni: l'Antico e il Nuovo Testamento, la vita attiva e quella contemplativa, la sapienza e la carità, ecc.

             È un carro trionfale e Dante si chiede se, al tempo dell'antica Roma ce ne fosse stato un altro simile.

            Il Grifone è un leone con testa e ali d'aquila. Raffigura il Cristo, nel quale si fondono le «due nature: divina e umana, è della parte di sopra uccello, e della parte di sotto leone»[385] è «l'animal binato», cioè «ch'è sola una persona in due nature».[386] Le parti di sopra, uccello, erano d'oro, le ali salivano all'infinito verso il cielo; le parti di sotto leone.[387] I colori ricordano quelli di Gerusalemme e dell'Ordine dei Templari.                                                        

            Attorno al carro ci sono sette ninfe, stelle, prima che prendesse forma Beatrice, e raffigurano le virtù teologali espresse dai loro diversi colori: fede, speranza e carità, da un lato e prudenza (raffigurata con tre occhi: passato presente e futuro), forza, temperanza e giustizia dall'altro.

           

Luca e Paolo

 

Dietro il carro appaiono gli scrittori del Nuovo Testamento:

                        «Vidi due vecchi in abito dispari- differenti.

       L'un si mostrava alcun de' famigliari

di quel sommo Ipocràte

       mostrava l'altro la contraria cura 

con una spada lucida e aguta,

tal, che di qua dal rio mi fe' paura».[388]

Ė l'evangelista Luca, già rappresentato da uno dei quattro animali. Egli, oltre ad aver scritto l'evangelo, è anche l'autore del libro degli Atti degli Apostoli. Era medico, seguace d'Ippocrate. L'altra figura rappresenta l'apostolo Paolo con tutte le sue lettere. È rappresentato con una spada per ferire le anime affinché si possano curare con la Parola. Poi, dietro loro, gli autori delle lettere cattoliche:

 

Pietro, Giacomo Giovanni e Giuda

 

       «Poi vidi quattro in umile parata;

e di retro da tutti un vecchio solo

venir, dormendo, con la faccia arguta».[389]

Sono gli autori delle lettere circolari: Giacomo, Pietro, Giuda e Giovanni. Conclude con la raffigurazione ancora di Giovanni, nelle sembianze del vecchio, quale autore del libro dell'Apocalisse. È una libertà poetica che Dante si è preso nel rappresentare questo apostolo diverse volte in relazione al ruolo che ha svolto.[390]

            Con l'arresto del carro, a seguito d'un tuono celeste, si conclude il XXIX canto.

Dante, nel presentare l'Ecclesia spiritualis, mette in risalto l'importanza della Parola rivelata, la fedeltà ad essa e la sua funzione di guida. Questo pensiero sarà alla base della Riforma: sola scriptura.

 

Beatrice, sposa, Chiesa

 

Il canto XXX, con la processione ferma, presenta i ventiquattro anziani che contemplano con ammirazione la splendida processione. Osservano sul carro Beatrice simbolo della Chiesa,  fondata e trainata da Cristo. Essi l'avevano annunciata e desiderata. Salomone, compositore del Cantico dei Cantici,

       « un di loro, quasi da ciel messo,

"Veni, sponsa, de Libano" cantando

gridò tre volte, e tutti li altri appresso».[391]

«Salomone, in persona di Cristo, nello Cantico muove questa voce alla chiesa, vera sposa del Libano (in ebraico significa candidamente, in greco mirra)»[392] saluta a nome di tutti, e da tutti seguito nell'invocazione a «Beatrice»,[393] la Chiesa spirituale. Questa invito, tratto dal Cantico dei Cantici[394], è rivolto al popolo di Dio fedele all'Eterno, la "sposa del Libano", figura allegorica che nel Medio Evo era simbolo della Chiesa nella sua fedeltà, purezza, perseveranza nell'attesa del suo Signore, il pastorello, come dice anche il poema salomonico. Questa figura biblica contrasta con la figura della chiesa carnalis, corrotta, prostituta, amante dei potenti, che il Poeta porrà sul carro al posto di Beatrice, rappresentandola con il linguaggio di Giovanni nell'Apocalisse.[395] E ancora:

       «Tutti dicean: "Benedictus qui venis!",

e fior gittando di sopra e dintorno».[396]

Sono le parole con le quali la folla osanna Gesù che entrava a Gerusalemme all'inizio della settimana santa. N. Sapegno osserva: «Dei commentatori antichi, alcuni le intendono rivolte al grifone, altri a Dante, altri ancora a Beatrice; e quest'ultima è oggi l'opinione più comune, e certo la più attendibile».[397]

Dante ricorda quando «di mia seconda etade e mutai vita».[398]

 

Con il canto XXXII la processione continua:

«lo glorioso esercito,

quella milizia del celeste regno   //

       e 'l grifon mosse il benedetto carco».[399]

Secondo R.L. John, nella sua chiave di lettura templare, questo glorioso esercito gira verso l'oriente dal quale era provenuto[400] e percorre un tratto di circa tre tiri di freccia, cioè 200-240 metri;[401] poi si ferma e Beatrice scende dal carro. Dante, facendo ritornare indietro la processione per la stessa strada che aveva percorso, la fa fermare davanti all'albero della conoscenza del bene e del male, cioè dove nel Paradiso terrestre Eva cedette alla voce del tentatore. Se invece si percorre la stessa distanza verso oriente si raggiunge l'angolo sud-orientale della piazza del Tempio di Gerusalemme, nella sua massima altezza rispetto alla valle sottostante e lì la tradizione indica il "pinnacolo del Tempio" dove Gesù Cristo era stato tentato di conquistare l'umanità facendo segni e opere potenti. L'Avversario gli suggerisce di buttandosi nel vuoto, giungendo a terra senza farsi male, perché soccorso dagli angeli, dimostrando così la sua messianicità.[402] Avrebbe affascinato l'umanità conquistandola con  segni e opere potenti. Questo bisogno del sopranaturale caratterizza ancora la cristianità d'inizio del terzo millennio. Dante ha forse voluto mettere in relazione il luogo della vittoria di Cristo sul maligno con quello della vittoria di Satana sulla coppia dei progenitori.[403]

Questa solenne processione si ferma davanti all'albero della conoscenza del bene e del male. È il più alto di tutti gli alberi e più la sua chioma si dilata più cresce,[404] era

« una pianta  dispogliata

di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo».[405] 

N. Sapegno spiega che «negli episodi che seguono, diventa il centro di una vasta rappresentazione allegorica, in cui i simboli s'intrecciano in una rete fittissima di rapporti, e è chiaramente a raffigurare la storia degli uomini nel suo svolgimento, e in essa quella della Chiesa e delle sue relazioni con gli istituti politici».[406]

Il corteo trionfale di Beatrice biasima Adamo a causa della nudità dell'albero, ma elogia grandemente il Grifone, figura di Cristo Gesù, che si astiene dall'intaccare col becco quel legno, dolce al gusto, ma amaro al ventre. Cristo viene lodato per non aver recato offesa alla giustizia divina come invece aveva fatto Adamo, e quella giustizia Cristo reintegrò vincendo il male.[407]

Mentre il Grifone-Signore diceva:

«Sì si conserva il seme d'ogni giusto»[408]

(nell'osservanza della giustizia divina è il fondamento di ogni giustizia), il grifone lega il timone del carro al tronco di quell'albero e immediatamente i rami si rivestono di foglie e di fiori, pochi  rossi, molti di più violetti. «Quasi tutti i commentatori antichi vedono un'allusione al sangue di Cristo, pegno della redenzione e fondamento della Chiesa».[409] R.L. John, precisa: «È facile comprendere che quell'albero si sia inaridito per effetto del peccato originale: ma perché è arido anche dopo la redenzione? A rischio di diventar monotoni rispondiamo: perché il diritto naturale (senza il quale non v'ha esistenza degna dell'uomo) è stato violato dalla donazione costantiniana e dalle sue dannose conseguenze, ed è stata scossa nelle sue fondamenta l'autorità protettrice della beatitudine terrena e della pace universale, l'impero. Secondo Dante,era stato addirittura spostato l'asse morale del mondo».[410]

               Il Grifone fissa il timone del carro all'albero che è dello stesso legno:

                             «quel di lei a lei lasciò legato».[411]

               In altre parole, come scriveva il Buti: «la Croce di Cristo fu fatta di quello arbore; e veramente la Croce è il timone della Chiesa».[412] Questa caratterizzazione della croce di Cristo, era normale per ogni lettore medioevale, poiché il timone del carro è a forma di croce. Secondo la leggenda, la croce era stata costruita col legno dell'albero della conoscenza del bene e del male. Il testo di Apocalisse XXII ci presenta la nuova terra e ci descrive «"l'albero della vita" che è di una enigmatica magnificenza (affonda le sue radici su entrambe le rive del fiume che scaturisce dal trono di Dio e dell'Agnello) e misteriosamente ricco "dà dodici raccolti e porta il suo frutto ogni mese", parla ancora della vita che viene offerta continuamente e nella sua pienezza. È stato notato - scrive il prof. R. Badenas - che la parola usata in Apocalisse XXII:2 per "albero" è xulon, "legno", e non l'usuale parola che si trova nel Nuovo Testamento, dendron (e che si legge anche in altri testi dell'Apocalisse[413]). Ora xulon, che usualmente significa "legno",[414] è sovente utilizzato nel Nuovo Testamento per la croce,[415] e sempre in Apocalisse, per l'"albero della vita"[416]. Se questa è una allusione alla croce, "l'albero della vita" sarebbe una delle più magnifiche immagini per l'evangelo: l'albero sarebbe il perfetto ricordo e la vita dei riscattati è solo possibile tramite la redenzione del sacrificio di Gesù».[417] Si può concludere che tutti questi alberi sono dallo stesso tipo e forse raffigurano tutti la stessa realtà. Del resto la protezione di Dio alla vita (albero della conoscenza del bene e del male), la salvezza (albero della croce), la vita nell'eternità (albero della vita) sono tutte espressioni della grazia dell'Eterno.

L'aquila, il simbolo dell'impero ha il suo nido sull'albero. La fioritura è quindi da mettersi in relazione all'armonia dalla giusta relazione croce-timone-chiesa con l'aquila-impero.

Dante sente cantare un inno per lui incomprensibile sia perché non l'aveva mai udito, ma anche perché sulla terra «qui non si canta».[418] «Comunicando questo fatto Dante solleva un poco il velo del mistero. Egli ascolta un inno in lode di Beatrice come rappresentante della Chiesa spirituale che rinuncia allo potere pontificio».[419]

Dante, risvegliandosi da un assopimento, vede accanto a sé Matelda che ora egli chiama

       « Quella pia

che conducitrice

fu de' miei passi lungo 'l fiume pria». [420]

Matelda, (il Poeta ricorda averla avuta compagna lungo il Lete), lascia intendere che anche addormentandosi i suoi pensieri erano occupati da quei cento piccoli passi di danza, vale a dire da quel periodo storico durante il quale l'esistenza del potere temporale impedisce la beatitudine terrena degli uomini.[421]

Dante chiede:

            « "Ov'è Beatrice?"

e Matelda risponde:

"Vedi lei sotto la fronda

nova sedere in su la sua radice».[422]

Beatrice si è seduta sopra una delle radici dell'immenso albero, mentre il Grifone e il suo seguito «con più dolce canzone e più profonda»[423] si sono levati in volo verso il cielo.          

Beatrice dice al Poeta che era stato predestinato per il Paradiso:

                   «Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco senza fine cive

di quella Roma onde Cristo è romano.

       Però, in pro del mondo che mal vive,

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

ritornato di là, fa che tu scrive».[424]

            Cristo è presentato come cittadino romano della città celeste, che l'Apocalisse chiama Nuova Gerusalemme. Il tempo verrà in cui il Poeta con Beatrice saranno in quella realtà, ma per il momento lui, per poco tempo si deve considerare silvano, cioè in esilio in Babilonia. A pro, a vantaggio del mondo che mal vive, Dante è invitato a tener d'occhio la Chiesa, il carro.  Come   Giovanni l'evangelista, è stato portato a considerare il giudizio su Babilonia e a vedere le cose che avrebbero preceduto la venuta del Signore, in diverse occasioni, durante la rivelazione gli è stato detto: «Quel che tu vedi scrivilo in un libro»; «Scrivi dunque le cose che hai vedute»; «Colui che siede sul trono disse: "Scrivi, perché queste parole sono fedeli e veraci"»[425], così al poeta fiorentino è chiesto: «Ritornato» in terra scrivi le cose che qui hai visto.

 

Storia della chiesa in sette quadri

 

Nel libro dell'Apocalisse il Signore si sposta tra sette candelabri a simbolo della sua presenza nella storia della Chiesa presentata in sette periodi, raffigurata dalle sette Chiese: Efeso (Chiesa apostolica, I secolo), Smirne (Chiesa nell'amarezza della persecuzione, II, III secolo), Pergamo (Chiesa dell'elevazione, IV secolo), Tiatiri (Chiesa del Medio Evo, dove la donna Iezebel, la regina dell'Antico Testamento, voleva conciliare il culto solare di Baal con quello dell'Eterno, V-XV secolo), Sardi (Chiesa della Riforma, XVI-XVII secolo), Filadelfia (Chiesa delle missioni,  XVIII-XIX secolo) e Laodicea (Chiesa del tempo del giudizio, dal XIX secolo).[426] Allo stesso modo Dante, ai piedi di Beatrice-Chiesa

«la mente e li occhi ov'ella volle diedi»

guardò

«le sette ninfe, con quei lumi in mano»,[427]

 e in forma allegorica vide la storia della Chiesa in sette quadri, come già Ubertino di Casale aveva proposto nel suo Arbor vitae crucifixae, a partire dal tempo delle persecuzioni. Come in Apocalisse la Chiesa è raffigurata da un candelabro, così qui abbiamo una ninfa-donna-chiesa con una lampada in mano. Crediamo di avere dei motivi per pensare che Dante conservi la stessa immagine dell'apostolo Giovanni. 

I quadro. Periodo delle persecuzioni. XXXII:112-117.

                   «io vidi calar l'uccel di Giove

per l'alber giù, rompendo della scorza,

non che de' fiori e delle foglie nove;

       e ferì 'l carro di tutta sua forza;

ond'el piegò come nave in fortuna,

vinta dall'onda, or da poggia, or da orza».[428]

L'aquila, allegoria dell'impero, dal suo nido sui rami, scese violentemente sfrondando l'albero dalle foglie e dai fiori e scorticandolo, s'avventa violentemente sul carro-chiesa, colpendolo, ferendolo mortalmente, scuotendolo con violenza e forza, rendendolo come una barca nella tempesta.

II quadro. Periodo delle eresie. XXXII:118-123

                   «Poscia vidi avventarsi nella cuna

del triunfal veicolo una volpe

che d'ogni pasto buon parea digiuna;

       ma, riprendendo lei di laide colpe,

la donna mia la volse in tanta futa

quanto sofferser l'ossa senza polpe».[429]       

 Una volpe affamata vuole annidarsi nella concavità del carro-chiesa, «figura della sede apostolica».[430] È l'epoca delle eresie, nella quale l'errore vuole vincere la Chiesa con l'astuzia dove non è riuscita la violenza. Però,  «Beatrice»[431] "la donna mia" scaccia la volpe con facilità. È l'epoca dei Padri della Chiesa che hanno soffocato sul nascere i tentativi di falsare la purezza apostolica della dottrina ecclesiastica. Ubertino di Casale vedeva in questo animale la "bestia ariana".[432] Ciò ci permette di pensare che l'opera dei Padri della Chiesa sia stata rivolta a difendere, per conservare nella verità, l'ortodossia sulla natura di Gesù, che era un insegnamento specifico del cristianesimo. In quel tempo c'erano già stati altri errori nefasti per la cristianità che erano penetrati nella Chiesa. Essi si consolidarono e non furono contrastati perché accettati dalla Chiesa senza nessuna riflessione teologica, come: l'immortalità dell'anima, l'osservanza del primo giorno della settimana, il battesimo.

III quadro. Periodo dell'alleanza trono-altare. XXXII:124-129.

                   «Poscia per indi ond'era pria venuta,

l'aguglia - aquila -  vidi scender giù nell'arca

del carro e lasciar lei di sé pennuta;

       e qual esce di cuor che si rammarca,

tal voce uscì del cielo e cotal disse:

"O navicella mia, com mal se' carca!"».[433]

L'aquila-impero scende sul «carro» lasciando sull'«arca», nella cuna, parte delle sue penne. Tutti vi riconoscono in questa immagine «la donazione di Costantino a papa Silvestro, fatta con pia intenzione, ma risoltasi in un'arbitraria mutilazione delle prerogative imperiali e in un grave danno per la funzione spirituale della Chiesa».[434] «Venne più male a lei, che dalle persecuzioni; perché queste la purificavano, quelli la corruppero[435]». San Pietro fa udire la sua voce: «O navicella mia, com mal se' carca!». uesta volta prò l'Aquila non giunge più con intenzione ostile, ma al contrario lascia sull'arca del carro una parte delle sue penne   

 

  

 

Dante, nel Purgatorio come nell'Inferno, esprime il suo sdegno per quella supposta radice di tutti i mali della vita dei popoli e dei singoli. Già a Nicolò III, nel cerchio dei simoniaci, aveva detto:

                   «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!» .[436]  

IV quarto. Periodo in cui la Chiesa perde dei territori cristiani. XXXII:130-135

       «Poi parve a me che la terra s'aprisse

tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago[437]

che per lo carro su la coda fisse;

                               e come vespa che ritragge l'ago,

                        a sé traendo la coda maligna,

                        trasse del fondo, e gissen vago vago».[438]

            È il drago di Apocalisse XII:3-9. L'Ottimo, dopo aver citato il testo del v. 4 di Giovanni: «La sua coda trascinava la terza parte  delle stelle del cielo e le gettò sulla terra», aggiunge: «per la sua malignitade si trasmuta tutto il dificio della Chiesa».[439] Satana, raffigurato dal drago, sbuca dalla terra fra le ruote del carro e asporta una parte del fondo con la sua «coda maligna». È l'Islam che tolse alla Chiesa fiorenti regioni della fede. Ubertino di Casale vedeva nel dragone la "bestia saracena".

V quadro. Periodo in cui la Chiesa viene arricchita da nuovi favori dell'impero. XXXII:136-141.

                   «Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, dalla piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,

       si ricoperse, e funne ricoperta

e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto

che più tiene un sospir la bocca aperta».[440]

Come la terra fertile, se lasciata incolta, si copre di gramigna, così la Chiesa che non viene arata dalla Parola di Dio, si ritrovò rapidamente ricoperta delle penne dell'aquila. Il carro-chiesa trionfale con le ruote e lo stesso timone, in meno del tempo che la bocca emette un sospiro, fu coperto fulmineamente delle penne che l'aquila sembrò aver donato forse anche «con intenzion sana e benigna». «Con ciò si è sostanzialmente compiuta la trasformazione del sacro veicolo in un mostro. La ricchezza e l'impegno politico legato al potere territoriale ha trasformato la Chiesa, (che per sua natura è spirituale), nella Ecclesia carnalis, in senso gioachimita», scrive R.L. John, e il Sapegno commenta dicendo: «La Chiesa, con l'acquisto delle ricchezze e la cupidigia crescente della potenza temporale, si corrompe in tutti i suoi ordini, e si tramuta nel mostro descritto dall'autore dell'Apocalisse».[441] Da Costantino «i preti cominciarono a  curar più la terra che il cielo, più il corpo che l'anima, ondechè la vigna del Signore deserta s'empì di mal'erba».[442]

VI quadro. Periodo della Chiesa feudale. XXXII:142-147.

                   «Trasformato così 'l dificio santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra 'l temo e una in ciascun canto:

       le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue».[443]

È il mostro a sette teste e con dieci corna dell'Apocalisse XIII:3. «Dante intende raffigurare la Chiesa ricca, feudale, impigliata in alleanze politiche e militari, nella quale fioriscono la simonia e il nepotismo: cioè la Ecclesia carnalis nel suo pieno rigoglio, che annuncia la fine della seconda età del mondo, e in particolare il Concilio di Vienna, per lui il colmo dell'errore».[444] L'Ottimo, contemporaneo di Dante, insegnava: «Ricoperta da questi beni temporali, la Chiesa mise fuori teste mostruose» e aggiunge come è presentata in Apocalisse XIII.[445]

VII quadro. La Chiesa nella degradazione della prostituta. XXXII:148-156.

                   «Sicura, quasi rocca in alto monte,      

seder sovr'esso una puttana[446] sciolta

m'apparve con le ciglia intorno pronte;

       e come perché non li fosse tolta,

vidi di costa a lei dritto un gigante;

e baciavansi insieme alcuna volta.

       Ma perché l'occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagellò dal capo infin le piante;

       poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,

disciolse il monstro, e trassel per la selva,

tanto che sol di lei mi fece scudo

       alla puttana ed alla nova belva».[447]

L'Ottimo, in relazione al verso 148, scriveva: «E di questo fece l'Autore esperienza al tempo di Bonifazio papa VIII, quando v'andò per ambasciatore del suo Comune, ché sa con che occhi elli guatò, e quale era il suo drudo Bonifazio, e non legittimo sposo, secondo l'opinione di molti».[448] Questo quadro richiama Apocalisse XVII, perché questa puttana «sciolta», cioè senza ritegno, seduta sul mostro dalle sette teste e dalle dieci corna, è quella descritta dall'apostolo Giovanni, il quale le fa dire: «Io seggo regina e non son vedova e non vedrò mai cordoglio».[449] Dante esprime questa arroganza, sicurezza e sfrontatezza rifacendosi alle parole dell'evangelo con le quali Gesù invita a costruire la propria vita non sulla sabbia, ma sulla roccia con le parole: «Sicura, quasi rocca in alto monte».

«Anche qui la meretrix magna è simbolo della curia romana ai tempi di Dante;[450] secondo l'interpretazione comunemente accolta negli scritti di polemica religiosa del tardo medioevo, dei riformatori eretici, dei gioachimiti e degli spirituali francescani».[451]

Il gigante non c'è nell'Apocalisse, Dante, facendo uso della licenza poetica, lo mette nel suo poema per circostanziare la visione generale dello scritto apostolico, in un momento storico particolare. Appare al suo fianco «di costa a lei», «tutti i commentatori sono d'accordo nel vedere qui rappresentata la soggezione del papato alla casa di Francia; e i più identificano nel gigante Filippo il Bello, indicato come Golia anche nelle Epistole[452] e, nella flagellazione della meretrice, la lunga lotta sostenuta da quel re contro Bonifacio VIII, fino all'attentato di Anagni».[453]

Il testo biblico presenta il quadro finale della storia, il giudizio della prostituta con la quale hanno fornicato i re della terra. Indicherebbe la curia romana nella sua decadenza spirituale, morale e politica, la sua natura. Dante ne fa un'applicazione omiletica e la circoscrive ad un tempo specifico della storia: il suo.

Per una spiegazione relativa al tempo di Dante, crediamo che il commento del prof. R.L. John sia il più convincente. «La "puttana sciolta" e il gigante che appare al suo fianco si scambiano baci lascivi, ma il gigante la frusta quando si avvede che lo sguardo di lei si volge a Dante. Essa raffigura Clemente V al fianco di Filippo il Bello, il quale tenne effettivamente in custodia il papa, e ora per così dire lo bacia, ora lo frusta, quando il suo sguardo si rivolge in qualche parte che provoca l'ipocrita gelosia del re. Che cosa si debba intendere per "baci" e per "frustate" ci viene largamente documentato dal comportamento del papa e del re contro i templari. Fra i "baci" della meretrice vanno annoverate certe dichiarazioni del papa: ad esempio quel passo della lettera di convocazione del Concilio nel quale si riconosceva che nella faccenda dei templari il re non era mosso da avarizia; o la dichiarazione che se non fosse stato possibile sopprimere l'Ordine templare con un regolare processo, si sarebbe pur sempre potuto farlo per via amministrativa, "ne scandalizetur charus filius noster rex Franciae - Affinché non ne risulti scandalizzato il nostro caro figlio, il re di Francia". Dante può aver considerato uno di quei "baci" anche la canonizzazione di Celestino V, che in quel momento equivaleva a un'indiretta condanna di Bonifacio VIII e quindi a una mezza assoluzione dei suoi aggressori in Anagni. Ma anche il violento gigante Filippo restituì talvolta di quei "baci": per esempio, rinunciando al processo contro la memoria di Bonifacio VIII. O ancora nella lettera del 24 agosto 1312 relativa all'assegnazione agli Ospitalieri dei beni dei Templari, assegnazione che egli non concesse certo di buon grado; vi si legge: "A Clemente, nostro padre nel Signore, e grazie alla divina provvidenza sommo pontefice della sacrosanta romana e universale Chiesa, noi Filippo, per la medesima grazia re dei francesi, baciamo i beati piedi". Sebbene questo baciapiedi epistolare sia solo una forma retorica, la storia del processo dei templari fornisce molti esempi delle insolenze che Filippo si permetteva nella corrispondenza col papa. Certo, più frequenti dei "baci" sono i colpi di sferza: soprattutto ogni volta che il papa si decide a rivolgere ai templari uno sguardo leggermente benevolo, o almeno non decisamente malevolo. Qui abbiamo la ragione per cui il gigante frusta la meretrice solo quando lo sguardo di lei si posa su Dante, ma non quando cade su Stazio (che pure era presente: Dante era templare, Stazio no). Per ognuno di quegli sguardi "la grande meretrice" riceve un colpo di frusta[454]. In che modo? Sia sottoponendo il papa a una minacciosa pressione per indurlo a procedere più rapidamente; sia cercando di spingere il papa dalla parte dei nemici del nuovo imperatore, per timore che costui sostenesse i templari. Infallibilmente la sferza entrava in azione quando il papa si rendeva "colpevole" del minimo cenno di indulgenza, come ad esempio l'intenzione di rispedire liberi in Palestina i templari innocenti. Comunque, l'apparizione della prostituta di Babilonia non si riferisce in alcun caso al rapporto fra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, come inspiegabilmente si è a lungo creduto. Si tratta invece della caratterizzazione del primo papa avignonese, Clemente V, come doveva essere considerato da un adepto templare dopo gli ordini di tortura emanati nel 1311: cioè come uno che aveva comperato con denaro e infamato il più alto ufficio della Chiesa.

Il XXXII canto si chiude col gigante che trascina furioso il carro nel bosco, liberando Dante dall'orrenda visione. Con le sue sette visioni Dante volle esprimere la graduale trasformazione della Chiesa dai suoi inizi apostolici alla cattività in Avignone; dal carro trionfale di Beatrice alla sede (da lui tanto appassionatamente combattuta) della meretrice Babilonia: il Concilio di Vienna, come sappiamo, per Dante fu la cattedra della Chiesa carnale, l'ultimo "bacio" fra la "puttana sciolta" e il suo furioso accompagnatore. È quello il punto più basso, che accende in lui l'attesa di un intervento particolare dell'onnipotenza divina, che solo potrà far ridivenire la Chiesa quale deve essere secondo le intenzioni del suo fondatore».[455]

            Non possiamo concludere questa sezione senza rievocare un pensiero di don Franzoni che diceva: "Che colpa ne ha il figlio se la madre fa la puttana. Nessuna". Ma il problema è mal posto e ha solo lo scopo di giustificare una non volontà di coerenza. L'Evangelo ci invita anche a scegliere la madre. Non si è cristiani per nascita, sangue o censo, ma per scelta. È vero che i figli non sono responsabili del peccato della madre, ma ci viene il sospetto che a troppi figli fa comodo il mestiere della genitrice.

 

CANTO XXXIII

 

Come l'ultimo canto dell'Inferno apre con un inno in latino, così in Purgatorio l'ultimo canto apre con le prime parole del Salmo LXXIX in latino.

       «Deus, venerunt gentes: - O Dio le nazioni sono entrate nella tua eredità».

Dante non riporta, perché la presuppone conosciuta, la parte più importante: «hanno contaminato il tempio della tua santità».

«È questo passo della profanazione del tempio quello che importava a Dante, per il quale gli eventi di Francia dal 1307 al 1312 (o al 1314, se vi computiamo anche il rogo di Walter Molay) significano (come quelli lamentati nel Salmo) una profanazione del tempio: un trionfo, sia pure apparente, della meretrice Babilonia sulla Chiesa spirituale».[456]

Possiamo anche comprendere perché Beatrice viene presentata, nel Paradiso terrestre, con i colori dei templari. Sospirando dolorosamente, sbiancando in volto, espressione che il testo non dice, ma che lo si deve dedurre, «trasfigurata dall'angoscia quasi quanto dovette esserlo la Vergine ai piedi della croce»[457] che

« ascoltava sì fatta, che poco

più alla croce si cambiò Maria. 

                             Ma poi

levata dritta in pè,

rispuose, colorata come foco - rosso:

       "Modicum, et non videbitis me; 

et iterum,

modicum, et vos videbitis me''».[458] 

Le parole in latino sono quelle dette da Gesù ai discepoli per avvertirli che da lì a poco sarebbe morto:  «Fra poco non mi vedrete più; e fra un altro poco mi vedrete».[459]

Il Sapegno riporta: «Molti le intendono poste qui come una profezia del prossimo trasferimento della curia papale ad Avignone, e insieme come una promessa che la vacanza della sede romana sarebbe durata poco». Non si può, però sovrapporre, la meretrice con Gesù, con la casta Beatrice, e quindi il Sapegno prosegue: «Ma è forse più opportuno attribuire ad esse (parole) un significato meno preciso e circoscritto; esse dicono che la decadenza della Chiesa ha toccato il suo punto più basso e annunziano prossimo l'inizio di una profonda riforma morale».[460]

In chiave di lettura templare possiamo dire che il processo, con le persecuzioni ai templari, profanerà il tempio, la Chiesa e velerà per un po' di tempo la veduta di Beatrice che poi si ripresenterà.

            Dopo aver detto nel canto precedente che il dragone con il suo veleno iniettato nella basterna ha «trasformato 'l dificio santo», cioè il carro-Chiesa, in Babilonia che identifica con la bestia che ha 7 teste e 10 corna, come la descritta l'evangelista in Apocalisse XIII[461], in questo canto Dante cita il testo di Apocalisse XVII:8-10 che recita: «La bestia che hai vista era, e non è; essa deve salire dall'abisso e andare in perdizione Le sette teste sono sette monti sui quali la donna siede. Sono anche sette re: cinque sono caduti, uno è, l'altro non è ancora venuto».

Beatrice dice a Dante:

       «Sappi che 'l vaso - il carro - che 'l serpente ruppe

fu e non è; ma chi n'ha colpa creda

che vendetta di Dio non teme suppe».[462]

Scrive il Sapegno: «La Chiesa, corrotta e decaduta e privata della sua libertà, è come se non esistesse più: in Paradiso XXVII:23,24, san Pietro dirà che la sua sede è vacante nel cospetto di Dio. I colpevoli di questo stato di cose sappiano che la vendetta di Dio verrà, presto o tardi, ma sicuramente».[463]

Le parole riportate da Dante potrebbero significare che la Chiesa corrotta e decaduta, che è diventata la bestia con le 7 teste e le 10 corna, è messa nel passato «fu», la chiesa fedele ed ora assente nel presente «non è». Dio a causa di questo inevitabilmente realizzerà la sua vendetta e giudizio.

La lettura in chiave templare nega «la legittimità al Concilio di Vienna, raffigurato appunto dal carro mostruoso. Il carro fu, ma non è più: parole che significano che il Concilio aveva sì avuto luogo, ma pochi decenni (dieci passi, v. 17) più tardi non sarà più considerato valido: cosa che Dante riferiva naturalmente soprattutto alla soppressione dell'Ordine templare».[464] I castighi di Dio colpiranno gli autori principali di questa catastrofe: Filippo il Bello, Noffo Dei e Clemente V.

Considerando che la parole dell'apostolo Giovanni sono tutte messe in relazione alla bestia che ha dominato (fu), non sta dominando, quindi non è), e deve riapparire nuovamente per andare in perdizione, sotto la penna del Poeta, dovrebbero significare che la bestia-Chiesa ha dominato nel passato, ora per breve tempo non esercita il suo potere, ma poi riapparirà di nuovo per essere distrutta con coloro che l'hanno corrotta.

Dante esprime la fiducia che il suo prossimo futuro sarà migliore perché:

       «Non sarà tutto tempo senza reda - erede

l'aquila che lasciò le penne al carro,

per che divenne monstro e poscia preda;

       ch'io veggio certamente, e però il narro,

a darne tempo già stelle propinque».

Questo castigo sarà prossimo perché l'aquila, l'impero che aveva lasciato le sue penne nel carro-«Chiesa, per le ricchezze divenne mostro»[465]-bestia e poi portata via dal gigante, non rimarrà vacante, cioè ancora senza erede. Per Dante[466] dalla morte di Federico II nessun imperatore era sceso in Italia a cingere la corona imperiale. Ciò deve avvenire presto perché le «stelle», le costellazioni sono prossime ad annunciare questo evento. Il salvatore che sarebbe dovuto venire "ucciderà la bestia" e il gigante che con lei, prostituta-bestia, delinque.

                               « un cinquecento dieci e cinque,

messo di Dio, anciderà la fuia

con quel gigante che con lei delinque».[467]

E. Camerini nel suo commento al testo di Dante a spiegazione del penultimo verso identifica la fuja (bestia) con la meretrice, il papa e la corte di Roma.[468]

È interpretazione storica che questo numero 515 venga dal numero romano DXV, che ha significato di Duce, dalle lettere DVX, che corrispondono a: D (500) X (10) V (5). Per Sapegno, che ricollega questo messo al veltro, annunciato da Virgilio nel I canto dell'Inferno, le lettere romane dovrebbero significare Domini Xristi Vertagus.[469] Un'altra comprensione dello scritto di Dante direbbe che il nome del messo inizia con l'articolo UN, che significa uno, I, e se si lasci tra il 10 e il 5 la congiunzione E, possiamo avere la parola: IDXEV anagramma di IVDEX, cioè giudice, «Imperador che là su regna»[470]. Sebbene questo messo sia generalmente messo in relazione con il veltro che avrebbe dovuto uccidere la lupa cacciandola di città in città e gettarla nell'Inferno da dove era venuta, essa era identificato con Can Grande de la Scala, non è da escludere che Dante, conoscendo bene il testo dell'Apocalisse, volesse indicare in questo IVDEX, il Cristo giudice che verrà nella sua potenza e gloria, cavalcando un cavallo bianco e seguito dalle miriadi dei suoi angeli, per vincere la Bestia che verrà gettata nello stagno ardente di fuoco, come scrive Giovanni in Apocalisse XIX:11-21, proprio dopo aver descritto la meretrice nel capitolo XVII e il suo giudizio nel capitolo XVIII.[471]  

A. Ricolfi scrive che, comunque stiano le cose, Dante ha voluto dire che il tempo della restaurazione è prossimo, e che per opera dell'alto Arrigo o di un altro eccelso duce l'impero riprenderà la sua alta missione regolatrice nel mondo.

            Il professore viennese R.L. John scrive che  «Dante ha donato all'umanità il suo poema come una dottrina templare della beatitudine, secondo la quale non è possibile alcuna salvezza se la suprema direzione del genere umano non dipende dall'Aquila e dalla Croce congiunte in Roma. Entrambe le potenze derivano direttamente da Dio, entrambe sono necessarie perché il mondo non vada in rovina. Sotto il simbolo della croce Dante intende però una Chiesa ideale in senso gioachimita: una Chiesa che non abbia nulla in comune con una ricchezza che non sia al servizio dei poveri, con una sovranità territoriale impigliata in affari, discordie e guerre temporali, con la persecuzione di eretici ad opera di tribunali inquisitoriali e, in particolare con la sanguinosa persecuzione e soppressione dell'Ordine templare stesso. Dante scorge l'origine di tutti i mali della Chiesa nella donazione costantiniana, seguita inevitabilmente dalla mondanizzazione della Chiesa e da un corrispondente indebolimento dell'Impero. Per lui, però, l'Impero è la "Monarchia", cioè la comunità di tutti gli Stati cristiani, a capo dei quali si trova non già l'imperatore tedesco (che per Dante e per l'alto medioevo non esisteva neppure), bensì l'imperatore dei romani: questi però a sua volta non è neppure un imperatore italiano, bensì solo il protettore della Città eterna e del diritto naturale in tutto l'orbe abitato: e con ciò il baluardo unico della giustizia sulla terra L'impero poi è l'alleanza di pace sovra-statale della civiltà cristiana un'associazione che può prosperare sotto il monarca, perché solo costui (in forza della sua giurisdizione territoriale illimitata) è esente da ogni tentazione di avidità territoriale, che rappresenta la fonte principale di tutti i dissidi e di tutte le guerre. È dunque la mano del monarca universale quella capace di assicurare nel modo più energico la pace nel mondo».[472]

            R.L. John spiega il 515 in modo unico. Il «ricostruttore del tempio sarà appunto il famoso 515. Che il numero indichi una persona è indubbio: se ne trova il modello nell'ultimo versetto del capitolo XIII dell'Apocalisse, dove il numero 666 è indicato come il numero di un uomo».[473] Anche le «stelle» annunciano la sua venuta. L'antico Tempio di Salomone fu distrutto dal re babilonese Nabuccodonosor nel 588, e ricostruito dagli esuli, dopo la cattività giudaica in Babilonia, al tempo della dominazione persiana, ad opera del sacerdote Zorobabele, sostenuto dai profeti Aggeo e Zaccaria. L'opera viene terminata il 3 del mese di Adar nel VI anno del regno di Dario. Si inaugura il nuovo tempio con una ecatombe di sacrifici. Si era in primavera del 515 a.C., il 12 marzo. Nella Commedia Beatrice annuncia «il secondo Zorobabele che riedificherà il tempio distrutto dalla "fuja" e dal gigante. Il senso di questa sua profezia è lo stesso delle parole sulla sua prossima sparizione e sul suo prossimo ritorno.[474] La profezia di Beatrice, nella "divina foresta" del Paradiso terrestre, sulla prossima venuta del DXV è l'evidente corrispettivo della profezia di Virgilio nella "selva oscura", sulla prossima venuta del veltro. Il pagano Virgilio preannunciava il papa gioachimita, la cristiana Beatrice l'imperatore gioachimita. Il compito comune ad entrambi sarà la realizzazione del piano che già da lungo tempo il templarismo aveva riconosciuto come la via predestinata all'umanità per la sua salvezza in terra e in cielo. Il giubilo con cui Dante accolse l'imperatore Arrigo VII era fondato sulla convinzione che l'atteso imperatore gioachimita sarebbe stato il lussemburghese stesso, le cui nobili doti di carattere lo avrebbero senz'altro reso atto a diventare l'imperatore dell'incipiente terza età del mondo. Se però non fu possibile salvare il templarismo mediante Arrigo, esso sarebbe tuttavia risorto ad opera di un altro imperatore romano. Dante certamente lo sapeva con tutta l'anima sua, e fu questa speranza ad ispirargli le grandi parole di Beatrice sul 515».[475]

            C'è da chiedersi, facendo una sintesi di quanto abbiamo riportato, se Dante più che indicare una persona fisica non volesse esprimere una certezza. Il 515 è la data nella quale i giudei completarono i lavori di ricostruzione del tempio di Gerusalemme dopo la cattività. Come gli ebrei dopo il soggiorno in Babilonia mesopotamica, annunciata da Geremia per settantanni,[476] hanno ricostruito nel 515 a.C. il loro tempio, segno della presenza di Dio tra gli uomini, così il popolo di Dio, la Chiesa, dopo la cattività della Babilonia romana per 1260 anni, avrebbe ricostruito il tempio santo all'Eterno. La visione di questa ricostruzione, di questa èra dello Spirito annunciata da Gioachino da Fiore e dai templari, avrebbe però riportato ancora l'umanità a vivere una realtà di sofferenza. Per Dante questa nuova èra non poteva trovare la sua piena realizzazione in ciò che l'Evangelista aveva scritto in Apocalisse XIX:11-21 come abbiamo indicato sopra?  

R.L. John sottolinea che «il celeste garante di questa resurrezione è per il nostro poeta l'arcangelo Gabriele.[477] Questa evidente predilezione sette volte ripetuta da Dante per l'arcangelo dell'annunciazione si spiega solamente col fatto che esso fu l'annunciatore della ricostruzione del tempio distrutto dai Babilonesi come è riportato in Daniele IX:25. Evidentemente Dante lo considera il forte antagonista celeste della corte francese e della curia di Avignone. Gabriele dovrà dirigere dal cielo ciò che il misterioso DXV opererà sulla terra. Soltanto allora il Paradiso terrestre e quello celeste si schiuderanno all'umanità nel modo che corrisponde al piano di Dio. Da tutto quanto abbiamo esposto riconosciamo che la chiave delle esperienze di Dante nell'aldilà si trova nel Paradiso terrestre, che è la fedele immagine del piazzale del tempio di Gerusalemme. Fedele fino al grado che il punto in cui si ferma il carro trionfale di Beatrice è esattamente gli antipodi della sede della chiesa-madre dell'Ordine dei Templari».[478]

Come riflessione teologica possiamo dire che, anche per la cristianità di inizio terzo millennio, la garanzia che la Rivelazione sia Parola di Dio è data dalla profezia e quanto ha detto l'arcangelo Gabriele in Daniele IX, le 70 settimane sono il suggello di tutte le visioni e di tutte le profezie bibliche. Tutte le spiegazioni che vengono date per spiegare questa pagina della rivelazione non in chiave messianica, cioè realizzata al tempo di Gesù, non hanno mai soddisfatto nessuno, anzi sono state un mezzo per alterare il senso della Parola di Dio e hanno fatto perdere alla teologia la visione escatologica della storia. «Rigettare (le profezie di Daniele) significa rigettare la religione cristiana» diceva Isaac Newton.[479] «Durante più di duemila anni, l'influenza di Daniele sulle opere degli storici è stata evidente. È probabile che si farà nuovamente sentire, in un prossimo futuro, in relazione con l'escatologia» scrive W. Moeller.[480] L. Gaussen scriveva che le profezie dell'Apocalisse di «San Giovanni sono il secondo tomo di una storia di cui quelle di Daniele formano il primo». Si ha inoltre che, come scriveva il principe dell'esegesi nel secolo scorso, Fréderic Godet:   «l'Apocalisse è il coronamento del Nuovo Testamento e della Bibbia intera. Se gli evangeli hanno lo scopo di fondare la fede, le epistole di infiammare l'"amore", l'Apocalisse ha quello di alimentare la speranza».

Dante concludeva l'ultimo canto dell'Inferno con le parole:

            «Uscimmo a rivedere le stelle»

ora giunto alla sommità del Monte del Purgatorio scrive che era

                   «puro e disposto a salire alle stelle».

 

 

 



[1]               Questa lettera in forma più estesa, vedere nostro secondo capitolo I Fedeli d'Amore, riferimento n. 75.

[2]              ROSSETTI Gabriele, Sullo Spirito Antipapale che produsse la Riforma e sulla segreta influenza ch'esercitò nella letteratura d'Europa e specialmente in Italia come risulta da molti suoi classici, massime da Dante, Petrarca, Boccaccio, Disquisizione di Gabriele Rossetti, Stampato dall'autore e venduto in sua casa, 38 ChaiBotte Strett, Portland Place, Londra 1832; ristampato Bologna 1974, p. 31.

[3]               Dante, in The Edimburgh Review, 1818,1819; cit. G. Rossetti, Spirito, p. 30

[4]               Inferno IX, 21-23

[5]               RAGON M., Cours philosophique et interprétatif des initiations anciennes et modernes, Paris 1841, pp. 85,86,

In un sonetto canta: «Tu te n'andrai, canzone, ardita e fiera / Dentro la terra mia ch'io dolgo e piango: /

Ché stentando viv'ella, / E la divoran Capaneo, e Crasso, / Aglauro, Simon Mago, e il falso Greco, /

E Macometto cieco, / Che tien Giugurta e Faraone al pozzo». Capaneo = superbia, Crasso = avarizia, Aglauro = invidia, vengono ricordate nel Purgatorio.  ROSSETTI Gabriele, Divina Commnedia, vol. I, Inferno, John Murray, Albemarle Street, Londra 1826,  p. 368.

[6]               BUONAIUTI, Dante come profeta, 2a  ed., 1936, p. 150.

[7]               Apocalisse 17:5.

[8]               Vedere il capitolo che segue.

[9]               Le Egloghe petrarchesche vanno lette ed interpretate, così come ci avverte lo stesso Boccaccio nella Genealogia degli Dèi. In questa chiave allegorica bisogna intendere anche il Filocolo, l'Amorosa visione e il Decamerone.

[10]             Inferno, XIV:105. Vedere più sotto, nel canto XIV la spiegazione.

[11]             Vedere G. Rossetti, Spirito, pp. 55,56; Comento Analitico al Purgatorio di D. Alighieri, Opera inedita a cura di Pompeo GIANNANTONIO, e Leo S. Olschki, Firenze 1967, pp. XXI,XXII,XXIII,XXIV.

[12]             Convivio, II,5; Inferno, II:97,100; IX:55; Paradiso, XXXIII-12.

[13]             Convivio, III,14.

[14]             Giotto dipinse «le storie dell'Apocalisse che furono, per quanto si dice, invenzioni del suo amico Dante». Vasari, Vita di Giotto, (N.d.A.).

[15]             G. Rossetti, Spirito, p. 268,269; Purgatorio, p. XXV.

[16]             La costellazione dei Gemelli è indicata da Dante come quella sotto la quale nacque. Per questo motivo si pensa che ci siano delle ragioni per pensare che egli sia nato dopo la metà del maggio 1265, a Firenze, nel quartiere di porta San Pietro.

[17]             Salmo 90:10

[18]             A sostegno di questa data, che se anche fosse diversa non modificherebbe nulla, si possono avere i seguenti riferimenti più o meno precisi: Inferno IV:64-68; X:79-81; XI:112-114; XXI:112-114; XXIV:122,123; XXVIII:55 e seg.; Purgatorio II:98,99; XXIII:76-78; XXIV:82-84; Paradiso IX:40; XVII:80,81; ecc.

[19]             Inferno,  XXXI:128.

[20]             JOHN Robert L., Dante Templare, Hoepli, Milano 1987, p. 246.

[21]             R.L. John, che fa di Dante un templare, rileva che la prima posizione perfetta  degli astri si ebbe al momento della creazione del mondo (Convivio 4,5 e Inferno I:39 e seg.) ed inaugurò l'età del Padre; la seconda e altrettanto bella si mostrò quando fu generata Beatrice (Vita Nova 29), vale a dire quando ebbe origine la Chiesa ideale nel senso gioachimita: detto in termini più popolari, alla nascita del Salvatore, che significò l'inizio del cristianesimo e dell'età del Figlio; la terza perfetta corona di astri ha luogo appunto nell'ora in cui Dante tende alla cima del colle del Tempio (il Moria di Gerusalemme), raggiunto il quale avrà inizio l'agognata Chiesa spirituale e si inaugurerà l'età dello Spirito Santo.

Proprio questa età viene ritardata dalla lupa alla quale Dante aveva dovuto cedere e che gli aveva fatto perdere "la speranza dell'altezza": ritardata sì, ma non impedita. Infatti, sia pure per una via più lunga Dante perverrà alla cima del colle del Tempio. Il Veltro di Virgilio (Inferno, I:101) e il DXV di Dante (Purgatorio, XXXIII:43) saranno per l'umanità la guida al simbolico sito del Tempio nel Paradiso terrestre, le guide alla pace universale. Idem, p. 253.

[22]             R.L. John rileva che il colle dantesco è stato tanto discusso senza soluzione. Ricorda le osservazioni di MASSERON Alexandre, Enigmes de la Divine Comédie, Paris 1922, che in forma spiritosa diceva che sei secoli non erano bastati a scoprire il vero significato del colle e che ne sarebbero passati altri sei senza che se ne venga a capo. Idem, p. 260.

[23]             Inferno, I,1,2,14,13,77; II:120.           

[24]             R.L. John descrive il salire di Dante sul monte di Gerusalemme, anche se non c'è mai stato. Le condizioni di luce sono esattamente corrispondenti a quelle della valle del Cedron e del Monte degli Ulivi: quando il sole nasce dietro a quest'ultimo, i suoi primi raggi colpiscono proprio il colle di Mòria e il piazzale del Tempio, mentre più a sud rimane ancora in ombra di fondovalle, lì più profondo. Dopo una breve sosta (v. 28), durante la quale Dante guarda indietro alla valle degli orrori, come un naufragio uscito fuori del pelago a la riva, egli riprende la sua via per la piaggia diserta. Questa espressione variamente interpretata non può in verità significare altro che pendio desolato. In effetti non è possibile definire meglio che come "pendio desolato" la ripida parete che ancor oggi scende dal muraglione del Tempio di Gerusalemme verso il fondo della valle. Da sempre, il lungo muro orientale del piazzale del Tempio aveva una sola porta, la cosiddetta Porta d'oro, oggi murata salvo due piccoli finestrini. Per salire dalla valle del Cedron al piazzale del Tempio, Dante dovrà passare proprio per quella porta, attraverso la quale il Signore entrò trionfante in Gerusalemme, la domenica delle palme. Al tempo di Dante la porta era senza dubbio agibile, ma altrettanto certamente non vi si poteva accedere per un comodo sentiero a tornanti, che avrebbe grandemente facilitato un sempre possibile attacco dei Saraceni. Il v. 30 sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso ha suscitato commenti a non finire. Esso però non vuol altro che raffigurare con evidenza la rapidità del pendio che Dante doveva superare. È ripido quasi come una scala di roccia. Del resto chi conosce Gerusalemme sa quanto ripidamente precipiti verso la valle del Cedron quel pendio sotto il muro del Tempio. Idem, pp. 251,252

[25]             Michea 4:1-3; Isaia 2:2-4.

[26]             Apocalisse 21:9-22:5.

Nel capitolo 2 di Daniele, il monte rappresenta la potenza della presenza di Dio in contrapposizione al potere di questo mondo, raffigurato dalla statua tetrametallica. Verrà il tempo che una pietra colpirà questa statua nelle sue estremità, tutto frantumerà e verrà spazzato via. Questa pietra diventerà a sua volta un monte che riempirà tutta la terra e costituirà un regno il cui potere non passerà sotto il dominio di nessuno del quale l'apostolo Pietro aggiunge che in esso vi abiterà la giustizia, 1 Pietro 2:13.

[27]             Inferno, XV:49-51.

                Questa nostra comprensione sulla "selva aspra e forte" si appoggia sulle lunghe disamine di Landino, del Vellutello, del Daniello, del Lombardi e del Biagioli. G. Rossetti, Purgatorio, p. XCIII.

[28]             Purgatorio, XIV:30,41,43,46,50,53; vedere SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. II, Purgatorio, La Nuova Italia ed., Firenze 1966, pp. 156-158.

[29]             Purgatorio, XIV:64.

[30]             Purgatorio, XXXII:158.

[31]             BIANCHI Brunone, La Divina Commedia di Dante Alighieri, col Comento di Paolo Costa notabilmente accresciuto da B. Bianchi, 3° ed. con nuove giunte e correzioni, Felice Le Monnier, Firenze 1849, p. 508.

[32]             Paradiso, XVII:62,63.

[33]             Lo ricorda TOMMASEO Niccolò, Commedia di Dante Alighieri - con commento in nota, Francesco Papuoni, Milano 1869, p. 3.

[34]             Convivio, IV,XXIV,12.

[35]             Inferno, I:27,6.  

[36]             B. Bianchi, Op. Cit., 4.

[37]             R.L. John, o.c, p. 250.

[38]             Inferno, I:106-108.

[39]             Purgatorio, VI: 76-78.

[40]             Inferno, II:120.

[41]             Inferno, I:60.

[42]             «Nel senso politico, le tre principali potenze guelfe che tenevano l'Italia divisa, ed ostavano all'autorità imperiale, e per conseguenza al ristabilimento dell'ordine e della pace. La lonza è Firenze divisa in Bianchi e Neri; il leone la casa reale di Francia; la lupara Curia Romana, o la potenza temporale dei papi» CAMERINI Eugenio, La Divina Commedia di Dante Alighieri, con note tratte dei migliori commenti per cura di Eugenio Camerini, edizione Stereotipa - VIII tiratura, Edoardo Sonzogno, Editore, Milano 1879, p. 28.

[43]             Inferno, I:32,33.

[44]             Inferno, I:45,47.

[45]             Inferno, I:49-51, 97-100.

[46]             Vedere Daniele 7; 8; Apocalisse 11; 12; 13; 17.

[47]             «Lonza maculata leggere e presta. Firenze divisa in Bianchi e Neri, vana per carattere ed incostante». B. Bianchi, Op. Cit., p. 6.

            La scena dell'Inferno si apre durante l'equinozio di primavera, quando la natura sembra passare dalla morte, adesione al Papa, i Guelfi sono Neri, a nuova vita, al colore bianco dei Guelfi.

[48]             DÀULI Gian, Dante Alighieri la Divina Commedia con i commenti dei migliori autori a cura di Gian Dàuli, Tipografia Editrice Lucchi, Milano 1938, p. 46.

[49]             Inferno VI:49,50. Vedere N. Tommaseo, Op. Cit., , p. 5

[50]             G. Rossetti, Op. Cit., vol. I, p. LIX.

[51]             N. Tommaseo, Op. Cit., p. 6.

[52]             G. Dàuli, Op. Cit., p. 45. «La casa di Francia» B. Bianchi, Op. Cit., p. 6.

[53]             Paradiso, VI:106. N. Tommaseo, Op. Cit., p. 6. Vedere nostro Capitolo II, riferimento n. 72.

[54]             Vedere Purgatorio, XX:67.

[55]             N. Tommaseo, Op. Cit., p. 6.

[56]             G. Dàuli, Op. Cit., p. 49.

[57]             B. Bianchi, Op. Cit., p. 6.

[58]             Cit. G. Rossetti, Spirito, p. 79

[59]             Paradiso, IX:127-132; vedere XXVII:55.

                «Firenze fu edificata da colui che si ribellò a Dio, cioè dal demonio, l'invidia del quale fu cagione del peccato d'Adamo, che ancora tanto si piange nel mondo. Al v. 143 e seg. del canto XIII dell'Inferno è detto che Firenze nel suo cominciamento ebbe per suo nume tutelare Marte. I cristiani tengono per fermo che gli angeli infernali si facessero adorare negli idoli». B. Bianchi, Op. Cit., p. 605.          

[60]             Inferno, IV:49,50, 74,75; XV:67,68; XXVI:3.

[61]             «Maledetto fiore, cioè il fiorino d'oro, che avendo generato l'avarizia ne' petti degli uomini, fa traviare non soltanto i laici, ma eziandio gli ecclesiastici, e fa diventar lupo il sommo pastore. Firenze fu sempre ricca, e per questo molti potenti fecero all'amor con lei. Narrasi che Bonifazio VIII mandando Carlo de Valois a Firenze gli dicesse: "Io ti mando alla fonte dell'oro: se non te ne disseti, tuo danno"». B. Bianchi, Op. Cit., p. 605.

[62]             Vedere G. Rossetti, Purgatorio, pp. XXI,XXII.

[63]             Paradiso, VI:108, il leone; Inferno, IX:132, lupo.         

L'opinione che Jacopone aveva di papa Bonifacio si manifestava chiaramente in versi come questi:  « pensi per astuzia el mondo dominare». E « Lucifero novello a sedere in papato, (lengua de blasfemìa ch'el mondo hai venerato)».

«Ubertino da Casale considerava Bonifazio VIII la prima bestia dell'Apocalisse, Clemente V il suo continuatore, Giovanni XXII la seconda bestia dell'Apocalisse, e sosteneva che solamente l'imminente papa riformatore sarebbe stato nuovamente il legittimo successore di San Pietro». R.L. John, Op. Cit., p. 69.

[64]             Idem, p. 252.

[65]             Inferno, I:100,101. Si deve intendere «la lupa per la  curia Romana. Queste parole significherebbero che grande è la lega Guelfa che Roma procura di stringere e sostenere per il mantenimento del suo stato temporale. Ovvero che molti sono i vizj che seguitano il dominio temporale del papa». B. Bianchi, Op. Cit., p. 10.

[66]             Apocalisse 17:2. N. Tommaseo, Op. Cit., p. 9, scriveva: «Molti son gli animali a cui s'ammoglia "l'avara corte di Roma, dice altrove Dante, puttaneggia co' re (Inferno XIX): e ha un drudo feroce (Purgatorio, X, XII)».

[67]             Purgatorio, XIV:51,50.

[68]             Inferno, I:101,102,109-111.

[69]             B. Bianchi, Op. Cit., p. 11.

[70]             VELTRO anagrammato dà LVTERO.              

Landino

 

Foscolo

U. Foscolo riporta il commento del Landino basato su errate allegorie astrologiche «Et certo nell'anno 1484 il dì vigesimo quinto di novembre ed a ore tredici e minuti XLI di tali dì, sarà la congiunzione di Saturno e Giove nello Scorpione nell'ascendente del quinto grado della Libra, la qual dimostra mutazione di religione. E perché Giove prevale a Saturno, significa che tale mutazione sarà in meglio».

Queste parole potrebbero farci pensare a Lutero nato il 22 novembre 1484, ma il Foscolo non sembra accettare questa singolare interpretazione poiché «la tradizione della profezia propagò astrologiche significazioni di libro in libro, e tali alle volte da convertire fino agl'increduli» con sottile ironia fa

 

«Il Landino scrisse che i suoi calcoli gli mostravano che il riformatore della religione cristiana in meglio sarebbe nato nell'anno 1484 ed al 25 di novembre; e la prima edizione del suo Commento, ch'io ho sott'occhi fu stampata nel 1481, cioè tre anni prima di tal tempo. Or bene nell'anno dal Landino indicato e nel mese da lui predetto nacque appunto chi? Lutero; non però nel venticinque ma nel ventidue di tal mese; e interrogata la madre di Lutero circa l'ora e il minuto del suo parto rispose di non ricordarsene In questo caso il Veltro sarebbe Lutero, e bene (oh meraviglia!) la parola Veltro ripeto, è un anagramma purissimo di Lutero; ecco dunque una doppia profezia, una del poeta ed una del commentatore. E se vuolsi andar più

osservare: «se Dante fosse stato riformatore sì fortunato, chi può dir quanti e quali vaticini non risponderebbero esatti da quasi ogni verso del suo Poema?»  Discorso sul Testo, p. 973

 

 

 

oltre può soggiungersi che Dante ha scritto: "veggo tempo nel quale un cinquecento dieci e cinque (scrivilo così 1515) messo di Dio anciderà la fuja!". Or bene l'anno 1515 fu quello in cui la riforma prodotta da Lutero era nel massimo fervore. E un terzo profeta sbuca fuori che ha più diritto ad essere creduto tale». G. Rossetti, Purgatorio, pp. 352,353. Cit. LXXX.

 

[71]             Inferno, I.106.

[72]             Inferno I:101,102; Purgatorio, XXXIII:44.

[73]             B. Bianchi, Op. Cit., p. 10.

[74]             Purgatorio, VI;  G. Rossetti, Spirito, p. 76.

[75]             Giov. Villani, lib. VIII, cap. 68-  . Superbia, invidia e avarizia erano partiti organizzati a setta (cap. 96, anno 1310). «Gent'è avara, invidiosa e superba» Inferno, XV:68.

[76]             Inferno, I:105.

                Il Prof. Jundt, dell'Università di Parigi, riassume così il pensiero di Matelda. L'intero monachesimo mendicante non corrisponde più all'ideale dei suoi fondatori, sia San Domenico che San Francesco. L'antico spirito è sparito a poco a poco nei discepoli, i due ordini si corrompono rapidamente: ben presto un altro figlio sarà generato dal fedele amore del padre eterno, che non può abbandonare i suoi figli". Confr. Purgatorio, XII:117 e seg. Questo nuovo figlio di Dio sarà l'ordine degli uomini spirituali o «dei fratelli degli ultimi tempi». «Quando un mantello è vecchio, cessa di scaldare»: Matelda applica questo proverbio a tutto il clero della sua epoca. «Bisogna, dice il Signore, che io dia alla cristianità, la mia fidanzata, un mantello nuovo: sono i fratelli che devono venire. Sostituiscono i monaci mendicanti, poiché saranno più saggi di loro e più potenti, più avvolti dallo Spirito Santo e più poveri». Matelda non solo annuncia questa realtà futura, ma la descrive. «I membri del nuovo ordine portano una veste bianca e un mantello rosso.  Simbolo della vita santa e della morte del Signore. Marciano a piedi nudi, tranne nel freddo dell'inverno. Osservano tutti i digiuni ecclesiastici, s'astengono completamente dalla carne e dormono sulla paglia dura tra due coperte di lana. La loro vita, in una parola, è l'ideale dell'astinenza e della povertà monacale realizzata sulla terra». JUNDT, L'Apocalypse Mystique du Moyen Age et la Matelda de Dante, Paris 1886, pp. 61,62.

[77]             Paradiso, XII:124.

[78]             Inferno, I:103,104.

[79]             Vedere Jundt, Op. Cit., p. 64.

[80]             Inferno, I: 67-72.

[81]             Nel De Monarchia Dante dice che possiamo arrivare alla felicità in questa vita seguendo dei «precetti filosofici» e subito dopo aggiunge che «Per ottenere ciò fu necessario un Imperatore che secondo quei precetti filosofici dirigesse il genere umano alla felicità temporale» libro III.

[82]             Convivio, IV,VIII,15; Inferno, IV:131,132.

[83]             Paradiso, XVII:71,72.

[84]             Vedere G. Rossetti, Inferno, vol. I, p. XLVIII.

[85]             De Monarchia, lib. III.

[86]             Inferno, I:133-135.

[87]             Purgatorio, IX, 127; XXI, 54.

[88]             Villani Giovanni, lib. III, cap. 2.

[89]             Leon. Aret., Vita di Dante.

[90]             lib. IX, cap. 134.

[91]             G. Rossetti, Inferno, vol. I,  p. 367.

[92]             Inferno, III:1-9.

[93]             Inferno, VIII:68; X:22; XI:73.

[94]             Inferno, I:126; Purgatorio, XIII:95; Paradiso, XXX:130.

[95]             Inferno, III:18.

[96]             Convivio, II,XIII,6.

[97]             Inferno, III:35,36.

[98]             Apocalisse 21:8, sono seguiti dagli increduli, abominevoli, omicidi, fornicatori, stregoni, idolatri, bugiardi.

[99]             Inferno, III:46-51.

[100]            Inferno, III:59,60.

                Questa figura più che essere la rappresentazione tipica degli ignavi, ricorda la figura di Pilato che nel pieno della sua autorità, a seguito anche dell'intervento della moglie, ha espresso il gran rifiuto di mettersi dalla parte dell'innocente, di chi doveva sostenere.

[101]            Si suppone che questo canto sia stato composto prima della canonizzazione. John Robert L. salva Celestino V dall'Inferno con le seguenti parola: «Per Dante l'Inferno in genere non è sempre l'espressione di un vero giudizio del carattere, bensì spesso esprime il giudizio su una certa azione: e qui naturalmente il poeta non separa l'azione da chi la commette. Non caso in questione (Celestino), però, e malgrado l'apparenza contraria, non è presa di mira principalmente né la persona di Celestino, né la sua abdicazione (sebbene Dante abbia sofferto gravemente per le sue conseguenze), bensì il fatto che egli fu proclamato santo da Clemente V. Questi infatti e non Bonifacio VIII, è il papa del quale il poeta ha il massimo orrore; questo papa è per lui il marchio d'infamia per la Chiesa, e nessuna delle sue azioni deve quindi conservare validità e durata: ed ecco che Dante assegna all'inferno chi da lui è stato canonizzato! L'inferno di Celestino V fa parte delle proteste di Dante contro Clemente». R.L. John, Op. Cit., p. 72.

[102]            Inferno, IV:106-109.

[103]            Inferno, XXXIV:20.

[104]            Inferno, III:83-87. Vedere vv.88-117,128.

[105]            Inferno, IV:4-6.

[106]            G. Rossetti, Purgatorio, pp. 349,350

[107]            Inferno, V:11.

[108]            Inferno, V:19.

[109]            Inferno, V:34.

[110]            Inferno, V:34; XII:32; XXIII:137; per la morte di Gesù: XII:37-45; XXI:112-115.

[111]            lib. Sent. Inq. Tolos. 92. Eymericus, 274; cit., AROUX Eugène, L'hérésie de Dante démontre par Francesca de Rimini, p. 5.

[112]            E. Aroux, Idem, pp. 9,10.

[113]            Idem, pp. 4-6.

[114]            Inferno, V:58,59.

[115]            Una spiegazione più immediata, ma meno profonda di questo viene esposta nel testo. Didone «che s'ancise amorosa, e ruppe fede al cener di Sicheo» (Inferno, V:61,62) si uccise quando fu abbandonata da Enea, per la cui passione ruppe la promessa di fedeltà che fece al suo sposo Sicheo. Anche Roma per la sua brama di potere ha molti amanti ed è infedele al suo Sposo che deve venire.

[116]            Inferno, XIV.

[117]             Una spiegazione più immediata, ma meno profonda di questo viene esposta nel testo. «Cleopatra lussuriosa» (Inferno, V:63), regina d'Egitto, amante di uno e poi dell'altro Cesare o futuro tale, richiama il comportamento della Chiesa di Roma che cambia amante pur di rimaner con Cesare.

[118]            Inferno, XXIX:122.

[119]            Inferno, V:66.

[120]            Bossuet, Histoire des Var., p. 254, l'Appendice II.

[121]            E. Aroux, Op. Cit., p. 3.

[122]            Inferno, V:142.

[123]            E. Aroux, Op. Cit., pp. 4-6.

                Secondo la spiegazione tradizionale, Francesca da Rimini, figlia di Guido da Polenta, sposata dopo il 1275 a Gianciotto Malatesta, signore di Rimini, uomo grossolano e deforme. Il matrimonio per motivi politici, era segno di pace tra le due famiglie. Francesca s'innamora del cognato Paolo ed entrambi sorpresi, vengono trucidati tra il 1283 e 1285. Non risulta da nessuna parte la registrazione di questo atto di cronaca. N. Sapegno precisa: «Non è cenno nei cronisti contemporanei». Op. Cit., p. 60.

[124]            Inferno, V:25-27,38,39.

[125]            Idem, p. 6.

[126]            Inferno, V:74,75.

[127]            Inferno, V:78.

[128]            Inferno, V:81.

[129]            Inferno, V: 82-84.

[130]            Inferno, V:90,92,95.

[131]            Inferno, V:88.

[132]            E amorosa del "ben", di B.EN, cioè di BEATRICE e di ENrico

[133]            Inferno, V:91,92. È piacevole la spiegazione, ma potrebbe essere fatta anche senza gli artifici di B.EN, e di L.VI.

[134]            Inferno, V:97,98.

[135]            Dalla valle d'Angrogna fino a Mantova, poi fino a Ferrara, per gettarsi in fine nel mare.

                Inferno, XX e Paradiso, XV.

[136]            Inferno, V:99.

[137]            Innocenzo III, Epistole, 1,VII, ep. 37; c.II,II,473.

[138]            Inferno, V:100-102.

[139]            MURATORI, Antiquitates Ital., vol. V, p. 131.

[140]            Inferno, V:103,105-107; XVII:48.  Questo testo si riferisce a Malatesta da Verrucchio, padre di Malatestino, Paolo e Gianciotto. Il secondo divenne signore di Rimini nel 1295, dopo la cacciata dei Ghibellini; il terzo gli successe al governo nel 1312. Li chiama mastini, fanno nei loro denti succhiello per mordere e dilaniare i loro nemici. Ricorda uno dei tanti episodi di crudeltà: lo strazio che fecero del Ghibellino Montagna di Parcitade. Vedere N. Sapegno, Op. Cit., p. 300. 

[141]            Inferno, V:109-114.

[142]            le labbra quale espressione più evidente del sorriso.

[143]            Inferno, V:116-122,124-129,131,130,132-138. E. Aroux, Op. Cit., pp. 7-13.

[144]            G. Dàuli, Op. Cit., p. 79.

[145]            Inferno, XXXI:67-81; vedere N. Sapegno, Op. Cit., p. 77.

[146]            G. Villaroel, Op.Cit., p. 55,

[147]            G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 377; vol. I, pp. 378,379.

[148]            G. Rossetti, Spirito, p. 57.

                Si è voluto sostenere che l'espressione di Pluto fosse messa in relazione col modo che i Guelfi avevano di salutare il Papa: Principe e Papa Santo, che corrisponde a Pape San Aleph e che Dante l'espresse quasi a burla. G. Rossetti commenta: «Mi pare un insulto alla logica». Inferno, vol. II, p. 466. 

[149]               BAGET BOZZO Gianni scriveva su Repubblica del 27 dicembre 1989: «Nessuna figura della storia di tutto il cristianesimo ha assunto la grandezza politica come misura della presenza spirituale quanto il papa di Roma.- Ma il papato ha in questi ultimi anni espresso una grandezza politica che  non era la sua da molti secoli: mai il ruolo politico della Santa Sede è stato così alto in tutto il mondo. Come negare  il ruolo della diplomazia vaticana nella conferenza di Helsinki, che ora la nuova leadership sovietica mette al centro  del suo programma verso l'Europa e verso gli Stati Uniti? Come non prendere atto che la visita di Gorbaciov a Roma nella ricerca di una legislazione morale verso il mondo occidentale sia un momento unico nella storia del papato, specie nei suoi rapporti con la Russia?... La Chiesa cattolica si trova a suo agio in questa congiuntura perché essa viene così ricondotta al suo antico: alla Chiesa come soggetto politico primario nel mondo mediante il pontificato romano. Dall'ultimo secolo del secondo millennio cristiano, Giovanni Paolo II si allaccia al papa che, all'inizio del millennio, diede la forma della Chiesa romana in tutto questo tempo: Gregorio VII. Mai una restaurazione apparve tanto "moderna", mai una innovazione risultò un tanto grandioso ripristino. - La realtà è sempre ambigua e specie la realtà di un grande soggetto politico e religioso. È certamente un fatto inatteso che la secolarizzazione abbia condotto alla fine della maggiore delle ideologie, il marxismo-leninismo e che parole come "spirito", in contrapposizione a "materia", e "non violenza" siano il lessico di riferimento del nuovo corso sovietico. Assumere la Chiesa come il principale soggetto politico nella storia è possibile solo concentrandola nella figura del papa: solo in questa concentrazione di potere sta la possibilità reale di egemonia storica di un corpo sociale che non possiede la forza materiale. Fu questa la grande intuizione di Gregorio VII...».

[150]            2  Tessalonicesi 4:9.

[151]            Inferno, VII: 46-48.

[152]            G. Rossetti, Inferno, vol. I, p. LXI.

[153]            Inferno, XXXIV:20; N. Sapegno, Op. Cit., p. 374.

[154]            Idem, nota 64, p. 126.

[155]            Inferno, XI:64,65.

[156]            Inferno, XII: 38-41.

[157]            Paradiso, IX:127-132.  La tua città di Firenze, che di Lucifero è pianta,  (per produrre frutti al principe dell'Inferno) / che per primo si ribellò, voltò le spalle al suo Creatore / e di cui l'invidia è la radice di tale pianta, / che produce e spande il maledetto fiorino / che ha disviato le pecore e gli agnelli / e ha fatto del pastore il lupo.

[158]            Inferno, VIII:33,62,63.

[159]            Inferno, IX:31,32.

[160]            Inferno, VIII:69.  Stuolo=esercito: Inferno, XIV:32; Paradiso, VI:64.

[161]            Inferno, VIII: 70,72,73,77-79.

[162]            Inferno, IX:38-45.

[163]            Inferno IX, 21-23

[164]            Vedere "Luna" nel nostro canto X

[165]            Inferno, IX:44; X:80.

[166]            Inferno, IX:46-48,52,53,55-57.

[167]            Inferno, VI:74,75; I:51.

[168]            1 Pietro 2:4.

[169]            Efesi 2:20.

[170]            Inferno, IX:64-72.

[171]            Geremia 4:11.

[172]            Inferno, IX:79-82,85,88-90.

[173]            Vedere N. Sapegno, Op. Cit., p. 105; R.L. John, Op. Cit., p. 211.

[174]            Inferno, IX:91-99.

                Donde nasce in voi e si alimenta tanta arroganza nella quale vi compiacete? / il cui fine che si propone non potete troncare, / e che ogni volta che l'avete fatto vi è stata causa di dolore? / che vantaggi avete contrastare i decreti divini? / il demonio proposto a questo cerchio, aveva tentato d'impedire che Ercole entrasse nell'Ades / ma incatenato fu trascinato fuori dal regno degli inferi e per questo ha ancora il collo e il mento segnati dalla catena.             

[175]            Inferno, IX:106-111.

[176]            Inferno, VI:13-33.

[177]            E. Camerini, Op. Cit., p. 47.

[178]            Idem.

[179]            Isaia 66:24. B. Bianchi, Op. Cit., p. 43.

[180]            Michea 3:3, Marco 12:40.

[181]            Inferno, XIII:75.

[182]            Dopo la battaglia di Montaperti i guelfi subirono il fuoco dei ghibellini e, nel 1267, per garantire la pace tra le due fazioni, accettò che il figlio Guido si fidanzasse con Beatrice Farinata. Dopo la battaglia di Montaperti i guelfi subirono il fuoco dei ghibellini e, nel 1267, per garantire la pace tra le due fazioni, accettò che il figlio Guido si fidanzasse con Beatrice Farinata.

[183]            Inferno, X:36.

R. Wirz, in un suo intervento al simposio Dante e la Bibbia, dopo aver affermato che è storicamente certo che Farinata fosse un eretico patarino, non semplice "credente", ma un "consolato", cioè un puro, il vederlo «dalla cintola in su» confermerebbe la credenza catara che l'«anima col corpo morta fanno» X:15, cioè non è immortale, come insegna invece Roma. L'anima di Farinata è sì salvata, ma anziché volare subito in paradiso, finalmente libera dal corpo, rimase col corpo con la parte inferiore, la meno nobile, nel sepolcro. A causa di questa credenza il Farinata ha motivo di avere «l'inferno in gran dispetto». «Dante rappresenta poi anche Cavalcanti secondo gli stessi criteri. L'unica sopravvivenza materiale per un semplice epicureo che non crede di risuscitare personalmente è di continuare a vivere nei figli. Così si vede Cavalcanti solamente con la testa, e quel famoso "ebbe" X:63,68 riguardo al figlio è mortale anche per il padre che casca e sparisce nella tomba». AA.VV., Dante e la Bibbia, Leo S. Olschki ed., Firenze 1988, pp. 77,78. Ci è difficile comprendere da queste espressioni di Dante la condanna della dottrina Catara.  Se così fosse potrebbe essere l'unico luogo in cui avvenga. 

[184]            Cit. N. Sapegno, Op. Cit., p. 114.

[185]            Inferno, X:79-81.

                Non cinquanta volte, cioè meno di cinquanta mesi, si sarebbe dovuto vedere accesa / la faccia delle donna, Proserpina, moglie di Plutone, che nei miti si identifica con la luna, l'antica divinità femminile, l'Astarte della Bibbia, l'Iside dell'Egitto con il bambino Otis in braccio la cui figura è utilizzata dalla Chiesa per presentare la madonna con il bimbo Gesù, / che qui nell'inferno regna, domina

[186]            Inferno,X:83,91,93,92.

[187]            Villani, Cronache, VI,81; cit. N. Sapegno, Op. Cit., p. 117.

[188]            Inferno, X:80. Vedere riferimento n. 154.

[189]            Inferno, XX:127-129.

[190]            1260 giorni: Apocalisse 11:3; 12:6; tre anni e mezzo: Daniele 7:25;12:7; Apocalisse 12:13; 42 mese: Apocalisse 13:5.

[191]            Malachia 4:2.

[192]            Geremia 7:18.

[193]            DIGBY W., Courte explication des sceaux et des trompettes de l'Apocalypse, Toulouse 1839, pp. 66,67, nota dell'editore.

[194]            Inferno, XII:12,13.

[195]            MAUCLAIR Camille, Le protestantisme et le sens secret des romans de chavalerie, Biblioteque Universitaire et Revue de Genève, marzo 1929, pp. 273,269,274 ; cita da A.F. Vaucher, Op. Cit., p. 91,92.

[196]            Inferno, XII:22-24.

[197]            MUSSOLINI Benito, Huss il veridico, ed. 1913.

[198]            Inferno, XIII:10,13,14,15,8,9.

[199]            Inferno, XIV:30,28,29.

[200]            Amiata il Lana dice «che era un monte di Babilonia, hae a significare che lo impero del mondo, e la signoria pubblica si parterà da Babilonia e girà a Roma». Jacopo della LANA, Commedia di Dante degli Allaghierii, col Commento di Jacopo della Lana, Bolognese. Nuovissima edizione della Regia Commissione per la pubblicazione dei testi di lingua sopra iterati studi del suo socio Luciano Scartabelli, vol. I, Tipografia Regia Bologna 1856, p. 272. E. Camerini, che attribuisce ad Amiata una collocazione geografica diversa, più generalmente seguita, esprime lo stesso pensiero: «La statua volge le spalle a Damiata (città d'Egitto sul Nilo), e la faccia a Roma,  indica il senso del processo della storia, che sorta in Oriente passa all'Occidente, o, meglio forse, l'avanzaata della cultura, che dalla rozza idolatria egiziana si leva alla cristiana, verità , la quale in Roma si accentra». Op: Cit., p. 81,82. 

Amiata è stato identificato anche con il monte omonimo in Toscana, viene pero generalmente collocato dai commentatori in Egitto, da dove venne la filosofia della gnosi e la filosofia neoplatonica alessandrina.

[201]            Inferno, XIV:94-99,103-105.

[202]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 162

[203]            Daniele 2:38.

                Dante fa sgorgare le lacrime dalla statua partendo dall'argento perché come commenta N. Sapegno: «Il veglio sta dunque a rappresentare la storia dell'umanità decaduta dall'antica innocenza e dal primitivo splendore; volge le spalle all'oriente. Donde mosse i primi passi la civiltà, e appunta lo sguardo a Roma centro della Monarchia e della chiesa. Così intendono tutti i commentatori antichi e moderni». Idem, p. 162

[204]            Tutti i sistemi che la teologia liberale, sia protestante che cattolica, che dal secolo scorso ad oggi hanno cercato di eliminare Roma da questa visione profetica s'infrangono contro un testo biblico che non offre a loro nessun appiglio se non la caparbia volontà e presunzione di non accettare che la Sacra Scrittura, come rivelazione, ha pagine nelle quali l'Eterno ha annunciato in anticipo cose che verranno. Per una presentazione estesa di questa problematica vedere la nostra opera, Quando la Profezia diventa Storia, ed. AdV, Falciani 1998, pp. 34-52,208-220.

[205]            Apocalisse 17-18.

                Questa unicità di natura Apocalisse 13:1-10 la presenta mediante la prima bestia, che ha sette teste e dieci corna, che riprende l'emblema della statua. Questo simbolo apocalittico riassume le caratteristiche delle quattro bestie di Daniele 7, il cui simbolismo e significato è quello di riprodurre, con una intenzionalità diversa, quanto presentato già con la statua di Daniele 2.      

[206]            Inferno, XIV: 104,105.

                «Il Valli pensa però che il vecchio di Creta mostra con la sua posizione di essere in viaggio da Gerusalemme a Roma, dalla città della Croce a quella dell'Aquila. Sennonché Damietta è Damietta, non Gerusalemme. Non è assolutamente accettabile di considerare il nome della città costiera egiziana come una arbitraria perifrasi di Gerusalemme. A un'osservazione accurata Damietta si rivela invece come il più appropriato contrapposto alla Creta di Enea e di San Paolo. Fu infatti a Damietta che fecero naufragio le due potenze-guida dell'umanità: il papato nella persona del cardinale Pelagio che portò alla rovina l'esercito crociato, e l'imperatore nella persona di Federico II che suggellò con la sua assenza la disfatta della quinta crociata.  Ma l'indignazione con cui il veglio di Creta volge le spalle a Damietta ha una ragione ancora più profonda. Quella statua lacrimante è la controfigura dei concetti templari della felicità La statua imita quella apparsa in sogno a Nabucodonosor. Infatti, come proprio quel re babilonese aveva distrutto il tempio di Salomone, così la spaccata statua di Creta ricorda la distruzione dell'Ordine dei Templari da parte del Nabucodonosor infernale. La sua testa aurea però è intatta: non solo per la purezza e la dignità degli inizi della comunità templare, ma anche per la speranza nella sua restaurazione, che Dante coltivò intensissimamente per tutta la sua vita, insieme agli amici e adepti dei Templari. Non era forse stato riedificato ad opera di Zorobabele anche il distrutto tempio salomonico?» R.L. John, Op. Cit., p. 165.

                R. L. John scrive che Damietta è localizzata nel delta del Nilo. In occasione delle V crociata (1219-1221) fu conquistata dai crociati tra i quali si distinse in modo particolare la milizia fiorentina. Poco dopo, il 24 luglio 1221, andò nuovamente perduta e ai più avveduti fu subito chiaro che quella catastrofe segnava l'inizio della fine del dominio cristiano in Oriente.  Il trattato di pace che seguì per otto anni, segnava il fallimento della crociata. In un componimento poetico di un Templare, a causa della caduta di Damietta, Maometto viene considerato addirittura vincitore su Cristo. In Annales Florentinae II, pubblicate dallo Hartwig, per l'anno 1219 (o 1220 secondo lo stile fiorentino), si legge: Damiata capta est a christianis (5 novembre 1219) et in alio anno perdita Templariorum culpa - Damietta fu conquistata dai cristiani (5 novembre 1219) e nell'anno seguente fu perduta per colpa dei Templari. Idem, pp. 157-159.

[207]            Vedere Daniele 7:24.

[208]            Giovanni 18:36.

[209]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 162.  Per una visione storica di come il testo biblico sia stato compreso nel tempo vedere la nostra opera Quando la Profezia diventa Storia, pp. 41-52.

                Nell'opera di E. Camerini si legge: «Ma è dal pari assai verosimile che in sifatti piedi debbiasi cercare un altro riscontro nascosto: nel pié del ferro, come pensan pure parecchi degli interpreti più antichi, l'Impero, e in quel di terra cotta, la Chiesa; con questa sola differenza che il Buti, perché è detto: la statua sta eretta in su quel (di creta) più ch'in su l'altro, stima simboleggiarvisi apertamente la preponderanza della Chiesa, e il dare all'ingiù della potenza imperiale, il che non conviene con la fragilità del piede onde si rappresenta la Chiesa; dove al contrario l'Ottimo e il Guiniforte, e senza dubbio più consentaneamente alle idee di Dante, veggono nel piede di creta il sommo decadimento della Chiesa. I moderni non fan parola di cotali interpretazioni, e non iscoprono nella allegoria che il decadimento degli uomini in generale», p. 82. J. della Lana spiega: «La quarta parte la gamba e il pié di ferro significa la quarta etade del mondo, la quale per arme conquistò, e visse in prosperitade, la quinta parte lo diede di terra cotta, .a quale significa lo primo stato della Chiesa di Dio. Or questa quinta parte è bagnata dal detto fiume e questo a dimostrare che li pastori della chiesa di Dio non solo nelle spirituali cose tendono, ma eziandio in la cupidigia temporale e grandi e passioni. E fue suo cominciamento quando Costantio la dotò», Op. Cit., p. 273. Dante la Divina Commedia commento a cura di Giuseppe Villaroel, Oscar Mondatori, Milano s.d., p. 125 scrive: «il piede destro di terracotta simboleggerebbe il Papato».

             Al di fuori della letteratura i commentatori ebraici del testo biblico di Daniele hanno visto nel miscuglio di ferro e argilla, Roma e gli Arabi, Jephet ibn Ali nel X secolo; Roma e Islam, Abraham ibn Ezra, 1167; Cristianesimo e Islam,  Manasseh ben Israel, � Amsterdam 1765.  I Riformatori Lutero, 1522 e Melanchthon, 1543 hanno spiegato la profezia biblica identificando il ferro e l'argilla coi regni moderni del loro tempo, ma già il precursore della Riforma Wycliff J., dopo il 1300, Bibelkommentar, ed.  Gustav Adolf Benrath, Berlino 1966, p. 85, identificava questi due simboli del testo profetico come potere temporale e potere ecclesiastico. Su questo preriformatore crediamo che ci siano motivi per pensare ad una diretta influenza di Dante stesso che sembra sia salito anche ad Oxford, come pensa anche R.L. John, Op. Cit., p. 31. Abbiamo poi questa spiegazione presso Thomas Müntzer che «identificava i due poteri intrecciati della Chiesa e dello Stato: i "preti  e tutti i malvagi ecclesiastici" d'una parte, "i signori e i governanti" dall'altra. Questa interpretazione verrà riproposta ancora nel Seicento, da teologi protestanti moderati come Giovanni Cocceio e Henry More» MIEGGE Mario, Il sogno del re di Babilonia - Profezia e storia fa Thomas Müntzer a Isaac Newton, ed. Feltrinelli, Milano 1995, p. 39; stessa spiegazione in NICOLAI Philipp, Opera Latina, vol. II, 1617, p. 81. «Alcuni pochi commentatori protestanti del XVII, XVIII e XIX secolo, quasi tutti di lingua inglese, hanno intravisto l'elemento religioso nella presenza dell'argilla mischiata con il ferro. HUIT Ephraim, The whole prophecy of Daniel explication, London 1644, p. 60, è il primo esegeta del libro di Daniele nel Nuovo Mondo, che l'ha chiaramente identificata per presentare l'unione della Chiesa cattolica romana e gli Stati d'Europa. Benjamin GALE (1715-1790), A Brief Essay, or an Attempt to Prove, From the Prophetick Writings of the Old and New Testament, What Period of Prophecy the Church of God Is Now Under, New-Haven, 1788, p. 10, vedeva in questo simbolo l'ultima  forma della tirannia di Roma, nella quale "il potere civile ed ecclesiastico sono uniti e mischiati". David AUSTIN, The Downfall of Mystical Babylon; or, A Key to the Providence of God, in the Political Operations of 1793-4... A discourse, 1798, p. 388, stima ugualmente che l'impasto di ferro e d'argilla può presentare il potere civile ed ecclesiastico di Roma. Tra i teologi europei ne conosciamo due che hanno sostenuto questa interpretazione. Thomas SCOTT, The Holy Bible... Whit Original Nones Protocal Observations, and Copious Marginal References, London 1805, nota su Daniele 2:38-45; commentatore ben conosciuto della Chiesa anglicana, dichiara che il miscuglio di ferro e di argilla rappresenta gli elementi secolari ed ecclesiastici» ZURCHER Jean, Les quatre empires  universels, in AA.VV., Daniel - Questions Débattues, Collonges-sous-Salève 1980,  p. 165. Vedere FROOM LeRoy Edwin, The Prophetic Fait of Our Fathers, vol. III, Review and Herald Publishing Association, Washington D.C., pp. 62, 216, 241, 348. Riteniamo doveroso ricordare in questa nota teologica chi più di altri si è dilungato in questa spiegazione e l'ha documentata al meglio è stato Louis GAUSSEN, teologo ginevrino, autore di un'opera considerevole, nel 1837 vi vedeva l'unione della Chiesa e dello Stato: «Il ferro e la terra, cioè il potere politico ed il potere ecclesiastico» Daniel le prophète, exposé dans une suite de leçons pour une école du dimanche, Libraire protestante, t. I, 1839, p. 186. Anche Henry DANA WARD, Glad Tidings "For the Kingdom of Heaven Is at Hand", New York 1838, pastore episcopale di New York, fa una breve osservazione a proposito del miscuglio ferro ed argilla, che considera come il simbolo dell'unione della Chiesa e dello Stato, le cui origini risalgono all'epoca di Costantino» E. Froom, idem, vol. IV, pp. 573,574. WHITE James, Exposition of Daniel 2:31-44, in Review and Herald, ottobre 1854, p. 93 diceva che il potere romano, il ferro, era influenzato dal potere papale, l'argilla (cit., idem, p. 1114). Uriah SMITH in Review and Herald, del 31 ottobre 1864 scriveva: «Roma, o la potenza del ferro, sotto l'influenza dell'autorità del papato, o la Roma papale, si è essa stessa estesa all'argilla al punto di mischiarsi con lui, mantenendo così la forza del ferro». Questo autore però nella sua opera successiva, Daniel and the Revelation, Review and Herald Publishing Association, Washington, D.C., riedizione 1944, non dirà nulla di questa spiegazione.  WHITE Ellen in  Review and Herald del 6 febbraio 1900, scriveva: «Il miscuglio del potere della Chiesa e quello dello Stato si trovano  rappresentati dal ferro e dall'argilla.  Questa  unione non può che indebolire tutta la potenza delle chiese. Ed il fatto d'investire la Chiesa del potere dello Stato non può che produrre dei cattivi risultati» Seventh Day Adventist Bible Commentary, vol. IV, p. 1169; cit. E. Froom, idem, vol. IV, p. 1141. Già l'anno prima E. White aveva scritto nel manoscritto n. 63 del 1899: «L'unione del potere ecclesiastico e del potere politico»; cit. da The Ministry, dicembre 1948; cit. E. Froom, idem, vol. IV, p. 1141. A parere di questa autrice la diminuzione di valore dei materiali della statua, dall'oro all'argilla, non rappresenta solamente «il deterioramento del potere e della gloria dei regni terrestri», ma anche «il deterioramento della religione», Youth's Instructor, 22 settembre 1903, p. 6; cit. da E. Froom, Op.Cit., p. 1140,1141. Pensiero condiviso da J.P. POLIRE, da Mac CAUSLAND D., The letter days, pp. 336,337,353; da Charles Taze RUSSEL, AUCLAIR Raoul, Le livre des Cycles, Paris 1947, pp. 44,45; da. FORD Desmond, Daniel, Southern Publishing Association, Nasville, Tennessee, 1978, p. 99. Non possiamo non ricordare il maestro VAUCHER Alfred Félix, Fer et argile, in Revue Adventiste, ottobre 1949; Lacunziana I, 1969, pp. 30,31. Tra i sui allievi la stessa posizione è riproposta da J. Zurcher, Op.Cit., e da Pierre LANARES, Qui dominera le monde?, ed. S.d.T., Dammarie les Lys, 1980, pp. 42,43. Il Prof. Jaques DOUKHAN, Aux portes de l'esperance, ed. Vie et Sante, Dammarie les Lys, 1983, pp. 53-55; Le soupir de la Terre, étude prophétique du livre de Daniel, Vie & Sante, Dammarie Les Lys, 1993, pp. 48-53, dedica diverse pagine a spiegare il significato dell'argilla. Vedere la nostra opera, Quando la Profezia diventa Storia, pp. 41-52.

[210]            Purgatorio, XVI:106-114.

[211]            De Monarchia, III,XVI,10.

                RUFFINI Francesco, La Libertà religiosa come diritto pubblico subiettivo, il Mulino, Bologna 1992. L'autore ha presentato le sue lezioni nel 1923. A p. 141 spiegava perché «La Chiesa non h avuto né da Dio, né dagli uomini l'autorità di mescolarsi nei negozi temporali e di dare autorità al principe civile».

[212]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 183.

[213]            Luca 6:44; Matteo 7:10.

[214]            «Troviamo così il motivo dominante della simmetria Croce-Aquila anche nel fondo dell'inferno: la Giudecca rinserra gli empi profanatori della Croce (Giuda) e dell'Aquila (Bruto e Cassio). Fatti pasto (in bocca) del principe dell'inferno. È Satana stesso che sbrana i tre arci-traditori e che col suo sguardo ha spaccato il veglio di Creta; ma sono a loro volta le lacrime di quest'ultimo a formare il ghiacciato carcere di Lucifero. Esiste un'evidente correlazione reciproca fra Lucifero e la statua del veglio di Creta. Dante ha in effetti posto la statua del veglio esattamente sull'orlo dell'imbuto infernale, e precisamente là dove lo colpisce e lo distrugge lo sguardo di Satana (vedere PROMPT, I giri danteschi nell'Inferno superiore, in Giornale Dantesco, 1895, p. 23). Giusta era anche l'osservazione che sia Satana, sia la statua hanno lo sguardo rivolto verso Roma. Anche a Roma si ebbe, come conseguenza dell'azione di Satana, una lacerazione, vale a dire la separazione della Croce dall'Aquila, così che la città dell'Imperium ormai priva dell'imperatore, poté illuminare solo debolmente con la luce del Sacerdotium un mondo pieno di ingiustizia. Evidentemente la statua raffigura l'umanità smarrita, che deve accontentarsi di una Roma in cui non regna più pace e comunione fra la Croce e l'Aquila» R.L. John, Op. Cit., p. 163.

[215]            G. Rossetti, in esilio a Londra, scriveva che la palude ghiacciata del Cocito blocca i piedi dei giganti lì immersi, i dannati sono ibernati e Satanno con le sue ali mantiene la temperatura di morte. Dante sapeva, grazie a San Giovanni, che "gentes aquae sunt - le acque sono i popoli" e quindi come il Papato riflette la propria corruzione alle genti così la meretrice apocalittica si specchia sulle acque. G. Rossetti, Inferno, vol. II, p. 464.

[216]            Vedere Daniele 2:38; 3:5.

[217]            Vedere Daniele 6:7.

[218]            Apocalisse 2:13.

[219]            Vedere CULLMANN Oscar, Dieu et César, Neuchatel 1936, p. 84.

[220]            Apocalisse 13:2.

[221]            HOME Léon, De la Rome paienne à la Rome chrétienne, Paris 1950, pp. 153,154,157.

[222]            PALANQUE Jean-Rémy, De Costantin à Charlemagne à travers le chaos barbare, Paris 1959, p. 14.

[223]            RAHNER Hugo, L'Eglise et l'Etat dans le christianisme primitif, Paris 1964, p. 71.

[224]            Possiamo asserire che Costantino non si è mai convertito. C'è stata una evoluzione religiosa che è la conseguenza di una necessità contingente ed un adattamento ai tempi. Anche il segno, a forma di croce, che ha fatto dipingere sugli scudi, se lo vogliamo vedere in chiave prettamente cristiana, esso è un atto di propiziazione di una divinità che non faceva ancora parte del Pantheon e che, malgrado la persecuzione subita dai suoi fedeli, aveva fatto crescere il numero degli adepti in tutto l'impero. Di questo segno Willy DURANT, Histoire la Civilisation, Simon - Schuster, Inc. New York, scrive: «Negli eserciti di Costantino la croce non avrebbe potuto offendere gli adoratori di Mitra (i pagani) perché per molto tempo avevano combattuto sotto lo stendardo mitraico della croce di luce». È quindi più corretto parlare di evoluzione di Costantino e di inversione di marcia della politica di Roma nei confronti del cristianesimo. Ciò che distingue Costantino dagli altri imperatori che lo hanno preceduto non è la sua conversione, ma la sua politica, che è stata poi seguita costantemente dai suoi successori.

[225]            LEBRETON Jules, Les origines du dogme de la Trinité, 1919, p. 13.

[226]            BREHIER Louis René - BATIFFOL Pierre, La survivance du culte impérial romain, Paris 1920, pp. 17,27,39.

[227]            MESLIN Michel, Le christianisme dans l'empire romain, Paris 1970, p. 111.

[228]            L.R. Brehier et P. Batiffol, Op. Cit., p. 40.

[229]            J. Lebreton, Op. Cit., p. 17.

[230]            Vedere FLICHE Augustine - MARTIN Victor, Histoire de l'Eglise, t. I, pp. 29,30.

[231]            MOURRET F., La papauté� Paris 1929, pp. 24-26.

[232]            KUENG Hans, L'infallibilità, ed. Mondadori, Milano 1977, p. 81.

[233]            Lo BELLO Nino, The Vatican Empire, New York 1968, p. 75.

[234]            HARNACK Carl Gustav Adolf, L'essence du christianisme, Paris 1907, pp. 299,300.

[235]            LOT Ferdinando, La fin du monde antique et le début du Moyen Âge, Paris 1927, p. 60.

[236]            ORMESSON  Wladimir de, Il Papato, ed. Paoline, Catania 1958, p. 156.

[237]            Brehier L.R. et Batiffol P., Op. Cit., p. 27.

[238]            LANFREY P., Histoire politique des papes, Paris 1860, p. 16.

[239]            Vedere a tale proposito HISLOP Alexandre, The Two Babylonss, Edimburg 1853, London 1907, New Jersy 1959, traduzione francese di Maurice ERSIER, Les deux Babylones, Paris 1886, ed. Fischbacher, Paris 1972; traduzione spagnola, Dos Babilonia, Loizfaux Brothers, New York.  

[240]            Inferno, XV:18-21.

[241]            Inferno, XV:43-45.

[242]            Inferno, XV:55-78,106,107.

                v. 63 e conserva ancora la caratteristica del montanaro roccioso, duro e non malleabile a costumi più civili, / a causa dell'onestà con cui operi ed estraneo agli odi di parte e a causa del tuo agire per il bene, tu sarai per quel popolo un nemico / perché come si dice, il dolce frutto del fico non cresce tra i sorbi agri e spiacevoli al gusto. / Un antico proverbio, che doveva essere diffuso nella Toscana insofferenza dell'egemonia fiorentina, dice che nel mondo li chiama orbi; v. 71 che sia gli uni, i guelfi bianchi, che gli altri, i guelfi neri, vorranno divorati e sfogare contro di te il loro odio, o come altri pensano, entrambi le parti vorranno averti dallo loro; / ma lontano si deve tenga l'erba dalla capra che la vuole mangiare. / Che le bestie fiorentine discese da Fiesole si mangino tra di loro, e non occupino le radici del ceppo migliore di Firenze a pianta (per questo motivo Dante pensava di avere origini antiche ed illustri), / Si costruì la città con tanta intelligenza.

[243]            Inferno, XV:108.

[244]            E. Aroux, Op. Cit., p. 133.

[245]            Inferno, XV:118.

N. Sapegno commenta questo pensiero che viene messo in relazione con il verso 33 scrivendo: «Questi peccatori sono divisi in schiere e non possono, (come vedremo) passare dall'una all'altra (cfr. v. 118». Poi aggiunge: «Brunetto Latini, s'era staccato da una schiera tutta composta di chierici e "letterati grandi e di gran fama"; da un'altra schiera di sodomiti, formata di uomini anch'essi già eminenti per uffici militari e politici, si staccano per parlare con Dante tre ombre, tenendosi per mano e rotando in cerchio. Sono tre fiorentini della vecchia generazione, cittadini di gran nome ed autorità: Guido Guerra, Tegghiaio Aldobrandi e Jacopo Rusticucci» N. Sapegno, Op. Cit., pp. 169,176. Questo commento spiega il significato delle diverse schiere e la non possibilità di passare dall'una all'altra, ma riteniamo che quanto espresso sopra sia anche nell'intenzionalità anfibologica del Poeta.

[246]            Inferno, XVI:106. B. Cerchio, dopo aver fatto tesoro del lavoro di R.L. John, scrive: «Molti hanno pensato ad un riferimento al cordone francescano (non simbolo di castità, ma di povertà e dell'umiltà), ma la cosa è poco credibile: Dante si riferisce ad esso, sempre, usando il termine "capestro" Inferno, XXVII:91-93; Paradiso, XI:85-87; (vedere anche XII:32) forse memore del fatto che Francesco chiamava il corpo "frate asino", e il capestro è la cavezza con cui si tengono gli animali. Pare quindi più logico un'allusione alla corda dell'abito templare». CERCHIO Bruno, L'Ermetismo di Dante, Ed. Mediterranee, Roma 1988, p. 19; R.L. John, Op. Cit., p. 191.                                                                                                                                                                                     

[247]            Per il Prof. R.L. John: «Gerione dantesco è il patrono infernale di tutti i truffatori e traditori. Secondo il Boccaccio sarebbe stato un crudele sovrano delle Isole Baleari: di aspetto mite, accoglieva con straordinaria gentilezza i suoi ospiti traendoli così in inganno, e uccidendoli poi Dimora tra i traditori, nel fondo dell'Inferno. Gerione è quel diavolo che dovrà prendere possesso del corpo di Noffo Dei, nel momento del suo tradimento dei Templari e fino alla sua morte (sia pure apparente) sulla forca 1313? L'anima di Noffo invece sarà rinchiusa nella ghiacciata prigione della Tolomea Quale più adatto, per un traditore dei Templari, della "corda" dei Templari? E quale, per un banchiere fiorentino odiatore dei Templari più adatto che una "corda" templare caduta giù dal luogo in cui si trovano gli usurai fiorentini?». Vedere R.L. Jonh, Op. Cit., pp. 190-193.

[248]            Inferno, XVII:1-3,7-19,23-27

vv. 16-18: Con tanta ricchezza di colori, di fondi e di rilievi / che né i Tartiri né i Turchi pur famosi nell'arte di tessitura non fecero mai drappi così complicati per la loro struttura / né mai tele disegno così complesso fu create da  Aracne (la mistica tessitrice della Lidia che volle gareggiare in abilità con Minerva e, vinta fu mutata in ragno).

[249]            CAMERINI Eugenio, La Divina Commedia, ed. Sonzogno, Milano 1886, p. 91.

[250]            «Forma tri corporis umbrae», «tergeminus eryon», dice Virgilio, Aen., VI, 289; VIII,202; «prodigium triplex in tribus unus», Ovidio, Her.,  IX, 91,92;  «ter amplum Geryonen», Orazio, Od., II, XIV:7,8.

[251]            N. Sapegno, Op. Cit., p.188.

[252]            «Ancora oggi nelle cerimonia dell'incoronamento, quando il cardinale diacono pone il triregno sulla testa del papa appena eletto, gli dice: "Ricevi la tiara ornata di tre corone, e sappi che tu sei il padre dei principi e dei re, l'arbitro del mondo e il Vicario di nostro Signore Gesù Cristo sulla terra"». LECTOR Lucine, L'election papale,  èd. P. Lethielleux, Paris 1896, p. 302. È stato Paolo VI ad abolire questo cerimoniale.

[253]            Porena, cit. da N. Sapegno, Op. Cit., p. 189.

[254]            Inferno, XXV:110,111.

[255]            Inferno, XVIII:2.

[256]            E. Aroux, Op. Cit., p. 134.

[257]            Apocalisse 9:10.

[258]            Purgatorio, XXXII:134.

[259]            Apocalisse 12:9,4,12.

[260]            Apocalisse 13:18.

[261]            Cfr. Inferno, XI:95.

[262]            Cfr. Paradiso, XIX:122.

[263]            Mon. III,X,17.

[264]            SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. III, Paradiso, ed. La Nuova Italia, Firenze1957, 13a  ristampa, 1966, pp. 273,274.

[265]            Inferno, XVIII:2.

[266]            Inferno, XVII:134.

[267]            Inferno, XXI:1.

[268]            Inferno, XVIII: 28-39.

                I Romani per l'enorme moltitudine di gente, come i numerosi soldati dell'esercito, disposti in ordine (come quando si fa la processione), si segue da vicino chi sta davanti, / nell'anno del giubileo (1300, 200 mila pellegrini) si cammina sul ponte di Castel Sant Angelo (unico in quel tempo che unisse il di qua del Tevere, la città di Roma, con il di là, il Vaticano, cioè San Pietro), / hanno escogitato un espediente intelligente per regolare il traffico dei pellegrini, che andavano e tornavano dalla Basilica, in modo che quelli che vanno: / /  sull'altra sponda ci sono quelli che ritornano e vanno verso il monte Giordano, piccola collina al di qua del Tevere vicina alla Mole Adriana. / Di qua e di là si cammina sulla pietra cupa, ferrigna / (Dante) vide demoni con le corna con grandi fruste.

[269]            Inferno, XXX:86,87.

[270]            N. Sapegno, Op. Cit..,  p. 321

[271]            Inferno, XXIX:8,9: «Pensa, se tu annoverar le credi, / che miglia ventidue la valle volge».

[272]            E. Aroux, Op. Cit., pp. 112,113.

[273]            Inferno, XXI:113,114.

[274]            Ebrei 4:16.

[275]            1 Pietro 2:9.

[276]            Del tempo di Dante, ma non finiscono con lui. La storia è continuata e il nepotismo pure.   

[277]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 210.

                Parlando del Medio Evo e del decadimento spirituale della Chiesa, E. Gebhart dice: «La simonia fu allora a Roma il più efficace mezzo di governo, come più tardi, al cospetto dell'Italia principesca, fu il nepotismo. Ogni cosa fu venduta sul mercato pontificale: i cappelli rossi e le mitre, il perdono dei peccati, l'assoluzione dalle scomuniche, le sovranità, il diritto di conquista su terra e su mare, le reliquie dei santi, le corone imperiali, la tiara romana, la porta del Paradiso. La corrente che trascinava la Chiesa verso i beni della terra era così irresistibile che Gregorio VII, il quale un tempo era entrato a Roma scalzo e a capo nudo, fu tormentato più ardentemente di ogni altro dalle cupidigie secolari». GEBHART Emile, L'Italie mistique, Paris 1890, p. 12. 

[278]            Inferno, XIX:1-5,13-15.

                vv. 4,5 Per oro e per argento adulterate; ora è necessario che per voi suoni la tromba (che al tempo dei banditori leggevano al popolo le sentenze che colpivano i condannati).

[279]            Inferno, XIX:52,53,55-57.

                Bonifacio?, cioè Benedetto Gaetani, papa col nome di Bonifacio VIII (1294-ottobre 1303).

[280]            Inferno, XIX:62, 69-75.

                Ed era stato un figlio della casa degli Orsini, Nicolò III, / Perché su nel mondo misi nella borsa tante ricchezze, e qui mise in borsa, nella fossa, misero me stesso, le ricchezze mi hanno seppellito. / Sotto al mio capo ci sono altri /che mi hanno preceduto nella simonia / sono sovrapposti l'uno all'altro appiattiti dalle strette fessure della pietra.

[281]            Inferno, XIX:82-84.

                Dopo il papa regnante sarebbe sceso tra i simoniaci un papa che è macchiato di colpe laide ancora più gravi delle sue. / Un altro pastore (Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux e originario della Guascogna), papa col nome di Clemente V (1305-1314). È originario dei paesi occidentali (contrade di tenebre, d'ignoranza e d'errore, assoggettate alla potenza papale) e sprezzante d'ogni legge umana e divina, «senza legge», guidato soltanto dal criterio del proprio interesse individuale e si pone, al di fuori di tutte le norme etiche e religiose che regolano i rapporti fra gli uomini civili, scrive N. Sapegno, Op. Cit., p. 216.

                Dante allude a lui sempre con disprezzo in Paradiso, XVII:82; XXVII:58; XXX:142-148. «Fu uomo molto cupido di moneta e simoniaco, che ogni beneficio per denaro s'avea in sua corte» Villani, Cronache, IX:59.

[282]            confr. Rime, CCXXVII,43

[283]            2 Tessalonicesi 2:3.

[284]            Per l'analisi dei testi citati rinviamo al nostro lavoro, Quando la Profezia diventa Storia, pp. 223-261,263-286,345-350,399-458. 

[285]            Precisa L'Ottimo: «L'Autore intenda, che questa femmina sia la chiesa», Op. Cit., tomo I, p. 353.

[286]            Inferno, XIX:100-120; vedere Apocalisse 17:1-6,15.   

                vv. 12-15, Avete fatto Dio d'oro e d'argento / in cosa differisce da voi l'idolatra, / se non nel fatto che lui adora un idolo e voi cento / / vv. 119,120 Nicolò III era morso dall'ira o dalla coscienza, / si dimenava forte con i piedi.

[287]            Vedere Jundt, Op. Cit., p. 26

[288]            N. Sapegno,  Op. Cit., p. 274.

[289]            Inferno, XXV:100-144.

Mai due nature sono state poste l'una di fronte all'altra / per tramutare entrambi le loro forme / ed essere pronte a cambiare la loro natura. /  Insieme si dispongono per realizzare le regole (di ciascuna fase del processo), / il serpente divide la coda in due metà, / e il ferito all'ombelico, l'uomo, avvicina le gambe. / Le gambe con le cosce si avvicinano fra loro / che si uniscono in modo tale che la linea di separazione (dei due arti) / non c'è nulla che la faccia vedere. / La coda divisa prende la forma della figura (dell'uomo) / e in essa si fonde, e la sua pelle / si fa liscia, morbida, mentre l'altra (quella che prima era dell'uomo) s'indurisce. / Vidi entrare le braccia nelle ascelle / e i due piedi del rettile, ch'erano corti, / si allungano nella misura in cui si accorciano quelli dell'uomo. / Poi i piedi posteriori si attorcigliano tra di loro / diventano il membro (virile) che l'uomo nasconde, / e quello dell'infelice (uomo) si divise in due parti (per costituire i piedi posteriori del serpente). / Mentre il fumo dell'una e dell'altra natura dà il nuovo colore (all'uomo quello del serpente e al serpente quello dell'uomo), e genera il pelo / nel nuovo corpo dell'uno (quello che prima era del serpente) e depila quello dell'altro (che prima era uomo), / uno (quello che prima strisciava a terra, il serpente) si alzò dritto in piedi (come era prima l'uomo) e l'altro, il serpente (quello che prima era l'uomo) cadde a terra / senza per questo cessare di guardarsi negli empi occhi, che sprigionano un fascino maligno, / sotto i cui occhi ognuno cambiava il proprio muso. / Quello ch'era in piedi (e prima strisciava a terra), ritrae (il muso) per accorciarlo verso le tempie / e la pelle che è rimasta di troppo / l'utilizza per far uscire dalle gote le orecchie che prima non le aveva: / ciò che (della pelle) non è stata assorbita / di quell'avanzo, si fece il naso alla faccia, / e ingrossò le labbra nella giusta misura.  Quello (l'uomo) che si mise in terra, / il suo muso si allunga in avanti / e le orecchie si ritirano nella testa, / come fa la lumaca con le sue corna; / e la lingua, che era unita e (prima) pronta / a parlare, si divide, mentre la lingua biforcuta / nell'altro (nell'ombra diventata uomo) si richiude; e il fumo svanisce. / L'anima che era diventata serpe, / fischiando fugge per la bolgia, / e l'altro lo segue e sputa mentre parla.  / Poi (il serpente) che girato ha le sue nuove spalle, / dice all'altro (al vero serpente diventato uomo): "Io voglio che Buoso corra, / come ho strisciato io per questa strada". / Così io (Dante) vidi la zavorra (cioè i danni) della settima (bolgia) / mutare e tramutare; e qui mi scusi / se la novità che la penna ha scritto brevemente è da aborrire.

[290]            Purgatorio, XIX:19.

[291]            Geremia 17:5.

[292]            Villani, Cronache, VII, 80; in N. Sapegno, Op. Cit., p. 301.

[293]            Inferno, XXVII:80-83.

[294]            Inferno, XXVII:84-85.

[295]            Inferno, XXVII:91-93.

Non tenne conto della sua posizione di capo della Chiesa né degli ordini sacerdotali di cui era investito / né guardò a me che avevo preso il cordone che legato attorno al saio / faceva sembrare più magro chi lo portava.

[296]            Inferno, VII:98-105.

Chiedermi consiglio, e io tacqui  perché le sue parole sembravano quelle di un ubriaco. / E poi riprese: "Il tuo cuore non sia incredulo; / perché fin da ora io ti assolvo se mi dici quello che debbo fare / per abbattere Palestrina. / Io posso chiudere e aprire il cielo, / come tu sai; due sono le chiavi / che il mio predecessore, Celestino V, non voleva apprezzare.

[297]            Inferno, XXVII:106-111.

Allora mi convinsero questi pesanti argomenti / fino al punto che il non dire nulla, stare zitto, mi sembrava peggiore, / e risposi: "Padre, accettando che tu mi perdoni / di quel peccato nel quale devo ora cadere, / (ti consiglio) prometti molto, ma poi non concedere nulla / (così facendo) trionferai suoi tuoi nemici e sarai legittimano nell'occupare l'alto seggio papale.

[298]            Villani, Cronache VIII,23; cit. N. Sapegno, Op. Cit., p. 305

[299]            Inferno, XXVII:112-119.

                v. 117. E dall'ora ad adesso (chi ha subito il suo  consiglio) sono pronti per acciuffarlo. / v. 119 né è possibile pentirsi di una colpa che si vuole commettere.

[300]            Inferno, XXIX:9; XXX:87.

[301]            Inferno, XXXI:12,13.

[302]            Inferno, XXXI:20-22,31-33.

[303]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 343.

[304]            Inferno, XXXI:41-44, 58-60.

[305]            Genesi 9:1,2,11,12;10:8-10;11:4.

[306]            Inferno, XXXI:43.

[307]            «Con molto acume Luigi Valli ha scoperto la ragione per cui quella statua che simbolizza la miseria dell'umanità deve trovarsi proprio a Creta. Appunto nelle acque di questa isola aveva fatto naufragio Enea, il padre dell'Impero, mentre stava portando l'aquila fatale dal suo nido originario, il Monte Ida troiano (da non confondersi con quello cretese), verso la sua nuova predestinata patria, che egli aveva erroneamente scambiata con l'isola di Creta (Virgilio, Eneide, 3,159).  Enea doveva fare naufragio perché, pur essendo portatore dell'Aquila, mancava della Croce disponeva cioè dell'umano remedium difficultatis, ma non del remedium ugnorantiae. Quasi nello stesso luogo di Enea anche San Paolo capitò in gravissimo pericolo di vita, quando, in viaggio per Roma, subì naufragio nelle acque di Creta, finché dopo molto vagare tra i flutti trovò la salvezza a Malta, insieme ai suoi compagni (Atti 27)». R.L. John, Op. Cit., p. 164.

[308]            Citato da G. Rossetti, Spirito, p. 46.

[309]            Inferno, XXXII:16,17,15.

[310]            Inferno, XXXII: 13-18.

[311]            Inferno, XXXII:19-24,31,32,34-39.

[312]            Apocalisse 16:2-4.  Per un commento a questo testo della Bibbia rinviamo al nostro lavoro Quando la Profezia diventa Storia, pp. 689-718.

[313]            Inferno, XXXIV:139.

[314]            Inferno, XXXIV:1,2.

[315]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 373.

[316]            Inferno,XXXIV:6-9.

[317]            Purgatorio, XXXII:142.

[318]            Apocalisse 12:3-7,13-15.

[319]            Purgatorio, XXXII:144.

[320]            Inferno, XXXIV:28; X:80.

[321]            E. Aroux, Op. Cit., p. 153.

[322]            Questo modo di chiamare Lucifero, il re dell'Inferno, con il nome pagano di Dite, che è anche quello della città, Dante lo usa diverse volte: Inferno, IX:65; XII:39.

[323]            Inferno, XXXIV:10-12,17-21,28,29,34-69.

Ero venuto, e con paura scrivo questo in metrica, / là, dove (nella zona Giudecca, del Cocito, dove vengono puniti i traditori dei benefattori) tutte le ombre erano sepolte dal ghiaccio / ed erano trasparenti come vetro. / Al mio maestro piacque mostrarmi / la più bella delle creature / si tolse dall'essere davanti a me e mi fece fermare, / "Ecco Dite (il re dell'Inferno)" disse, "ecco il posto / dove è necessario che tu ti armi di coraggio". / L'imperatore del regno di dolore / emergeva dal ghiaccio dal petto in su. / È stato così bello come ora è brutto, / e contro il suo Creatore si ribellò, / è naturale che scaturisca da lui ogni dolore. / Oh quanto apparve mi meravigliai molto / quand'io vidi che nella sua testa c'erano tre facce! / Una, quella davanti, era rossa; / le altre due si ricongiungevano a questa / sorgendo ciascuna alla metà della spalla / unendosi dove c'è la cresta: / l destra aveva un coloro tra il bianca e il giallo; / la sinistra era simile / a quella di coloro che vengono dal di là della valle del Nilo (gli etiopi). / Sotto ciascuna faccia uscivano due grandi ali (sei ne avevano i cherubini - Isaia 6:2) / proporzionate alle dimensioni dell'angelo Lucifero: / vele di mare come queste non le ho mai viste. / Non avevano penne, ma del pipistrello / avevano la forma; e svolazzavano, / in modo che tre venti partissero da lui: / quindi nel (lago) Cocito si gelava tutto. / Da sei occhi piangeva, e dai tre menti / gocciolava il pianto mischiato con la bava. / Con i denti di ogni bocca stritolava / un peccatore come la gramola, / così tre soffrivano contemporaneamente. / A quello che era nella bocca della faccia anteriore non soffriva nulla nell'essere masticato / se la si paragona a quella che causa gli artigli che graffiano in modo tale che la schiena / rimaneva senza pelle. / "Quell'anima lassù sta subendo una pena maggiore" / disse il maestro, "è Giuda Iscariota, / che è nella bocca con la testa all'ingiù e le gambe fuori si dimenano. / Degli altri due che hanno la testa che penzola fuori dalle bocche / quello che pende dalla faccia nera è Bruto: / guarda come si contorce senza far parola; / e l'altro è Cassio (che contrariamente alla realtà Dante lo presenta) che sembra sia molto vigoroso. / Ma sta venendo la notte, ed è tempo / di partire, perché abbiamo visto tutto"».

[324]            Isaia 14:12-15 (in questo testo il profeta parla del re di Babilonia); Ezechiele 28:2 (in questo testo il profeta parla del re di Tiro animato dallo stesso orgoglio de re di Babilonia).

[325]            Giovanni 14:30; 8:44.

[326]            De Curia Romana juxta Reformationem a Pio X sapientissime inductum, Romae, Ratisbonae 1911, vol. I, art. II, De Romano Pontefice, p. 64; cit. da VUILLEUMIER Jean, L'Apocalypse - Hier Aujourd'hui Demain, Dammarie Les Lys 1938, p. 224.

[327]            Quando si pronuncia su temi dottrinali.

[328]            Semaine Religieuse de Paris, 22 settembre 1906, pp. 395,396; cit. da J. Vuilleumier, Op. Cit., p. 225.

[329]            Paradiso, XVII:51.

[330]            G. Rossetti, Spirito, pp. 55,56.

[331]            R.L. John, Op. Cit., p. 163.

[332]            Vedere G. Rossetti, Op. Cit., p. 381.

[333]            Buti, cit. da N. Sapegno, Op. Cit., p. 369. Forse da questo fatto venga il detto: "siamo arrivati alla frutta".

[334]            Inferno, XXXIII:155-157.

[335]            Giovanni 13:27.

[336]            Vedere Apocalisse 12, 13 pp, 13 sp; 16:13; vedere il nostro lavoro, Quando la Profezia diventa Storia, pp. 303-336, 337-359, 569-644, 706-713.

[337]            Apocalisse 13:18.

[338]            Efesi 4:14.

[339]            Giovanni 4:23.

[340]            Giovanni 14:6; 17:17; Salmo 119:105; 2 Timoteo 3:15.

[341]            G. Rossetti, Spirito, p. 57.

[342]            Purgatorio, VI:81-96.

Cerca lungo i litorali dei tuoi mari / le regioni che sono sulla costa, e poi considera quelle interne, centrali, / se da qualche parte, in qualche regione si gode della pace. / È inutile che si restringa il freno (con le leggi di) / Giustiniano se in groppa al cavallo non ci sta nessuno. / Se non ci fosse il freno della legge sarebbe ancora meglio. / Ahi gente di chiesa devota alle cose del cielo (se non aveste voluto governare l'Italia) / lasciate a Cesare il compito di governare, stare in sella / se ben capite quello che Dio vi ha insegnato ("dare a Cesare quel che è di Cesare"), / ammira come la bestia-nazione  è recalcitrante / perché non è governata dagli speroni (dell'imperatore), / da quando hai pensato di dirigerla tenendo con la mano le briglia.

[343]            Purgatorio, VI:76-78.

[344]            Purgatorio, VIII:98,99.

[345]            Genesi 3:5.

[346]            Purgatorio, VIII:98,100,95.

[347]            Purgatorio, XXX:107,108,142-145; XXXI:1,5,6,11,12, 31-4264-69, 85-90, 94-99.

[348]            G. Rossetti, Purgatorio, pp. 379-385.

[349]            Purgatorio, XXX:130-132.

[350]            Purgatorio, XIX:127,131,132

[351]            Purgatorio, XIX:133-135.

[352]            SAPEGNO Natalino, La Divina Commedia, vol. II, Purgatorio, ed. La Nuova Italia, Firenze 1966, p. 219.

[353]            Nella vita terrena raggiunta la posizione di papa non si poteva salire più in alto.

[354]            Purgatorio, XIX:106-117.

[355]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 210.

[356]            Purgatorio, XIX:7-21,26-28,30-33,35,37,38.

                v. 20. Svio, distolgo dal cammino o anche incanto, affascino. Smagare significa infralire, minorare nell'esercizio delle facoltà naturali. Vedere N. Sapegno, idem.

[357]            Purgatorio, XXXII:154,155.

[358]            Inferno, I:100.

[359]            Inferno, V:88.

[360]            Purgatorio, XIX:38,39,48.

[361]            Purgatorio, XIX:52,55-62.

v. 52. Che hai da guardare verso la terra di pietra? / v. 55.  Con tanta dubbio, perplessità mi fa andare / nuova visione, il sogno che ho fatto (della donna che Virgilio in risposta chiamerà strega) o le pietre che sto guardando (che ho visto con la donna, una sola ed unica cosa) che mi trae a sé pensandola continuamente. / In modo da essere impedito dallo svincolarmi da questo pensiero (veduta delle pietre e/o del sogno. / Vedesti in sogno quell'antica donna nella sua vera natura di strega che si è trasformata ed è diventata come una sirena / che sola sopra noi, la vedrai piangere nelle vesti della meretrice che espierà le sue colpe / vedrai come ci si libera dalla sua soggezione mediante la presenza dell'altra donna.  / Ti può bastare l'insegnamento che hai avuto da quello che hai visto / batti i piedi, cioè la pietra che hai sotto i calcagni in segno di disprezzo / alzi gli occhi a Dio che ti richiama a sé con l'eterno rotare delle sfere celesti.

[362]            Purgatorio, XX:10-12.

[363]            Purgatorio, XXXIII:73-75.

[364]            Purgatorio, XXXI:43-45.

[365]            Purgatorio, XXXI:1,5,6.

[366]            Purgatorio, XXXI:50,51.

[367]            Purgatorio, XXXI:67,68,75.

[368]            Così fecero i confratelli Taylafer de Gène, Jean Angelici de Hinquemata, Gèrard de Patagio e numerosi altri.

[369]            Purgatorio, XXXI:80,81.

[370]            Richiamo al Salmo 51:7 nel quale Davide chiede a Dio di essere "purificato con l'issopo e sarò netto; lavami e sarò più bianco della neve".

[371]            Purgatorio, XXXI:92-98,100-105.

[372]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 355.

[373]            Romani 6:1-9; Colossesi 2:12,13.

[374]            R.L. John, Op. Cit., p. 278.

[375]            Purgatorio, XXIX:1,3.

[376]            Matelda appartiene alla nobiltà sassone. La sua famiglia e il luogo di nascita sono sconosciute. Ha passato la sua giovinezza in un ambiente cavalleresco e dove i castelli erano il centro della vita, come quello della corte di Turingia a Wartburg. Un profondo senso religioso si era risvegliato fin dalla sua giovinezza. All'età di dodici anni dice di aver sentito i primi "saluti dello Spirito Santo", la voce di Dio parlante nella sua coscienza. Santa Elisabetta di Ungheria, morta nel 1231, viene da lei considerata come la sua "messaggera presso le signore dei castelli, che a causa del loro orgoglio, vanità e dei loro cattivi costumi meritavano di andare nell'abisso". L'amore straripante nei confronti di Dio lo si avverte in ogni sua pagina, anche se noi con condividiamo la sua teologia. Ebbe estasi che la innalzarono nelle profondità della Trinità. Ciò che racconta pretende di averlo visto e non dubita per un solo istante della realtà del viaggio nell'altro mondo. Nel dipingere l'Inferno dice che "Le pietre con il quale è costruito sono i peccati mortali commessi fin dalla creazione. L'orgoglio di Lucifero ha costituito la prima pietra L'Inferno è un edificio rovesciato, l'entrata è in cima La morte inghiotte per sempre (chi vi entra). Al fondo dell'abisso si trova il trono di Lucifero. È una pietra nera, dura come il rame, che sopporterà l'edificio fino alla fine dei secoli. Questa oscura dimora è divisa in diverse regioni. I dannati vi vengono divisi secondo la gravità dei loro peccati. Nella parte superiore i pagani che non hanno conosciuto la legge scritta di Dio, e più in basso i giudei, che hanno trasgredito questa legge; infine, in fondo, i cristiani che hanno disprezzato il glorioso appello di Gesù Cristo".

L'incontro felice della sua anima con il suo fidanzato celeste è celebrato nei suoi canti raccontati sotto la forma di un viaggio dall'abisso alla corte del re celeste. La felicità imperitura, alla quale aspira, la potrà possedere in forma stabile solo nella vita futura dopo la resurrezione finale. L'influenza del pensiero di Gioacchino da Fiore si è fatta sentire anche in Sassonia e Matelda, che si presenta come profetessa, lo ripropone come suo.

"Il primo maestro e fondatore dell'ordine futuro, sarà il figlio dell'imperatore. Riceverà dal papa la corona imperiale, poi stabilità lui stesso la nuova regola monastica e otterrà dal papa il permesso di seguirla" Dopo un ministero di trent'anni, il "santo predicatore" subirà il supplizio e mediante la sua costanza riaffermerà il coraggio di tutti i figli di Dio.

"Dio promette alla profetessa di commuovere il cuore di suo 'figlio' il vescovo di Roma e di fargli compiere la sua volontà che è di dare un nuovo mantello, cioè un nuovo ordine alla Chiesa. Il papa obbedisce al comandamento divino; concorre alla fondazione del nuovo ordine; poi quando arrivano le tribolazioni finali, si aggiunge lui stesso alle sante religiose e conquista con loro la corona del martire".

Matelda a causa degli attacchi dei suoi nemici si chiuse nel convento dei cistercensi di Helfta, vicino a Eisleban dove morì verso il 1277. Non fu canonizzata, ma le sue sorelle la posero nel novero della anime felici nella città celeste.

Lei stessa aveva detto di vivere nel "dolce paradiso", malgrado le lotte avute. Esso era vicino al purgatorio ed era rappresentato dalla cima fiorita di una montagna, come lo si riscontra anche nella Commedia di Dante. Jundt, Op. Cit.,  pp. 48,51,63,64,66-68.

[377]            Purgatorio, XXIX:12.

[378]            Purgatorio, XXIX:52-54.

[379]            Apocalisse 4:5.

[380]            Purgatorio, XXIX:77,78.

[381]            Purgatorio, XXIX:81.

[382]            Purgatorio, XXIX:82-84.

[383]            Purgatorio, XXIX:92-95.

[384]            Purgatorio, XXIX:106-114.

[385]            E. Camerini, Op. Cit., p. 27.

[386]            Purgatorio, XXXII:47; XXXI:81. La Sacra Scrittura in forma poetica raffigura il Cristo nel simbolo dell'Agnello e del Leone della tribù di Giuda.

[387]            Vedere E. Camerini, Op. Cit., p. 27.

[388]            Purgatorio, XXIX:134,136,137,139-141.

[389]            Purgatorio, XXIX:142-144.

[390]            R.L. John, osserva che l'evangelista Giovanni compare tre volte, prima come aquila coronata di verde (v. 92,93), poi come uno dei "quattro in umile parata", incoronati di rosso, e infine, ultimo in coda alla processione, come "un veglio solo" immerso nel sonno. Che Dante consideri l'apostolo ed evangelista Giovanni anche autore dell'Apocalisse risulta del resto evidente dai passi del Paradiso, XXV:94 e 26:43. Op. Cit., pp. 268,269.

[391]            Purgatorio, XXX:10-12.

[392]            L'OTTIMO, Commento della Divina Commedia, Testo inedito d'un contemporaneo di Dante Citato dagli Accademici della Crusca, Tomo II, Presso Niccolò Capurro, Pisa 1828, p. 528.

[393]            J. della Lana, Op. Cit., vol. II, p. 360.

[394]            Cantico dei Cantici 4:8.

[395]            Vedere: Purgatorio, XXXII:148-156; confr. Apocalisse 17:1-7.

[396]            Purgatorio, XXX:19,20.

[397]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 338.

Tommaseo scriveva: «Osanna cantano gli angeli in una canzone giovanile del poeta (Vita Nova, XXIII,25), accompagnando al cielo l'anima di Beatrice». Cit., Idem, p. 327,328.

[398]            Purgatorio, XXX:125.

[399]            Purgatorio, XXXII:15,22,26.

[400]            Purgatorio, XXXII:19.

[401]            Purgatorio, XXXII:34,35. Nel medioevo le distanze si indicavano volentieri in questo modo: così per  esempio nella Storia di Gerusalemme di Fulchers de Chartres (m. nel 1127). La lunghezza media di un colpo d'arco può essere valutata a 70-80 metri.

[402]            Luca  4:9-12.

[403]            Anche questa geniale corrispondenza topografica (forse già escogitata dai cavalieri templari) ci fornisce una ulteriore prova che il Paradiso terrestre di Dante è realmente concepito come l'antipodo del sito del Tempio. Vedere R.L. John, Op. Cit., p. 279.

[404]            Dante precisa che la sua altezza avrebbe suscitato meraviglia anche tra gli indiani che sono abituati a vedere nei loro boschi alberi altissimi. Purgatorio, XXXII:41,42. La sua altezza doveva dare il senso dell'inacessibilità, Purgatorio, XXXIII:64. Quest'albero, oltre a quello del giardino dell'Eden, rievoca quello che raffigura il re Nabuccodonosor con il suo regno in Daniele 4:14-20.

[405]            Purgatorio, XXXII:38,39.

[406]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 360

[407]            «Quelli che nell'albero vedono raffigurato l'Impero, ritengono che qui Dante esalti l'obbedienza e l'ossequio di Gesù all'autorità temporale per cui egli aveva prescritto alla Chiesa un compito puramente religioso e l'astensione dalle cure politiche e dai beni mondani». N. Sapegno, Op. Cit., p. 362. «Evidentemente si tratta dell'albero del diritto naturale, il vero fondamento dell'Imperium: Imperii vero fundamentum jus humanum est, De Monarchia 3:10. Col termine jus humanum l'Alighieri intende ciò che noi oggi designiamo come diritto naturale». R.L. John, Op. Cit., p. 280.

[408]            Purgatorio, XXXII:48.

[409]            La citazione prosegue: «Tra le varie interpretazioni proposte, è la sola che suoni naturale». N. Sapegno, Op. Cit., p. 363.

[410]            R.L. John, Op. Cit., p. 280

[411]            Purgatorio, XXXII:51.

[412]            Buti, cit. da N. Sapegno, Op.  Cit., p. 362; R.L. John, Op. Cit., p. 280.

[413]            Apocalisse 7:1,3; 8:7; 9:4.

[414]            Apocalisse 18:12,13.

[415]            Atti 5:30; 10:39; 13:29; Galati 3:13; 1 Pietro 2:24.

[416]            Apocalisse 2:7; 22:2,14,19.

[417]            BADENAS Robert, New Jerusalem - The Holy City, in AA.VV., Symposium in Revelation, Book II, Frank B. Holbrook, Editor, 1992, pp. 266,267.

[418]            Purgatorio, XXXII:61.

[419]            R.L. John, Op. Cit., p. 281.

[420]            Purgatorio, XXXII:82-84.

[421]            «I circa cento passi allegorici sono evidentemente un'immagine dei circa cento decenni durante i quali l'umanità dovette vivere separata dalla beatitudine della vita attiva. Dante ha espresso questo odio per le acque del Lete che lo separano da Matelda, allegoria appunto della vita attiva (Purgatorio, XXVIII:70-75).

Concentriamo l'attenzione "sul luogo preciso nel quale Dante e la donna del Paradiso terrestre fermano i loro passi. È lo stesso punto in cui si fermerà anche il carro trionfale di Beatrice: un punto poco più a levante dell'angolo sud-occidentale del Paradiso terrestre, formato dalla curva del Lete.

Ora, quel punto del simbolico sito del Tempio è l'antipodo esatto della chiesa-madre dei Templari, sul piazzale del Tempio a Gerusalemme! È noto che nel medioevo quella chiesa ottagonale (oggi non più esistente), costruita appena a ponente dell'attuale moschea di El-Aksa, veniva chiamata Templum Salomonis. Matelda e Beatrice si incontrarono dunque all'antipodo del Templum Salomonis. Questo naturalmente non è un caso fortuito, ma è frutto dell'arte simbolica di Dante spinta all'estremo; essa trova poi il suo coronamento nel fatto che, di tutto il seguito di Beatrice sarà proprio Salomone a salutarla (a nome di tutti) cantando "Vien sponsa de Libano!" Cantico dei Cantici 4:8. Nel medioevo la "sposa dal Libano" fu sempre interpretata come la Chiesa di Cristo. Dunque Salomone stesso accoglie Beatrice con le parole del suo Cantico dei Cantici, nel sito del Tempio dell'aldilà, nel luogo corrispondente al Templum Salomonis dei Templari. Egli la saluta come la santa Chiesa spirituale». R.L. John, Op. Cit., pp. 265,266.

[422]            Purgatorio, XXXII:85-87.

Crediamo che si abbia qui un richiamo al Cantico dei Cantici  di Salomone quando descrive la visione finale, la vittoria della Sunamita, figura del Popolo di Dio fedele al suo pastorello, l'Eterno d'Israele. Salomone scrive: «Chi è colui che sale dal deserto appoggiata all'amico suo? Io (dice il pastorello-Signore) ti ho svegliata sotto il melo» Cantico dei Cantici 6:5.

[423]            Purgatorio, XXXII:90.

[424]            Purgatorio, XXXII:100-105.

[425]            Apocalisse 1:11,19; 21:5.

[426]            Rinviamo il lettore alla nostra opera Quando la Profezia diventa Storia, pp. 1061-1069.

[427]            Purgatorio, XXXII:108,98.    

Nel canto XXXI:106,107 dicono: «Noi siamo qui ninfe e nel cielo siamo stelle: / pria che Beatrice discendesse al mondo». Giovanni in Apocalisse introduce la prima lettera, quella che viene inviata ad Efeso con le seguenti parole: «All'angelo della Chiesa di Efeso scrivi: "Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra, e che cammina in mezzo ai sette candelabri» 2:1. Crediamo che sia difficile non cogliere una corrispondenza di parole e di pensiero.

[428]            «Io vidi scendere l'uccello di Giove (l'aquila, simbolo dell'impero) / giù dall'albero, rompendo la corteggia, / dei fiori e delle nuove foglie; / e colpì il carro con tutta la sua forza; / facendolo piegare come una nave senza comando, / vinta dall'onda, sia da un fianco che dall'altro».

[429]            «Poi vidi avventarsi nella concavità del fondo / del trionfale veicolo una volpe / che sembrava digiuna del buon cibo (perché si era sempre nutrita di quello scadente); / ma, riprendendo lei le vergognose colpe, / la donna mia (di Dante, Beatrice) la fece fuggire in fretta / quanto soffrirono le ossa che non avevano carne».

[430]            B. Bianchi, Op. Cit., p. 510.

[431]            J. della Lana, Op. Cit., p. 389.  L'Ottimo, aggiunge «la santa teologia», Op. Cit.,tomo II, p. 573.

[432]            B. Bianchi, pensa a Noviziato che cercò di usurpare Cornelio, regalmente eletto dal popolo nel 251, accusandolo di eresia. Il Concilio che seguì, i 60 vescovi e altrettanti prelati, fecero fuggire la volpe punendola con i suoi seguaci. Idem.

[433]            «Poi dallo stesso posto dove era venuta (la prima volta), / vidi scendere l'aquila giù nella cuna / del carro e gli lasciava le sue penne / e  come esce dal cuore sofferente, / nello stesso modo una voce venne dal cielo dicendo: / "O navicella mia (la barca di San Pietro),  di quale merce funesta sei stata caricata!».

[434]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 366. Vedere Inferno, XIX:115-117. "Con pia intenzione", vedere v. 138: «con intenzion sana e benigna».   «L'altro che segue, con le leggi e meco, / sotto buona intenzion che fè mal frutto, / per cedere al pastor si fece greco».  Paradiso, XX:55-57. «Si fece greco» significa il trasferimento della sede dell'impero in Oriente a Costantinopoli. Sull'arricchimento illegittimo della Chiesa. Vedere Dante, De Monarchia 3,11.

[435]            B. Bianchi, Op. Cit., p. 508.

[436]            Inferno, XIX:115-117. 395.  «Ah, Costantino, di quanto male tu fosti madre, / non la tua conversione, ma quella dote / che da te prese il primo ricco papa!».

[437]            N. Tommaseo, Op. Cit., p. 457 ricorda che una leggenda satirica del tempo d'Urbano VI lo dipingeva sotto la forma d'un drago alato, con capo umano, con coda, con spada infuocata; al suo venire gli uccelli fuggon e cadon le stelle. È un richiamo ad Apocalisse 12:3,4.

[438]            «Poi mi sembrò che la terra si aprisse (sotto il carro) / tra le due ruote, e vidi uscire un drago / che conficcò la sua coda nel carro; / e come la vespa che ritira il pungiglione, / trasse a sé la maligna coda, / strappando dal carro una parte del fondo e se ne andò serpeggiando».

[439]            L'Ottimo, Op. Cit., p. 574.

[440]            «Quel che rimase si coperse di gramigna / come la terra fertile se lasciata incolta, / le piume dell'aquila, forse offerte con intenzione sana e benigna, / ricopri il carro, e fu ricoperta / entrambe le ruote e il timone, nel breve / tempo che uno tiene la bocca aperta per un piccolo sospiro».

[441]            R.L. John, Op. Cit., p. 284, siamo noi che abbiamo aggiunto quanto messo tra parentesi; N. Sapegno, Op. Cit., p. 367.

[442]            B. Bianchi, Op. Cit., p. 508.

[443]            «Trasformato così il santo edificio (della Chiesa) / fece uscire le teste / tre sopra il timone e una in ogni angolo del carro: / le prime tre teste erano cornute con corna del bue, / ma le altre quattro avevano un solo corno sulla fronte: / un mostro simile non è ancora stato visto».

[444]            R.L. John, Op. Cit., p. 284.

[445]            L'Ottimo, Op. Cit., p. 575.

[446]            «Una puttana. Il papa in generale: storicamente è designato prima Bonifacio VIII, e poi Clemente V» B. Bianchi, Op. Cit..,  p. 508.

[447]            «Sicura, come una roccia su un alto monte / era seduta una puttana svestita / mi apparve con le ciglia invitanti; / e per evitare che gli venisse tolta, / vidi di fianco a lei in piedi un gigante; / e si baciavano diverse volte. / Ma perché la (donna) il suo occhio cupido ed invitante / rivolse a me, quel feroce nordico /  la flagellò dal capo fino ai piedi; / poi, pieno di sospetto e di violenta ira, / slegò il mostro, e lo condusse nella selva, / tanto che solo di lei mi fece scudo / della puttana e nella nuova bestia».

[448]            L'Ottimo, Op. Cit., p. 577.

[449]            Apocalisse 18:7.

[450]            Il testo biblico colloca la visione profetica nel tempo del giudizio (Apocalisse 17:1) e ha come conseguenza la  distruzione del potere ecclesiastico. Questa figura biblica della prostituta raffigura la Chiesa romana che nel tempo della fine si propone all'umanità, e il titolo dell'opera del teologo valdese Vittorio SUBILIA esprime molto bene, come La nuova cattolicità del cattolicesimo (Claudiana, Torino 1976). In questo scritto V. Subilia presenta la curia papale al vertice di un cono e attorniata, nei cerchi più larghi, man mano che si giunge verso la base, dalle espressioni religiose a lei più vicine a quelle più lontane. Sulla interpretazione di questa figura biblica, vedere la nostra opera, Quando la Profezia diventa Storia, pp.743-775.

[451]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 368.

[452]            Epistole VII:29.

[453]            N. Sapegno, Op. Cit.,  p. 369.

[454]            Il testo biblico dice che al tempo della fine tutti i re le si rivolgeranno contro e la lacereranno. Apocalisse 17:16.

[455]            R.L. John, Op. Cit., pp. 285-287.

[456]            Idem, p. 289.

[457]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 369.

[458]            Purgatorio, XXXIII:5-12.

[459]            Giovanni 16:16.

[460]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 370

[461]            E. Camerini così commentava il verso 158 del XXXII canto: «Disciolse dall'albero il carro diventato mostruoso per quelle teste» Op. Cit., p. 292.

[462]            Purgatorio, XXXIII:34-36.

[463]            N. Sapegno, Op. Cit., p. 371

[464]            R.L. John, Op. Cit., p. 290.

[465]            J. della Lana, Op. Cit., p. 396.

[466]            Convivio 4,3,6

[467]            Purgatorio, XXXIII:37-41,43-45

[468]            E. Camerini, Op. Cit., p. 294.

[469]            Bergmann F., Dante, sa vie et ses oeuvre, 2a  ed., Strasburg 1881, p. 343, trova nelle cifre DXV le iniziali delle parole Domini Xpi (Christi) Vicarius o Domini Terre Vicarius (X essendo il simbolo della redenzione e di conseguenza della Terra salvata); i due titoli riuniti designano "un solo e stesso personaggio, rivestito sia del potere secolare dell'imperatore e sia del potere spirituale del papa, un Imperatore-Papa o un Papa-Imperatore". Senza esaminare se l'idea d'un imperatore che diventa papa sia estranea all'orizzonte intellettuale del Medio Evo, credo che la combinazione del sapiente professore di Strasburgo è condannata da Dante stesso, che vede nella riunione del potenza secolare e dell'autorità pontificia in una stessa mano, la sorgente di tutti i mali che desolano il mondo cristiano (Purgatorio, XVI:104-129). La Chiesa di Roma cade nel fango per aver confuso nella sua mano i due poteri. Jundt

[470]            Inferno, I:124.

[471]            VINAY Valdo, Il "regno che viene" in alcuni momenti significativi della storia della Chiesa, in AA.VV., Il Regno di Dio che viene, Atti della XIV Sessione del S.A.E. 1976, ElleDiCi, Asti, a p. 53, ricorda che: «Gioacchino parla talvolta anche di un capo messianico della Chiesa spirituale, un "nuvus Dux" (dalla citazione di Michea 5:1, in Matteo 2:6: "Ex te enim exiet dux, qui regat populum meum Israel"), non meglio identificato. Un papa angelo? Gli spirituali francescani videro questa profezia attuata in Francesco d'Assisi. La figura è imprecisata. Comunque il nuovo duce muterà la Chiesa papale in una Chiesa spirituale, in cui egli radunerà tutti gli eletti. L'angelo  dell'Apocalisse o il papa angelico segnerà con una croce sulla fronte i servi del Signore, affinché portino questo segno nello spirito e siano pronti a partecipare alla passione per il nome di Cristo. Questo angelo o papa angelico sorgerà dall'Oriente e annunzierà la prossima risurrezione dei giusti».

[472]            R.L. John, Op. Cit., pp. 297,298.

[473]            Idem, p. 291.    Questa espressione dell'Apocalisse non vuole però indicare un uomo come persona, individuo, ma un potere, un sistema, una dinastia di uomini. È il nome con il quale si indica il potere della bestia perché è il numero del suo nome.

[474]            Purgatorio, XXXIII:10-12.

[475]            R.L. John, Op. Cit., pp. 293,294.

[476]            Geremia 25:11,12; 29:10.

[477]            Tredicesimo fra tutti gli angeli presentati singolarmente nel poema, viene tratteggiato con evidente amore nel primo dei tre bassorilievi del primo girone del Purgatorio, X:34; nel Paradiso, IV:47 i nomi di Michele e di Raffaele sembrano menzionati solo per amore di Gabriele; cinque canti più avanti (IX:138), invece di nominare la Palestina il poeta dice Nazaret là dove Gabriele aperse l'ali. Nel XIV del Paradiso, al verso 36, la voce soave del re Salomone viene paragonata a quella di Gabriele quando parlò a Maria; in Paradiso XXIII:94-108 Gabriele appare come il glorificatore di Maria e cantore di un canto indescrivibilmente dolce; e finalmente il santo arcangelo viene di nuovo glorificato da un breve, ma profondo elogio pronunciato da San Bernardo (Paradiso, XXXII:94-113).

[478]            R.L. John, Op. Cit., pp. 298,299.

[479]            NEWTON Isaac, Opera V, London 1785, p. 312.

[480]            MOELLER W., Grundriss für Alttest. Einleitung, Berlin 1958, p. 341.  

 

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